Ringraziamenti

I miei ringraziamenti più sinceri vanno a tutta la mia famiglia,
a partire da mia figlia Mirella,
che mi ha aiutato nel rivedere l’intero romanzo e nel correggere le bozze,
a mio figlio Vittorio,
che è stato l’ispiratore
della prima parte,
e non ultime a mia moglie Elena e a mia figlia Caterina,
che mi hanno sempre incoraggiato a crederci durante l’intera  stesura.
Un particolare riconoscimento va a mio fratello Vincenzo,
che ha corretto la bozza della seconda parte del libro.
Raffaele



Questo libro è un’opera di fantasia.
Ogni riferimento a persone reali o circostanze
 realmente accadute è puramente casuale.
I fatti ed i dialoghi narrati sono libera
espressione della fantasia dell’autore
e non hanno nessuna pretesa di valore
storico o scientifico.  
L’autore.


 
Personaggi :

Stefan Furore: protagonista, reporter del giornale Eco d’Italia.
Nathan Maven: capo redattore della sede in cui lavora Stefan.
Morena Mordelli: fidanzata di Stefan e collega di redazione.
Sharon: moglie di Nathan, amante segreta di Stefan.
Angela e Riccardo: colleghi di redazione di Stefan.
Wang Lian (che in cinese significa fiore di loto): nobile della dinastia Zhon,
ingegnere biologa.
Zhu Peng: amico d’infanzia di Lian.





Ambientazioni:

Roma: redazione del giornale Eco d’Italia.
Wuhan, Cina: luogo dove si è diffuso per primo il virus covid 19.
Wang Gong Tun – Jilin, Cina: luogo dove i protagonisti si rifugiano.

Capitolo I
La redazione del giornale Eco d’Italia

Un nuovo limpido giorno spuntava sui tetti di Roma. Un raggio di sole, penetrando attraverso le tapparelle semichiuse, indorava i folti e crespi capelli biondi di Stefan.
Con un lungo sbadiglio si svegliò, di mala voglia scese dal letto e si accinse ad affrontare un nuovo giorno di lavoro.
Stefan Furore  era un giovane di bell’aspetto, laureato in legge, di circa trent’anni, alto, fianchi diritti, pettorali ben definiti e con una barbetta rossa non lunga, ma sagomata sul viso e dai profondi occhi azzurro-oltremare, che facevano impazzire quasi tutte le donne, che lo conoscevano.
Era redattore reporter in una delle sedi del giornale “Eco d’Italia”, situata a Roma in piazza Trilussa, vicino a ponte Sisto e al lungotevere Raffaello Sanzio. Era solito pranzare all’Hosteria dei Numeri Primi a due passi dalla sua redazione. Spesso portava le ragazze a bere un buon calice di vino all’Enoteca Ferrara o a prendere un caffè al Bum Bum Bar Brasileiro.
Il suo redattore capo, Nathan Maven, era un uomo distinto di poco più di cinquant’anni, quasi calvo e non grasso. Nathan aveva sposato Sharon, una donna di circa venticinque anni più giovane di lui, alta circa un metro e settanta, castana e dal fisico sinuoso e molto procace.
In redazione, insieme a lui, c’erano dieci persone: sei uomini e quattro donne, tra cui Morena, una ragazza mora, molto bella, esile, alta circa un metro e ottanta, con la quale aveva una relazione in corso.
Quella mattina non aveva una gran voglia di andare al lavoro, avvertiva come un presentimento che qualcosa stesse per accadere.
Molto lentamente si alzò dal letto, andò in bagno per tirarsi a lucido, indossò un completo da uomo blu, molto elegante, come faceva quasi ogni mattina, mise una cravatta avion con delle strisce oblique blu ed era pronto per uscire dal suo appartamento in via Giulia, non molto lontano dal suo ufficio, quando all’improvviso squillò il telefono.
Era Morena.
Con stupore le chiese:
"Ciao amore, cosa devi dirmi di così urgente, per avermi chiamato a quest'ora?".
Lei, con tono freddo, rispose:
"Dove possiamo vederci? Ti devo parlare".
"Ma… è successo qualcosa?"
"Se ti chiamo, evidentemente sì!"
"Mi fai stare in pensiero, non puoi accennarmi qualcosa?"
“Non al telefono!”
“Allora ci vediamo al solito posto, al Bum Bum Bar Brasileiro, così potremo berci un buon caffè e fare colazione”.
“Non penso che sia il caso di bere un caffè… Ciao, ci vediamo al bar”.
Stefan prese le chiavi dell’appartamento, uscì, chiuse la porta e pensieroso si avviò giù per le scale verso l’appuntamento con Morena.
Cosa mai di tanto urgente gli doveva dire? Con questo dubbio s’incamminò lentamente verso ponte Sisto, per andare al bar.
Arrivò dopo circa dieci minuti. Trovò Morena ad attenderlo davanti all’ingresso del bar. Le si avvicinò per darle un bacio, ma lei con una mossa repentina si sottrasse.
Cosa era accaduto?
Si sedettero ad un tavolino e subito Morena venne al dunque:
“Ascoltami, Stefan. So che gli uomini, ogni volta che una donna fa loro gli occhi dolci, si sentono in dovere di andarci a letto”.
“Io non lo penso”.
“Perché, non è vero che sei stato a letto con Sharon?”
“Non crederai che abbia adescato Sharon?”
“Certo che no. È lei che ha adescato te. E tu non hai saputo resistere e te la sei portata a letto”.
Stefan tacque.
“Dunque, è un sì?”
“Mi dispiace, ma non sono un monaco”.
“Hai avuto altre donne?”.
Ancora una volta Stefan rimase in silenzio.
“Giorni fa” continuò Morena “Angela mi ha rivelato di aver avuto in passato un amante, che era molto più giovane di lei e che l’aveva lasciata per una bellissima ragazza molto avvenente, che conosciamo entrambe. Eri tu il suo amante, vero?”.
Stefan rimase sorpreso dal suo intuito:
“Come hai fatto a capirlo?”
“Mi sembra che tutto torni. La tua nuova amante è Sharon!”
Stefan non proferì parola.
“Avevo notato che ogni volta che Sharon veniva in redazione a trovare il marito Nathan, poi passava dal tuo ufficio. Non riuscivo a capire perché, ora tutto è chiaro, fissavate data e luogo dell’incontro”.
“Non posso smentirti, ma credimi, io amo te. Sharon è solo un’attrazione fatale”.
A questo punto, Morena scoppiò in lacrime e uscì di corsa dal bar.
Stefan rimase seduto a pensare per un po’, poi ordinò un caffè e un cornetto, fece colazione in gran fretta e si avviò verso la redazione.
Sperava con tutto il cuore che Morena non rivelasse niente agli amici della redazione e che il suo capo Nathan non venisse mai a conoscenza della cosa, altrimenti sarebbero stati guai seri!
In redazione trovò Morena, che si stava asciugando le lacrime confortata da Angela e Riccardo.
Ecco! Prima o poi Nathan avrebbe saputo tutto!
Fu così che una mattina il suo capo redattore Nathan Maven, ascoltando involontariamente il chiacchiericcio, che si faceva in redazione, venne a sapere che la moglie lo aveva tradito con il suo miglior reporter Stefan Furore.
Andò su tutte le furie, avrebbe voluto urlare e rompere tutto, ma decise di dominarsi.
In un primo momento, pensò di proporre ai titolari del giornale di licenziare Stefan, per mancanza di etica. Ma poi scartò questa idea, perché Stefan Furore era uno dei migliori redattori e, se lo avessero licenziato, avrebbero fatto gli interessi della concorrenza, che già da tempo stava cercando di portarlo via dall’Eco d’Italia ed inserirlo tra i loro redattori, dandogli una paga migliore. Ma Stefan fino ad allora aveva sempre rifiutato qualsiasi nuova offerta, perché si trovava fin troppo bene all’Eco d’Italia e adesso Nathan ne capiva il perché.
D’altra parte, l’anno precedente, il giornale aveva avuto una grande notorietà e diffusione grazie ad uno scoop giornalistico di Stefan.
Il redattore dott. Stefan Furore, infatti, aveva aiutato le forze dell’ordine a sgominare una delle famiglie più importanti della camorra napoletana.

Capitolo II
Da Roma a Wuhan

Erano queste le ragioni per cui il capo redattore Nathan Maven aveva rispetto e stima del suo dipendente dott. Stefan Furore, solo che non poteva perdonargli il fatto che era andato a letto con la moglie. La sua presenza lo infastidiva, aveva voglia di prenderlo a pugni; doveva, assolutamente, trovare un modo per allontanarlo per qualche tempo dalla sua vista.
Gli venne in mente di mandarlo in missione. Ma dove? “Il più lontano possibile”, pensò, “in Cina”.
In quei giorni, si faceva un gran parlare sulla possibilità che la pandemia del coronavirus, che aveva imperversato per mesi in Italia e nel mondo, non fosse di origine naturale. Il presidente americano Trump aveva ventilato l’ipotesi che il virus fosse stato creato nei laboratori di Wuhan, e minacciava ritorsioni contro la Cina.
Quale occasione migliore per mandare ad indagare il suo reporter più famoso e bravo in Cina?
Fu così che la mattina seguente convocò il dott. Stefan Furore nel suo ufficio:
“Buongiorno, dott. Furore le comunico ufficialmente che dovrà recarsi in Cina, a Wuhan, per un reportage sull’origine del coronavirus e la sua diffusione”, disse Nathan, fissando Stefan negli occhi, con sguardo di sfida.
Questi capì subito l’antifona e, senza batter ciglio, rispose:
“Bene, credo che, come al solito, il soggiorno e la trasferta saranno pagati dal giornale… spero che anche questa volta l’albergo sia all’altezza come in precedenza!”
“Certo”, rispose stizzito Nathan.
“Entro dieci giorni, potrai ritirare il biglietto di andata dell’aereo e il voucher dell’albergo. Ogni ulteriore spesa ti sarà rimborsata al rientro, dietro presentazione di relative ricevute. Nel frattempo sei dispensato dal venire in ufficio”.
Dieci giorni dopo, quando di venerdì Stefan Furore arrivò nel suo ufficio, trovò sulla scrivania il biglietto aereo ed il voucher per l’hotel: Hilton Wuhan Riverside, N°190 Binjiang Avenue a Wuhan.
Fuori dalla porta intravide la sagoma di Morena. Fino ad allora non si erano più parlati, uscì e la chiamò. Morena si voltò, esitò un attimo, ma poi corse ad abbracciarlo. Si era resa conto che era stata la causa dell’allontanamento di Stefan dalla redazione. In fondo, gli voleva ancora bene e non vederlo più, per chissà quanto tempo, le metteva addosso un gran magone.
“Mi dispiace”, gli disse “non volevo che Nathan ti allontanasse da me, ma mi hai fatto soffrire tanto… io ti amo ancora e non voglio perderti”.
Stefan la strinse forte tra le braccia, le diede un bacio appassionato sulla bocca e rispose:
“Scusami, amore mio, so di averti fatto del male, ma, credimi, è stato solo un momento di attrazione fatale, non ho saputo resistere alle lusinghe di Sharon”.
Morena, mentre lo stringeva forte e lo baciava appassionatamente, piangeva disperata, sapeva che non lo avrebbe più visto per parecchio tempo. Stefan delicatamente la staccò da sé e le porse un fazzoletto per farle asciugare gli occhi.
“Mi accompagni domenica all’aeroporto di Fiumicino?”
“Sì, volentieri… A che ora hai l’aereo?”
“Alle 13,25 è prenotato il volo di linea Lufthansa da Roma per Wuhan, con scali a Francoforte e Pechino”.
Abbracciati uscirono dalla redazione, avevano messo alle spalle ogni risentimento e potevano continuare in armonia la loro relazione. Scesero in strada, fecero una lunga passeggiata sul lungotevere e verso le tredici andarono a pranzare, come di consuetudine, all’Hosteria dei Numeri Primi. Dopo aver pranzato, andarono a casa di Stefan e per consolidare la loro riappacificazione fecero l’amore. Morena rimase lì tutta la notte ed anche il giorno successivo, il sabato prima della partenza di Stefan.
Una bella intesa era ritornata tra loro. Morena lo riempì di raccomandazioni, doveva tenersi lontano dalle belle ragazze, altrimenti ci sarebbe ricascato (conosceva il suo pollo). Doveva telefonare tutte le mattine e farle il resoconto della giornata precedente.
Stefan obiettò:
“Guarda che le cose potrebbero andare ben diversamente da come immagini e potrei essere costretto a non poterti telefonare”.
“Ecco, subito cominci a mettere le mani avanti per fare il comodo tuo!”
“No, Morena, volevo solo avvisarti che vado in Cina, lì le libertà personali non contano, ricordati che indagare su qualcosa che i cinesi non vogliono che si sappia può comportare dei rischi, anche seri”.
“Dai, non mettere il carro davanti ai buoi, vedrai che tutto andrà bene”.
La conversazione finì con un lungo bacio.
Stefan era fatto così: non sapeva resistere di fronte alla bellezza di una donna. Morena Mordelli era molto bella, aveva un visino dolce e grazioso, un corpo da mannequin, appena ricoperto da una vestaglietta corta trasparente. Stefan la strinse forte a sé, la prese tra le braccia, la portò sul letto e fecero l’amore.
Domenica mattina, una valigia trolley a quattro rotelle rosso fiammante, era pronta davanti al letto, Morena si era accertata che ci fosse tutto il necessario, mentre Stefan riponeva il suo computer portatile nella sua ventiquattrore. Alle undici in punto scesero da casa e salirono sulla macchina, Morena si mise al volante e si avviò verso l’aeroporto Leonardo da Vinci dove giunsero intorno a mezzogiorno. Stefan abbracciò calorosamente Morena, che non finiva di dargli consigli, le diede un ultimo saluto e si incamminò verso il checkin.
Alle 13,25, l’airbus A350 della Lufthansa, con Stefan a bordo, partiva in direzione Francoforte, dove giungeva, perfettamente in orario, alle 15,20.
L'aeroporto di Francoforte fu il primo scalo che Stefan Furore fece, dovette cambiare aereo e salire su un boeing 747 della stessa compagnia. Si adagiò su un comodo sedile in prima classe; il viaggio era lungo e aveva bisogno di stare il più comodo possibile. Alle 17,15 l’aereo partì, dopo il decollo due steward e due hostess in livrea ufficiale mantenevano i rapporti con i passeggeri; con quelli della prima classe erano particolarmente gentili. Chiesero a Stefan se desiderasse qualcosa da bere, prima dello snack pomeridiano; prese un martini. Le hostess lo avevano subito adocchiato, era particolarmente bello, alto, biondo e con due occhi azzurri profondi, una barbetta rossiccia ben definita, elegante in un doppio petto blu scuro.
Durante il lungo volo non gli fecero mancare niente, sempre premurose, pronte ad ogni sua richiesta. Dopo la mezzanotte si addormentò e si svegliò solo la mattina dopo, poco prima che l’aereo atterrasse alle 8,30, per il secondo scalo a Pechino. Qui scese e dovette cambiare aereo e compagnia aerea, salì su un airbus A320 della Air China con destinazione Wuhan; l’aereo decollò alle 11,10 e giunse a Wuhan alle 13,25 di lunedì, dopo poco più di diciotto ore dalla partenza.
Dopo tutti gli espletamenti di rito, lunghi e particolarmente noiosi, finalmente intorno alle 14,50, era pronto per la sua avventura a Wuhan.
Prese un taxi e si fece portare all’hotel Hilton Wuhan Riverside, n° 190 Binjiang Avenue, Hanyang District.
Era un lussuoso albergo a cinque stelle, che sorgeva sulla riva sinistra del fiume Yangtze. Era situato in una posizione ideale, vicino ad alcune delle più note attrazioni di Wuhan.

Stefan vi arrivò che erano circa le quattro del pomeriggio, fu accolto con molta cortesia ed accompagnato nella carnera 612 al sesto piano. La camera era ampia, silenziosa e confortevole, con vista sul fiume Yangtze, che attraversa l’intera città. La biancheria da letto e il set da bagno erano tutti ben stirati e puliti.
Stefan, dopo tante ore di viaggio, era stanco, si buttò sul letto, prese il suo smartphone e chiamò Morena:
“Ciao amore, sono appena giunto in albergo. Qui sono le quattro del pomeriggio, che ore sono lì a Roma?”
 “Ciao amore mio, ero in pensiero, finalmente ti risento. Qui sono le dieci del mattino… Come ti trovi?”
“L’albergo è molto bello, la stanza è ampia e luminosa, la hall è fantastica, non ho avuto ancora il modo di vedere il resto dei servizi. Poiché sono stanco, credo che farò un bel sonnellino ristoratore, nonostante l’ora. Ci sentiamo domani, un po’ più sul tardi. Ciao”.
“Ciao, ci sentiamo domani” replicò Morena.
Stefan posò il cellulare, si tolse la giacca e le scarpe, si girò su un fianco e si addormentò.
Si svegliò che erano passate le venti, era ora di cena, cercò di darsi un aspetto decoroso, scese nella hall, chiese del ristorante, gli fu risposto che c’erano ben quattro ristoranti, ne scelse uno, si sedette ad un tavolo e cenò.
Era ancora frastornato dal viaggio, andò alla reception e si fece dare una mappa della città, si fece segnare i posti più suggestivi da visitare e risalì in camera. Tirò fuori dalla valigetta il suo computer portatile, lo accese e configurò il WiFi con la nuova password dell’albergo. Poi dalla valigia grande prese il pigiama di seta e dopo essersi spogliato lo indossò, prese il taccuino degli appunti, si sdraiò sul letto e cominciò a scrivere il promemoria delle cose da fare il giorno dopo… pian piano si addormentò: aveva ancora del sonno arretrato da smaltire.
Erano le otto del mattino quando si svegliò, si sentiva in forma, fece colazione al ristorante e salì su in terrazzo; da qui si ammirava un panorama molto suggestivo, l’hotel era splendidamente situato sulla riva del fiume Yangtze, il fiume più lungo della Cina.
Ridiscese nella sua camera e diede uno sguardo ai luoghi segnati sulla cartina: lo Yellow Crane tower, la Pagoda della Gru Gialla, un edificio di grande significato per la storia dell'arte, lo Wuhan Yangtze River Bridge, il Qingchuan Cabinet, il Guiyuan Temple ed, infine, Hubu Alley o Hubu Lane, un punto di interesse popolare della città di Wuhan.
Stefan, appena uscì dall’hotel, andò dritto alla metropolitana, situata a pochi minuti da lì; si recò a Hubu Lane, come primo interessante luogo da visitare.
Questo vicolo è una corsia centenaria lunga 150 metri, conosciuta come la ‘prima corsia principale dello snack dal sapore cinese’. È famoso per offrire tutti i tipi di snack e cibo di strada, con oltre un centinaio di ristoranti, distribuiti su entrambi i lati della corsia.
Qui avrebbe potuto fare tutte le domande possibili alle persone e raccogliere informazioni sul virus covid 19, senza dare nell’occhio.
 
La prima cosa interessante che seppe, stando a numerose testimonianze raccolte, fu che il pipistrello non era un cibo venduto a Wuhan, tanto meno nel famoso mercato del pesce, che sicuramente sarebbe stato una delle sue prossime mete.
Però, per prima cosa Stefan volle visitare i luoghi dove sorgeva il Wuhan Institute of Virology, nelle vicinanze dalla Yellow Crane tower (torre della gru gialla). Con la scusa di essere interessato all’arte, si recò a Snake Hill, dove si trova l'attuale struttura alta 51,4 metri, che fu costruita nel 1981, anche se la torre esisteva in varie forme già nel 223 d.C. Qui controllò tutte le persone, che entravano e uscivano dall’istituto di virologia, con l’intento di intervistare uno dei dipendenti, anche se il suo interesse era rivolto particolarmente a quelli di sesso femminile.
Non si avvicinò a nessuna di loro, si limitò a studiare per alcuni giorni una ragazza, che aveva notato per la sua particolare avvenenza: tutti i giorni, a pranzo e a cena, si recava in un ristorante di Hubu Lane.
Si trattava di una ragazza più alta della media, dall’andamento molto determinato, sintomo di una forte personalità, con un visino dai lineamenti piccoli e delicati: un tipino che gli andava proprio a genio.
Quando per l’ennesima volta vide che entrava nel solito ristorante, la seguì, si sedette ad un tavolo di fronte a lei e cominciò a guardarla intensamente. La ragazza, dal canto suo, lo aveva notato subito, era particolarmente lusingata dalle attenzioni di quel giovane europeo, del resto Stefan non era il tipo che passava inosservato alle donne.
Uscendo, in perfetto inglese, gli chiese:
“Sei inglese?”.
Stefan meravigliato rispose:
“No, sono italiano”.
“Sei italiano? Amo gli Italiani”.
Per un attimo rimase interdetto, ma subito si alzò, le porse la mano e si presentò:
“Mi chiamo Stefan Furore e tu?”, le disse anche lui in un ottimo inglese.
“Wang Lian”.
“Piacere di conoscerti, Wang Lian… Io sono un giornalista italiano, in gita turistica a Wuhan”.
“Io, invece, sono un ingegnere biologo e lavoro a poca distanza da qui… Se vuoi puoi chiamarmi semplicemente Lian”.
“Certo! Molto volentieri, anche tu puoi chiamarmi semplicemente Stefan”.
Insieme, si accinsero ad uscire dal locale.
Lian si avviò verso il suo ufficio; Stefan, che non voleva accomiatarsi subito, le chiese:
“Posso accompagnarti?”
“Volentieri”, rispose Lian, “ma devo rientrare in ufficio, qui non sono tollerati i ritardi”.
“Non importa”, rispose Stefan, “per il momento mi limiterò ad accompagnarti all’ufficio, ma spero che mi darai la possibilità di rivederti”.
“Ci possiamo vedere domenica, quando finalmente sarò libera dal lavoro, alle nove, davanti al ristorante, dove ci siamo conosciuti”.
“Ci sarò certamente”, le rispose Stefan, porgendole la mano per salutarla.
Stefan era molto contento della conoscenza fatta, per un duplice motivo: sia perché Lian era sicuramente un’importante dirigente dell’Istituto di virologia, sia perché era una bellissima ragazza. Aveva solo un dispiacere: era appena  martedì; per rivederla doveva attendere altri cinque giorni.
Per riempire i giorni di attesa, Stefan si diede alla visita degli altri luoghi della città, evidenziati sulla cartina, fornitagli dalla receptionist.
Passeggiò nel meraviglioso parco sottostante l’albergo, lungo le rive dello Yangtzed, arrivò fino allo Wuhan Yangtze River Bridge, superbo ponte sullo Yangtze. Visitò il Qingchuan Cabinet, un complesso di edifici architettonici in stile tipicamente orientale e il Guiyuan Temple, luogo di meditazione buddhista. Ma non dimenticò certo di visitare il famigerato mercato del pesce, un luogo, per Stefan, orrendo, maleodorante, dove si vendeva di tutto, soprattutto animali. Nel contempo, proseguiva la sua indagine, ascoltando le congetture della gente sulla propagazione del coronavirus.
Tutte le sere, intorno alle venti, chiamava Morena con il cellulare. Le relazionava su tutto ciò che aveva visto e sentito durante la giornata, una sola cosa aveva omesso di dirle: l’incontro con Lian.
 
 
Capitolo III
Wang Lian e il covid 18

Domenica mattina, Stefan si alzò allegro, pensando all’incontro con Lian. Dopo una doccia corroborante, mise del gel sui capelli crespi, per evitare che si scarmigliassero come al solito, sfoltì e definì bene il contorno della barbetta, rassodò le guance con un fragrante dopobarba, indossò, come al solito, il suo doppiopetto blu e scese nella hall, aspettò che arrivasse un taxi e si fece portare sul luogo dell’appuntamento.
Lian arrivò poco dopo. Era proprio una bellissima ragazza orientale, snella ma non troppo magra, indossava una camicetta di seta bianca a fiorellini blu, sopra una gonna svolazzante turchese, a puntini bianchi, che le arrivava al ginocchio. Era sorridente e, appena vide Stefan, gli corse incontro e lo salutò, stringendogli la mano.
“Ciao Stefan, come va? Girando per la città, hai trovato cose belle da vedere?”
“La cosa più bella, che ho visto, in tutta Wuhan, sei tu”, disse Stefan in tono adulatorio.
Lian rise.
“Voi Italiani siete tutti dei Latin lover… Cosa prendi per colazione?”, chiese.
“Avrei preso volentieri un caffè, ma preferisco un cappuccino ed un pasticcino. Il caffè è buono solo a Napoli… Però, offro io”, rispose Stefan.
“Ah, ah, ah… Napoli?”, rise ancora Lian.
Si sedettero ad un tavolo, l’una di fronte all’altro, e spesso si guardavano negli occhi, quasi a volersi studiare.
“Dunque”, proseguì Lian, “sei un giornalista in cerca di notizie, ma di che genere?”
“No!” obiettò Stefan “Sono solo un turista in giro per la Cina in cerca di cose belle da vedere”.
“Se vogliamo andare d’accordo, mettiamo subito le cose in chiaro”, ribatté Lian, “dobbiamo essere entrambi sinceri, niente bugie o sotterfugi. Tu mi hai abbordato perché, lavorando io all’Istituto di virologia, hai pensato che ti possa dare notizie utili su qualche ricerca interessante per te”.
“Ti faccio notare che non sono stato io ad abbordarti, ma sei stata tu a rivolgermi per prima la parola”, la contraddisse Stefan.
“Hai ragione, sono stata io a parlare per prima, ma tu mi seguivi già da un po’, segno che ti interessavo”.
“Non nego che mi interessi, anzi mi piaci molto”.
“I tuoi interessi verso di me vanno ben oltre la mia avvenenza. Hai ben altre mire. Ma anche il mio interesse per te è diverso da quello che tu credi. Non mi conosci abbastanza per dire che ti interesso. Sono molto diversa dal tipo di ragazza spigliata e disinibita che piace a te”.
“Ma chi ti dice che mi piacciono le donne facili? Più le donne sono complicate, più mi intrigano. Per quale motivo, allora, io ti interesso?”
“Perché, secondo me, potremmo reciprocamente trarre vantaggio dalla nostra conoscenza”, sussurrò Lian.
La conversazione si faceva sempre più interessante.
“Ammetti che è il mio lavoro che ti interessa”, proseguì Lian, “ed io ti rivelerò il mio interesse per te”.
Stefan era interdetto: se non avesse rivelato i motivi della sua missione, con molta probabilità la loro conversazione sarebbe finita lì, col rischio di non rivederla più. Inoltre, era molto curioso di sapere cosa Lian avesse voluto dire con le parole: “reciproco vantaggio”. Perciò, decise di dire un minimo di verità; il resto, se fosse stato il caso, sarebbe venuto dopo.
“Non so come hai fatto a capire, ma sono in missione a Wuhan per raccogliere notizie sul coronavirus”.
“Cominciamo a capirci”, gli sussurrò Lian all’orecchio.
“Cosa vuoi sapere del coronavirus?”, continuò Lian.
“Come è nato, se è vero che è stato realizzato nel vostro laboratorio, oppure è solo un’invenzione delle forze politiche di opposizione al regime comunista”.
“Devi, innanzitutto, sapere che i regimi popolari o totalitari, come la Cina, non permettono la circolazione di notizie contrarie alla loro politica”, rispose in modo sibillino Lian. A cosa volesse alludere non era per il momento chiaro.
“In Cina”, proseguì Lian, “non è consentito rivelare notizie che potrebbero danneggiare lo stato… A persone come me, che lavorano su progetti governativi, non è consentito rivelare niente di ciò che fanno, pena il carcere duro o la morte. Anche tu, amico mio, sei a rischio. Certamente i guardiani del popolo (che voi chiamate delatori) tengono d’occhio anche te, come tengono d’occhio me; una mossa falsa e finiamo entrambi nelle galere statali”.
Quelle strane parole avevano messo in allerta Stefan, un brivido gli era passato nelle ossa.
“Ma non abbiamo detto niente di male!”, obiettò Stefan.
“Non è il caso di proseguire oltre questa conversazione in luoghi chiusi”, gli sussurrò ancora una volta all’orecchio Lian, “potrebbero esserci altre orecchie ad ascoltare”.
Stefan, capita l’antifona, cambiò subito atteggiamento. Cominciò a ridere senza alcuna ragione ed a mostrarsi allegro. Lian lo assecondò.
“Dove andiamo?”, chiese Stefan, in tono scherzoso, alzandosi dalla sedia ed avviandosi all’uscita.
“In un grande parco, vicino a qualche bella fontana chiacchierina”, rispose Lian.
Stefan si ricordò del grande parco intorno al suo albergo, Lian fece cenno che andava bene e sempre sottovoce disse:
 “Facciamo finta di ridere e scherzare, non diamo la sensazione di parlare di cose serie, piuttosto che ci stiamo divertendo insieme. Sono sicura di essere seguita”.
Ridendo e scherzando, arrivarono nel parco, si avvicinarono ad una fontana e Lian per gioco schizzò con l’acqua Stefan, che divertito finse di arrabbiarsi:
“Non esistono posti migliori dove parlare?”, le chiese sottovoce, avvicinandosi a lei. “Non sarebbe meglio salire nella mia camera? Lì staremmo al sicuro”.
“Sei proprio ingenuo”, ribatté Lian, “ la tua camera sarà piena di microspie, lo fanno con tutti i giornalisti occidentali”.
Stefan cominciava ad avere un po’ paura, ma dove era capitato!
Lian, sempre fingendo di giocare con l’acqua, gli suggerì:
“Trova una scusa col receptionist del tuo hotel e fatti cambiare camera, così forse saremo al sicuro; io chiederò di vederti tra mezz’ora. Ah… dimenticavo, cambiati l’abito e le scarpe, sarebbe meglio che ti mettessi in pigiama e pantofole”.
Stefan seguì alla lettera le parole di Lian, la lasciò lì nel parco a giocare con l’acqua e ritornò a passo svelto in hotel, salì nella sua camera 612 al sesto piano ed entrò. Si guardò intorno, tutto gli sembrò in ordine, ma voleva rispettare il parere di Lian, che certamente ne sapeva più di lui. Doveva trovare una buona ragione per cambiare camera. Peccato! Era così bella!
Entrò nel bagno e con uno strappo potente e deciso ruppe il rubinetto, cominciò a schizzare acqua dappertutto ed il bagno iniziò ad allagarsi. Corse al telefono e chiamò la reception, segnalando l’inconveniente. Dopo pochi istanti arrivarono due inservienti che, notato il disastro, immediatamente chiusero la chiave d’arresto dell’acqua, in modo da fermarne la fuoriuscita.
Nel frattempo, Stefan si era tutto bagnato. Protestò col personale, come se si fosse trattato di un malfunzionamento dell’impianto idrico, e pretese il cambio di camera.
Salì il direttore, che umilmente si scusò molte volte e dispose immediatamente il cambio di camera. Ce n’era una libera: la 634, nello stesso corridoio al sesto piano, con le stesse caratteristiche della 612, con la stessa veduta, ma ancora più ampia; era una matrimoniale.
Stefan non eccepì, disse che per lui andava bene; gli inservienti, allora, trasferirono tutti i bagagli nella 634, si profusero ancora in ampie scuse ed andarono via. Stefan era raggiante, aveva ottenuto quello che voleva, sicuramente lì non c’erano microspie nascoste, inoltre guardava con piacere il letto matrimoniale, pensando a Lian. Nel trambusto creatosi era passata almeno mezz’ora ed infatti dopo poco squillò il telefono e la receptionist annunciò che stava salendo una signora che lo cercava. Stefan aprì la porta della stanza e dopo poco sentì che si era fermato l’ascensore al piano. Un inserviente spalancò, delicatamente, la porta dell’ascensore e, con un inchino, fece uscire Lian.
Stefan le andò incontro, la fece entrare nella stanza e repentinamente chiuse la porta. Erano entrambi molto contenti. Stefan era ancora tutto bagnato, non aveva fatto in tempo a cambiarsi.
Lian gli disse:
“Cambiati, poi prendi gli abiti bagnati, le scarpe, le valigie ed ogni altro bagaglio, portali nel bagno e chiudi bene la porta, io, nel frattempo, accendo la radio”.
Così fece, ebbe solo un attimo di esitazione nel tirarsi giù i pantaloni e restare in mutande. Lian se ne accorse e disse:
“Non avrai vergogna di me? Noi donne orientali non abbiamo nessun pregiudizio nel mostrare il nostro corpo, trovo che la morale cattolica limiti la vostra identità sessuale”.
“No, non ho nessuna vergogna, al contrario pensavo che tu avresti avuto scrupoli nel vedermi senza pantaloni”.
Lian scoppiò in una fragorosa risata.
“Piuttosto muoviti, abbiamo solo la giornata di oggi per dirci tutto quello che è necessario, da domani saremo sicuramente nell’occhio del ciclone”.
Stefan si mise in gran fretta il pigiama, prese le valigie ed ogni altro oggetto, li ripose nel bagno, chiuse la porta e fu pronto per ascoltare quello che Lian voleva dirgli.
“La prima cosa che ti devo dire”, cominciò Lian, “è innanzitutto la ragione per cui ti ho abbordato”.
Stefan sorrise.
“Sono diversi anni che voglio fuggire dalla Cina, non tollero più questo regime che mi toglie anche l’aria per respirare”, continuò Lian, “ma, da quando sono entrata in servizio in quel maledetto istituto di virologia, non ho avuto più la possibilità di uscire fuori dalla Cina, nemmeno per una visita turistica.  Quando mi sono accorta che ti interessavi a me, ho pensato che finalmente era arrivato il momento per abbandonare questa terra matrigna. Tu cerchi da me quello che ti posso fornire: la prova che il virus covid 19 è stato fabbricato nel laboratorio di Wuhan, mentre tu sei per me l’opportunità, che la sorte mi dà, per una nuova vita”.
“In che senso?”, chiese Stefan.
“Nel senso che mi aiuterai ad uscire insieme con te dalla Cina”.
“Come posso farlo?”
“Sono anni che ho pensato ad un piano di fuga, è tutto programmato nei minimi particolari. Anche perché, se sbagliamo una sola mossa, la nostra vita varrà meno che niente”.
“Mi fai quasi paura, nella tua fredda lucidità”, disse Stefan.
“Ascolta bene e tieni a mente ogni minimo particolare, ne va delle nostre vite. Tra oggi e domani faremo tutti i preparativi per la fuga, dobbiamo agire subito, prendere contro tempo quelli che ci controllano, prima che diano l’allarme alle forze dell’ordine e ci blocchino.
“Ma il gioco vale la candela?”, obiettò Stefan.
“Credo proprio di sì! Le informazioni e le prove, che ti darò, sono più esplosive di una bomba atomica”.
“Come credo che tu già sappia, è da tempo che stiamo lavorando sui coronavirus. Non già per ottenere un vaccino che neutralizzi il virus, questo è quello che facciamo credere, ma per realizzare un virus che il governo cinese possa usare come arma batteriologica per un’eventuale guerra mondiale”.
Stefan spalancò stupito gli occhi: come era possibile?
“Ma hai le prove di quello che dici? O mi stai prendendo per i fondelli?”
“Ti darò tutte le prove che vuoi. Anzi, quello che ho detto finora è il meno!”
“C’è dell'altro?”
“Ascolta”, continuò Lian, “sai bene che per vincere una pandemia ci vogliono dei farmaci adatti, oppure bisogna creare un vaccino. Ebbene, per questo virus farmaci adatti non ne sono stati trovati e per creare un vaccino valido ci vogliono dai 18 ai 24 mesi, nel frattempo ci sarebbero stati milioni di morti in Cina. Né è pensabile che un vaccino possa essere distribuito a tutti, immagini il prezzo che costerebbe una cosa del genere? Per tutto il popolo cinese ci vorrebbe una cifra astronomica. Ora, ascolta cosa hanno pensato i miei cari amici virologi di Wuhan: se anziché creare un vaccino, fossero riusciti a creare un virus, meno letale e molto meno pericoloso per gli uomini, ma capace di creare gli stessi anticorpi, propagandolo, avrebbero ridotto gli effetti del covid 19. Avremmo trovato la risoluzione del problema pandemia, in generale! È quello che abbiamo sperimentato nel nostro laboratorio. In altri termini, dietro autorizzazione e invito delle autorità politiche, che hanno accolto e sostenuto l’idea con grande interesse, abbiamo prodotto due virus; per nostra comodità li chiameremo: covid 19, quello letale, e covid 18, quello meno pericoloso (il controvirus). L’importanza di aver trovato questa tecnica per lo stato è come avere tra le mani un’arma ben più potente di mille bombe atomiche. Può diffondere il covid 19 in uno stato nemico, mentre immunizza la sua popolazione con il covid 18. Capisci l’importanza della scoperta? In questo momento, la Cina tiene in pugno il mondo! Per non parlare del costo veramente irrisorio della copertura economica. Creare i virus costa infinitamente meno di un vaccino, poi, mentre il vaccino va inoculato individuo per individuo, il virus si diffonde da solo; un individuo può propagarlo ad altri cento in una catena a piramide capovolta”.
“Tu puoi provare tutto questo?”, chiese Stefan sempre più preoccupato, quasi impaurito.
 “Certo, posso scaricare su una chiavetta USB tutta la corrispondenza intercorsa tra il mio istituto ed il governo centrale, nonché tutti i passaggi chimici e le manipolazioni effettuate”.
“Avevo letto un’intervista al premio nobel Luc Montagnier, in cui lo scienziato affermava di avere scoperto che il covid 19 era stato prodotto in laboratorio, che la sequenza del filamento RNA del virus era fatto di piccolissimi frammenti alternati da coronavirus, tratti dal pipistrello, e da altri piccolissimi frammenti tratti del virus HIV, in modo da renderlo molto aggressivo per l’uomo”, commentò Stefan.
“Il professore Montagnier sa quello che dice; sono gli altri che cercano di screditarlo, altrimenti verrebbero alla luce cose che devono assolutamente restare segrete”, rispose Lian.
“Ricordi Li Wenliang? Fu il primo medico che divulgò notizie sul coronavirus; fu subito imprigionato, anche se più tardi fu riabilitato. Ora ti spiego cosa accadde. Come tutte le scoperte, c’era bisogno di una sperimentazione che ne convalidasse la buona riuscita. Wuhan ebbe il privilegio di essere scelta come luogo dell’esperimento”, disse Lian in tono sarcastico.
“Già a settembre del 2019 fu fatto circolare il covid 18, in modo da immunizzare buona parte della popolazione cinese dal covid 19. Ricorderai che, in occasione dei Giochi Mondiali Militari, svoltisi a Wuhan dal 18 al 27 ottobre, molti atleti, anche di nazioni straniere, si ammalarono di una strana forma influenzale. Avevano contratto il Covid 18 e si erano, perciò, immunizzati contro il virus Covid 19. Questo faceva parte della strategia del governo: prima di diffondere il virus covid 19 nella sola città di Wuhan, era necessario immunizzare, con il covid 18, larga parte della popolazione cinese, e così fu fatto. A fine dicembre, partì l’ordine di diffondere il covid 19. Ma ci furono dei malintesi nella comunicazione tra i dirigenti dell’istituto ed il governo. In altri termini, il covid 19 cominciò ad essere diffuso una settimana prima che giungesse l’ordine da Pechino. Il governo voleva che scattassero contemporaneamente la diffusione del virus e il lockdown, per un maggiore controllo della propagazione dell’epidemia. Ma così non fu; il dott. Li Wenliang si accorse del virus poco dopo la diffusione, verso la fine di dicembre, quando ancora il governo non aveva dato l’annuncio ufficiale. È per questo che fu incarcerato per diffusione di notizie false, per poi essere riabilitato quando l’esperimento era partito ufficialmente. In altri termini, l’opinione pubblica doveva sapere che il governo cinese aveva preso tutte le precauzioni per contenere l’epidemia”.
“Purtroppo, per effetto di quella settimana di ritardo il virus si è diffuso anche nella provincia di Hubei e nel resto del mondo. Però, questo spiega anche perché in Cina ci sono stati molti meno morti che negli altri stati in cui il covid 19 si è diffuso”.

Capitolo IV
Il piano di fuga

“Domani stesso, in un momento di pausa dal lavoro, cercherò di trafugare tutte le notizie necessarie per la convalida di quanto ti ho fin qui detto. Del resto si fidano ancora tutti di me e non hanno motivo per diffidare” continuò Lian.
“Sono gli agenti governativi, che tengono d’occhio tutti i dipendenti dell’istituto quando sono in libera uscita. Hanno troppa paura che possa filtrare qualche notizia all’esterno… Logicamente, quando si accorgeranno della nostra scomparsa, daranno l’allarme. Tutte le forze di polizia saranno allertate, le nostre immagini saranno diffuse in tutta la Cina e comincerà la caccia all’uomo”.
Stefan, oltre ad essere un po’ impaurito, era anche eccitato: l’avventura gli era sempre piaciuta.
“Per prima cosa”, continuò Lian, “dovrai lasciare qui in albergo tutti i bagagli ed ogni minima cosa che possa permettere di farti identificare, soprattutto ti dovrai disfare del cellulare, del computer, delle carte di credito e di tutti i documenti, che rivelino la tua vera identità. In altri termini, dovremo costruirci una identità nuova. Essenziali per poter uscire dalla Cina, saranno dei nuovi passaporti con tanto di visto di ingresso e timbro dell’aeroporto di Pechino, dove saremmo arrivati come turisti. Logicamente hai capito che diventeremo marito e moglie”, disse Lian divertita, guardando Stefan con un malizioso sorrisetto.
“Dove prenderai i passaporti?”, obiettò Stefan.
“Non puoi ordinarli in Italia? So che siete molto bravi nelle falsificazioni! Poi li faremo arrivare qui in Cina attraverso la posta ordinaria. Non credo che la polizia apra tutta la posta che arriva da tutto il mondo in Cina”.
“Posso provare a chiederli agli amici italiani, ma, se intercettano la comunicazione, saremo fritti!”
“Infatti, lo farai da un telefono pubblico, dopo che ci saremo camuffati ed avremo assunto un aspetto diverso. Dovremo essere irriconoscibili agli occhi degli agenti che ci seguono. Così potrai mandare anche delle foto col nostro nuovo aspetto, da incollare sui nuovi passaporti”.
“Per telefono manderò delle foto?”, disse ironico Stefan.
“Non per telefono, stupido, ma da un internet point”.
“Non è pericoloso? Possono intercettarle”.
“Un po’ di pericolo c’è, ma non credo che la foto di una coppia, in posa davanti a una romantica pagoda di Pechino, potrà insospettire tanto”.
“Pechino?”
“Sì, faremo tutto da Pechino, dopo essere fuggiti da Wuhan”.
“Ecco il piano:” disse Lian, “per prima cosa domani mattina, mentre io eseguo il mio lavoro in istituto, tu farai il turista, uscirai, andrai in un negozio di abiti cinesi, comprerai un paio di pantaloni, una tunica, un paio di occhialini tondi, come quelli che portano quasi tutti i cinesi, un profumato shampoo colorante nero corvino, tornerai in albergo e qui comincerai la trasformazione… Ti taglierai completamente la barbetta, uh… quanto mi dispiace! Ti farai lo shampoo colorante, i tuoi bei capelli biondi diventeranno neri come la pece, ah… dimenticavo, ti metterai delle lentine color marrone scuro, che comprerai insieme al resto, ed, infine, indosserai i nuovi pantaloni e la tunica. Sarai perfetto, sembrerai uno straniero eccentrico vestito alla cinese. Ultimo tocco di classe: lascerai un biglietto con la tua carta di credito ben visibile sul tavolo, indirizzato al direttore d’albergo, in cui spiegherai che sei dovuto andar via di corsa, ma che possono prelevare i soldi per il pagamento del soggiorno e chiederai il favore di inviare tutti i tuoi bagagli, che, nel frattempo, avrai preparato, in Italia all’indirizzo della redazione del giornale, che avrai cura di segnare sul biglietto, con tanti ringraziamenti”.
“Che te ne pare?”, disse Lian in tono divertito.
“E tu?”, ribatté Stefan.
“Non preoccuparti per me, io ho già tutto pronto e so quello che devo fare. Ci vediamo a mezzanotte in punto alla stazione di Wuhan. Mi raccomando, non uscire molto tempo prima e cerca di essere disinvolto quando passerai davanti alla reception. Una volta fuori, prenderai un taxi e ti farai portare alla stazione”.
“Come faremo a riconoscerci?”
“Sarò bionda, vestita all’occidentale, con un completo maschile: giacca e pantaloni grigi. Avrò un grosso paio di occhiali scuri in modo da nascondere il mio taglio degli occhi. Se non mi riconoscerai, meglio, vorrà dire che il camuffamento è riuscito bene. Sarò io a riconoscerti, ne sono sicura. Da quel momento saremo per tutti marito e moglie. Ora vado, abbiamo trascorso già troppo tempo insieme, non vorrei che i nostri cari amici agenti cominciassero a preoccuparsi. In fondo, per fare l’amore, un po’ di tempo ci vuole?”, concluse ridacchiando Lian.
Stefan, preso dalla conversazione con Lian, non si era accorto che si erano fatte le cinque del pomeriggio e che aveva saltato il pranzo. Dopo gli ultimi eventi, gli era passata la fame, sarebbe sceso a cena più presto del solito, intorno alle diciannove, così subito dopo avrebbe avuto più tempo e serenità per parlare al cellulare con Morena; sapeva che doveva essere molto prudente, non far trapelare niente di ciò che aveva saputo, ma, nello stesso tempo, doveva mettere sull’allerta Morena.
Alle venti precise, come tutte le sere, chiamò Morena:
“Ciao amore, come stai?”
“Io benissimo! Tu cosa mi dici di nuovo? La tua inchiesta va avanti? Ci sono novità?”
“No! Nessuna novità. L’inchiesta credo sia quasi finita, non ho raccolto nessuna prova che il virus sia uscito dall’Istituto di virologia di Wuhan, sono solo invenzioni di alcuni giornali occidentali. Anzi, ho avuto la conferma che provenga dai pipistrelli. Qui in Cina è molto diffuso usare come fertilizzante il guano dei pipistrelli, comunemente preso nelle grotte del Sud-ovest, dove vivono numerose colonie di pipistrelli ferro di cavallo, da cui ha avuto origine il virus”. Stefan diceva questo per rassicurare eventuali intercettatori che fossero all’ascolto.
“Tra pochi giorni, penso che tornerò in Italia, qui non ho più niente da fare. Ah… potresti farmi un piacere?”
“Certo”, replicò subito Morena.
“Potresti andare a trovare tua cugina Luisa? Questo è di fondamentale importanza!”
“Mia cugina Luisa?”, disse con tono interrogativo e molto sorpresa Morena.
“Fidati di me, non te ne pentirai…”, aggiunse Stefan in tono sibillino.
“Ma mia cugina abita…”
“So bene dove abita!”, la interruppe Stefan. “È davvero importante che tu vada da lei: è una questione molto delicata, ma fidati, poi … ne sarai contenta”.
Morena tacque, meditando sul senso delle parole di Stefan.
“Credo che per un paio di giorni non ci sentiremo più”, aggiunse lui “tanto fra qualche giorno sarò di ritorno a Roma”.
Si salutarono affettuosamente.
Morena non fece domande, ma rimase molto perplessa, di certo c’era qualcosa che Stefan non voleva dire al telefono. Cominciava ad essere preoccupata.
“Perché mai”, pensò, “devo andare da mia cugina Luisa che studia a Parigi? Sicuramente Stefan è nei guai e non può parlarne al telefono con me. Devo assolutamente fare quello che mi ha chiesto ed attendere una sua prossima chiamata”.
Quella notte Stefan dormì poco e male, pensava a ciò che sarebbe potuto avvenire nei prossimi giorni: non voleva essere pessimista, ma non vedeva neanche tutto rosa.
La mattina dopo, si svegliò presto, fece colazione ed eseguì alla lettera tutto ciò che gli aveva detto Lian il giorno prima, senza tralasciare nessun piccolo particolare.
Verso le 23 era pronto, vestito di tutto punto, con pantaloni da jogging di lino, color bianco panna, una tunica beige, un paio di occhialini rotondi sul naso ed una folta capigliatura scura. Si era guardato allo specchio ed era rimasto soddisfatto: non era riconoscibile.
Alle 23,30 scese, senza portare niente con sé, aveva solo parecchi yuan nella tasca dei pantaloni, aveva pensato che gli sarebbero potuti tornare utili per i prossimi giorni. Era passato con disinvoltura davanti alla reception, non lo avevano notato, una volta fuori aveva preso un taxi e si era fatto portare alla stazione ferroviaria di Wuhan.
A mezzanotte in punto, vide avvicinarsi un’avvenente signora, probabilmente un’americana, che indossava un paio di occhiali scuri molto appariscenti ed un simpatico cappellino, da cui spuntavano bellissimi riccioli biondi. Capì subito che si trattava di Lian. Si incontrarono, si salutarono come due vecchi conoscenti e Stefan parlò per primo:
“Sei davvero molto bella, se non avessi saputo prima i particolari, non ti avrei mai riconosciuta”.
“Anche tu non sei male, a guardarti bene sembri proprio un bel ragazzo cinese” rispose Lian.
Si misero sotto braccio, andarono alla biglietteria, fecero due biglietti per Pechino e salirono sul primo treno che li avrebbe portati a destinazione.
Si sedettero l’uno accanto all’altra ed, appena il treno partì, tirarono un sospiro di sollievo: nessuno li aveva seguiti.

Capitolo V
Inizio della fuga
 
Sia la polizia cinese, sia gli agenti segreti cercavano un italiano e una cinese, non avrebbero mai pensato ad identità invertite. Inoltre, era molto più probabile che si fossero diretti verso il sud, verso Hong Kong, da dove sarebbe stato più facile rientrare in Italia, magari passando per gli Stati Uniti.
Era veramente difficile trovarli a Pechino tra circa ventidue milioni di persone, ma era pure difficile per Lian e Stefan uscire dalla Cina, utilizzando l’aeroporto.
Per il momento soggiornare a Pechino, con le loro nuove identità, non avrebbe comportato nessun pericolo.
Mentre viaggiavano verso la capitale, Lian rivelò a Stefan che a Wuhan non aveva nessun parente né affetti sentimentali. I suoi genitori erano morti quando lei aveva sedici anni. La sua famiglia, i Wang, di origine nobile, abitava nella regione dello Heilong Jiang, nel nord-est della Cina. Quando i suoi genitori erano morti, lei era rimasta con la nonna materna in una fattoria di quella lontana regione: a Wang Gong Tun, al confine con la provincia dello Jilin. La nonna l’aveva fatta studiare e, quando ella era morta, Lian si era trasferita a Pechino, dove si era laureata in ingegneria genetica. A 26 anni aveva mandato il suo curriculum all’Istituto virologico di Wuhan, dove era stata assunta. Si trovava lì da ormai cinque anni, usciva dall’Istituto solo la sera per andare a casa e si sentiva come in carcere, aveva voglia di libertà.
“Credo che i pochi parenti che mi sono rimasti neanche si ricordino più di me”, disse Lian in tono triste.
“Se la polizia dovesse andare a chiedere informazioni su di me, credo proprio che non saprebbero cosa dire… Mi è rimasto solo il ricordo di un mio caro compagno d’infanzia con cui giocavo: Zhu Peng. Di lui mi fiderei!” continuò Lian. “Credo proprio che andremo a chiedergli aiuto, se dovesse andare storto qualcosa”.
Lian si addormentò con la testa sulla spalla di Stefan, che invece rimase sveglio per tutto il viaggio.
Arrivarono poco prima delle sei del mattino, si era fatto giorno, una piccola nebbiolina avvolgeva la città. Non sapevano dove andare, si fermarono ad un bar della stazione, fecero colazione e rimasero in zona. C’era un’aria soffocante e quasi palpabile dietro cui faceva capolino un sole pallido e irreale; così si presentava Pechino dopo circa due ore.
 “Sarà il caso che ci muoviamo in cerca di una sistemazione”, disse Lian.
“Devi fare tu da guida, perché io non saprei proprio dove andare”, le rispose Stefan.
“Avevo già pensato a come passare questi giorni qui a Pechino senza documenti. Acquisteremo un vecchio furgone da qualche officina, che intende disfarsene. Basterà pagarlo bene e vedrai che il proprietario ce lo cederà volentieri senza troppe complicazioni. Ci allontaneremo, poi, da quella zona e ci sposteremo in qualche altro quartiere periferico della città, senza dare nell’occhio o destare sospetti”.
“Okay” acconsentì Stefan. “Dormiremo all’interno del furgone?”
“Sì”, rispose Lian. “ non sei contento? Staremo sempre vicini, come due innamorati”. E lo abbracciò.
“Avrei preferito dormire insieme, in un bel letto comodo”, replicò Stefan, ridendo.
“Abbi fede, prima o poi potrà accadere anche questo”, ribatté, ridacchiando, Lian, “e se la cosa ti fa eccitare ancora di più, potremo stare nudi sotto le lenzuola, visto che non abbiamo i pigiami”.
Stefan la guardò estasiato.
Ridendo e scherzando, presero un taxi e Lian chiese al tassista se conosceva qualcuno che avesse intenzione di vendere un vecchio furgone e di condurli da lui. Il tassista fece cenno di sì e li portò nella periferia sud di Pechino presso un meccanico di sua conoscenza, che aveva un vecchio furgone.
Lian riuscì ad acquistare, per dodicimila yuan, un vecchio van, già adibito alla vendita di alimenti da asporto, ma non più idoneo all'uso.
Stefan avrebbe preferito pagare lui, ma Lian non volle; aveva portato con sé nella borsa più di un milione di yuan, pari a quasi 130.000 euro.
Stefan la lasciò fare, con l’intenzione di restituirle, una volta arrivati in Europa, tutte le spese sostenute durante il viaggio.
Controllarono l’interno del furgone, era abbastanza spazioso da contenere un materasso dove dormire; la carrozzeria era piuttosto malridotta, tutta scolorita, anche se, a tratti, conservava i disegni originari.
Logicamente, il proprietario fu molto felice di disfarsene per il prezzo pattuito e non pensò minimamente ad un eventuale contratto di vendita. Lian si mise alla guida e partì, allontanandosi subito da quella zona.
Girando per le vie della periferia di Pechino, passarono davanti alla bottega di un rigattiere. Si fermarono e comprarono un vecchio materasso e delle coperte, che Stefan mise all’interno del furgone.
“Abbiamo trovato una meravigliosa camera d’albergo”, esclamò Lian ridendo.
“Pertanto, ora, possiamo fare anche l’amore”, rispose Stefan, ridendo a sua volta.
“Tu non pensi ad altro”, ribatté Lian allegramente.
Erano entrambi tranquilli e fiduciosi, non pensavano a ciò che sarebbe potuto accadere nei giorni futuri.
Andarono in giro per Pechino per tutto il giorno, consumando all’interno del furgone qualche snack e bevendo birra da barattoli di latta, che comperavano, qua e là, nei chioschi; non avevano nessuna intenzione di andare nei ristoranti, per timore di essere avvistati.
Passarono così tutta la giornata e, quando si fece notte, trovarono uno spazio adatto per parcheggiare il furgone.
“Se vuoi puoi andare a dormire all’interno del furgone”, disse Lian a Stefan, “io resto qui, al posto di guida. Non si sa mai cosa può succedere di notte, potrebbero rubare il furgone con noi dentro, se lo vedono incustodito”.
“Resto io qui a sorvegliare il furgone”, obiettò Stefan, “un uomo dà meno nell’occhio di una donna, soprattutto di una bellissima donna straniera bionda!”
Lian acconsentì.
“Avevo immaginato di passare la notte ben diversamente…”, proseguì Stefan scherzando, “ora vai a dormire e chiuditi dentro, io farò buona guardia”.
La notte trascorse lentamente e, ad una certa ora, Stefan si addormentò. Si svegliò ai primi rumori del traffico, la luce ancora non si vedeva. Nel buio di un’alba, che tra breve sarebbe arrivata, guardò fuori dal finestrino, attraverso i vetri appannati e già sporchi di vecchie macchie mai pulite. Vide passare macchine e carretti carichi di roba da portare al mercato, si stiracchiò e scese dal furgone; un po’ di moto gli avrebbe riattivato la circolazione e avrebbe ridato tono ai muscoli ancora doloranti per la cattiva posizione assunta durante il sonno.
Guardò l’orologio, mancava un quarto d’ora alle cinque. Rientrò nel furgone e si mise a pensare a cosa avrebbe dovuto dire quella mattina a Morena, sperava ardentemente che fosse andata a Parigi dalla cugina. Se i falsi passaporti fossero arrivati da uno Stato diverso dall’Italia, nessuno avrebbe mai potuto pensare che erano diretti a lui e a Lian, nel malaugurato caso che fossero stati intercettati.
Si voltò, scostò le tendine che coprivano il vetro posteriore e guardò, per un istante,  all’interno del furgone: Lian giaceva addormentata sul retro. Sebbene dormisse, la ragazza continuava ad indossare la sua meravigliosa parrucca bionda.
Cominciava ad avere fame, avrebbe voluto bere un buon caffè italiano, ma scacciò subito questo desiderio dalla mente. Frugò nelle tasche, nella speranza di trovare qualche avanzo della sera prima, ma inutilmente. Bisognava arrivare nei pressi di qualche chiosco, che nel frattempo aveva aperto, e comperare dei panini. Così mise in moto ed avviò il furgone lungo la strada che aveva davanti, nel disperato tentativo di trovare un negozio di alimentari. Fu fortunato, vide un bar che, in quel momento, tirava su le saracinesche e parcheggiò.
Lo sballottio del furgone aveva fatto svegliare Lian che, non appena il furgone si fermò, saltò giù irritata ed apostrofò Stefan:
“Ma dove credi di andare, brutto figlio di puttana!”
“Buongiorno, amore mio, come sei gentile questa mattina, che parole dolci hai in serbo per me”, esclamò ironico Stefan.
“Mi hai messo una gran paura! Pensavo avessero rubato il furgone, mentre eri sceso per fare i tuoi bisogni mattutini”.
“Mi sono spostato solo di qualche metro, in cerca di un negozio di alimentari o di un bar. E infatti l’ho trovato, è qui di fronte”.
Stefan indicò a Lian il bar.
“A quest’ora non avrà ancora niente da mangiare, ha appena aperto”, replicò stizzita Lian.
“Possiamo piacevolmente attendere insieme che arrivi la merce, poi ti porterò in braccio in bagno, così potrai liberarti di tutta la bile”.
Ascoltando tutto quel sarcasmo, Lian sorrise, ma per mantenere il puntiglio gli diede uno schiaffetto sulla testa. Stefan capì che si era calmata, la prese per un braccio, la tirò a sé e le diede un bacio sulla bocca.
Dopo non molto tempo, fecero colazione e si misero in giro in cerca di una cabina telefonica. La trovarono, Stefan scese dal furgone ed andò a telefonare a Morena. Sperava con tutto il cuore che fosse andata a Parigi, da Luisa. Trasse dalla tasca un bigliettino su cui era segnato un numero telefonico, lo compose e attese con impazienza che qualcuno rispondesse:
“Bon jour, je suis Luisa, qui parle?”
“Ciao Luisa, sono Stefan, c’è Morena?”
“Te la passo”.
“Ciao, amore mio, cosa succede?”, gli domandò Morena, con voce preoccupata.
“Ciao Morena, ascolta attentamente quello che ti dico e non interrompermi: sono in pericolo di vita, ti chiamo da una cabina pubblica per non essere intercettato. La polizia cinese mi cerca e, se mi trova, credo che non mi rivedrete più. Devo assolutamente crearmi una nuova identità, ho bisogno di due nuovi passaporti con nomi falsi, uno per me ed uno per una signora che mi ha procurato la documentazione di un fatto gravissimo, che i cinesi non vogliono si sappia e che, perciò, è costretta a fuggire. I passaporti devono essere forniti del visto d’ingresso, con il timbro dell’aeroporto di Pechino in entrata, nonché del visto per la Russia, da cui prenderemo l’aereo per l’Europa. Dobbiamo figurare come una coppia sposata, preferibilmente inglese, venuti in Cina per un giro turistico. So che è difficile, ma tu attiva tutte le tue conoscenze e coinvolgi Nathan”.
“Praticamente sei diventato una spia a cui i cinesi danno la caccia?”, replicò Morena sempre più preoccupata.
“Hai capito bene. Per ora ci siamo camuffati e crediamo di non correre molti pericoli, forse ci cercano altrove. Inoltre sono sulle tracce di due persone singole, non dovrebbero sospettare di coppie sposate. Ora dammi l’indirizzo     email di Luisa, dove posso spedire le foto da apporre sui passaporti. Le foto che vi invierò, per prudenza, ritrarranno noi due davanti ad un monumento cinese, come se fossimo dei turisti; provvederete voi a ritagliare le immagini che vi servono” concluse Stefan in modo perentorio.
“Non preoccuparti dei passaporti, a quelli penserò io, piuttosto nasconditi bene, mi raccomando”.
Morena fornì a Stefan l’indirizzo email di Luisa e poi aggiunse: “Come faccio per farti avere i passaporti?”.
“Ti ritelefonerò tra una settimana esatta e ti darò ulteriori informazioni, se prima non mi hanno preso”, disse Stefan per metterle ansia.
“Sono molto preoccupata, i Paesi dell’Est sono famosi per far sparire le spie indesiderate. Hai trovato un nascondiglio sicuro dove trascorrere questa settimana?”
“Tu fa quello che ti ho detto e non pensare ad altro. Ciao”
“Ciao, amore a risentirci tra una settimana”.
Terminò cosi la telefonata tra Stefan e Morena.
Stefan era soddisfatto, era riuscito a metterle addosso una grande paura, così si sarebbe affrettata ed avrebbe fatto di tutto per procurargli i due passaporti falsi.
Rivolto a Lian, le chiese:
“Ora cosa facciamo? Questa settimana la trascorriamo qui a Pechino?”
“Certamente no! Partiremo questa notte stessa per i luoghi della mia infanzia, andremo verso la Cina di nord-est. Dobbiamo trovare un recapito sicuro dove far giungere i passaporti falsi. E, come già ti ho detto, mi fido solo del mio caro amico d’infanzia: Zhu Peng”
“Quindi, immagino, andremo da lui? Dove vive esattamente?”
“Quando eravamo piccoli abitavamo in due fattorie vicine, nei pressi del villaggio di Quinglingzhen, nella provincia di Heilong Jiang.
Ora però non so dove viva, non ho più sue notizie da quasi vent’anni”.
“Come faremo a trovarlo?”
“So che sua madre è rimasta nella sua antica fattoria, chiederemo a lei. Ora però affrettiamoci a fare la foto da inviare alla tua amica”.
“Dove credi sia più opportuno farla?”
“Di posti famosi ce ne sono tanti: potremmo andare davanti alla città proibita, o al palazzo d’Estate, o ancora davanti al Tempio del paradiso. Ma io preferisco piazza Tienanmen, per me rappresenta il simbolo della ribellione”.
Infatti Lian, col suo furgone, prese la via per il centro di Pechino, dove si trova piazza Tienanmen. Parcheggiarono e si fermarono in un negozio di elettronica, qui comperarono una macchina fotografica che Stefan mise subito al collo, per simulare di essere un turista.
Fecero diverse foto, ma selezionarono quella in cui i loro visi erano in primo piano. L’avrebbero inviata a Luisa da un internet point.
Passarono la giornata girando col furgone per la città di Pechino, ogni tanto si fermavano davanti a qualche monumento, si mettevano in posa e scattavano fotografie; sembravano proprio una simpatica coppia di turisti.
Si fermarono anche in una cartoleria per comperare una carta geografica dettagliata della Cina, con tutte le strade, per poter viaggiare in sicurezza. Per arrivare a Wanggongtun dovevano percorrere circa 1360 km.
“Perché preferisci viaggiare di notte?”, chiese curioso Stefan.
“Qui a Pechino, dato l’enorme traffico, come hai potuto constatare, il controllo della polizia non è molto assiduo. Ma sulle strade nazionali, soprattutto quelle di grande percorrenza, spesso s’incontrano posti di blocco. Non credo ti farebbe piacere trovarli!”
“Quanto tempo pensi che potremmo impiegare per arrivare a destinazione?”
“Faremo varie tappe, nei pressi di cittadine non tanto piccole, in modo da poter mangiare e riposarci in sicurezza. Di notte riprenderemo il viaggio. Credo che quattro giorni siano più che sufficienti, sempre che il motore del furgone ci assista”.
Alle 21 in punto finalmente partirono per un viaggio imprevedibile.
 
Capitolo VI
Verso Wanggongtun e Jilin

Per uscire dalla città di Pechino era necessario che, alla guida del furgone, ci fosse Lian; lei conosceva abbastanza bene le vie della capitale e sapeva quale strada imboccare, per andare nella giusta direzione. Una volta sulla via per il Nord-Est, Stefan avrebbe potuto darle il cambio alla guida.
Anche se con alcuni tentennamenti nelle scelte delle strade di Pechino, Lian riuscì ad immettersi sulla superstrada G1 che porta a Jinzhou, nella provincia di Liaoning.
Guardarono attentamente la cartina e decisero che la prima tappa sarebbe stata Quinhuangdao, una città di circa tre milioni di abitanti, nella provincia di Hebei, a trecento chilometri da Pechino. Con una buona macchina avrebbero impiegato circa tre ore e mezzo, ma tenuto conto che viaggiavano con un vecchio furgone, avrebbero impiegato molto di più. D’altra parte la loro intenzione era di arrivare in città dopo l’alba.
Si sarebbero fermati in una stazione di servizio, per fare rifornimento di metano, recarsi ai bagni e mettere qualcosa sotto i denti.
Stefan, per tutta la giornata, non aveva mai staccato gli occhi da Lian, la guardava rapito, come si guarda un’opera d’arte. Lian ne era lusingata, e spesso gli sorrideva divertita.
Ora la strada era divenuta meno trafficata e molto più scorrevole.
“Credo che sia il caso che ti dia il cambio”, disse Stefan a Lian, “dopo aver guidato per un giorno intero, credo che tu sia a pezzi ed è giusto che ti riposi”.
“Sei davvero amorevole, sono proprio stanca”, rispose Lian, in tono gentile.
Si fermarono nella prima piazzola e Stefan passò alla guida. Lian si mise raggomitolata sul sedile accanto al guidatore e Stefan la strinse a sé.
“Ora pensa a guidare, non distrarti, le coccole ce le faremo quando ci fermeremo per riposarci entrambi”, sussurrò Lian.
Così poggiò la testa sulla spalliera del sedile e si addormentò.
Stefan guidò per circa tre ore, la strada era dritta e monotona, quasi priva di traffico; ogni tanto qualche macchina oppure dei tir lo sorpassavano, la velocità del suo furgone non superava mai gli ottanta chilometri orari. Il silenzio e la monotonia del viaggio gli facevano venire sonno, a tratti il capo crollava, ma subito si tirava su impaurito. Cercava  invano qualcosa che lo tenesse sveglio, magari una parola di Lian, ma lei dormiva e questo aumentava in lui il desiderio di addormentarsi a sua volta.
Quando si rese conto che non poteva più guidare in quello stato, si fermò nella prima stazione di servizio. Scese, andò al bar ed ordinò un caffè, sperava che almeno quello lo avrebbe aiutato a stare sveglio. Il parcheggio della stazione di servizio era pieno di camion fermi, quasi tutti gli autisti dormivano, c’era una gran pace. Stava per salire sul furgone quando si accorse che Lian si era svegliata.
“Andiamo a dormire” disse “qui il furgone è al sicuro”.
Chiusero a chiave le porte della cabina ed andarono nella parte posteriore del furgone, aprirono il portellone, salirono su e lo richiusero. C’era buio, sentì solo le mani di Lian che lo tiravano a sé, si buttarono sul materasso, cominciarono a baciarsi voluttuosamente, con dolcezza si spogliarono l’un l’altro e fecero l’amore.

Il viaggio trascorse liscio, anche se arrivarono a Qinhuangdao a giorno inoltrato, si erano alzati più tardi del previsto, quando da una fessura del portellone avevano intravisto la luce del giorno.
Anche durante tutte le altre tappe non ci furono problemi. La mattina si fermavano in una città e la sera verso le nove ripartivano per la tappa successiva, fermandosi di notte a dormire in una stazione di servizio.
Si fermarono successivamente a Jinzhong, a Tieling, per giungere nelle campagne di Wanggongtun la mattina di giovedì.
Lian ricordava con precisione la vecchia casa di campagna della famiglia Zhu, era poco distante dalla sua, dove lei aveva trascorso l’infanzia con la cara nonna. Sapeva che il suo amico Peng, già da molto tempo, era andato via in una qualche città, ma non sapeva dove.
Mentre col furgone ripercorrevano quelle strade, ricordò la sua fanciullezza felice: rivedeva quando tutte le mattine, insieme con la nonna, andava a mungere la vacca, ricordava il sapore del latte, il profumo del pane e le lunghe corse nei campi inseguita da Peng.
Quando giunsero alla fattoria trovarono una vecchina tutta rattrappita, ma ancora in grado di badare ai lavori domestici, con lei c’era una giovane che l’aiutava nei lavori più pesanti e a mantenere in ordine la fattoria. Lian si presentò:
“Buona giornata signora, cerchiamo il signor Zhu Peng, dobbiamo assolutamente vederlo, gli vogliamo proporre del lavoro”.
La nonnina trasalì, suo figlio era andato via da oltre dieci anni, perché mai lo cercavano lì?
“Mio figlio Peng è andato via da qui già da molto tempo, ogni tanto viene a trovarmi, ma ora non c’è; è in città”.
Lian si rese subito conto che la nonnina si era un pochino spaventata, non l’aveva minimamente riconosciuta, poi camuffata così sembrava proprio una signora occidentale. Per rassicurarla aggiunse:
“Non si preoccupi, volevamo proporgli un affare molto vantaggioso per lui, credevamo che abitasse da queste parti”.
“No, come le ho già detto, mio figlio è andato a vivere in città, a Jilin, già da un bel pezzo”.
“Può darci l’indirizzo?”
“Abita a Jilin, al numero 322 di Hunchun st.”
“Grazie signora, è stata gentilissima”.
La mamma di Peng li aveva guardati fin dall’inizio con sospetto, perché pochi giorni prima due agenti della polizia segreta si erano aggirati per le fattorie della zona, mostrando la foto di una ragazza nata nella fattoria vicina, di nome Lian, che lei ricordava bene da bambina. Non avevano detto per quale motivo la cercavano, ma non sembrava niente di buono. Inoltre le avevano mostrato anche la foto di un giovane occidentale, ma lei non aveva visto né l’una né l’altro.
Si era tranquillizzata quando aveva notato che i due giovani appena arrivati sembravano due turisti, dall’aspetto affidabile, magari un po’ eccentrici, ma non cattivi. Per questo si era convinta a dare loro l’indirizzo di Peng.
Una volta saputo l’indirizzo dell’amico, Lian si era diretta nel villaggio più vicino: Quinglingzhen. Desiderava rivedere i luoghi dove aveva trascorso la sua infanzia e dove aveva frequentato la scuola di base; qui abitavano ancora dei suoi lontani parenti.
Quando entrò nel paese, notò subito che gli abitanti del luogo li guardavano con interesse. Chi potevano essere mai costoro e cosa ci facevano in un paesino sperduto di campagna? Si chiedevano, stupiti.
Lian era contenta: nessuno l’aveva riconosciuta, anzi non avevano nemmeno minimamente sospettato che quella ragazza potesse essere lei. Poteva stare tranquilla, se anche gli agenti di polizia avessero chiesto di lei, nessuno l’avrebbe mai associata a quella bionda occidentale.
Pranzarono in una trattoria e subito dopo si diressero a Jilin, che distava più di un’ora di macchina.
Jilin è il capoluogo della medesima provincia, è una città molto grande con quasi sette milioni e mezzo di abitanti. Non fu facile arrivare al numero 322 di Hunchun Street.
Percorsero buona parte della Songjiang Middle road e si fermarono in un parcheggio all’angolo tra questa strada e Hunchun Street. Scesero e si avviarono verso il numero 322. Percorsero quasi un chilometro a piedi, impiegando circa quindici minuti per giungere alla meta.
Era stata una fortuna aver trovato un parcheggio un po’ lontano dalla casa di Peng, così chiunque avesse notato il furgone, non lo avrebbe messo in relazione con lui.
Bussarono e venne ad aprire Peng in persona, si guardarono, ma l’amico non diede segno di riconoscere Lian.
“Cosa desiderate?”, chiese Peng in tono interrogativo.
“Lei è il signor Zhu Peng?”, chiese Lian sorridendo.
Aveva riconosciuto il suo amico d’infanzia, anche se era leggermente ingrassato e aveva perduto i capelli.
“Sì, cosa desiderate?”, ripeté Peng.
“Se ci permetti di entrare, ti dirò chi sono”, rispose Lian sempre sorridendo e guardandolo con tenerezza.
Anche se titubante, Peng li fece entrare. Una volta chiusa la porta, Lian si tolse la parrucca bionda e gli occhiali scuri.
Peng, allora, la guardò con attenzione e all’improvviso:
“Lian! Che gioia rivederti”. Così dicendo si abbracciarono forte, i loro sentimenti erano rimasti quelli dell’infanzia.
“Cosa fai da queste parti? Che grande emozione rivederti dopo tanti anni! Entrate, accomodatevi! Chi è questo giovane, che è con te?”
“Si chiama Stefan Furore ed è un giornalista reporter italiano in visita in Cina”, rispose Lian.
Lian e Stefan si sedettero su un divano dell’ingressosoggiorno e Lian, che aveva già pronta una storia da raccontare, cominciò:
“È una lunga e triste storia che ci porta qui, da te. Tu sai che, dopo la morte della nonna, io sono andata a Pechino. Ho fatto vari mestieri per mantenermi, dalla barista alla cameriera d’albergo. Ultimamente ero impiegata come commessa in un negozio di arredamento, non me la passavo troppo bene. Spendevo più di quanto guadagnavo e mi ero indebitata. Nel frattempo avevo conosciuto Stefan, un giovane turista inglese che mi faceva una corte spietata. I creditori sollecitavano con insistenza la restituzione dei debiti. Messa alla disperazione, una sera, prima di chiudere il negozio, ho rubato l’incasso della giornata. Non l’avessi mai fatto, la mattina dopo sono stata denunciata alla polizia. A questo punto, non sapevo più cosa fare: se avessi restituito il denaro al proprietario del negozio, forse avrebbe ritirato la denuncia, ma l’azione penale sarebbe comunque andata avanti e sarei finita in prigione. Senza contare che i creditori, non potendo restituire loro il debito, me l’avrebbero fatta pagare gravemente… Mi sono rivolta al dott.  Furore, ma era troppo tardi; anche se si era offerto di pagare gli strozzini, con buona probabilità sarei finita in prigione”.
“Il dott. Stefan Furore mi ha proposto di fuggire con lui in Inghilterra, io ho accettato con entusiasmo; nel frattempo, saremmo dovuti fuggire da Pechino e, per non farci riconoscere, ci siamo camuffati. Poi ne ho combinata un’altra, non sapendo come fuggire, una notte ho rubato un furgone e con quello siamo arrivati qui. Mi sono ricordata di te, eri l’unico che poteva aiutarmi”. A questo punto, Lian fece una pausa e Peng:
“Ma, dimmi, come posso aiutarti? L’hai fatta troppo grossa!.... non so, potrei passare dei guai anch’io”.
Lian si era inventata quella storia per evitare che Peng potesse essere coinvolto, nel malaugurato caso gli agenti del servizio segreto lo avessero interrogato.
“Peng, amico mio”, continuò Lian, “non ho che te”.
Alzatasi dal divano, lo abbracciò.
Peng era commosso, ma nello stesso tempo preoccupato; per rasserenarlo, Lian continuò:
“Non devi preoccuparti, se nessuno ci riconosce, tu non corri alcun rischio. Nessuno può mettere in relazione una signora inglese con la mia persona; anche tu, se io non avessi tolto occhiali e parrucca, non mi avresti mai riconosciuta”.
“È vero, è quasi impossibile riconoscerti. Ma dai documenti ti identificheranno”.
“Li ho buttati tutti”.
“Cosa? Ma come farai senza documenti? Come pensi di poter uscire dalla Cina?”
“Perciò ho chiesto il tuo aiuto”.
Lian fece una piccola pausa.
“Io non ho la possibilità di farti avere altri documenti, è assolutamente vietato… e tu lo sai!” ribatté nel frattempo Peng, impaurito.
“Non mi hai fatto finire di parlare”, rispose Lian.
“Non devi fare niente di tutto ciò! A proposito, non ti ho chiesto se sei sposato, se hai dei figli ed una famiglia”.
“Mi sono sposato alcuni anni fa, ma mia moglie era un’arpia ed abbiamo subito divorziato. Ora vivo solo in questo modesto appartamento”.
“Oh quanto mi dispiace, caro amico mio”, e Lian tornò ad abbracciarlo.
“Non divaghiamo”, riprese Peng.
“Hai ragione. Ti avevo detto che non devi fare niente e lo confermo. Ci devi solo trovare un alloggio, dove poterci nascondere nell’attesa che ci arrivino i passaporti dalla Francia”.
“I passaporti dalla Francia? Che storia è questa?”
“Ti ho detto che Stefan si è offerto di aiutarmi e di portarmi con lui in Inghilterra. Orbene, si è procurato dei passaporti falsi da un suo amico francese, avevamo un solo problema quello di farceli spedire in Cina. Ma dove? Dal momento che siamo in fuga… Ho pensato a te, solo tu mi puoi salvare!”
“Quindi i passaporti falsi arriveranno qui?”
“Si! Ma solo se lo vorrai! Dobbiamo ancora confermare l’indirizzo dove spedirceli. Se tu acconsenti, daremo il tuo recapito all’amico di Stefan in Francia. Come vedi non rischi nulla. Una volta giunti i passaporti, noi spariremo”.
Peng rimase pensieroso per un po’, poi:
“Certo che acconsento, come potrei non aiutarti Lian? Tu sei per me come una sorella, più di una sorella”, rispose commosso.
“Puoi aiutarci, quindi, a trovare una sistemazione a partire da oggi e per tutta la prossima settimana? Credo che questo sia il tempo che dovrebbero impiegare i passaporti per arrivare”.
“Non devo trovare nessuna sistemazione, sarete miei ospiti. Ho una camera da letto completamente arredata al piano di sopra, che ogni tanto affitto ai turisti per arrotondare”.
“Che sbadata, non ti ho neanche chiesto cosa fai”.
“Ricordi, già da piccolo ero bravo ad aggiustare biciclette. Ho un piccolo locale, poco più avanti su questa stessa strada, dove vendo e riparo biciclette. Non è una grande attività, ma mi basta per vivere dignitosamente”.
“In questi giorni potremo raccontarci la storia della nostra vita e rinfocolare i ricordi della nostra infanzia”, disse con mestizia Lian.

Intanto Morena in Francia si era data da fare, aveva chiamato Nathan e lo aveva messo al corrente dei rischi che stava correndo Stefan in Cina. Insieme avevano convenuto che dovevano mettere in atto una strategia per tirarlo fuori dai guai, in cui si era cacciato.
La notizia si era diffusa per tutta la redazione e tutti facevano un gran tifo per Stefan.
“Quel ragazzo è proprio bravo, oltre ad essere bello!” dicevano.
Intanto Nathan si era rivolto ad un noto falsario di Roma, che, a sua volta, si era messo in contatto con un suo amico d’affari a Parigi, disponibile a fare il lavoro dietro compenso di diecimila euro.
“Purché il lavoro sia fatto bene, con tutti i visti ed i bolli necessari, affinché i ragazzi possano uscire dalla Cina e dalla Russia, senza problemi!” aveva detto Nathan.
Morena aveva portato la foto in un bistrò di Parigi, dove l’attendeva un giovane per ritirarla.
Per quanto riguarda i nomi e gli indirizzi da attribuire alla coppia inglese aveva provveduto lei stessa, prendendoli dall’elenco telefonico di Londra: si sarebbero chiamati Robert Smith e Clarissa Evans.
Aveva anche suggerito ai falsari di  tondeggiare lievemente gli occhi della ragazza cinese in modo da apparire più occidentale.
I passaporti sarebbero stati pronti nel giro di una settimana.
 
Quando sabato mattina Stefan aveva chiamato Morena a Parigi, lei era stata molto contenta:
“Ciao Stefan, sei in un luogo sicuro? Mi raccomando non rischiare! I passaporti saranno pronti per lunedì, come mai hai anticipato la chiamata? Sei in pericolo, forse?”
“No! Siamo in un posto sicuro, fino ad ora non abbiamo avuto notizia di eventuali agenti sulle nostre tracce. Cercano due persone diverse da noi”, aveva replicato Stefan per non allarmarla, malgrado sapesse che due agenti erano arrivati fin là in cerca di Lian.
“Ti ho telefonato un giorno prima per darti l’indirizzo dove spedire i passaporti e per affrettare i tempi. L’indirizzo è: Sir Zhu Peng, 322 Hunchun Street  132000 Jilin  China”.
“Bene, faremo tutto il possibile per farteli avere al più presto. Ah… di’ alla tua graziosa amica che le abbiamo tondeggiato leggermente gli occhi; prima di passare il confine, col trucco, dovrebbe rendere i suoi occhi meno a mandorla possibili”. Si avvertiva nella voce di Morena una vena di gelosa ironia.
Ora tutte le mosse erano state fatte, non restava che attendere e sperare che niente andasse storto.
Il pomeriggio trascorse in una lunga conversazione tra Lian e Peng, si avvertiva che tra loro c’era stato e c’era ancora tanto affetto, un sentimento puro, fatto di ricordi e nostalgie, di un’infanzia felice passata insieme, correndo nei campi, tenendosi per mano, di ore passate insieme a giocare nell’aia dei loro casolari.
Dopo cena Peng li accompagnò nella camera, al piano di sopra: un’ampia stanza arredata solamente con un ampio letto, un armadio, due sedie, un solo comodino rivolto dalla parte della porta e una piccola scrivania, su cui era poggiato un lume ed una fruttiera di porcellana vuota, a forma di calice.
Li salutò e si accomiatò, chiudendo la porta.
Stefan e Lian erano rimasti soli, tra loro ormai si era creata un’intesa perfetta: sentivano all’unisono, i loro cuori battevano così forte che si sarebbero potuti udire anche a distanza. Lian si sedette sul letto e cominciò a spogliarsi, rimase nuda e si sdraiò sulle bianche lenzuola.
Sembrava una statua di marmo scolpita dal Canova, la pelle più bianca delle lenzuola stesse, i seni duri e tesi come due coppe di vetro opaco.
Stefan la guardava rapito, Lian per lui era una persona speciale, una persona, che gli aveva fatto battere forte il cuore, lo aveva fatto sorridere, lo aveva fatto sentire importante... lo aveva travolto con la passione.
Quando una persona è speciale non puoi fare nulla, devi semplicemente lasciarti andare... e vivere intensamente ogni attimo con infinita dolcezza... Nella vita ci sono cose che non si possono vedere semplicemente con gli occhi, ma si devono vedere e ascoltare con il cuore!
Stefan le si avvicinò, cominciò ad accarezzarla, spensero la luce e i loro corpi si unirono in un amplesso onirico.
I primi giorni di attesa per l’arrivo dei passaporti passarono con spensieratezza, senza la paura di poter essere presi e imprigionati.
Un pomeriggio arrivò Peng trafelato:
“La polizia ha ritrovato il vostro furgone, era parcheggiato a circa un chilometro da qui, ora tutto il quartiere è in subbuglio. Cercano due persone: un giovane italiano alto e biondo ed una ragazza cinese... cercano te Lian!”
Stefan e Lian ebbero come un brivido freddo addosso, possibile che fossero giunti a loro? Come avevano fatto? Eppure avevano preso tutte le precauzioni possibili!
D’un tratto il viso di Lian si rasserenò e disse:
“Certo, noi l’abbiamo sempre saputo, la polizia cerca una ragazza cinese e un giovane europeo, non un cinese e una ragazza inglese. Fin dall’inizio mi hanno cercata. Non te l’ho detto appena ci siamo incontrati, Peng?”.
Anche Peng cominciò ad avere meno timore.
“Si, ma ora sono giunti fin qui!” obiettò Peng.
“Mi hanno sempre cercata in questa zona, sanno che sono nata qui e che qui, probabilmente, mi sarei nascosta. Non allarmiamoci più del dovuto. Fino a quando non arriveranno i passaporti, staremo chiusi in casa”.
“Passeranno casa per casa, porta per porta”, rispose preoccupato Peng.
“Lo hai detto, noi siamo molto lontani, prima che arrivino qua probabilmente i passaporti saranno già arrivati”.
“Non conosci i metodi della polizia segreta”, obiettò quasi sussurrando Peng.
Stefan intervenne e disse:
“Non ci resta che attendere, i passaporti sono ormai in arrivo”.
Passarono lunghi giorni nella paura e nell’angoscia di essere presi; ogni giorno sentivano che il cerchio si stava chiudendo intorno a loro. Prima o poi avrebbero bussato alla loro porta”.
E così accadde. Una mattina, prima che Peng scendesse di casa per andare al lavoro, bussarono alla loro porta. Ci fu un attimo di panico:
“Chiudetevi nel bagno, andrò io ad aprire. Cercherò di fingere di essere solo e di non farli venire da quelle parti, voi non fiatate. Che Dio ce la mandi buona…”, disse Peng.
Con una grande paura addosso, ma, fingendo sicurezza, andò ad aprire… era il postino. Peng tirò un grande sospiro di sollievo e prese un pacchetto che il fattorino gli consegnò. Era così frastornato che non capì la fortuna che aveva tra le mani. Posò il pacchetto sul tavolo ed andò a liberare Stefan e Lian dal bagno.
“Era il corriere postale, ha portato un pacchetto”.
Alla magica parola “pacchetto”, Stefan e Lian lo abbracciarono forte, Peng ancora non si rendeva conto. Perché quei due erano così felici? È vero, l’avevano scampata bella in quel momento, ma, da un momento all’altro, gli agenti sarebbero potuti arrivare!
“Ma non capisci, Peng? Sono arrivati i passaporti!”
Come uno squarcio di cielo azzurro, dopo tante nubi nere, la mente di Peng si rischiarò:
“Sono arrivati i passaporti!” ripeté sottovoce, quasi incredulo.
Lian fu la più lesta, prese il pacchetto e l’aprì, una grande rabbia divampò sul suo viso. All’interno del pacchetto c’era un profumo con un biglietto.
“Hai fatto colpo su qualche ragazza? Ti hanno inviato un profumo con un biglietto”, disse delusa rivolta a Peng.
Peng, che le stava alle spalle prese il biglietto e lesse:
“Ma è scritto in europeo, non in cinese”, disse.
A questo punto intervenne Stefan, tolse il biglietto dalle mani di Peng e lesse a sua volta: “Caro Peng, che questa bottiglietta possa rendere profumati i vostri prossimi giorni”, era la calligrafia di Morena, ne era certo.
“Sono arrivati i passaporti… li manda Morena”, disse in tono felice.
Si affrettò a togliere il profumo dalla scatola, probabilmente i passaporti stavano sotto. Non c’erano. Forse, per non farli trovare ad un eventuale controllo alla dogana, Morena aveva usato uno stratagemma. Con molta probabilità erano nascosti nel fondo della scatola. Con cautela ruppero il cartone, ma non c’era niente. Pensarono che allora potevano essere nella copertura superiore, ma anche lì non c’erano. Quale strana diavoleria era accaduta? Che fine avevano fatto i passaporti? Forse li avevano trovati alla dogana! Fra poco gli agenti dei servizi segreti sarebbero piombati nel loro appartamento e li avrebbero condotti in prigione!
Passarono dalla gioia alla disperazione più totale. Guardavano allibiti la scatola vuota e aspettavano con rassegnazione l’arrivo degli agenti.
Lian con una mossa di stizza, prese la scatola e la strappò. …
Da un pezzo del cartone laterale usciva lo spigolo di un libretto. Questa volta con circospezione Lian continuò a stracciare il cartone e, pian piano, venne fuori un passaporto.
Ma dov’era l’altro? Certamente in mezzo al cartone dell’altro laterale del pacchetto. Infatti, lo ruppero e venne fuori l’altro passaporto. Questa volta potevano finalmente gioire, si strinsero in circolo con le mani sulle spalle e si misero a ballare.
Nel giro di pochi minuti erano passati dall’euforia alla disperazione, e di nuovo dalla disperazione all’euforia in una girandola di sentimenti contrastanti, che aveva tagliato loro le gambe.
Si sedettero e lessero i nomi sui due passaporti, il primo era intestato alla Signora Clarissa Evans, il secondo al Signor Robert Smith. Entrambi i passaporti erano forniti del visto di entrata in Cina ed in Russia e portavano il timbro di ingresso dell’aeroporto di Pechino.
Guardarono le foto, erano venute benissimo, erano proprio loro. Anzi bisognava che dessero qualche ritocco ai capelli; Stefan doveva rifare la tintura, mentre Lian doveva meglio appiccicare la parrucca in modo che non si staccasse con facilità dal capo; inoltre doveva, come consigliato da Morena, truccarsi bene gli occhi in modo da rendere meno evidente la loro forma a mandorla.
Quasi presi da un presagio, corsero a truccarsi.
Verso sera, Peng era appena rientrato dal lavoro, quando bussarono di nuovo alla porta. Questa volta non andarono nel panico, ma si sedettero tranquilli sulle sedie, mentre Peng andava ad aprire la porta. Erano due funzionari della polizia:
“Possiamo entrare?”, chiesero.
Peng con cortesia li fece entrare ed indicò loro le sedie.
“Potete fornirci i documenti?”.
Tutti e tre presero i loro documenti e li diedero garbatamente all’agente più grosso. Doveva essere il capo.
Questi guardò e riguardò i documenti, mentre sbirciava i loro volti. Non trovò niente da ridire. Trasse dalla tasca due fotografie e le mise sul tavolo:
“Date uno sguardo alle foto e diteci se conoscete o avete visto queste persone”, disse l’agente.
Risposero tutti di no.
Poi, avendo notato dal passaporto che le due persone presenti oltre Peng erano stranieri, rivolto a Stefan, in un inglese piuttosto scorretto, disse:
“Che ci fate qui?”
“Siamo in visita in Cina, abbiamo visitato Pechino, poi siamo saliti a vedere la grande muraglia e, avendo visto su un depliant la foto del Beishan Park di Jilin, siamo venuti fin qui”.
“Perché proprio in quest’appartamento?”
“Gli alberghi costano molto e volevamo risparmiare. Ci hanno detto che qui si affittava una stanza e siamo venuti”.
“Come siete venuti?”.
Stefan ebbe un attimo di sbandamento ma non lo diede a vedere:
 “Con la macchina”, disse pronto.
“Dove sta la macchina?”
“È parcheggiata in un posto pubblico poco più giù”.
Seguì una breve pausa. Stefan aveva il fiato sospeso, sperava che non dicesse: “Mi fornisca patente e libretto!”
 A quel punto, Lian con abile mossa intervenne:
“Possiamo offrire qualcosa da bere? Un caffè, una birra?”.
Bastò quella interruzione per distrarre per un attimo l’agente.
“No, grazie”.
 E rivolto a Peng disse:
“Può fornirmi la licenza di affitto dell’appartamento?”.
Peng si alzò, andò alla credenza, aprì un cassetto e prese un foglio. Era l’autorizzazione all’affitto, solo che non era stata ancora rinnovata per quell’anno.
La porse al funzionario, con la certezza che avrebbe pagato una multa salatissima.
Ma non era quella l’intenzione dell’agente di polizia. A lui interessava accertare che quanto detto rispondesse a verità.
Posò la licenza sul tavolo e si alzò, l’altro agente lo seguì. Salutarono ed uscirono.
Lian guardò Stefan con severo cipiglio, aveva commesso una grave leggerezza che avrebbe potuto compromettere tutto. Stefan abbassò la testa in segno di pentimento.
Poi si guardarono tutti e tre negli occhi e scoppiarono a ridere.
“L’abbiamo passata veramente brutta”, disse Peng.
“A me è andata bene, avrebbe potuto farmi una multa coi fiocchi, avevo la licenza d’affitto scaduta. A voi è andata ancora meglio, avete verificato la validità dei passaporti appena arrivati e non vi ha chiesto la patente di guida”.
“Grazie al mio intervento”, precisò Lian sorridendo e guardando Stefan, come una mamma fa col figlio birichino.
“Ora possiamo cenare in pace”, concluse Peng.

Capitolo VII
Sulla via della salvezza

Era giunto il momento della partenza.
Ricevuti i passaporti ed i visti, Lian e Stefan non avevano più nessun motivo per restare a Jilin, anzi, se fossero partiti al più presto, avrebbero avuto più probabilità di non essere individuati.
C’era un solo problema: trovare un qualsiasi mezzo per arrivare alla frontiera e riuscire a passare in Russia.
Di questo si incaricò Peng. Andò in un’agenzia di viaggi e s’informò. Non c’erano grandi problemi, potevano scegliere tre modalità diverse: un treno, un autobus, o un taxi.
Lian e Stefan optarono per il treno: era, secondo loro, il mezzo più sicuro per trascorrere il viaggio in tranquillità.
Comperarono due valigie, biancheria per entrambi, due pigiami e due abiti nuovi da indossare, una volta giunti in Russia. Lian comperò anche un paio di scarpe più comode, dato che quelle che attualmente indossava avevano un tacco da dodici centimetri.
Il percorso del treno era il seguente: partenza dalla stazione di Jilin, passare per Harbin West, di lì proseguire per Suifenhe, dove era situata la frontiera tra Cina e Russia e dove Lian e Stefan avrebbero dovuto esibire i passaporti. Una volta passata la frontiera, la ferrovia si arrestava a Grodekovo. Qui avrebbero dovuto prendere un Bus per Vladivostok.
Il giorno seguente, Peng li accompagnò con la macchina alla stazione di Jilin.
Qui si salutarono, Lian e Peng si abbracciarono calorosamente, come due fratelli, che devono lasciarsi per sempre. Gli occhi di Peng erano velati, Lian piangeva, in fondo stava per lasciare l’ultimo pezzo della sua vita fin lì vissuta. Peng era l’ultimo affetto della sua terra natia. Anche Stefan lo salutò cordialmente, senza il suo fondamentale aiuto sarebbero finiti in prigione, e chissà quando avrebbe potuto più far ritorno in Italia. Salirono sul treno e, quando questo si mise in moto, dal finestrino diedero un ultimo saluto a Peng, agitando le braccia.
Il viaggio proseguì tranquillo fino a Suifenhe, dove era situata la frontiera. Lì salirono sul treno gli agenti frontalieri, per verificare le identità dei passeggeri e la validità dei passaporti, quindi, ritirarono tutti i documenti e scesero per controllarne le validità. Questo procedimento durò un tempo infinito. La cosa che mise più ansia e preoccupazione a Stefan e Lian fu proprio il tempo trascorso per la verifica dei passaporti. Quello era l’unico serio ostacolo, che li separava dalla libertà. Se avessero trovato solo una minima irregolarità sui passaporti, sarebbe stata la fine della loro lunga avventura, la beffa finale.
Quando gli agenti risalirono a bordo, per riconsegnare i passaporti alle legittime persone, la loro ansia era arrivata alle stelle, i loro cuori battevano forte. Temevano di essere presi ed invitati a scendere dal treno. Gli agenti, prima di consegnar loro i passaporti, li fissarono bene, fecero togliere gli occhiali a Lian e confrontarono il suo viso con quello della foto; quello fu un momento di vera adrenalina per entrambi.
Tutto andò per il verso giusto: non avendo notato nulla di anomalo, gli agenti consegnarono loro i passaporti e Lian e Stefan tirarono un grande sospiro di sollievo, anche se il loro atteggiamento restò impassibile.
Ora bisognava attraversare la frontiera russa.
Lian e Stefan erano molto più sereni, ormai erano fuori dal territorio cinese; anche se i russi li avessero fermati, potevano chiedere di essere espulsi e rimandati in Inghilterra, Stato in cui figuravano risiedere.
Dopo  un lungo periodo di tempo per il controllo dei vari documenti, furono invitati da due agenti russi a scendere dal treno e seguirli in una saletta della stazione di frontiera.
In seguito alla pandemia del corona virus, la Russia chiedeva ai cittadini provenienti dalla Cina un ulteriore visto, rilasciato dalle competenti autorità sanitarie cinesi, per poter entrare nel loro Stato; purtroppo, sia Stefan che Lian ignoravano questa nuova norma.
Poiché le autorizzazioni mancavano, gli agenti di frontiera impedirono loro di entrare in territorio russo e li invitarono a rientrare in Cina per ottemperare alle nuove regole.
Sia Lian che Stefan protestarono vivamente e chiesero di essere portati al consolato inglese, ma i Russi non vollero sentire ragioni, oltretutto mal si intendevano con la lingua inglese e due loro agenti li scortarono fino alla frontiera cinese.
Qui giunti, le guardie cinesi vollero sapere i motivi del respingimento; meno male che Lian parlava cinese perché poté spiegare con chiarezza le ragioni del loro mancato ingresso in Russia, altrimenti ci sarebbero stati ulteriori malintesi e possibili cattive ripercussioni.
Oltretutto entrambi avevano il morale “sotto i piedi” e una grande paura di essere riconosciuti e portati in carcere.
Comunque, gli agenti della frontiera cinese non si limitarono solo ad ascoltare le loro ragioni, ma fecero delle foto di riconoscimento e li trattennero per diverse ore in una saletta, fredda e poco illuminata.  
Durante il periodo di permanenza nella stazione di polizia, Stefan e Lian non solo tremavano di freddo, ma soprattutto di paura. Stefan, anche se in cuor suo era fortemente pessimista, cercò di rincuorare Lian:
“Non preoccuparti, vedrai che tutto andrà bene, non ci hanno riconosciuti, sono convinti che siamo dei turisti inglesi mal informati sulle norme di espatrio, ci stanno tenendo lungamente sulla corda in modo da farci passare ogni voglia di andare in Russia”.
“No, Stefan! Stanno verificando le nostre identità e tra poco vedrai che un loro agente verrà a smascherarci”, rispose Lian completamente demoralizzata ed affranta.  
Poi verso sera, due agenti con in mano le loro valigie e i loro passaporti, minuziosamente esaminati e controllati, entrarono finalmente nella saletta. Consegnarono loro quanto sequestrato  e li invitarono a tornare rapidamente a Pechino per completare la documentazione e rientrare in Inghilterra.
Non appena Stefan e Lian si resero conto di essere liberi, lasciarono rapidamente il posto di polizia di confine, chiamarono un taxi e si fecero portare nel centro della cittadina di Suifenhe.
Erano nello stesso tempo felici e impauriti, inoltre non sapevano cosa fare. Erano come impietriti, non riuscivano non solo a muoversi, ma neanche a pensare.
 Giunti nel centro di Suifenhe, una cittadina non grande della Cina di nord-est di circa sessantamila abitanti, si fecero fermare davanti ad un albergo, qui presero una camera matrimoniale e vi si chiusero dentro, ancora tremanti dalla paura e quasi increduli di essere ancora liberi.  
Lian, una volta chiusa la porta della camera, si buttò tra le braccia di Stefan e scoppiò in un pianto dirotto.
“Cosa facciamo adesso, Stefan? Ormai la polizia ha anche le nostre nuove identità e non abbiamo dove rifugiarci. Prima o poi ci prenderanno e ci porteranno in carcere”.
Stefan, pur essendo scoraggiato al pari di Lian, cercò di confortarla, le accarezzò i capelli e disse:
“Non disperare, siamo ancora liberi, cerca di calmarti e cerchiamo insieme di pensare a come poter fuggire e non farci acciuffare”.   
Aveva completamente dimenticato che Lian aveva in testa una parrucca, che, perciò, stava lisciando dei capelli finti e le sue carezze erano inutili.
“Cosa proponi di fare?”, bisbigliò tra le lacrime Lian.
“In questo momento, non riesco a trovare alcuna soluzione. Torniamo da Peng, può darsi che lui ci possa ancora aiutare”
“No! Metteremmo a rischio anche la sua vita”.
“Va bene, ma non riesco a trovare una diversa via di uscita”.
“Se dobbiamo tornare da Peng, dobbiamo far in modo che nessuno ci veda entrare nella sua casa; non voglio fargli passare dei guai per colpa nostra”.
“Vorrà dire che arriveremo a Jilin di notte. Solo che tu sei troppo vistosa ed attrai eccessivamente l’attenzione delle persone. Forse è il caso che ti tolga la parrucca”.  Nel pronunciare quella parola si accorse che  la stava accarezzando e gli scappò un sorriso.
“E’ meglio che ritorni con le tue sembianze cinesi; con un foulard scuro in testa che ti copra parzialmente il viso ed un paio di occhiali scuri , di notte,  nessuno potrà riconoscerti. Io, vestito da cinese, do meno nell’occhio. Vorrà dire che tornerai a truccarti da occidentale, una volta che saremo fuori dalla Cina, qui i documenti sono ormai inutili, non li potremo più usare”, disse Stefan meditabondo.
“Ma come facciamo per arrivare a Jilin?”, domandò Lian.
“Noleggeremo un taxi e ci faremo lasciare nei pressi del parcheggio dove lasciammo il furgone, di lì proseguiremo a piedi per la casa di Peng. Logicamente dovrai uscire da questo albergo come la signora Clarissa Evans, ancora con le sembianze da occidentale e la parrucca bionda. Vorrà dire che ti cambierai appena scesi dal taxi in un vicolo scuro di Jilin. Non dimenticare che abbiamo con noi nella valigia gli abiti, che ci aveva comperato Peng prima di partire”.
“Mi sembra una buona soluzione”, confermò Lian.


 
Capitolo VIII
Ritorno a Jilin

Erano così affranti che avevano dimenticato di mangiare; infatti, erano digiuni dal mattino.  Oltretutto non avevano per nulla fame, lo stomaco per colpa della paura si era completamente chiuso.
Per il momento,  riavuti dallo spavento, avrebbero dovuto comportarsi con cautela.
La prima cosa che fecero fu quella di controllare se mancava qualcosa nelle valigie e se gli indumenti, che avevano comperato prima di partire, c'erano tutti.
All'improvviso, un’idea balenò nella mente di Lian: "Stefan, se per controllarci hanno messo nelle valigie delle microspie o dei generatori di segnale?", disse.
"Hai ragione, infatti è molto strano che ce le abbiano restituite…",  rispose Stefan, meravigliato del ritorno in sé della compagna, "sarebbe meglio liberarci di queste ingombranti valigie e sostituirle con due borse leggere".
" Ma a quest'ora dove possiamo  trovarle?", obiettò Lian.
"Chiederò alla reception dell'albergo se possono fornirci delle grosse buste di plastica. Non fa niente se gli abiti si stropicciano un po'. Una volta giunti a casa di Peng, chiederemo a lui di comperarle".
"Bene, ora vuoi mangiare?", chiese Lian. "Forse è il caso di pensare anche al nostro corpo".
"Come sempre hai ragione",  rispose Stefan guardandola con dolcezza.
Lo stress di quella giornata e la paura aveva reso insensibili i loro cuori, ma ora che le acque si erano abbastanza chetate, riaffioravano i buoni sentimenti e la tenerezza.
“Si! Credo sia proprio il caso di mettere qualcosa sotto i denti” continuò Stefan.
“Scendiamo giù nella hall e chiediamo se hanno qualcosa da mangiare, in caso contrario usciremo in cerca di un ristorante.
Prima di partire per Jilin è bene riempire lo stomaco”.
Così fecero. Lian pensò bene di citofonare alla reception e chiedere se avessero un ristorante interno. Appena ne ebbe conferma scesero giù a cena. Ordinò tutte pietanze tipiche cinesi, che Stefan gradì poco, ma che, per non arrecarle un  dispiacere, fece finta di mangiare con gusto.
Quindi, prima di risalire in camera, Stefan si fece dare dal receptionist due grosse buste nere, nelle quali avrebbero messo, rispettivamente tutti i loro oggetti.
Poco dopo mezzanotte chiamarono un taxi, disposto a portarli a Jilin.
 Quando scesero, portarono con loro le due grosse buste, lasciando in camera le valigie. Prima di andar via pagarono la stanza come se fossero rimasti lì per un’intera giornata, cosa che fece molto piacere al direttore d’albergo.
Salirono sul taxi e diedero l’indirizzo di Songjiang Middle road all’angolo con Hunchun Street.
Non diedero l’indirizzo della casa di Peng per non lasciare tracce precise e per evitare di coinvolgerlo in eventuali indagini della polizia; per il momento erano ancora la signora Clarissa Evans ed il signor Robert Smith.
Giunsero a Jilin alle due circa, pagarono il tassista e velocemente si incamminarono per Hunchun Street. Cercarono un angolo buio, il più riparato possibile da sguardi indiscreti, anche se a quell’ora c’era un silenzio per tutta la strada e non si vedeva anima viva.
Trovarono un luogo abbastanza riparato proprio all’inizio di  Hunchun Street, un piccolo parcheggio con poche macchine e delle aiuole con alti cespugli. Qui Lian si tolse la parrucca, si svestì degli abiti occidentali, indossando una tonaca cinese sui toni del grigio, soprattutto tolse le scarpe coi tacchi alti che tanto odiava, per indossare dei morbidi  mocassini con poco rialzo; per finire mise in testa un foulard di lana quasi nero, che le copriva non solo la testa, ma anche parte del viso e, per concludere, rimise gli occhialoni scuri che già aveva.
In questo modo, non era più la signora Clarissa Evans, ma era ritornata Wang Lian, anche se praticamente irriconoscibile.
Una volta sistemati nel sacco i vestiti occidentali e la parrucca, si avviarono verso casa di Peng.
Per non dare nell’occhio camminarono a passo normale uno dietro l’altro,  quasi radendo i muri delle case.
Impiegarono circa mezzora per giungere al n° 322 di Hunchun Street. Dovettero bussare varie volte prima che una voce assonnata rispondesse al citofono:
“Chi è a quest’ora? Cosa volete?”
“Sono Lian, Peng”.
Ci fu un attimo di silenzio che sembrò eterno, poi, all’improvviso, si aprì il portone e sull’uscio comparve la sagoma di Peng. Come li vide con una mossa repentina li  tirò dentro, chiuse il portone senza far rumore e, guardandoli esterrefatto, sussurrò:
“ Per l’amor di Dio, Lian. Cosa ci fai qui? Ti credevo in salvo, qui non ci puoi stare. Siete ricercati, le guardie della polizia popolare sono tornate a cercarvi. Dovete andar via! Se gli agenti segreti vi hanno visto sono in pericolo anch’io”.
“Ciao, Peng. Non preoccuparti non ci ha visto nessuno, per questo siamo venuti a quest’ora”, rispose Lian.
“Saliamo subito in casa, senza far rumore mi raccomando”, disse Peng sottovoce.
Una volta entrati in casa e chiusa la porta, Lian e Peng si abbracciarono, erano entrambi contenti ma impauriti.
Peng chiese:
“Come mai siete ritornati qui? Non siete riusciti a passare la frontiera con la Russia?”.
Si sedettero sul divano e Lian raccontò tutte le peripezie passate il giorno prima.
Peng ascoltava con molto interesse ma anche con molta apprensione. Certo nel  ritrovarsi in casa due fuggiaschi, per giunta ricercati, non c’era da stare allegri. Poi chiese:
“Perché siete ritornati qui? Come pensate che vi possa aiutare?”
“ Non sapevamo cosa fare né dove andare…”, gli rispose Lian, “dovevamo sparire dalla circolazione, gli agenti dovevano perderci di vista!”.
“Sì! Ma sanno che siete ritornati a Jilin…”, obiettò Peng, “il tassista riferirà con precisione dove vi ha lasciati e gli agenti non ci metteranno molto a capire che siete ritornati qui:”
“Quando sono tornati qui, tu cosa hai detto?”, chiese Lian titubante.
“Ho risposto che il giorno dopo la loro prima visita siete andati via, dicendo che sareste tornati a Pechino e poi in Inghilterra. Ho ribadito con fermezza che vi siete presentati come turisti ed io non vi avevo mai visto prima”.
“Bene!” Esclamò Lian. “Siamo venuti da te anche per sapere se conosci un modo alternativo per superare il confine”.
Senza nemmeno pensare, ma d’intuito Peng rispose:
“Certo! Da clandestini!”
“Cosa vuoi dire, Peng. Spiegati meglio!”
“So che ogni giorno centinaia di cinesi passano la frontiera con la Russia da clandestini, accompagnati da persone che fanno questo lavoro per mestiere, attraverso dei sentieri collinari nei pressi di  Suifenhe”.
“Grazie Peng! Sapevo che ci avresti suggerito una scappatoia”.
Così dicendo gli si buttò addosso e lo strinse forte con affetto.
Peng diventò rosso, ma era contento di vedere Lian sorridere di nuovo.
“Ora dobbiamo pensare ad un  piano serio di fuga”, disse Lian eccitata.
In tutto questo tempo, Stefan non aveva proferito parola ma era rimasto muto ad ascoltare.
A questo punto, intervenne:
“Dobbiamo tornare a Suifenhe, cercare di contattare uno di questi frontalieri clandestini, dargli quello che ci chiede ed affidarci a lui per passare il confine”.
“Attenzione!”, ribatté Peng.
“Spesso tra queste persone si nascondono agenti statali, pronti ad arrestare i clandestini. Non vorrei che vi imbatteste in una di queste guardie segrete, perché sarebbe la vostra fine”.
“Hai fatto bene ad avvertirci, Peng. Spesso si sbaglia per ignoranza”, disse Lian preoccupata.
“Comunque, ciò che più mi preoccupa ora…”,  rispose Peng,  “ è la vostra presenza qui. Dovrete stare sempre nascosti fino al momento in cui non deciderete di partire”.
“La cosa più difficile è arrivare a Suifenhe senza essere visti”, commentò Stefan, “non possiamo prendere nessun mezzo pubblico ed è anche molto rischioso noleggiare una macchina, anche se lo potrebbe fare Peng per noi, ma poi non sapremmo dove lasciarla”.
“Tutto sommato forse sarebbe meno rischioso, se vi accompagnassi io con la mia auto per poi tornare a casa velocemente. Credo che  lo dovremo fare di notte, in modo che possa tornare prima dell’alba ed aprire regolarmente il mio negozio al mattino. In questo modo, credo che nessuno potrebbe  accorgersi di niente. Resta solo il dubbio che qualcuno vi abbia visto venire qui adesso. Ma lo appureremo per prima cosa domattina. Se non arriva nessuno, vorrà dire che tutto è filato liscio. Ora andate a dormire. Ci rivediamo domani mattina, se Dio vuole”.
Con queste parole Peng terminò il suo ragionamento e li accompagnò con una fioca lampada nella stanza degli ospiti.
Lian e Stefan si spogliarono e si infilarono sotto le coperte;  avevano tanto bisogno di coccole e di rincuorarsi a vicenda.
Quando si svegliarono il mattino seguente, erano passate abbondantemente le dieci. Avevano dormito saporitamente, confortati dal calore del corpo l'una dell'altro. Si alzarono ed andarono in cucina. Qui furono felicemente sorpresi nel vedere che Peng aveva lasciato loro la colazione sul tavolo.
La colazione cinese, detta anche "yum cha”, consiste  nel bere il tè (tè verde, tè nero, tè oolung ecc.), mentre si degustano i "dim sum", piatti leggeri formati da piccole porzioni di cibi cotti, che possono includere carne, pesce, verdure, dolci e frutta. Peng li aveva lasciati sul tavolo in piattini o cestini per la cottura a vapore.
Lian li mangiò con gusto, ma anche a Stefan non dispiacquero.
Inoltre sulla tavola Peng aveva lasciato un biglietto per Lian e Stefan, nel quale raccomandava loro di non far rumore per non essere sentiti dai vicini, di restare in casa e non aprire nessuna finestra per non essere visti da nessuno. Lui sarebbe rientrato col pranzo verso le quattordici ed in quella circostanza avrebbero potuto perfezionare il piano di fuga. Comunque era necessario sparire di lì quella notte stessa.
Dopo aver letto il biglietto, Lian rivolta a Stefan disse: "Peng ha una gran paura. Non voglio esporlo a rischi inutili, per cui faremo come dice lui".
"Sono d'accordo", rispose Stefan conciliante. Poi proseguì:
"Se avessimo saputo fin dall'inizio di questa possibilità di attraversare la frontiera da clandestini, non avremmo avuto proprio il bisogno di venire qui da Peng e fargli correre rischi inutili, saremmo potuti passare con l'aiuto dei ‘frontalieri’ già 15 giorni orsono".
" Guarda... " rispose Lian " che siamo venuti da Peng per farci mandare i passaporti nuovi".
"Ma se avessimo dovuto attraversare il confine da clandestini, i passaporti non ci sarebbero serviti. Avremmo potuto usare quelli autentici nostri una volta giunti in Russia, lì non siamo ricercati".
"Cosa dici, Stefan. Ti sei bevuto il cervello?", rispose stizzita Lian.
"Se ieri non avessimo avuto i passaporti inglesi, adesso staremmo chiusi in prigione dietro alle sbarre e chissà per quanto tempo ancora ci saremmo rimasti.
Quei passaporti sono stati la nostra salvezza! Potrò avere la mia vera identità ancora per poche ore, il tempo di contattare i frontalieri clandestini e attraversare la frontiera. Una volta giunta in Russia dovrò necessariamente ritornare ad essere la signora Clarissa Evans. Infatti non abbiamo altri documenti se non quelli inglesi. Senza documenti non potremmo mai raggiungere l'Inghilterra".
Stefan non rispose per non contraddirla, voleva evitare discussioni inutili, ma se avessero avuto i loro documenti la giornata precedente non ci sarebbe mai stata, perché mai avrebbero tentato di passare la frontiera legalmente.
Verso le due del pomeriggio sentirono aprire la porta, era Peng che arrivava portando con sé il pranzo. Era sorridente e di ottimo umore, li salutò e disse:
“Tutto bene. Il quartiere è tranquillo, non ci sono guardie in giro e questa notte nessuno vi ha notato. Ora mangiamo con serenità, poi parleremo della vostra nuova avventura di fuga. Così dicendo scoprì una cesta di vimini che teneva in mano, avvolta in un tovagliolo di grandi dimensioni.
Cominciò a tirar fuori i piatti di portata: ravioli al vapore, pollo alle mandorle e gelato fritto.
Era tutto molto buono e mangiarono con gusto e in allegria.
Alla fine del pranzo, Lian lo ringraziò dicendo:
“Grazie, Peng! Sei stato di una gentilezza infinita, mi ricorderò sempre di te, sia che  questa avventura dovesse avere un lieto fine, sia che dovessimo finire in galera”.
“Finirà sicuramente bene!” Rispose Peng in tono perentorio, per rassicurarli. Poi proseguì:
“Partiremo questa notte per Suifenhe, a mezzanotte circa. Vi accompagnerò io con la mia auto, dovremo arrivare lì intorno alle due in modo che io possa tornare a Jilin intorno alle quattro del mattino. A quell’ora, poiché già molti miei concittadini iniziano a svegliarsi ed avviare le loro attività, nessuno baderà a chi sta in giro con la macchina. In questo, modo avrò la possibilità di rientrare in garage senza essere notato e potrò riaprire il mio negozio normalmente come tutte le mattine…”
“Questo per quanto riguarda me!
Invece per quanto riguarda voi, vi lascerò in una zona molto famosa per essere frequentata dai frontalieri, ma anche da agenti segreti. Non dovrete mai farvi vedere insieme. Starete sempre lontani l’uno dall’altra, senza, però, mai perdervi di vista. Infatti gli agenti cercano due persone e credo che facciano meno caso ad un cinese che finge di essere indaffarato.
Qui, purtroppo, dovrai entrare in scena tu, Lian. Sopratutto perché sei l’unica a parlare cinese e capace di comprendere i discorsi della gente. Dovrai avere le ‘orecchie molto lunghe’ e capire chi è guardia e chi è fuorilegge; se sbagli è la vostra fine. Ma non ci voglio neanche pensare!
Ora cercate di stare tranquilli e non fatevi prendere dalla paura,  la mancanza di esperienza e il timore di sbagliare solitamente fanno commettere molti errori, ma fanno parte della nostra vita; non ho la pretesa di essere presuntuoso o saccente, ma solo di suggerire alcune cose per rendere la fuga più sicura”.
“Sei un tesoro, Peng”, rispose Lian in atteggiamento quasi di devozione, “non so come avremmo fatto senza di te. Seguiremo le tue parole alla lettera e speriamo che tutto vada bene”.
Anche Stefan intervenne:
“Grazie, Peng. Senza il tuo aiuto credo che quasi sicuramente saremmo caduti nella rete degli agenti segreti cinesi”.
Peng si sentì fiero, ma si schermì dicendo:
“No! Non merito tutti questi complimenti. Faccio tutto ciò di cuore perché sono molto affezionato a Lian ed ora un poco anche a te, Stefan”.
Così dicendo scese di corsa al negozio, dove aveva lasciato un ragazzo a sostituirlo.

Capitolo IX
Il nuovo tentativo di fuga.

Come convenuto,  a mezzanotte in punto Stefan, Lian e Peng erano pronti per partire.
Lian per essere meno riconoscibile aveva messo in testa un vecchio foulard di lana, aveva indossato dei vecchi abiti da contadina cinese che Peng le aveva procurato ed un paio di occhiali scuri, meno appariscenti di quelli che aveva la notte precedente e che sarebbero dovuti appartenere alla signora  Clarissa Evans.
Dal canto suo Stefan indossava abiti sgualciti e consumati, datigli da Peng, un cappello a cono anch’esso vecchio e rotto e i soliti occhialini rotondi, che già aveva.
Inoltre Peng aveva avuto cura di procurar loro due borsoni leggeri in cui riporre gli abiti precedentemente indossati e che sarebbero dovuti servire, una volta giunti in Russia, per assumere le sembianze dei signori: Robert Smith e  Clarissa Evans.
Peng aveva rivolto loro un ultimo consiglio:
“Mi raccomando cercate di non smarrire i vostri documenti né di farveli rubare, rappresentano l’unica ancora di salvezza per arrivare in Inghilterra”.
Al buio Peng aveva aperto la porta, aveva consegnato le chiavi della sua auto a Lian, le aveva detto di scendere le scale senza far rumore, di arrivare di nascosto fino al garage dove era custodita l’auto e, arrivata lì, di aprire la macchina  e sgattaiolarvi dentro, lasciando socchiuso lo sportello, nell’attesa che arrivasse Stefan. Infatti Stefan, dopo circa cinque minuti, fu il secondo a scendere le scale senza far rumore, ad arrivare alla macchina e nascondersi dentro. Infine, dopo altri cinque minuti, l’ultimo a scendere fu Peng. Chiuse con molta circospezione la porta in modo da non far rumore, silenziosamente giunse alla macchina, si mise alla guida e partì senza frapporre indugi.
Dopo circa due ore arrivarono a Suifenhe, qui Peng si fermò in uno spiazzo non troppo grande adibito a parcheggio delle auto e tutti e tre scesero dalla macchina.
Si abbracciarono e si salutarono calorosamente, Lian si mise a piangere, mentre abbracciava e ringraziava Peng; questa volta sperava, per sé e per l’amico, che non si sarebbero più rivisti. Anche Stefan lo abbracciò e lo ringraziò con calore e, dopo aver preso le due borse: la sua e quella di Lian, si allontanarono entrambi, mentre Peng ripartiva per far ritorno a Jilin.
Seguirono il consiglio di Peng; Stefan, dopo averle consegnato la sua borsa, si allontanò di una cinquantina di metri da Lian, senza perderla, però, mai di vista. Ora dovevano attendere che si facesse giorno.
Verso l’alba, quando la notte aleggiava ancora nell’aria e il giorno non era ancora pieno, quando la distinzione fra tenebra e luce non era ancora netta, Stefan intuì che tutto ciò che nella vita gli appariva in contrasto, il buio e la luce, il falso e il vero non erano che due aspetti della vita e, mentre restava assorto e sovrappensiero, il rumore stridente dei carretti che arrivavano sospinti dalle braccia di piccoli uomini lo scossero, si rese conto che stava sopraggiungendo un nuovo giorno fatto di suoni, chiacchiericci, urla, confusione. In effetti, si erano fermati nello spazio di un mercatino, di lì a poco le poche auto, che avevano sostato tutta la notte, avrebbero fatto posto a numerose bancarelle di ogni genere e il brulicare di gente li avrebbe travolti.
Si affrettò a scorgere di nuovo Lian, che era stata coperta da alcuni teloni e da tanta gente indaffarata ad allestire  i loro banconi.
Capì che sarebbe stato difficile riuscire a star dietro a Lian senza perderla mai di vista.  Ancora più difficile, sarebbe stato riuscire far credere, a chi gli era intorno, che non la stava seguendo. Si mise la borsa sulle spalle come per far intendere che fosse un venditore ambulante, che si muoveva tra le strettoie delle bancarelle in cerca di qualche acquirente.
Lian, nel frattempo, si aggirava tra i banconi già allestiti, facendo finta di guardare la merce esposta  per comperare.  
Stefan, purtroppo,  presumeva che avrebbe trascorso così tutto il giorno.  Lian ascoltava i discorsi di tutti: i passanti, i venditori e gli acquirenti, in cerca di qualche parola che le facesse intuire chi era la persona giusta.
Stefan era spossato, le gambe quasi non lo reggevano più in piedi, avrebbe desiderato ardentemente uno sgabello dove sedersi e ritemprare le stanche membra, quando vide Lian parlare con una persona. Non si avvicinò, ma capì che forse aveva trovato la persona  che cercavano.
Infatti di lì a poco Lian si allontanò, seguita dal cinese con cui stava parlando. Si fermarono in un luogo più appartato e, dopo una lunga discussione, Stefan vide che Lian gli passava furtivamente del danaro tra le mani.
Capì allora che, forse, tutto era compiuto: Lian aveva individuato un frontaliere clandestino e si erano messi d’accordo sulla fuga verso il confine russo. Ora non restava che aspettare prudentemente ed osservare se prima o poi fossero giunti degli agenti ad arrestare Lian. In cuor suo, Stefan pregava che ciò non accadesse, ma si teneva ben distante nell’eventualità di fuggire tra la folla, prima che individuassero anche lui.
Si sedettero entrambi per terra, come avevano fatto molti cinesi, per lenire la stanchezza. Presero dalla borsa dei pasticcini che Peng aveva dato loro, nella consapevolezza che non avrebbero avuto l’opportunità di pranzare. Vide Lian avvicinarsi ad una bancarella di alimenti e comperare qualcosa da mangiare e metterla nella borsa. Si affrettò a fare la stessa cosa; la loro giornata sarebbe stata ben lunga, c’era ancora tutta una notte da passare e Stefan non immaginava come.
Verso l’imbrunire, quando ormai i colori del giorno si stavano attenuando e si mescolavano in un grigiore indefinito, come quello  dell’anima di Stefan, in pena per l’incertezza del futuro, Lian si alzò e lentamente si avvicinò alle bancarelle ormai in fase di smontaggio, gli fece cenno con una mano di avvicinarsi e, quando gli fu nei pressi, gli sussurrò:
“Non guardarmi e fai finta di voler comperare qualcosa dai banconi, la maggior parte di loro non comprende l’inglese per cui possiamo parlare senza paura di essere capiti. Ho contattato un frontaliere disposto a portarci al di là del confine russo, ho pagato anche per te. Dovremmo vederci qui verso le dieci di questa sera, quando ormai tutte le bancarelle del mercato saranno  state  rimosse e ci sarà poca gente. Tu in ogni caso mantieniti distante, ti farò cenno io, quando verrà il momento di avvicinarti. La prudenza non è mai troppa, anche se fino ad ora non ho annusato aria di sbirri, non possiamo mai essere sicuri”.
Subito dopo, senza guardarsi, si allontanarono lentamente sempre facendo finta di osservare la merce posta sulle bancarelle, che ormai cominciavano ad essere smantellate.
Stefan si fermò a comperare una bottiglia di coca cola, che mise nel borsone, sempre pensando alla  lunga strada che quella notte avrebbero dovuto fare a piedi.
Si fece sempre più sera e cominciò a scendere una leggera nebbia, che rendeva tutto più opaco, gli oggetti e le persone cominciarono a perdere i contorni e le immagini apparivano sempre meno definite. Poiché aveva paura di non riuscire più a vedere Lian, si avvicinò lentamente verso la posizione in cui si era seduta,  ma man mano che si avvicinava non riusciva più a scorgere Lian, uno strano tremore cominciò ad impadronirsi di lui. Come era possibile? Fino a qualche minuto prima aveva intravisto la sua sagoma, ora non la vedeva più. Poi all’improvviso si sentì tirare per la tunica, la paura lo paralizzò, pensò che gli agenti lo  avevano preso e gli stessero intimando di seguirlo e contemporaneamente sentì una voce che gli diceva:
“Stefan, che ti è preso? Muoviti, dobbiamo seguire il signore, che è venuto a prenderci”.
Si rincuorò subito, perché aveva riconosciuta la voce di Lian. Si voltò dal lato in cui veniva tirato e con una gioia immensa vide l’immagine di Lian e rispose:
“Ti avevo perso di vista, questa dannata nebbia non permette di vedere nulla chiaramente  se non a qualche metro di distanza”
“Ringrazia questa nebbia, perché ci aiuterà a superare il confine senza essere visti”, obiettò Lian.
Così dicendo lo prese per mano come un bambino e lo tirò verso un furgone pieno di gente. Erano tutti clandestini che quella notte avrebbero dovuto passare la frontiera con la Russia. Salirono a bordo e non appena i posti furono tutti occupati, un vecchio cinese sollevò la sbarra posteriore del furgone e la  bloccò; dopo poco lo mise in moto.
Restarono sul furgone per circa un'ora, tra mille sbalzi e sussulti senza mai riuscire a vedere il paesaggio circostante. Riuscivano solo ad intuire che erano su un sentiero di campagna, molto dissestato e pieno di buche, la fitta nebbia ed il buio impedivano di vedere ogni cosa intorno.
Ad un tratto il furgone si fermò ed un cinese venne ad aprire la sbarra posteriore e li fece scendere tutti.
Stefan sentì che diceva qualcosa e dava degli ordini o avvertimenti, ma non capì assolutamente niente. Lian ascoltava intanto attentamente e, quando l'uomo ebbe finito di parlare, si avvicinò a Stefan, lo prese ancora una volta per mano, per evitare che si dividessero in quel buio e gli disse:
"Non temere, siamo molto prossimi al confine, da questo momento in poi non possiamo più continuare il viaggio sul furgone, ma dobbiamo tutti procedere a piedi. A noi donne sarà data la possibilità di salire sulla groppa di un mulo, mentre voi uomini ci camminerete a fianco. Dovremo formare una colonna e procedere in fila indiana, seguendo il capo cordata”.
Infatti, dopo qualche minuto, Stefan vide arrivare un mulo, tirato per la corda da un cinese, che aiutò Lian  a montare in groppa, mentre lui le si poneva al fianco, aggrappandosi alla caviglia di un suo piede.
Così la cordata si mosse e procedettero uno dietro l’altro per un'altra buona oretta.
Stefan era stanco ed infreddolito, ogni tanto inciampava  su qualche pietra o cadeva in una buca, senza, però, mollare mai la caviglia del piede di Lian.
Poi all'improvviso si sollevò come un brusio e Lian rivolta a Stefan gli sussurrò:
" In questo momento abbiamo superato il confine e siamo su territorio russo".
Stefan era al settimo cielo per la gioia, non gli sembrava vero, avrebbe voluto abbracciare Lian e condividere con lei quel momento felice, ma purtroppo l'unica cosa che poté fare per comunicarle la sua soddisfazione fu di stringerle con forza la caviglia, tanto che Lian esclamo: "Ahi! Stefan, mi fai male!"
" Volevo farti sentire la mia gioia", replicò giulivo Stefan.
"Se questo è il tuo modo di comunicare la tua felicità, preferisco sentirti triste", gli rispose ridendo Lian.
Camminarono così ancora per una decina di minuti, poi avvertirono in lontananza uno strano suono, come di un fischio, che si faceva sempre più intenso e sembrava moltiplicarsi. Tutti cominciarono ad urlare ed il mulo spronato dal conducente che lo tirava cominciò a correre. Lian ebbe appena il tempo di dire: "I gendarmi! Corri! " che Stefan, inciampando, cadde e dovette lasciare la caviglia di Lian. Quando si rialzò, il mulo con sopra Lian era sparito, la nebbia ed il buio non lasciavano intravedere più nulla.
Cominciò a chiamare: "Lian! Lian!".
 Ma non ebbe nessuna risposta, al contrario cominciò ad intravedere un chiarore, mentre il suono di un fischietto si faceva sempre più distinto.  All’improvviso vide una luce che lo abbagliava e di fronte a lui  due poliziotti con i fucili puntati.
Alzò subito le mani in alto, lasciando cadere la borsa. Sentiva che i poliziotti gli dicevano qualcosa in tono molto adirato, ma non riusciva a capire nulla. Atterrito, l'unica cosa che riusciva a dire era: "Mi arrendo, mi arrendo, non sparate (I surrender, I surrender, don't shoot)".
I poliziotti non capivano cosa stesse dicendo, però capirono che non sapeva parlare russo, gli misero le manette, presero la sua borsa e lo portarono su una camionetta, non molto distante dal luogo dove lo avevano arrestato.
Sopra c'erano altre tre persone, anche loro ammanettate e dopo non molto tempo ne arrivarono ancora altre. Poi uno dei gendarmi, con molta probabilità quello di grado superiore, rivolse loro delle domande; tutti risposero e man mano che rispondevano venivano portati su un'altra camionetta poco distante. L'unico, che non solo non seppe rispondere ma ad ogni domanda rispondeva in inglese: " Non capisco (I don’t understand)", fu Stefan.
Alla fine rimase solo sulla camionetta e non riusciva in alcun modo a capire che cosa stesse succedendo, né perché era rimasto solo.
Poi il fuoristrada si mise in moto e partì.
Viaggiò per quasi due ore, senza che riuscisse a capire dove lo stessero portando. Pensava a Lian, chissà che cosa le era accaduto, l'avevano arrestata come era successo a lui o era riuscita a scappare? Questo dubbio lo attanagliava e gli aveva fatto venire un gran dolore di stomaco.
Nel frattempo s'era fatto giorno, capì che stavano attraversando una città, perché intorno vedeva solo palazzi.
Alla fine lo fecero scendere e subito si rese conto che lo stavano portando nella caserma di una qualche cittadina russa.
Dopo averlo perquisito e avergli sequestrato il passaporto, lo chiusero in una cella fredda e maleodorante. Rimase lì da solo per più di tre ore prima che un agente russo entrasse e gli rivolgesse la parola. Ma come al solito non si capirono. L’unica cosa che riuscì a far comprendere  fu che era un inglese; cosa che, comunque, avevano già capito, esaminando il suo passaporto.
Verso le tredici gli portarono da mangiare le riserve alimentari, che teneva nel borsone; meglio quelle che qualche brodaglia o zuppa russa! Pensò.
Solo verso sera arrivarono tre agenti ed un signore in borghese.
Aprirono la cella e l’agente senza divisa gli chiese in un inglese approssimativo, ma abbastanza comprensibile:
“Perché ha cercato di passare la frontiera clandestinamente, dal momento che  il suo passaporto è in regola?”.
A quel punto, Stefan si sentì sollevato, finalmente c’era qualcuno che lo capiva; gli rispose:
“Ieri ho tentato di passare la frontiera regolarmente, ma le guardie di confine me lo hanno impedito e mi hanno respinto in Cina, perché non avevo un certificato sanitario rilasciato dalle autorità cinesi”.
“Ha ragione, provenendo dalla Cina c’era bisogno di una autorizzazione sanitaria. Ma perché era così importante per lei venire in Russia, tanto da rischiare di passare da clandestino?”
“Essendo un turista, quando sono partito dall’Inghilterra volevo visitare sia Pechino che Mosca e avevo chiesto tutte le autorizzazioni necessarie. Le autorità inglesi non erano a conoscenza di questa nuova norma operante tra voi e la Cina”.
“Perché ha tentato di passare da clandestino? Non sarebbe stato meglio se, tornato in Cina, avesse chiesto il certificato sanitario? Noi non avremmo avuto difficoltà a farla entrare”.
Stefan sentiva che l’agente era cortese ed era dispiaciuto per l’accaduto, non sapeva cosa rispondere, poi disse:
“Avevo fretta di visitare Mosca mi hanno proposto questa soluzione e l’ho accettata”.   
“Ma in questo modo, essendo entrato da clandestino, non possiamo trattenerla sul nostro territorio, dobbiamo necessariamente rimpatriarla. Ora per vedere la nostra capitale dovrà necessariamente tornarci. Mi raccomando! Senza passare dalla Cina!... Se tutti i suoi documenti risulteranno in regola e tutti gli accertamenti saranno a lei favorevoli, penso che domani sarà rimpatriato e accompagnato all’aeroporto”.
“Ma dove siamo?”, chiese dubbioso Stefan.
L’agente meravigliato rispose:
“ A Vladivostok. Non l’aveva capito?”.
“No! Mi scuso! Ma dopo le vicissitudini passate avevo completamente perso il senso dell’orientamento”.
Mentre parlavano, l’agente russo traduceva tutto agli altri agenti presenti, che spesso interloquivano, senza però, che Stefan ne capisse minimamente il significato.
Alla fine lo salutarono ed uscirono, lasciandolo ancora una volta chiuso in quella minicella fredda.
Poco dopo gli portarono la cena, che Stefan non trovò poi tanto male.
Aveva capito che quella notte l’avrebbe trascorsa al freddo, chiuso dietro alle sbarre.
In effetti passò tutta la notte in cella, ma sia per effetto del freddo, sia per i pensieri, che si accavallavano nella mente, non chiuse occhio.
Pensava a Lian e a quello che le poteva essere capitato. Sperava, con tutto il cuore, che non l’avessero presa e rimpatriata; sarebbe stata la sua fine.
Verso le dieci del mattino seguente, entrarono le solite due guardie, che non conoscevano una parola d’inglese.
Gli consegnarono il passaporto e lo portarono in un ufficio riscaldato, dove riconobbe l’agente in borghese dell’interrogatorio della sera prima.
Questo, come lo vide, gli porse la mano e con cortesia gli disse:
“Mi dispiace signor Smith, i suoi documenti sono risultati in regola e i dipendenti dell’ambasciata inglese, da noi contattati,  hanno garantito per lei. Solo che, come le ho spiegato ieri sera, lei per noi è un clandestino straniero ed abbiamo l’obbligo di rimpatriarla. Fra poco dei nostri agenti con un’auto la porteranno all’aeroporto dove sarà imbarcato per Londra, via Francoforte. Mi dispiace che non possa visitare il nostro paese, ma ha commesso un errore imperdonabile nell’affidarsi a dei delinquenti cinesi. Le sarà consegnato tutto ciò che era in suo possesso, dopo di che potrà andare, scortato dai nostri agenti”.
Così dicendo, gli porse nuovamente la mano e lo accomiatò.
Stefan era nello stesso tempo contento ma disperato.
Contento di rientrare in Europa, ma disperato per non poter riabbracciare Lian, né avere almeno sue notizie.
Oltretutto aveva passato tutte quelle disavventure per niente.
Non aveva tra le sue mani nessuna prova di ciò che era avvenuto nei laboratori di Wuhan. Tutte le prove le aveva ancora Lian nella famosa chiavetta USB, ben nascosta in un tampone intimo da donna senza filo.

Tornato in Italia, avrebbe potuto scrivere tutto ciò che gli era successo in un bell’articolo del suo giornale, ma senza essere suffragato da prove tangibili.
Con questo stato d’animo arrivò all’aeroporto di Vladivostok, scortato da due agenti russi.
Una volta entrato nella grande hall, si guardò intorno nella speranza di vedere comparire, come per incanto, Lian. In effetti, seduta su un sedile della sala di attesa, gli sembrò di vedere la testolina nera di Lian. Chiese ai due agenti russi il permesso di andare a salutare la sua amica e, benché questi non avessero capito niente, si avviò deciso verso la poltrona sulla quale era seduta di spalle una giovane cinese, i due agenti lo seguirono senza mai mollarlo. Quando fu nei pressi della poltrona, chiamò con voce decisa:
“Lian!”
La signorina cinese sentendo quella voce perentoria alle sue spalle si girò e Stefan, a quel punto, rimase impietrito come una statua di sale.  Non era Lian, ma una giovane cinese con i capelli molto simili a quelli di lei.
Povero Stefan! Aveva il morale sotto i piedi, gli veniva quasi da piangere, anche se sapeva che sarebbe stato molto sconveniente, per un giovane aitante come lui, mettersi a piangere.
I due agenti di scorta capirono l’equivoco in cui era caduto e non gli dissero niente, lo invitarono invece a fare il checkin e a passare dall’altra parte dell’aeroporto, dalla quale non era più possibile tornare indietro. Prima di passare la porta del metal detector, sentì una voce che gridava:
“Stefan, Stefan!”
Non diede retta a quella voce, pensò che erano i suoi pensieri a suggestionarlo  e ad illuderlo. Passò la porta del metal detector, oltre la quale non era consentito tornare.
Ma la voce si fece più forte e più insistente:
“Stefan, Stefan!”
Allora si decise a guardare dietro le spalle e vide una avvenente signorina bionda che si sbracciava: non voleva crederci, era un sogno perfido e  ingannevole. No! Quella era proprio Lian!
Stefan era così felice che avrebbe saltato volentieri tutte le sbarre e le sarebbe corso incontro, ma non poteva farlo.
Lian si avvicinò il più possibile e gli urlò:
“ Aspettami, faccio il biglietto per Londra e arrivo!”.
Stefan non stava più nella pelle, improvvisamente, come spesso gli era capitato in quella strana avventura, era passato dall’angoscia più nera alla felicità più scintillante. Si fermò lì, in un angolino dell’atrio, che immetteva ai corridoi, che portavano alle sale d’imbarco dell’aeroporto e col cuore gonfio di gioia attese che arrivasse Lian.

Capitolo X
Fine dell’avventura

Trascorse un po’ di tempo prima che Stefan rivedesse la sagoma bionda della signora Evans, alias Lian.
Non appena anche lei ebbe passato il metal detector, reciprocamente corsero l’uno verso l’altra. Si abbracciarono forte per lungo tempo, poi si scambiarono un bacio tenerissimo e non finivano più di accarezzarsi, tanto che tutta la gente intorno si era fermata a guardarli stupita; non appena si accorsero di essere al centro dell’attenzione assunsero un atteggiamento più consono, si presero per mano e si avviarono, quasi saltellando, verso la sala di attesa da cui si sarebbero successivamente imbarcati. Avrebbero voluto brindare, se solo avessero avuto i calici e lo champagne: finalmente erano in salvo il signor Robert Smith e la moglie Clarissa Evans. Avrebbero dovuto mantenere ancora quelle identità, finché Stefan non fosse arrivato in Italia e Lian in Inghilterra, allo stato non avevano altri documenti. Per Stefan sarebbe stato facile ritornare ad essere un redattore dell’Eco d’Italia e riprendere il suo vero nome e cognome, diverso sarebbe stato per Lian. Sarebbe dovuta andare alla polizia e chiedere la cittadinanza inglese, come rifugiata politica. Dopo aver consegnato alle autorità inglesi il contenuto della chiavetta, che aveva portato con sé, certo non avrebbe avuto difficoltà ad ottenere protezione e cittadinanza. Né avrebbe avuto difficoltà a lavorare in un qualche laboratorio di virologia inglese.
Ancora trepidanti dalla felicità si sedettero l’uno accanto all’altra su un divanetto della sala di attesa e Stefan, rivolto a Lian, le disse:
“Ora raccontami tutto da quando non ci siamo più visti in quella maledetta notte di nebbia”.
Lian cominciò il racconto:
“Non appena si diffuse la notizia che c’erano le guardie russe pronte ad arrestarci il signore che tirava il mulo, sul quale ero seduta, comincio a correre. Mi voltai più volte indietro nella vana speranza di vederti comparire e più volte gridai il tuo nome, ma il capo carovana mi ingiunse di tacere altrimenti saremmo stati scoperti.
Viaggiammo nella nebbia fin quasi al mattino. Alle prime luci dell’alba la nebbia cominciò pian piano a salire fin quando non ci rendemmo conto che eravamo su una collina piena d’arbusti dietro ai quali ci riparammo nell’attesa che la situazione fosse più chiara. Fattosi giorno, quando capimmo che eravamo in salvo e che le guardie russe erano ormai lontane, il carovaniere mi tranquillizzò, dicendomi che ormai ero arrivata in Russia e che le guardie di confine non mi avrebbero più presa. Mi fece risalire sul dorso del mulo e cominciò ad incamminarsi verso il paese più vicino: Grodekovo.
Qui mi fece scendere mi salutò ed andò via. Per fortuna, essendo abbastanza vicino al confine molti abitanti capivano il cinese, per cui chiesi alla gente del luogo quanto era distante Vladivostok, mi fu risposto un paio d’ore di autobus. Così andai alla stazione centrale, entrai in un bagno e ridiventai la signora inglese Clarissa Evans. Poi presi l’autobus per Vladivostok, dove ero certa che ti avrebbero portato gli agenti se ti avessero preso. Venni all’aeroporto e attesi speranzosa che, prima o poi, saresti arrivato. Ed infatti questa mattina ti ho visto scendere dalla camionetta della polizia scortato dai due agenti. Il resto lo sai”.
Alla fine del racconto, Stefan continuò ad abbracciarla, poi le sussurrò all’orecchio:
“Sei proprio brava, Lian”.
Nel pomeriggio si imbarcarono sull’ aereo che avrebbe dovuto portarli a Londra, con scalo all’aeroporto di Francoforte.
Giunti qui, non se la sentirono di proseguire, avrebbero continuato il viaggio con calma, fra qualche giorno.
Dopo quel  lungo viaggio, così avventuroso e travagliato, avevano bisogno di riposare, di ritemprare le membra, tese dallo stress per la paura di finire in una galera cinese.
Andarono subito a prendere una stanza nell’albergo più vicino all’aeroporto, si fecero portare in camera una bottiglia di champagne e brindarono al successo della loro impresa e, distesi sul letto, abbracciati, si abbandonarono ad un lungo sonno ristoratore.
Il giorno dopo Stefan telefonò a Morena in redazione a Roma. Ci fu un gran subbuglio, si udivano grida di allegria e di esultanza. Tutta la redazione brindò al prossimo ritorno di Stefan.
Morena non riusciva a contenere la sua euforia e, parlando a telefono con Stefan, disse:
“Quando rientri, amore? Oggi stesso?”.
Rimase contrariata, delusa ed ingelosita quando Stefan le rispose:
“No, amore! Devo prima accompagnare Lian a Londra. Glielo devo”.
Morena, ricordando la foto che Stefan le aveva mandato per il passaporto, replicò, in tono ironico e con una vena di gelosia:
“Il lupo perde il pelo, ma non il vizio! Quando arriverai a Roma ti darò quello che meriti”. Nella voce di Morena c’era anche un doppio senso malizioso.
Nel frattempo, Stefan si era fatto inviare la sua carta d’identità, una nuova carta di credito ed una copia della patente di guida. Si era ripulito, aveva fatto uno shampoo, con l’acqua ossigenata, in modo da ritornare biondo, si era tolto gli occhialini e le lenti a contatto che avevano cambiato il colore dei suoi profondi occhi blu, aveva indossato un magnifico doppiopetto ed era ritornato ad essere lo Stefan che tutti conoscevano.
Anche Lian, nel rivederlo, aveva provato una strana stretta al cuore. Se pensava che di lì a poco avrebbe dovuto lasciarlo, provava un profondo dolore, sentiva come se avesse dovuto abbandonare una parte di sé.
Gli consegnò una copia della chiavetta USB che nel frattempo avevano fatto duplicare e Stefan la risarcì di tutto il denaro speso durante il viaggio, anche se Lian non voleva accettare.
“Senza denaro, non potrai mai riuscire a superare i primi tempi a Londra”, le spiegò in tono amorevole.
Poi Stefan noleggiò una macchina e partirono da Francoforte: destinazione Londra.

Fine