Raffaele  Fuccella



Titolo | Raccolta di poesie e racconti

Autore | Raffaele Fuccella   

ISBN | 979-12-22727-41-7 

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Made by Human

Poesie

Parte Prima

(Scritte nell’età giovanile).

Visione.

 

Assorto, ascolto le voci arcane,

i dolci richiami della natura.

Odo il gorgogliar dell'acqua sopra i sassi

ed il velato fruscio del vento fra le fronde.

Odo il fluttuar lento dell'onde

ed il modular canoro degli uccelli.

Poi vedo te:

abbandonata coi capelli sciolti

sulla  sabbia dorata.

Ho il cuore rigonfio di gioia:

Vedo il mare lambire la costa

e la brezza dissolver le nubi.                           

 


 
Pensiero stupendo

(Alla mia donna).

  

Sfumata,

nell'aria di un tiepido giorno

ti vedo,  sfarfalli.

Col sole riflesso negli occhi,

le braccia librate nel vento,

ondeggi felice.

Oh... immagine dolce!

Ricorri costante alla mente

ed ogni altro pensiero distruggi.                                      


Solitudine.

 

Amaro sconforto: ... esser solo.

In romita parte seduto,

attendo lo scorrer lento dell'ore.

Non mi va di pensare.

Ti vedo lontana e

ti tendo le braccia,

ma esse si avvinghiano al nulla.

Amarsi è qualcosa di  vivo.

A che serve pensarti?

Mi illudo di averti vicina,

ti guardo negli occhi e sorridi.

Ma è sogno irreale.

La luce mi porta nel vero

ed è triste trovarsi scorato.

... Solo.

Sempre più solo.


Il  Professore.

 

 Dall'alto del tuo trono,

come una statua eburnea,

altero, disdegnoso,

ti senti un semidio.

Con aria distaccata,

lo sguardo atterritore,

ostenti la tua scienza

al miserando alunno

che, tremolante e muto,

finì tra le tue grinfie.

Sbuffi, ti arrabbi e stridi,

indi, allungando il collo,

ti ricomponi e duro,

come uno stoccafisso,

esclami: " Se ne vada !

Non ha capito niente !"

Man mano che s'accresce

la schiera dei bocciati,

il riverito nome

del professore illustre

passa di bocca in bocca;

nasce così la fama

di luminare eccelso,

di pozzo di sapienza.

Pompato, riverito,

riempi la tua pancia

ben altro che di scienza.

In barba a tutti quanti

mangi, ti ingrassi e dormi.

Sei il propugnatore

del non aver pietà. 

Sconforto.

 

 

Soffocato, strozzato dall'odio

vorresti fuggire.

Vorresti poterti librare nell'aria,

scrollarti di dosso

quel peso affannoso,

che tanto ti avvince alla terra

 ... e amare.

Ma solo, senza conforto,

abbandonato, relitto,

non ha senso l'amore.

Non una voce:

silenzio, solo silenzio,

ti echeggia nel petto.

Il mondo ti volge le spalle,

nessuno si è accorto di te !

Eppure, ti illudi di essere amato,

sogni beato un amore felice

e ti vedi cullato

da quell'immagine dolce,

che tu hai dell'amore.

Così tempri l'affanno del tuo cuore.

E a te stesso invochi

la sospirata pace,

che solo il giorno estremo

ti darà conforto.

Gabbiani.

 

 
Distratto, osservo il lento,

ritmico, volo d'un gabbiano;

Quando improvviso, lontano

s'ode l'ulular del vento.

Vedo la polvere alzarsi impetuosa,

formare un nuvolone inatteso.

Il cielo si rabbuia,

tutto si fa più oscuro.

Così dell'uomo i sentimenti,

suscitati improvvisi,

oscurano il lento, monotono,

voler della ragione.


A se stesso.

 Confuso tra i tanti,

ti chiedi chi sei.

L'amorfa materia,

la piatta esistenza

delude quell'ansia infinita,

che anela infinite conquiste.

L'arcano, l'ignoto ti scuote,

ritrovi te stesso,

ritorna la vita.

Modelli l'amorfo,

carpisci i segreti

che "Terra" gelosa

rinserra nel seno.

Ma, scoperti che l'hai,

ti domandi confuso

il perché  del tuo affanno.

E dici a te stesso:

"Nessuno ha bisogno di te".

E a me stesso rispondo:

"Son io che ho bisogno di te".


Confronto.

 

Alte, grigie ciminiere;

nero fumo.

Grosse macchine rombanti;

larghe strade.

 Folle immani senza volto;

grandi case.

Frastornati, frettolosi;

cittadini.

 

Ramoscelli mormoranti;

verdi prati.

Acque terse, chiacchierine;

Aere azzurro.

Calma, immensa pace;

bianchi casolari.

Occhi vivi, guance smunte;

contadini.                          

Nel nulla.

  

Che senso ha la vita?

Amare, sognare, sperare ?

Effimera cosa è l'amore;

immagini vaghe nei sogni;

il vero dissolve la speme.

E' bello obliarsi,

vagare nel nulla.

 

 
Amore e Sogno.

 

Miriadi di lucciole d'oro,

fantasmi dal bianco mantello,

vagando nel buio di un cuore,

vi portano un poco d'amore.

 

                  Amare è come sognare:

                  chimera d'un mondo ideale.

 

Speranze cadute e risorte,

ricordi di tempi felici,

che all'anima triste, avvilita,

ridanno la gioia, la vita.

 

                  Amare è come sperare:

                  lusinga di un'ora di pace.

 

Vorrei volare.

 

 
Vorrei volare,

librarmi nel cielo limpido e terso

su due grandi ali remiganti.

Dondolarmi,

appeso alla coda di una cometa.

Scivolare giù,

lungo il pendio di un arcobaleno.

Tuffarmi in una morbida nuvola bianca

ed estasiarmi nell’infinito aere azzurro.                                              

      

 

Viaggio di fantasia.

 

 
La mente arrovellando

tra corpi rotolanti

e forze lagrangiane,

stanco, oramai distrutto

dall'arido problema,

sui fogli mi assopisco.

La fantasia si sfrena.

Scrollatasi di dosso

ogni inutil fardello,

si butta alla conquista

di mondi sconosciuti.

E dopo aver varcato

gli spazi siderali,

si trova all'improvviso

in una stanza oscura.

Poi dopo, poco a poco,

appare un gran chiarore;

tumultuose vagavan,

in un serrato intreccio,

immani masse amorfe:

i sogni, i desideri,

gli occulti pensieri.

Indovinate un po’

Dov’era capitata?

Dentro una cosmonave.

Avvolte in grandi nubi,

balzavano figure,

di personaggi “illustri”,

valorosi guerrieri

di tempi ormai passati:

il professor Occultis,

Capitan Miki ardito,

il grande Blek e Robin,

Salasso e Doppio Rum.

In groppa ad un destriero,

sopra una nube alata,

ecco arrivare Tex

e dietro a lui, Mefisto

lo segue come un’ombra.

La fulgida astronave

poi vira all’improvviso

per altri luoghi ascosi.

Volando sulla scia

di una biancastra via,

tra stelle scintillanti

e astri fiammeggianti,

ecco che infine approda

sopra un florente atollo.

Tra cumuli di sabbia

ed ubertose dune,

affiorano  forzieri

ricolmi d'ogni bene:

ori, diamanti e gemme,

che sono la lusinga

di ogni umana gente,

ma erano difesi

da feroci mastini.

In mezzo ad essi un vecchio

incolto, rabberciato,

sotto una palma verde,

radici rosicchiava.

Allora, spaventata

da quell'orribil vista

la fantasia svanisce

 

 

 

Poesie

Parte Seconda

(Scritte nell’età senile).


 


 

Dolce immagine

(A mia madre).

 

A voi ombre vaganti volgo il mio sguardo.

Solo a voi oh immagini dilette oso parlare!

A voi che, nel balzar di mente in mente,

tutto sapete, io sbigottito chiedo:

“Sapete voi qual è il senso della vita?

Cos'è la gioia? che cos'è il dolore ?”

 Ma confuse voi vi ritraete

e dolcemente, pian piano sfumando,

lasciate me solo ai miei pensieri.

E mentre con la mente vado tra profondi abissi

e altissime vette, cercando il vero invano,

una candida, pallida mano

si posa sui miei occhi,

avvolge la mia mente.

Ecco !  ora tutto è chiaro !

Io so perché si vive,

che cos'è la gioia,

che cos'è l'amore.

Oh cara, dolce immagine irreale!

Sol ora, che con materno affetto,

carezzi i miei capelli radi,

sembro capire

che l'unica vera causa del dolore

è la continua lotta

dell'uomo contro l'uomo.

Sol ora avverto tanta pace

e tanto, tanto amore.

Nel cuore ho sigillato

 l’impronta di ogni cosa.

Ricordo che bambino,

sotto al tuo sguardo attento,

correvo senza ostacoli,

tra prati di trifoglio

e cespi di ginestre.


 

Ricordi

 

Aride foglie morte

ricordi di un tempo che fu,

di un tempo passato,

remoto, lontano,

che echeggia ancora, portato

dall’ ali leggere del vento:

... un sospiro.

 Esse s'innalzano,

 lievemente sospinte

 dal turbinio dell’affanno e,

poco  a poco, una danza

frenetica, incalzante,

mi ammalia, mi avvince, mi incanta .

Dolcemente cullato dai sogni,

la malinconia mi invade, m’assale.

... Poi piove.

Piovono lacrime amare

Dal  mio volto annegato nei ricordi.

                                                                                  

Guerra.

 
Quant'odio serpeggia nell'aria.

Ognuno, rinchiuso in se stesso,

non ode le voci pietose,

non vede le mani protese.

                              Son mani senza tronco;

                             son mani senza corpo.

  Ognuno si nutre del sangue degli altri,

esanime, esangue  lasciando la preda.

Che schiera selvaggia, immonda, crudele

è quella degli uomini!

                                  Son corpi senza volto;

                                   son corpi senza testa.


 

In ricordo di un amico scomparso.

Un caro amico è scomparso,

egli non è più tra noi.

La sua alma è volata via,

rapita da una mano latente.

Volteggiando tra spazi infiniti

e cercando l'arcano, andrà

oltre i confini dei sogni,

attratta da una luce fulgente.

Ma la sua dolce presenza rimarrà tra noi,

nel ricordo di chi gli fu amico.

 

Nel giorno dei morti (ai miei cari).

 

Ad un tratto è il tramonto.

Non odo parole, ma solo silenzio.

Scomparsi sotto la nuda zolla

giacciono  i cari.

Nei nostri cuori, ancora vibranti,

resta vivido il ricordo di loro.

Ma... la vita continua,

scorre come acqua di un fiume impetuoso.

Nel mare calmo della notte

troverà pace.

 

Davanti ad una scultura di donna.

 

Con la tua pelle eburnea,

posi le stanche membra

su un giaciglio di marmo.

Rimani nei miei occhi:

un corpo sinuoso

con l'armonia del bello.


 La tristezza della sera.

 
È un altro giorno che muore,

una pace profonda m’assale.

Il sole silenzioso s’immerge

nel profondo rosso del mare.

 
Bisbigliano i nidi nell’ombra.

Soltanto si odono i passi

di  chi frettoloso rientra,

in una città brulicante di vicoli e sassi.

 
Duro è stato il cammino,

più lunga l’attesa.

La meta ormai s’avvicina.

Già la tocchiamo col cuore che avvampa,

 
mentre più grevi si fanno i pensieri,

su una via che s’arrampa.

Tra breve ci sarà tanta pace,

cesserà la fatica degli erti sentieri.

 
 Un brivido percorre le membra,

s’accende in me una nuova certezza,

un nuovo pensiero mi schiara:

domani sarà un altro giorno!

 
Un giorno di luce, si spera!


 

Vita e morte.

 

Una foglia che cade,

un fiore si schiude;

l'usignolo che canta,

il gemito di un corpo morente;

la pioggia che scende sull'arida terra,

il sole nel brullo deserto divampa.

Potrà mai una vita che nasce

sostituire una vita che muore?

Che strano gioco  è la vita!

Quel che pria dà si riprende.

In questo ritmo alterno,

qual è la funzione dell'uomo?

Si nasce, si cresce, si muore!

Cosa resterà all'universo

di questo perpetuo mutare?

Resterà alla memoria del tempo

un segno del nostro passaggio?

O tutto svanirà nell'oblio

e nessuna traccia resterà del passato?


 

Emigranti.

 

 Una scia di uomini in fuga

attraversa i deserti;

deserti voluti

dalla bramosia di uomini avidi.

Una scia di uomini fugge

alla morte di guerre volute

dalla bramosia di uomini avidi .

Una scia di uomini in fuga,

solca le acque impetuose dei mari.

Sognando nuovi albori e

approdando a nuovi lidi,

diventano schiavi

della bramosia di uomini avidi.

Hanno lasciato le loro capanne,

abbandonato ogni piccola cosa,

tra le macerie dei loro villaggi,

per vivere tra tuguri di latta,

nella polvere di terre lontane;

innocenti prede rapite

dalla bramosia di uomini avidi. 


Natale.

 

Un dolce profumo

si espande nell'aria

di un fervido giorno.

Allegria di bimbi festanti

si ode per le vie

illuminate d'intorno.

L'animo si predispone all'amore.

una soave mitezza

invade i cuori di molti.

È Natale.

Autunno.

 

 Dolce stagione l'autunno,

pregna, a volte di malinconia,

a volte di allegra euforia.

Nell'aria respiri

gli ultimi tepori di un’estate in declino

e i primi freddi dell'inverno vicino.

Giornate terse e luminose,

altre piovigginose ed uggiose.

Per l'aere si espande l'odore

del mosto e del vino novello.

Odi il crepitio di un fuscello,

che brucia nel camino ardente,

mentre il tepore

riscalda il tuo corpo fremente.

Odi il vocio di bambini,

giocare allegri in cortile,

mentre il tuo umore umbratile,

soffuso di languori sopiti,

ti porta, stupito,

in un mondo di sogni.

Stagione dell'età senile,

Dell'età in declino,

quando avverti forte

il presagio del repentino

avvento del gelo,

che scendendo dal cielo.

porterà pace alle tue stanche membra.


 

Il Mare.

 
Assopito,

poggiato su una ringhiera

di legno marcito,

contemplo il mare.

L'infinita dolcezza di un'onda,

che sulla battigia si spegne.

Il suono ammaliante dell'andirivieni

della cresta schiumosa dell'acqua.

L'immenso azzurro

che si confonde, al fine,

col ceruleo colore del cielo.

In questa eterna immensità

annega il mio arcano pensiero.

Luna piena.

 

È buio e il cielo è pieno di stelle.

Inebriato, ammiro Venere

che ad occidente risplende,

mentre a meriggio c'è Giove.

Tutto il firmamento sfavilla

di mille lucine pulsanti.

Ma quando spunti tu, o luna,

le accechi tutte, una ad una.

Con un gran faccione irridente,

sembri dire esultante:

"Son io la regina del cielo".

Man mano che sali nella volta celeste,

con la tua argentea veste,

illumini di nuovo la terra.

E al viandante, che erra

smarrito,

indichi la strada sicura

nella notte che sembrava

buia ed oscura.           


 

RACCONTI

(Ispirati da viaggi nel Regno Unito)



Il Castello di Leeds
(Capacità linguistiche)

 


Qualche estate fa, volendo andare a visitare Londra per alcuni giorni, avevo trovato un'inserzione sul Sunday Times con la quale un farmacista di Ladbrokes Road affittava, per una settimana, un appartamento di due stanze, cucina ed un giardinetto con cancello annesso ad un ampio parco privato, in Elgin Crescent, nella zona di Notting Hill e Portobello Road: proprio quello che cercavo.


Fu così che partimmo per Londra ed andammo ad abitare in quel'appartamento al piano terra di un edificio molto particolare a forma semicircolare.

Mio figlio Vittorio, che allora credo avesse circa 10/11 anni, fece amicizia con un bambino di nome Felix, che abitava di fronte, dall'altro lato di un parco bellissimo, molto grande e tranquillo. Lì, dove si erano conosciuti, spesso giocavano insieme, pur senza conoscere l'uno la lingua dell'altro, con una specie di monopattino rudimentale, costruito dal padre di Felix, che Vittorio chiamava "carruoccio".

(Scoprirò solo qualche anno dopo che proprio in quel parco, dove avevamo trascorso delle piacevoli ore, sarebbe stato girato il film “Notting Hill”, con Julia Roberts e Hugh Grant).

Poiché non eravamo mai stati prima a Londra, uscivamo tutte le mattine in giro per la città alla scoperta dei luoghi più belli, usando la metropolitana.

Infatti prima di partire dall'Italia avevo acquistato un abbonamento settimanale alla metro, per tutta la famiglia.

Girammo tutta la città in lungo e in largo, visitammo oltre ai posti più famosi: Bukingam Palace, Big Ben, il Parlamento, tutti i vari musei, Piccadilly Circus, Trafalgar Square, ecc..., anche tutti i parchi: Saint James’s Park, Green Park, Kensington Gardens con "The Serpentine", ecc...

Nel prendere la metro, spesso ci capitava di vedere, affisse nei vagoni del treno, delle locandine pubblicitarie, tra le quali era molto pubblicizzata la visita al castello di "Leeds", a loro dire: il Castello più bello del Regno Unito.

Ci venne il desiderio di andarlo a vedere.

Bisognava prendere la ferrovia dalla stazione "Victoria" fino alla città di Maidstone e proseguire con un bus fino all'ingresso del castello.

Così  facemmo.

Mentre eravamo sul treno, alla fermata di una stazione intermedia mia moglie mi chiese: "Dove siamo arrivati?".

Io mi affacciai dal finestrino ed esclamai : "siamo nella stazione di Waiting room!", così come avevo letto su un cartello che stava lì di fronte. Sentii mia moglie esplodere in una fragorosa risata e con lei i miei figli (anche se non avevano capito il perché). Rimasi attonito, ma poi chiesi spiegazioni di tutta quella ilarità e mia moglie, sempre ridendo, mi disse che avevo letto il cartello su cui c'era scritto "sala di attesa" e non  il nome della stazione.

Da New Romney a Canterbury
(Capacità linguistiche: atto 2°)

 

 

Qualche anno dopo il primo viaggio a Londra, tornammo in Inghilterra con la macchina.

Tramite un catalogo di viaggi turistici, avevo prenotato una stanza in un villaggio vacanze nella campagna dell'Inghilterra di Sud-Est, in un paese chiamato New Romney.

Vi giungemmo in una giornata estiva da Folkstone, dopo aver attraversato il tunnel sotto la Manica all'interno di un  treno, con le auto incolonnate nei vagoni, come una lunga colonia di formiche.

In genere, nei villaggi vacanze inglesi la gente è solita affittare, per un weekend o una settimana, una casa-roulotte  con due o tre camere da letto più il soggiorno e i servizi (quando parlo di camere in una roulotte, intendo degli angusti spazi divisi da sottili pareti di legno).

Io, invece, ero riuscito ad ottenere una spaziosa camera al primo piano nella struttura centrale, dove c'erano il bar, le sale da gioco, un ampio atrio con la reception, e soprattutto una grandissima sala di intrattenimento. Sul fondo della sala era situato un palco, con dinanzi  una grande pista da ballo, dove la sera tutti i clienti, seduti ai tavoli, potevano assistere ad uno spettacolo, ballare o esibirsi al karaoke.

All'esterno, dal lato affacciato sul mare (verso la Manica), c'era anche una bella piscina, nella quale si tuffavano i bambini con i loro genitori, senza curarsi che questa era presa d'assalto da numerose anatre selvatiche, quando non c’era nessuno in acqua.

Devo confessare che un pomeriggio afoso feci un tuffo anch'io.

Tutte le sere scendevamo nella grande sala, prendevamo posto ad un tavolo, e dopo aver ordinato una pepsi cola o una birra "lager", assistevamo allo spettacolo.

Una sera fummo anche invitati a gran voce, visto che eravamo gli unici stranieri, a partecipare al karaoke. Ma, poiché non c'era nessuna base musicale italiana, fummo costretti a cantare "a cappella".

Io cantai la canzone di Gianni Morandi "C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones", mentre mia moglie cantò una canzone di Sylvie Vartan: "Come un ragazzo".

Ricevemmo tanti applausi e tanti consensi; ci divertimmo moltissimo.

Quasi tutte le mattine uscivamo con la macchina per esplorare le zone circostanti e per visitare i paesi e le città lungo la costa Sud inglese. Così vedemmo le città di Hastings, Eastbourne, ma soprattutto Brighton, dove restammo incantati di fronte alla bellezza del "Royal Pavilion".

 

Una mattina decidemmo di andare a visitare anche la città di Canterbury. Per non allungare il percorso, non prendemmo l'autostrada, che faceva un largo giro, invece pensammo di arrivarci percorrendo delle strade secondarie,  seguendo la cartina stradale (in questo modo il viaggio sarebbe stato molto più corto).

Purtroppo, il guaio delle vie secondarie è che hanno pochi cartelli stradali, per cui, senza indicazioni, agli incroci è facile sbagliare. Così fui molto contento quando, giunti in prossimità di un bivio, mi sembrò di vedere un cartello con la scritta: “Canterbury”.

Come la vidi esclamai: "è qui che dobbiamo andare!". Mia moglie, che mi faceva da navigatore, ridendo, mi rispose: "Lì ci vai tu!". "Come!, obiettai , "sul cartello è indicata la direzione per Canterbury!".

Nel frattempo c'eravamo fermati e mia moglie, sempre ridendo a crepapelle, mi disse : "leggi meglio".

Non ci crederete, ma sul cartello c'era scritto "Cemetery".

In giro per il Regno Unito

(La fortuna aiuta i principianti)


Premetto che conosco il Regno Unito meglio dell’Italia, perché nei circa venti anni in cui ci sono andato, l’ho girato in lungo e in largo.

Un anno avevo organizzato un viaggio per andare a vedere la città di York.

  Sfogliando varie cartine e guide turistiche avevo visto che a nord di York, non lontano (poco meno di un’ora di macchina),  c’era una città molto caratteristica: Durham;

 

per cui decisi di arrivare fin lì, per poi ridiscendere lungo la costa del Mare del Nord  e fare l’ultima tappa prima del rientro, nel Norfolk a Great Yarmouth, una turistica e ridente cittadina, con una splendida e lunghissima spiaggia di sabbia, più o meno seguendo il percorso in figura:

 

Dopo essere rimasti incantati dalla vista dell'interno della cattedrale di York e del panorama della città di Durham, visto da un alto ponte prima di arrivare in città, proseguimmo per un altro posto molto caratteristico: la città di Whitby. 

 

Vorrei sottolineare che, a seconda della grandezza della città e del numero dei luoghi da  visitare, ci fermavamo per uno o più giorni.

Whitby è una cittadina incantevole situata in una insenatura naturale, sovrastata da un promontorio sul quale sorge un’abbazia benedettina.

Le sue austere rovine medioevali sono più di un semplice paesaggio, infatti intere generazioni sono state attratte da quello splendido promontorio, non solo come insediamento storico, ma anche come posto di devozione religiosa e di ispirazione letteraria.

Un altro luogo da visitare a Whitby è  "Il Captain Cook Memorial Museum". L'edificio del museo, chiamato “Walker's House”, apparteneva al capitano John Walker, del quale James Cook fu apprendista.

Infine, sul bordo inferiore del promontorio dove è situata l'abbazia, è sicuramente da vedere la chiesa di Saint Mary, che è stata designata come edificio storico di primo grado.

Si tratta di una chiesa parrocchiale anglicana, fondata intorno al 1110, anche se il suo interno risale principalmente alla fine del XVIII secolo

Salto tutti gli ulteriori posti e città visitate durante il viaggio e mi soffermo solo sull'ultima cittadina in cui abbiamo soggiornato: Great Yarmouth.

Lì avevo affittato, come fanno quasi tutti i cittadini inglesi, una grande roulotte con tre camere da letto, un ampio soggiorno con un bel divano, un angolo cucina sufficientemente ampio e il bagno.

La roulotte era situata di fronte al mare in un enorme parco verde, arricchito da tante aiuole di fiori variopinti. All'ingresso del villaggio vacanze c'era un ampio parcheggio, ombreggiato da numerosi alberi ad alto fusto e, poco più avanti, un grande edificio con  la reception, molte sale da gioco per grandi e piccini e una sala bar. Al primo piano dell'edificio, in un vasto salone, tutte le sere, seduti ai tavoli, si poteva assistere ad uno spettacolo, oppure si poteva ballare su un’ampia pista antistante al palco.

Great Yarmouth è una ridente cittadina turistica situata sul Mare del Nord, con una lunga spiaggia di sabbia. Questa è costeggiata da un'ampia strada con un lungo marciapiede, sul quale è situata una fila quasi ininterrotta di costruzioni coloratissime, piene di luci lampeggianti,  sale giochi, ricche di slot machines, flipper, biliardi, pedane danzanti, friggitorie e sale bingo, che, soprattutto la sera, sono presi d'assalto da una gran folla di turisti.

All'interno di queste coloratissime costruzioni c'erano, inoltre, numerose macchinette (mangia soldi): ricordate quelle che negli anni 60 ci permettevano, inserendo una monetina, di poter tentare di prendere un pacchetto di sigarette, manovrando una strana mano meccanica, che potevamo spostare con dei pulsanti in linea orizzontale e verticale?

Ebbene, allora erano piene di peluches raffiguranti alcuni personaggi dei cartoni animati che, inserendo 50 centesimi,  potevi tirar su con due tentativi. Solo che le macchinette erano truccate: non sempre la mano si stringeva sull'oggetto che desideravi agganciare; il più delle volte al momento della risalita si apriva, lasciando cadere la preda. In effetti si stringeva solo dopo un certo numero di tentativi (molti).

 Una mattina, volli tentare anche io la sorte. Inserii un pound (sterlina) per fare quattro tiri. Con mia grande meraviglia, al primo colpo riuscii a tirare fuori un  peluche:  Winnie the Pooh.

“Che fortuna!”, pensai.

Al secondo tentativo, ero sicuro che la mano si sarebbe riaperta, invece, con mia grande meraviglia, tirò su un altro personaggio: Tiger.

Ero tutto entusiasta, perché avevo intuito che la macchinetta si era bloccata, perciò sicuro feci il terzo tiro e, come sperato, tirai su uno dei sette nani: Dotto. Allora, euforico, feci il quarto tiro, ma ogni bel sogno svanisce, la mano, come per incanto, si era sbloccata e tornò su vuota. Comunque, contentissimo, andai via con i miei tre trofei, dopo aver perso, però, un altro pound, nella vana speranza che la macchinetta si bloccasse di nuovo.

Quasi tutti i pomeriggi, scendevamo sulla spiaggia a prendere il sole e, qualche volta,  a bagnarci (almeno fino alla vita). Sembrerà strano, pur essendo sul Mare del Nord, nei giorni soleggiati, questo era sufficientemente caldo per fare il bagno. Infatti, per effetto delle maree, la mattina, il mare arretrava di decine di metri, lasciando il fondo completamente asciutto. Il sole, battendo per diverse ore su quella parte di spiaggia, la riscaldava. Per cui, nel pomeriggio, quando la marea risaliva, la spiaggia ritornava ad essere inondata dall'acqua, che diventava sufficientemente calda da permettere la balneazione.

Lungo tutta la spiaggia, nella parte superiore a ridosso del marciapiede, erano installate in fila tantissime cabine variopinte, che i villeggianti fittavano per l'intera giornata. Queste erano corredate di sedie, un tavolo ed anche un fornello per cucinare, infatti stando sdraiati sulla spiaggia si avvertiva un forte odore di fritto proveniente proprio dalle cabine.

Tutti i pomeriggi nel salone grande, al primo piano, si giocava a "bingo". Un pomeriggio, in cui non eravamo andati sulla spiaggia a prendere il sole, perché il tempo non era bello, salimmo anche noi al primo piano per giocare a bingo.

Non ci crederete!

Quel pomeriggio fummo particolarmente fortunati, vincemmo, consecutivamente, ad eccezione dell'ambo, terno, quaterna, cinquina e bingo.

La gente ci guardava con occhi esterrefatti ed anche noi non riuscivamo a crederci (ma, chiamatela come volete! Fu "la fortuna dei principianti", in inglese: It's just beginner's luck).

Comunque i premi non erano certo di grande valore: alcune chincaglierie per mia moglie e due bottiglie di spumante (inglese).

Il regalo più importante fu la vincita del bingo che consisteva in una settimana gratis nel villaggio vacanza, ma da sfruttare nel mese di settembre.

Poiché noi dovevamo andar via di lì a poco e non potevamo ovviamente tornare nel mese di settembre, scambiammo la settimana vinta col prolungamento gratuito di altri due giorni nel villaggio.


 

Viaggio in 4 atti lungo le coste della Scozia

Atto I°: la costa di Nord Est.

 

Questa volta vorrei raccontare il viaggio che facemmo per visitare la costa Nord della Scozia: uno dei paesaggi più belli che abbia mai visto.

Partimmo da Edimburgo, capitale della Scozia, dove eravamo arrivati con un volo aereo e dopo aver noleggiato una macchina (logicamente con lo sterzo a destra e il cambio a sinistra, come si usa in Inghilterra).

Lungo l'itinerario ci fermammo a visitare, tra l'altro: Saint Andrews, città universitaria, ex borgo reale.

Dundee (la quarta città più popolosa della Scozia, situata sulla sponda nord dell'estuario del  fiume Tay). Il famoso castello di Balmoral, residenza estiva della casa reale (dove fu incoronato re Giorgio IV  e che divenne residenza reale nel 1948 quando la regina Vittoria e il suo consorte principe Alberto decisero di trascorrervi il periodo estivo).

E, infine, giungemmo  sulla costa nord est del Mare del Nord, esattamente nella più grande città della zona: Aberdeen.

Questa è una bella città con costruzioni molto caratteristiche, tra cui il municipio (council). Girovagando per le strade ci capitò di passare davanti alla vetrina di un’agenzia turistica, dove erano esposte tantissime cartoline. Una di queste attirò la mia attenzione; in alto, a caratteri cubitali, riportava la scritta: Aberdeen, mentre al centro era raffigurata una grande piazza con una costruzione in stile indiano, circondata da bellissime fontane. Poiché qualche anno prima avevamo visitato il Royal Pavilion a Brighton, mi sembrò verosimile che anche qui ci fosse una costruzione nello stesso stile (purtroppo non avevo  fatto i conti con  lo "humor" inglese).

Volendo andare a visitare quella costruzione, entrai e, indicando la cartolina, chiesi dove fosse quel bellissimo palazzo.

Il signore dell'agenzia, dopo un attimo di titubanza, con un ampio sorriso (una risata contenuta, tipica inglese), mi rispose: "If  you want to see that building, you have to go to India".

Poiché, come al solito, non ero riuscito a capire  cosa avesse detto in inglese, mi rivolsi a mia moglie, ed anche lei, con una mezza risata  sulle labbra, mi disse: “ha detto che se vuoi vedere quella costruzione devi andare in India”.

Solo allora capii che si trattava del Taj Mahal. Infatti, guardando bene, vidi che c'erano altre cartoline con diversi fotomontaggi tra cui una con la piramide di Cheope al centro della stessa piazza.

Uscimmo ridendo, mentre io, in cuor mio, maledicevo lo "humor" inglese.


 

 

Atto 2°: da Inverness a

John O'Groats

 

 

Dopo aver lasciato Aberdeen, giungemmo ad Inverness.

 

Inverness è una città situata sulla costa nord-orientale scozzese, dove il fiume Ness incontra il Moray Firth, e proseguendo verso l'interno si congiunge con "Loch Ness".

È la città più grande, nonché capitale culturale delle Highlands scozzesi.

Nel centro storico è situata la "Old High Church": una caratteristica chiesa del XVIII secolo; inoltre un bellissimo castello del 1836, situato su una collinetta che si affaccia a picco sul fiume Ness, domina la città.

Sempre nel centro della città  c'e un grande shopping center, con una bellissima galleria ricca di negozi. Qui mi capitò un episodio insolito, bizzarro: in genere porto sempre in testa un berrettino (credo, così, che coprendo la calvizie, possa migliorare il mio aspetto). Quel giorno ne avevo uno nero con sulla fronte disegnati quattro piedi accavallati di un uomo e una donna e con la scritta inglese: "make love not war". Passeggiando, incrociammo un gruppo di ragazzini, e subito vidi che guardavano curiosi il mio cappellino e sghignazzavano tra loro, dandosi di gomito; avevo completamente dimenticato che stavamo in Inghilterra e non in Italia, dove difficilmente si fa caso a scritte inglesi. Mi sentii un pochino in imbarazzo, ma proseguimmo nello shopping.

Dopo aver visitato ben bene la città ed aver assistito ad una simpatica parata militare della banda scozzese in gonnellino, con tanto di cornamuse e preceduta da numerose majorette in abiti tipici del luogo, partimmo per raggiungere John O' Groats, l’estrema punta nord della Scozia.

Qui arrivammo costeggiando il mare, dopo aver visto panorami mozzafiato, di una bellezza unica, con colori che sfumavano dal verde vivido della costa all'azzurro intenso del mare.

John O' Groats sorge sul promontorio terminale  della costa del nord; da qui  si può ammirare l'arcipelago delle Orcadi, che si estende a perdita d'occhio nel mare. Sulla scogliera campeggia un grande faro bianco e una lunga scaletta di pietra arriva giù su un piccolo molo, dove sono ormeggiati motoscafi e barconi che portano i turisti a visitare le varie isole dell'arcipelago e che fanno anche da collegamento con quelle abitate.

Davanti al faro si trova una grande costruzione, che funge da ritrovo; all’interno c’è un bar con sedie, tavolini e tanti articoli da regalo, dove i visitatori possono intrattenersi per bere una tazza di tè caldo e mangiare dei gustosi pasticcini. Nel parcheggio antistante al bar c'è una caratteristica insegna: attaccati ad un palo ci sono numerosi cartelli, disposti a forma di stella, che indicano in miglia la distanza dalle città più grandi d'Inghilterra e del mondo, come Londra, Parigi, Roma e New York.

Il cartello che, però, colpì maggiormente il mio interesse fu quello che indicava la distanza (874 m.) dall'altra punta estrema del Regno Unito: Lands' End, nella Cornovaglia.

Mentre stavamo bevendo un buon tè caldo sentii un tintinnio e di lì a poco vidi arrivare un signore in abiti folcloristici, che agitando un campanello, urlava: "Get off on the docks to embark". Come al solito la mia scarsa conoscenza dell'inglese mi portò a fare la solita gaffe: infatti chiesi a mia moglie: "Ma perché urla di non imbarcare i cani?" Come sempre mia moglie, divertita, mi rispose: "ma no! Sta solo invitando i turisti a scendere sul molo per l'imbarco !"


 

Atto 3°: da John O’Groats a Ullapool

 

Avevamo appena lasciato lo splendido panorama delle isole Orcadi, diretti a Ullapool, lungo la costa Nord, dove avevamo letto esserci degli splendidi giardini tropicali (la cosa ci incuriosiva molto: giardini tropicali a quelle latitudini!),  quando fummo letteralmente abbagliati da paesaggi stupendi.

Ad ogni curva era uno spettacolo nuovo con colori smaglianti tra cielo, mare e terra. Una costa frastagliatissima, ricca di scogli, isolotti, promontori e profonde gole che si insinuavano quasi fino ai bordi della strada, con pareti di terra rossa che contrastavano  con il blu intenso del mare, si presentò ai nostri occhi.

Credo sia impossibile descrivere la bellezza di quelle coste, bisogna solo vederle! In ogni anfratto di roccia c'erano miriadi di nidi di gabbiani, con i loro pulcini più grandi delle madri.

Man mano che avanzavamo il paesaggio tendeva a spianare in una specie di pianura, ricca di laghetti ed acquitrini: la famosa brughiera scozzese, un tipo particolare di vegetazione, caratterizzata dal brugo (Calluna vulgaris; che viene chiamata anche landa a brugo), in cui predomina una vegetazione erbacea arbustiva con cespugli spinosi dai fiorellini viola, che danno a quelle terre uno strano colore violaceo.

Prima tappa di questo nuovo percorso fu Thurso, un piccolo paesino situato sulla costa, con un  vecchio ed austero maniero, a cui è possibile accedere attraverso un’antica porta in pietra.

 

Pernottammo in un piccolo hotel con non molte camere da letto, una sala da pranzo fornita di una piccola veranda ed un'altra sala per l'intrattenimento.

Noi fummo alloggiati in una stanzetta al primo (ed unico) piano.

La sera, dopo cena, ci riunimmo tutti nella saletta dell'intrattenimento e con nostra grande sorpresa verso le ore venti arrivò un simpatico vecchietto che, accompagnandosi con un vecchio organetto, si mise a suonare canzoni di musica country.

Le persone presenti, di nazionalità inglese (tutte eccetto noi), cominciarono a cantare,  a battere le mani a tempo e ad oscillare sulla sedia a destra e a sinistra. La cosa fu così coinvolgente che anche noi ci associammo agli altri e passammo una piacevolissima serata.

Il giorno dopo riprendemmo il viaggio verso Ullapool e la vicina Inverewe, distante da questa  pochi chilometri, alla ricerca dei giardini tropicali.

La vista era sempre allietata da numerosi fiordi (Firth o loch; qui mi corre l'obbligo di fare una distinzione tra i due termini; una profonda insenatura del mare: fiordo dovrebbe dirsi Firth, mentre un lago dovrebbe dirsi loch, ora però in Scozia può avvenire che un fiordo venga anche detto loch. Tra i più noti va ricordato: Loch Eriboll).

Spesso queste profonde insenature sono piene di isolotti; la strada spesso li costeggia e solo raramente li attraversa con ponti.

Queste stradine che costeggiano i fiordi sono molto strette, hanno un'unica carreggiata e l'incrocio tra le macchine è garantito solo da appositi slarghi ogni cento o duecento metri e non di rado si incontrano tratti sterrati, privi di asfalto.

Nel percorrerle ci capitò di bucare una gomma: per noi una grandissima sventura!

Io ero poco pratico di macchine inglesi e mi ci volle un bel po' di tempo per trovare la ruota di scorta, e, per quanto ci mettessi tutta la mia buona volontà, non riuscivo assolutamente a trovare il cric. C'eravamo fermati sul ciglio della strada, cercando di lasciare lo spazio per il transito di un'altra macchina. Poiché era un tratto in collina, lungo tutto il bordo superiore della strada correva un canale di raccolta delle acque che in rigagnoli scendevano giù.

Mentre, disperato, cercavo inutilmente di accingermi a cambiare la ruota (avevo solo trovato il posto dove era situata quella di scorta), per nostra grande fortuna, passò una jeep.  L'autista, notata la nostra disperazione, si fermò e con la solita cortesia inglese ci chiese se volevamo aiuto. Io non persi l'occasione e con grande concitazione cominciai a dire quelle poche parole inglesi che avevo imparato: "help me, help me!". Il signore molto gentilmente scese dalla sua jeep e, vista la mia totale incapacità, fece tutto da solo. Prese la gomma, montò il cric (che io non avrei mai trovato perche completamente diverso da quello usato in Italia), e cominciò a svitare i bulloni. Io nel frattempo mi ero fatto sempre più sul ciglio superiore della strada e guardavo inebetito il signore inglese che stava cambiando la ruota della macchina al posto mio, né mi passò minimamente per l'anticamera del cervello l’idea di dargli una mano.

Poiché l'erba era bagnata, cominciai lentamente a scivolare nel fossato di scolo (come si vede nelle scene a rallentatore dei film). Mia moglie, dall'altra parte della macchina, guardava divertita la scena. Fu così che scoppiò in una sonora risata, non appena mi vide completamente sprofondato nel canale, dal quale usciva a malapena la testa. Il signore inglese, sentendo la risata di mia moglie, si voltò e vide che inutilmente cercavo di tirarmi su, aggrappandomi alla terra viscida, che non permetteva nessun appiglio. Rivolto a me gridò : "Come on, what are you doing there?", ma vedendo che non riuscivo a muovermi, mi allungò il braccio e, afferrando la mano, con uno strappo poderoso mi tirò fuori.  Fu così che non solo il poverino dovette cambiare la gomma della mia auto ma dovette addirittura salvarmi!


 

 

Atto 4°: da Ullapool all'isola di Skye

  

 

Dopo la disavventura della foratura della gomma e dopo essere passati per l'incantevole cittadina di Eriboll, sull'omonimo fiordo, giungemmo a Ullapool: un borgo di pescatori composto da tante casette colorate, situato anch'esso su un profondo fiordo. Qui pernottammo in un bed and breakfast molto suggestivo, che si affacciava sul mare, con una graziosa veranda, con pochi tavoli per la colazione, ma adornata da tanti vasi pensili pieni di fiori variopinti.

La mattina successiva partimmo per Inverewe, a pochi chilometri da Ullapool, per vedere finalmente questi famosi giardini tropicali.

 

Erano situati lungo il bordo di un fiordo: loch Ewe, dove d'estate pare giunga la "corrente del Golfo".

Effettivamente c'erano tante piante fiorite e tante aiuole ricche di fiori variegati: dalie, rododendri, fucsie e glicini.

Passeggiammo lungo sentieri bordati da piantine iridescenti e sotto enormi alberi dagli enormi grappoli di fiori gialli, che formavano una fantastica, coloratissima, galleria.

Ma, la cosa che più mi colpì furono le coltivazioni di pomodori, piselli e soprattutto cavoli giganti dal colore viola, che non avevo mai visti prima.

Con gli occhi ancora pieni di quella fantastica visione, partimmo per l'isola di Skye, dove avremmo visto un'altra meraviglia della natura: le "Fairy Pools", le magiche piscine delle fate.

 Luogo chimerico che neanche la più fervida fantasia riesce ad immaginare.

Lungo la strada ci fermammo ad ammirare il castello di Eilean Donan, un altro posto incantevole,  in cui, su un isolotto in mezzo al mare, congiunto con la terra da uno strettissimo ponte, si erge un antico castello.

La prima cosa che attirò la nostra attenzione fu lo straordinario luogo  in cui sorgeva il castello: un'isola in mezzo ad un grande lago azzurro (in realtà una lingua di mare o Lochalsh), in cui convergono tre fiordi: Loch Long a nord, Loch Alsh a ovest e Loch Duich a sud-est.

 

Dopo aver visto le bellezze mozzafiato di quel paesaggio,  proseguimmo il nostro viaggio.

Poiché avevo la necessità di fare benzina alla macchina, ci fermammo ad uno dei pochi distributori che avevamo incontrato lungo la strada.

Purtroppo, in tutto il Regno Unito non esiste personale addetto alle pompe di benzina, ma devi fare tutto da solo: devi scendere dalla macchina, staccare la pompa di benzina dalla colonnina, fare rifornimento, riagganciare la pompa al distributore ed infine andare a pagare alla cassa, che il più delle volte è all'interno di una stazione di servizio, che funge anche da bar&shop.

Mi fermai e scesi dalla macchina, con l'intento di fare benzina, ma lo sportellino del carburante era chiuso. Cercai in tutti i modi di trovare dove era situato il dispositivo per l'apertura: sotto allo sterzo, ai lati del sedile, vicino ai tergicristalli elettrici, ma fu tutto inutile, non ci riuscii.

Nel frattempo si era formata una discreta coda di macchine.

Il signore che stava con la sua vettura dietro di me, visto che non mi muovevo, si avvicinò e cortesemente chiese se poteva essere utile. Mia moglie gli spiegò che eravamo stranieri e che, avendo noleggiato la macchina, non la conoscevo bene e che non riuscivo a trovare la chiavetta di apertura dello sportellino del carburante.

Il signore, con la solita flemma inglese, guardò il cruscotto staccò la chiave e fece un semplice movimento di pressione sulla parte in plastica , lì dove c'è la chiusura delle portiere; si sentì un click e, come per incanto, lo sportellino si aprì.

A quel punto scoppiammo tutti a ridere.


 

Lo scoiattolo impertinente
(Da un capo all'altro del Regno Unito)

 

Voglio raccontarvi, ora, il viaggio che facemmo per andare a vedere "Lands End", punta estrema della Cornovaglia, il capo opposto a Jhon O' Groats in Scozia.

Credo che tutti coloro che hanno visto il film: "Maledetto il giorno che ti ho incontrato" di Carlo Verdone, con Margherita Buy, conoscano le bellezze di quel luogo, perché lì furono girate molte scene di quel film.

Ci fermammo in un Holiday Park a St. Ives, una ridente cittadina situata poco prima della punta estrema della Cornovaglia, su uno sperone di terra così stretto che le case della città si affacciano, sia a sud che a nord, su due splendide baie.

In questo grande villaggio vacanze, ricco di fiori, di leprotti che correvano da tutte le parti, ma soprattutto di simpatici scoiattoli che si arrampicavano sui rami degli alberi, avevamo affittato un bungalow in pietra. Una folta piantagione di alti cerri ombreggiava i numerosi parcheggi, situati davanti ai cottage e ai bungalow in affitto.

Inoltre all'interno del villaggio c'era un grande campo da golf, frequentato anche da giocatori professionisti.

 

Non lontano da St. Ives, dal lato della Manica, scoprimmo che c'era un luogo che credevo esistesse solo in Normandia: "St. Michael's Mount", identico a "Mont Saint Michel" !

Infatti anche lì, in una posizione quasi simmetrica a quella francese, sormontato da una vecchia fortezza, c'è un isolotto  che, quando si abbassa la marea, si congiunge alla terraferma con un viottolo lastricato. È inutile dire che lo andammo a visitare e, seduti su uno dei bastioni della fortezza, restammo a contemplare il panorama e a consumare un lauto pranzo (un panino) fino a quando non dovemmo, di gran carriera, ritornare sulla terraferma, non appena cominciò ad alzarsi la marea. Avremmo potuto correre il rischio di restare bloccati per altre sei ore.

Una mattina, mentre sorseggiavo un buon caffè (nei viaggi all’estero portiamo sempre con noi la vecchia "moka"), avvicinandomi alla porta a vetri dell'ingresso per osservare le condizioni del tempo, mi accorsi che, poggiato con le zampine sulla parte inferiore del vetro, c'era un simpatico scoiattolo che sbirciava dentro. Per non farlo scappare mi mossi lentamente e tentai di aprire la porta per farlo entrare, ma non appena si accorse della mia presenza fuggì e si andò a nascondere dietro al muro della casa, sulla destra.

Poiché ne intravedevo la coda, lasciai la porta d'ingresso socchiusa e corsi a prendere un biscottino, che misi per terra davanti all'uscio, per attirarlo, ed aspettai. Non dovetti attendere molto, perché lo scoiattolo, con fare guardingo, arrivò,  prese il biscotto e fuggì via. Non andò molto lontano, si fermò a qualche metro per sgranocchiare il biscotto. Ripetemmo questa operazione diverse volte, ma ogni volta collocavo il biscottino sempre più vicino alla soglia, con l'intento di farlo entrare.

Fu così che riuscii ad attirarlo nella stanza, anche se con fare sospettoso; ogni volta prendeva il biscottino e correva fuori. Intanto non mi ero accorto che erano finiti i biscotti (il pacco, purtroppo, fin dall'inizio, era semivuoto). Non sapevo come fare per invogliarlo a tornare, quando mia moglie mi suggerì l'idea di provare a dargli un grissino. Infatti, ne presi uno e tenendolo per un'estremità glielo porsi; lo scoiattolo, che nel frattempo era diventato  meno diffidente nei miei confronti, si avvicinò, afferrò il grissino per l'altra estremità e corse via. Questa volta, poiché la preda era molto più grande, non si fermò a pochi metri da casa, ma si arrampicò su un ramo di un alto albero che stava lì di fronte e vidi che, mantenendo il grissino con le sue piccole zampine, lo sgranocchiava felice.

 

 

I gabbiani di Llandudno:

atto primo.


La necessità aguzza l'ingegno.

 

 

Avevamo da poco comperato un bungalow sulla costa nord del Galles, quando una mattina decidemmo di andare a visitare una cittadina a pochi chilometri da casa: Llandudno.

Il paese è situato in una stupenda insenatura ed è racchiuso ai lati da due promontori: ad oriente “ Little Orme”, ad occidente "Great Orme": due superbi promontori che dominano dall'alto una verde vallata esposta a nord sull'oceano Atlantico.

In quel gelido mare si specchia una ridente cittadina, costruita agli inizi dell'Ottocento, ricca di alberghi, piccoli e grandi, che, allineati, si estendono lungo tutta la costa, da un capo all'altro. Una larga strada asfaltata costeggia la riva nord del paese e tra la strada e il lembo del mare c'è  un lunghissimo e largo marciapiede, ideale per godersi una piacevole passeggiata.

La mia più grande meraviglia fu nel vedere questo bellissimo nastro lastricato ricoperto di infiniti pezzetti di "scorze di cozze".

In cuor mio pensai: "Però questi gallesi sono proprio degli sporcaccioni! Prima mangiano le cozze e poi buttano le scorze a terra!...Altro che gli italiani!" .

Ma mentre stavamo passeggiando, all'improvviso, sentii arrivare dall'alto, quasi sui piedi, una cozza che si ruppe in mille pezzi, e, altrettanto all'improvviso, vidi piombarmi davanti un grande gabbiano che in un baleno afferrò la parte molle della cozza, che si era rotta, e volò via. Solo allora capii l'arcano: non solo nell'uomo  ma anche in tutte le specie animali, " la necessità aguzza l'ingegno".

I gabbiani non sapendo come fare per riuscire a spaccare le cozze e prenderne il nutrimento, le staccavano col becco dagli scogli, poi, volando in alto, le lasciavano cadere sul duro marciapiede, in modo che si rompessero in pezzi.

La cosa mi stupì molto e levando lo sguardo in alto vidi numerosi gabbiani che ripetevano lo stesso gesto... Non si finisce mai d'imparare.


 


 

I gabbiani di Llandudno:

atto secondo.

L'evoluzione della specie. (Il furto rende più del lavoro).

 

 

 

Alcuni anni dopo, sempre passeggiando sul  bellissimo marciapiede del lungomare di Llandudno (per intenderci quello  che nel racconto precedente era pieno di pezzetti di cozze), con mia grande sorpresa, mi accorsi che era molto più pulito: i frammenti di cozze erano pochissimi, quasi del tutto trascurabili.

Pensai che, forse, il comune (council) tutte le mattine provvedeva  alla pulizia delle strade e dei marciapiedi con qualche squadra di spazzini o con qualche mezzo speciale, fornito di grosse spazzole ruotanti e di un aspiratore, come avevo visto fare a Dresda (Germania) qualche anno prima.

In cuor mio mi complimentavo per l'efficienza delle autorità comunali.

Ma da lì a poco avrei scoperto, ancora una volta, il mistero!

Su quel bel marciapiede del lungomare, in prossimità del molo (le cittadine inglesi, che si affacciano sul mare, sono quasi tutte fornite di bellissimi moli che si addentrano nel mare), ci sono numerosi e coloratissimi chioschi con i tetti più strani: a forma di imbuto, semisferici, tetragonali o di altre strane forme, che vendono di tutto, dai famosi hot dogs alle ciambelle fritte, ai calzoni ripieni, che loro chiamano "Cornish pasty", alle patatine fritte (chips) ed ai gelati (ice  cream). Preso dalla curiosità di assaggiare quei famosi  "Cornish pasty", ne comprai uno.

Essendo, però, ancora caldo e fumante, lo tenevo con la mano destra un po' in alto, per farlo raffreddare.

Mentre distrattamente camminavo, in un battibaleno, un enorme gabbiano, venendo da dietro alle mie spalle, col becco strappò  la mia "prelibatezza", lasciandomi tra le mani solo la carta in cui essa  era avvolta e dandomi sulla guancia destra un colpo d'ala che mi lasciò quasi inebetito. Vi lascio immaginare le imprecazioni che ne seguirono.

Dopo un poco, sbollita la rabbia, assistetti ad una nuova scenetta: un bimbo, passeggiando sul molo con la mano a sua madre, leccava gustosamente un gelato, che gli avevano appena comperato.

Di nuovo arrivò un gabbiano e, con mossa repentina, col becco ingoiò in un solo boccone tutta la crema che  fuoriusciva, lasciandogli in mano il cono vuoto. Non vi dico i pianti del bimbo, mentre i genitori ridevano a crepapelle (loro erano abituati a scenette del genere!), infatti, mi accorsi che quasi tutte le persone, che mangiavano un panino, un dolcetto, o una qualsiasi frittella, erano guardinghe e cercavano con le mani di coprire il loro pasto.

Per farla breve, i gabbiani avevano modificato il loro metodo di nutrimento: per procacciarsi il cibo, anziché strappare le cozze dagli scogli e poi rompere il guscio col solito metodo, avevano trovato più comodo, ma soprattutto più proficuo, scipparlo dalle mani delle persone, con quei repentini assalti di pirateria aerea.

Una mia banale riflessione: non solo gli uomini trovano più proficuo "rubare", ma anche gli animali!


Confronto: tra la mala sanità

inglese

e la sanità di eccellenza

 italiana.

 

 Comincio col raccontare quello che un giorno mi è accaduto mentre stavo nel Galles del Nord, e più propriamente nella mia casetta di campagna di un paesino chiamato Abergele.

Erano circa le diciannove quando all'improvviso mi sentii male e stavo per perdere i sensi. Per non cadere rovinosamente a terra, col rischio di farmi male, in un momento di coscienza mi sdraiai sul pavimento (che lì non è per niente duro e freddo, essendo fatto di legno e moquette) e chiamai mia moglie. Spaventata, accorse subito e chiamò un numero di emergenza.

Nel giro di pochi minuti vidi, attraverso i vetri della porta d'ingresso, una luce gialla lampeggiante (...già, dovete sapere che lì le porte d'ingresso sono tutte a vetri, non come in Italia dove sono tutte blindate, con una lastra d'acciaio spessa 3/4 cm.).

Poco dopo due infermieri ed un medico stavano verificando il mio stato di salute, misurandomi la pressione e chiedendo delucidazioni a mia moglie.

Io, nonostante vivessi già da alcuni anni  in Galles, non ero riuscito ad imparare l’inglese, riuscivo a dire solo qualche parola (ancora oggi per me l’inglese è una lingua ostica).

Mia moglie, al contrario, oltre ad essere una professoressa d'inglese, parlava e parla quella lingua con disinvoltura e proprietà di linguaggio.

Per farla breve, decisero di mettermi su una barella e portarmi di corsa all'ospedale più vicino: Bodelwyddan, che distava da casa pochi chilometri. Nel giro di qualche minuto giungemmo all'ospedale: una struttura molto grande e nuovissima.

Non mi portarono al pronto soccorso, come erroneamente credevo, ma direttamente in una stanza di rianimazione: "resuscitation room", perché temevano che avessi avuto un infarto.

Lì subito mi misero la strumentazione elettronica per controllare il cuore. Nel contempo arrivò un cardiologo che esaminò il mio stato generale di salute e mi fece cento domande, alle quali, non conoscendo la lingua, puntualmente non seppi rispondere.

Per fortuna c'era mia moglie con me, che poté fornire tutte le spiegazioni possibili.

Sennonché, volendo che fossi personalmente io a rispondere alle loro domande, chiesero al personale presente in ospedale di reperire un medico che parlasse l'italiano. Nel giro di qualche minuto arrivò un giovane medico indiano che parlava perfettamente l'italiano (dovete sapere che gli indiani amano l'Italia, perché Sonia Ghandi, moglie del figlio di Indira Ghandi, è italiana).

Comunque, saltando inutili sproloqui, spiegai al medico indiano che ero cardiopatico e che avevo avuto una specie di collasso.

I medici, dopo aver accertato che non c’era stato alcun evento infartuale o altro tipo di danno cardiaco, mi lasciarono in osservazione per circa altre tre ore, sempre sotto controllo da parte di qualche infermiere.

Verso mezzanotte, ritornarono in camera e mi spiegarono che la causa della mia lipotimia era dovuta ad uno sbalzo di pressione, che comunque questa era troppo alta ed andava regolata con l’ausilio di qualche medicinale (è da allora, infatti, che prendo un farmaco per normalizzare la pressione).

Quindi mi dissero che ero in dimissione e potevo ritornare a casa.

Alla mia obiezione che era troppo tardi e che non sapevo come rientrare a casa, con tranquillità mi risposero che avrebbero provveduto loro a chiamare un taxi.

Così, dopo circa cinque minuti arrivò un taxi che ci portò a casa (senza nessuna spesa ospedaliera).

 

Qualche anno prima era successa la stessa cosa nella casa di Salerno. Sempre temendo che potesse trattarsi di un inizio d'infarto, chiamammo il 118.

L'ambulanza arrivò dopo circa mezz'ora (tutti noi nel frattempo eravamo vissuti con un grande patema d'animo!)

Arrivarono due barellieri ed un giovane medico che subito misurò la pressione e ci tranquillizzò, perché, secondo lui, non c'era nessun infarto in atto. Poi mi caricarono sulla barella e mi portarono al pronto soccorso dell’ospedale San Leonardo.

Non potete immaginare la folla che c'era. La barella passò tra due ali di persone di ogni ceto sociale e con differenti acciacchi: chi aveva le gambe ingessate, chi le braccia rotte, chi piangeva e chi silenziosamente e mestamente aspettava, sia sedute che in piedi. Poiché dovevano riportare la barella in ambulanza, mi fecero scendere e mi fecero sedere su una sedia (questa fu una grande fortuna, perché la maggior parte delle persone, che aspettavano in quel corridoio, dove mi avevano lasciato, stava in piedi).

In fondo al corridoio, sul lato opposto rispetto al mio, c'erano due porte: una sempre chiusa ed una seconda che si apriva a ritmo incessante con un andirivieni di gente in camice che sghignazzava e rideva senza ritegno.

Tutto questo durò per circa tre ore, nel frattempo io mi ero completamente ripreso e cominciavo ad avere fame, per cui mi alzai ed andai al bar, che era situato nell'atrio (...ah, avevo dimenticato di dire che tra l'atrio ed il corridoio del pronto soccorso c'era una porta, ma era perennemente aperta, forse era incastrata). Giunto al bar, ordinai un caffè ed un cornetto e col telefonino chiamai mio figlio, chiedendogli di venirmi a prendere.



Viaggio nel tempo

Premetto che, come quasi tutti i professori di matematica, non credo affatto nei medium e nelle loro capacità di predire il futuro. Credo, invece, che siano dei grandi truffatori che speculano sulla dabbenaggine della gente (soprattutto dei più disperati). Devo raccontare, però,  un paio di episodi, a dir poco: "strani".

Il primo è capitato a me quando avevo poco meno di venti anni.

Una notte sognai alcuni eventi che sarebbero accaduti il giorno dopo. Infatti, la mattina dopo mi svegliai con una strana sensazione addosso.

Dopo essere uscito, mi accorsi che stavo facendo le stesse cose, negli stessi luoghi e con la stessa ritualità di ciò che avevo sognato la sera prima. Pur essendo conscio di quello che mi accadeva e che avrei potuto fare cose diverse da quelle sognate, non mi riuscì di farlo, come se una strana forza me lo impedisse .

Per fortuna, il sogno era durato poco e si era limitato a pochi feedback, infatti poco dopo mi sentii libero da quella "strana" atmosfera e cominciai ad agire senza condizionamenti!

Col tempo, ho ripensato spesso a quegli avvenimenti, ma non sono mai riuscito a spiegarli convintamente.

Qualche anno dopo, mentre discorrevo con un mio amico, un collega di matematica, anche lui molto positivo e per niente fantasioso, mi raccontò un episodio che gli era accaduto qualche giorno prima e che non riusciva a capire se fosse realmente accaduto o solo sognato.

Un pomeriggio si era addormentato sul divano  e, mentre dormiva, come per incanto, una parte immateriale di sé si era staccata dal corpo e lentamente aveva cominciato a levitare verso l'alto.

Aveva oltrepassato i vari piani del palazzo, il tetto e, sospesa, si librava nell'aria, riuscendo a vedere tutto quello che stava accadendo giù per le strade: le persone che camminavano sui marciapiedi, le macchine che transitavano, e persino il suo corpo disteso sul divano, all’interno dell’appartamento, come se i muri fossero trasparenti.

Una forza lo attirava verso l'alto in un’atmosfera quasi piacevole.

Ma, forse, resosi conto che così facendo non sarebbe mai più tornato sulla terra, con un immane sforzo, costrinse quella parte di sé a rientrare nel corpo.

Non appena questo avvenne, si risvegliò.

Qui finiscono le due storie.

Ora devo, però, necessariamente fare una riflessione!

Noi, secondo le credenze religiose, dovremmo essere composti da corpo e spirito (materia ed antimateria).

Comunque, a prescindere dalle credenze religiose, conosciamo molto poco le capacità della nostra mente: secondo molti studiosi, ne sfruttiamo solo il 10%; se fossimo capaci di utilizzarla tutta, potremmo godere di possibilità straordinarie.

Ora è innegabile che il "pensiero" possa travalicare il corpo e viaggiare nello spazio e nel tempo.

Viaggiare nel tempo non è un’utopia fantascientifica, la conferma arriva dagli esperti: raggiungere il futuro è tecnologicamente plausibile, mentre il vero problema è tornare al passato.

Il professor Seth Lloyd, docente di meccanica quantistica al MIT di Boston, per esempio, sostiene che si viaggi nel tempo quotidianamente.

Per la precisione, lo fanno al nostro posto i satelliti che compongono il sistema gps, i cui orologi integrati vanno più veloci di ben 38 millisecondi al giorno rispetto ai loro “colleghi” terrestri.

Alla luce di queste considerazioni potrebbe essere plausibile che la nostra parte immateriale, anima, spirito, pensiero o chiamatela come volete, per una qualche capacità insita in noi non ancora conosciuta, possa viaggiare nel tempo e nello spazio, per poi far ritorno nel nostro corpo.

 

FINE