Ringraziamenti
I
miei ringraziamenti più sinceri vanno a tutta la mia
famiglia,
a
partire da mia figlia Mirella,
che
mi ha aiutato nel rivedere l’intero romanzo e
nel correggere le bozze,
a
mio figlio Vittorio,
che è stato l’ispiratore della
prima parte,
e
non ultime a mia moglie Elena e a mia figlia Caterina,
che
mi hanno sempre incoraggiato a crederci durante
l’intera stesura.
Un
particolare riconoscimento va a mio fratello Vincenzo,
che
ha corretto la bozza della seconda parte del libro.
Raffaele
Questo
libro è un’opera di fantasia.
Ogni
riferimento a persone reali o circostanze
realmente
accadute è puramente casuale.
I
fatti ed i dialoghi narrati sono libera
espressione
della fantasia dell’autore
e
non hanno nessuna pretesa di valore
storico
o scientifico.
L’autore.
Personaggi
:
Stefan
Furore: protagonista, reporter del giornale Eco d’Italia.
Nathan
Maven: capo redattore della sede in cui lavora Stefan.
Morena
Mordelli: fidanzata di Stefan e collega di redazione.
Sharon:
moglie di Nathan, amante segreta di Stefan.
Angela
e Riccardo: colleghi di redazione di Stefan.
Wang
Lian (che in cinese significa fiore di loto): nobile della dinastia
Zhon,
ingegnere
biologa.
Zhu
Peng: amico d’infanzia di Lian.
Ambientazioni:
Roma:
redazione del giornale Eco d’Italia.
Wuhan,
Cina: luogo dove si è diffuso per primo il virus covid 19.
Wang
Gong Tun – Jilin, Cina: luogo dove i protagonisti si
rifugiano.
Capitolo
I
La
redazione del giornale Eco d’Italia
Un
nuovo limpido giorno spuntava sui tetti di Roma. Un raggio di sole,
penetrando attraverso le tapparelle semichiuse, indorava i folti e
crespi capelli biondi di Stefan.
Con
un lungo sbadiglio si svegliò, di mala voglia scese dal
letto e si accinse ad affrontare un nuovo giorno di lavoro.
Stefan
Furore era un giovane di bell’aspetto, laureato in
legge, di circa trent’anni, alto, fianchi diritti, pettorali
ben definiti e con una barbetta rossa non lunga, ma sagomata sul viso e
dai profondi occhi azzurro-oltremare, che facevano impazzire quasi
tutte le donne, che lo conoscevano.
Era
redattore reporter in una delle sedi del giornale “Eco
d’Italia”, situata a Roma in piazza Trilussa,
vicino a ponte Sisto e al lungotevere Raffaello Sanzio. Era solito
pranzare all’Hosteria dei Numeri Primi a due passi dalla sua
redazione. Spesso portava le ragazze a bere un buon calice di vino
all’Enoteca Ferrara o a prendere un caffè al Bum
Bum Bar Brasileiro.
Il
suo redattore capo, Nathan Maven, era un uomo distinto di poco
più di cinquant’anni, quasi calvo e non grasso.
Nathan aveva sposato Sharon, una donna di circa venticinque anni
più giovane di lui, alta circa un metro e settanta, castana
e dal fisico sinuoso e molto procace.
In
redazione, insieme a lui, c’erano dieci persone: sei uomini e
quattro donne, tra cui Morena, una ragazza mora, molto bella, esile,
alta circa un metro e ottanta, con la quale aveva una relazione in
corso.
Quella
mattina non aveva una gran voglia di andare al lavoro, avvertiva come
un presentimento che qualcosa stesse per accadere.
Molto
lentamente si alzò dal letto, andò in bagno per
tirarsi a lucido, indossò un completo da uomo blu, molto
elegante, come faceva quasi ogni mattina, mise una cravatta avion con
delle strisce oblique blu ed era pronto per uscire dal suo appartamento
in via Giulia, non molto lontano dal suo ufficio, quando
all’improvviso squillò il telefono.
Era
Morena.
Con
stupore le chiese:
"Ciao
amore, cosa devi dirmi di così urgente, per avermi chiamato
a quest'ora?".
Lei,
con tono freddo, rispose:
"Dove
possiamo vederci? Ti devo parlare".
"Ma…
è successo qualcosa?"
"Se
ti chiamo, evidentemente sì!"
"Mi
fai stare in pensiero, non puoi accennarmi qualcosa?"
“Non
al telefono!”
“Allora
ci vediamo al solito posto, al Bum Bum Bar Brasileiro, così
potremo berci un buon caffè e fare colazione”.
“Non
penso che sia il caso di bere un caffè… Ciao, ci
vediamo al bar”.
Stefan
prese le chiavi dell’appartamento, uscì, chiuse la
porta e pensieroso si avviò giù per le scale
verso l’appuntamento con Morena.
Cosa
mai di tanto urgente gli doveva dire? Con questo dubbio
s’incamminò lentamente verso ponte Sisto, per
andare al bar.
Arrivò
dopo circa dieci minuti. Trovò Morena ad attenderlo davanti
all’ingresso del bar. Le si avvicinò per darle un
bacio, ma lei con una mossa repentina si sottrasse.
Cosa
era accaduto?
Si
sedettero ad un tavolino e subito Morena venne al dunque:
“Ascoltami,
Stefan. So che gli uomini, ogni volta che una donna fa loro gli occhi
dolci, si sentono in dovere di andarci a letto”.
“Io
non lo penso”.
“Perché,
non è vero che sei stato a letto con Sharon?”
“Non
crederai che abbia adescato Sharon?”
“Certo
che no. È lei che ha adescato te. E tu non hai saputo
resistere e te la sei portata a letto”.
Stefan
tacque.
“Dunque,
è un sì?”
“Mi
dispiace, ma non sono un monaco”.
“Hai
avuto altre donne?”.
Ancora
una volta Stefan rimase in silenzio.
“Giorni
fa” continuò Morena “Angela mi ha
rivelato di aver avuto in passato un amante, che era molto più giovane di lei e che l’aveva lasciata per
una bellissima ragazza molto avvenente, che conosciamo entrambe. Eri tu
il suo amante, vero?”.
Stefan
rimase sorpreso dal suo intuito:
“Come
hai fatto a capirlo?”
“Mi
sembra che tutto torni. La tua nuova amante è
Sharon!”
Stefan
non proferì parola.
“Avevo
notato che ogni volta che Sharon veniva in redazione a trovare il
marito Nathan, poi passava dal tuo ufficio. Non riuscivo a capire
perché, ora tutto è chiaro, fissavate data e
luogo dell’incontro”.
“Non
posso smentirti, ma credimi, io amo te. Sharon è solo
un’attrazione fatale”.
A
questo punto, Morena scoppiò in lacrime e uscì di
corsa dal bar.
Stefan
rimase seduto a pensare per un po’, poi ordinò un
caffè e un cornetto, fece colazione in gran fretta e si
avviò verso la redazione.
Sperava
con tutto il cuore che Morena non rivelasse niente agli amici della
redazione e che il suo capo Nathan non venisse mai a conoscenza della
cosa, altrimenti sarebbero stati guai seri!
In
redazione trovò Morena, che si stava asciugando le lacrime
confortata da Angela e Riccardo.
Ecco!
Prima o poi Nathan avrebbe saputo tutto!
Fu
così che una mattina il suo capo redattore Nathan Maven,
ascoltando involontariamente il chiacchiericcio, che si faceva in
redazione, venne a sapere che la moglie lo aveva tradito con il suo
miglior reporter Stefan Furore.
Andò
su tutte le furie, avrebbe voluto urlare e rompere tutto, ma decise di
dominarsi.
In
un primo momento, pensò di proporre ai titolari del giornale
di licenziare Stefan, per mancanza di etica. Ma poi scartò
questa idea, perché Stefan Furore era uno dei migliori
redattori e, se lo avessero licenziato, avrebbero fatto gli interessi
della concorrenza, che già da tempo stava cercando di
portarlo via dall’Eco d’Italia ed inserirlo tra i
loro redattori, dandogli una paga migliore. Ma Stefan fino ad allora
aveva sempre rifiutato qualsiasi nuova offerta, perché si
trovava fin troppo bene all’Eco d’Italia e adesso
Nathan ne capiva il perché.
D’altra
parte, l’anno precedente, il giornale aveva avuto una grande
notorietà e diffusione grazie ad uno scoop giornalistico di
Stefan.
Il
redattore dott. Stefan Furore, infatti, aveva aiutato le forze
dell’ordine a sgominare una delle famiglie più
importanti della camorra napoletana.
Capitolo
II
Da
Roma a Wuhan
Erano
queste le ragioni per cui il capo redattore Nathan Maven aveva rispetto
e stima del suo dipendente dott. Stefan Furore, solo che non poteva
perdonargli il fatto che era andato a letto con la moglie. La sua
presenza lo infastidiva, aveva voglia di prenderlo a pugni; doveva,
assolutamente, trovare un modo per allontanarlo per qualche tempo dalla
sua vista.
Gli
venne in mente di mandarlo in missione. Ma dove? “Il
più lontano possibile”, pensò, “in
Cina”.
In
quei giorni, si faceva un gran parlare sulla possibilità che
la pandemia del coronavirus, che aveva imperversato per mesi in Italia
e nel mondo, non fosse di origine naturale. Il presidente americano
Trump aveva ventilato l’ipotesi che il virus fosse stato
creato nei laboratori di Wuhan, e minacciava ritorsioni contro la Cina.
Quale
occasione migliore per mandare ad indagare il suo reporter
più famoso e bravo in Cina?
Fu
così che la mattina seguente convocò il dott.
Stefan Furore nel suo ufficio:
“Buongiorno,
dott. Furore le comunico ufficialmente che dovrà recarsi in
Cina, a Wuhan, per un reportage sull’origine del coronavirus
e la sua diffusione”, disse Nathan, fissando Stefan negli
occhi, con sguardo di sfida.
Questi
capì subito l’antifona e, senza batter ciglio,
rispose:
“Bene,
credo che, come al solito, il soggiorno e la trasferta saranno pagati
dal giornale… spero che anche questa volta
l’albergo sia all’altezza come in
precedenza!”
“Certo”,
rispose stizzito Nathan.
“Entro
dieci giorni, potrai ritirare il biglietto di andata
dell’aereo e il voucher dell’albergo. Ogni
ulteriore spesa ti sarà rimborsata al rientro, dietro
presentazione di relative ricevute. Nel frattempo sei dispensato dal
venire in ufficio”.
Dieci
giorni dopo, quando di venerdì Stefan Furore
arrivò nel suo ufficio, trovò sulla scrivania il
biglietto aereo ed il voucher per l’hotel: Hilton Wuhan
Riverside, N°190 Binjiang Avenue a Wuhan.
Fuori
dalla porta intravide la sagoma di Morena. Fino ad allora non si erano
più parlati, uscì e la chiamò. Morena
si voltò, esitò un attimo, ma poi corse ad
abbracciarlo. Si era resa conto che era stata la causa
dell’allontanamento di Stefan dalla redazione. In fondo, gli
voleva ancora bene e non vederlo più, per chissà
quanto tempo, le metteva addosso un gran magone.
“Mi
dispiace”, gli disse “non volevo che Nathan ti
allontanasse da me, ma mi hai fatto soffrire tanto… io ti
amo ancora e non voglio perderti”.
Stefan
la strinse forte tra le braccia, le diede un bacio appassionato sulla
bocca e rispose:
“Scusami,
amore mio, so di averti fatto del male, ma, credimi, è stato
solo un momento di attrazione fatale, non ho saputo resistere alle
lusinghe di Sharon”.
Morena,
mentre lo stringeva forte e lo baciava appassionatamente, piangeva
disperata, sapeva che non lo avrebbe più visto per parecchio
tempo. Stefan delicatamente la staccò da sé e le
porse un fazzoletto per farle asciugare gli occhi.
“Mi
accompagni domenica all’aeroporto di Fiumicino?”
“Sì,
volentieri… A che ora hai l’aereo?”
“Alle
13,25 è prenotato il volo di linea Lufthansa da Roma per
Wuhan, con scali a Francoforte e Pechino”.
Abbracciati
uscirono dalla redazione, avevano messo alle spalle ogni risentimento e
potevano continuare in armonia la loro relazione. Scesero in strada,
fecero una lunga passeggiata sul lungotevere e verso le tredici
andarono a pranzare, come di consuetudine, all’Hosteria dei
Numeri Primi. Dopo aver pranzato, andarono a casa di Stefan e per
consolidare la loro riappacificazione fecero l’amore. Morena
rimase lì tutta la notte ed anche il giorno successivo, il
sabato prima della partenza di Stefan.
Una
bella intesa era ritornata tra loro. Morena lo riempì di
raccomandazioni, doveva tenersi lontano dalle belle ragazze, altrimenti
ci sarebbe ricascato (conosceva il suo pollo). Doveva telefonare tutte
le mattine e farle il resoconto della giornata precedente.
Stefan
obiettò:
“Guarda
che le cose potrebbero andare ben diversamente da come immagini e
potrei essere costretto a non poterti telefonare”.
“Ecco,
subito cominci a mettere le mani avanti per fare il comodo
tuo!”
“No,
Morena, volevo solo avvisarti che vado in Cina, lì le
libertà personali non contano, ricordati che indagare su
qualcosa che i cinesi non vogliono che si sappia può
comportare dei rischi, anche seri”.
“Dai,
non mettere il carro davanti ai buoi, vedrai che tutto andrà
bene”.
La
conversazione finì con un lungo bacio.
Stefan
era fatto così: non sapeva resistere di fronte alla bellezza
di una donna. Morena Mordelli era molto bella, aveva un visino dolce e
grazioso, un corpo da mannequin, appena ricoperto da una vestaglietta
corta trasparente. Stefan la strinse forte a sé, la prese
tra le braccia, la portò sul letto e fecero
l’amore.
Domenica
mattina, una valigia trolley a quattro rotelle rosso fiammante, era
pronta davanti al letto, Morena si era accertata che ci fosse tutto il
necessario, mentre Stefan riponeva il suo computer portatile nella sua
ventiquattrore. Alle undici in punto scesero da casa e salirono sulla
macchina, Morena si mise al volante e si avviò verso
l’aeroporto Leonardo da Vinci dove giunsero intorno a
mezzogiorno. Stefan abbracciò calorosamente Morena, che non
finiva di dargli consigli, le diede un ultimo saluto e si
incamminò verso il checkin.
Alle
13,25, l’airbus A350 della Lufthansa, con Stefan a bordo,
partiva in direzione Francoforte, dove giungeva, perfettamente in
orario, alle 15,20.
L'aeroporto di Francoforte fu il primo scalo che Stefan Furore fece, dovette cambiare aereo e salire su
un boeing 747 della stessa compagnia. Si adagiò su un comodo
sedile in prima classe; il viaggio era lungo e aveva bisogno di stare
il più comodo possibile. Alle 17,15 l’aereo
partì, dopo il decollo due steward e due hostess in livrea
ufficiale mantenevano i rapporti con i passeggeri; con quelli della
prima classe erano particolarmente gentili. Chiesero a Stefan se
desiderasse qualcosa da bere, prima dello snack pomeridiano; prese un
martini. Le hostess lo avevano subito adocchiato, era particolarmente
bello, alto, biondo e con due occhi azzurri profondi, una barbetta
rossiccia ben definita, elegante in un doppio petto blu scuro.
Durante
il lungo volo non gli fecero mancare niente, sempre premurose, pronte
ad ogni sua richiesta. Dopo la mezzanotte si addormentò e si
svegliò solo la mattina dopo, poco prima che
l’aereo atterrasse alle 8,30, per il secondo scalo a Pechino.
Qui scese e dovette cambiare aereo e compagnia aerea, salì
su un airbus A320 della Air China con destinazione Wuhan;
l’aereo decollò alle 11,10 e giunse a Wuhan alle
13,25 di lunedì, dopo poco più di diciotto ore
dalla partenza.
Dopo
tutti gli espletamenti di rito, lunghi e particolarmente noiosi,
finalmente intorno alle 14,50, era pronto per la sua avventura a Wuhan.
Prese
un taxi e si fece portare all’hotel Hilton Wuhan Riverside,
n° 190 Binjiang Avenue, Hanyang District.
Era
un lussuoso albergo a cinque stelle, che sorgeva sulla riva sinistra
del fiume Yangtze. Era situato in una posizione ideale, vicino ad
alcune delle più note attrazioni di Wuhan.
Stefan
vi arrivò che erano circa le quattro del pomeriggio, fu
accolto con molta cortesia ed accompagnato nella carnera 612 al sesto
piano. La camera era ampia, silenziosa e confortevole, con vista sul
fiume Yangtze, che attraversa l’intera città. La
biancheria da letto e il set da bagno erano tutti ben stirati e puliti.
Stefan,
dopo tante ore di viaggio, era stanco, si buttò sul letto,
prese il suo smartphone e chiamò Morena:
“Ciao
amore, sono appena giunto in albergo. Qui sono le quattro del
pomeriggio, che ore sono lì a Roma?”
“Ciao
amore mio, ero in pensiero, finalmente ti risento. Qui sono le dieci
del mattino… Come ti trovi?”
“L’albergo
è molto bello, la stanza è ampia e luminosa, la
hall è fantastica, non ho avuto ancora il modo di vedere il
resto dei servizi. Poiché sono stanco, credo che
farò un bel sonnellino ristoratore, nonostante
l’ora. Ci sentiamo domani, un po’ più
sul tardi. Ciao”.
“Ciao,
ci sentiamo domani” replicò Morena.
Stefan
posò il cellulare, si tolse la giacca e le scarpe, si
girò su un fianco e si addormentò.
Si
svegliò che erano passate le venti, era ora di cena,
cercò di darsi un aspetto decoroso, scese nella hall, chiese
del ristorante, gli fu risposto che c’erano ben quattro
ristoranti, ne scelse uno, si sedette ad un tavolo e cenò.
Era
ancora frastornato dal viaggio, andò alla reception e si
fece dare una mappa della città, si fece segnare i posti
più suggestivi da visitare e risalì in camera.
Tirò fuori dalla valigetta il suo computer portatile, lo
accese e configurò il WiFi con la nuova password
dell’albergo. Poi dalla valigia grande prese il pigiama di
seta e dopo essersi spogliato lo indossò, prese il taccuino
degli appunti, si sdraiò sul letto e cominciò a
scrivere il promemoria delle cose da fare il giorno dopo…
pian piano si addormentò: aveva ancora del sonno arretrato
da smaltire.
Erano
le otto del mattino quando si svegliò, si sentiva in forma,
fece colazione al ristorante e salì su in terrazzo; da qui
si ammirava un panorama molto suggestivo, l’hotel era
splendidamente situato sulla riva del fiume Yangtze, il fiume
più lungo della Cina.
Ridiscese
nella sua camera e diede uno sguardo ai luoghi segnati sulla cartina:
lo Yellow Crane tower, la Pagoda della Gru Gialla, un edificio di
grande significato per la storia dell'arte, lo Wuhan Yangtze River
Bridge, il Qingchuan Cabinet, il Guiyuan Temple ed, infine, Hubu Alley
o Hubu Lane, un punto di interesse popolare della città di
Wuhan.
Stefan,
appena uscì dall’hotel, andò dritto
alla metropolitana, situata a pochi minuti da lì; si
recò a Hubu Lane, come primo interessante luogo da visitare.
Questo
vicolo è una corsia centenaria lunga 150 metri, conosciuta
come la ‘prima corsia principale dello snack dal sapore
cinese’. È famoso per offrire tutti i tipi di
snack e cibo di strada, con oltre un centinaio di ristoranti,
distribuiti su entrambi i lati della corsia.
Qui
avrebbe potuto fare tutte le domande possibili alle persone e
raccogliere informazioni sul virus covid 19, senza dare
nell’occhio.
La
prima cosa interessante che seppe, stando a numerose testimonianze
raccolte, fu che il pipistrello non era un cibo venduto a Wuhan, tanto
meno nel famoso mercato del pesce, che sicuramente sarebbe stato una
delle sue prossime mete.
Però,
per prima cosa Stefan volle visitare i luoghi dove sorgeva il Wuhan
Institute of Virology, nelle vicinanze dalla Yellow Crane tower (torre
della gru gialla). Con la scusa di essere interessato
all’arte, si recò a Snake Hill, dove si trova
l'attuale struttura alta 51,4 metri, che fu costruita nel 1981, anche
se la torre esisteva in varie forme già nel 223 d.C. Qui
controllò tutte le persone, che entravano e uscivano
dall’istituto di virologia, con l’intento di
intervistare uno dei dipendenti, anche se il suo interesse era rivolto
particolarmente a quelli di sesso femminile.
Non
si avvicinò a nessuna di loro, si limitò a
studiare per alcuni giorni una ragazza, che aveva notato per la sua
particolare avvenenza: tutti i giorni, a pranzo e a cena, si recava in
un ristorante di Hubu Lane.
Si
trattava di una ragazza più alta della media,
dall’andamento molto determinato, sintomo di una forte
personalità, con un visino dai lineamenti piccoli e
delicati: un tipino che gli andava proprio a genio.
Quando
per l’ennesima volta vide che entrava nel solito ristorante,
la seguì, si sedette ad un tavolo di fronte a lei e
cominciò a guardarla intensamente. La ragazza, dal canto
suo, lo aveva notato subito, era particolarmente lusingata dalle
attenzioni di quel giovane europeo, del resto Stefan non era il tipo
che passava inosservato alle donne.
Uscendo,
in perfetto inglese, gli chiese:
“Sei
inglese?”.
Stefan
meravigliato rispose:
“No,
sono italiano”.
“Sei
italiano? Amo gli Italiani”.
Per
un attimo rimase interdetto, ma subito si alzò, le porse la
mano e si presentò:
“Mi
chiamo Stefan Furore e tu?”, le disse anche lui in un ottimo
inglese.
“Wang
Lian”.
“Piacere
di conoscerti, Wang Lian… Io sono un giornalista italiano,
in gita turistica a Wuhan”.
“Io,
invece, sono un ingegnere biologo e lavoro a poca distanza da
qui… Se vuoi puoi chiamarmi semplicemente Lian”.
“Certo!
Molto volentieri, anche tu puoi chiamarmi semplicemente
Stefan”.
Insieme,
si accinsero ad uscire dal locale.
Lian
si avviò verso il suo ufficio; Stefan, che non voleva
accomiatarsi subito, le chiese:
“Posso
accompagnarti?”
“Volentieri”,
rispose Lian, “ma devo rientrare in ufficio, qui non sono
tollerati i ritardi”.
“Non
importa”, rispose Stefan, “per il momento mi
limiterò ad accompagnarti all’ufficio, ma spero
che mi darai la possibilità di rivederti”.
“Ci
possiamo vedere domenica, quando finalmente sarò libera dal
lavoro, alle nove, davanti al ristorante, dove ci siamo
conosciuti”.
“Ci
sarò certamente”, le rispose Stefan, porgendole la
mano per salutarla.
Stefan
era molto contento della conoscenza fatta, per un duplice motivo: sia
perché Lian era sicuramente un’importante
dirigente dell’Istituto di virologia, sia perché
era una bellissima ragazza. Aveva solo un dispiacere: era
appena martedì; per rivederla doveva attendere
altri cinque giorni.
Per
riempire i giorni di attesa, Stefan si diede alla visita degli altri
luoghi della città, evidenziati sulla cartina, fornitagli
dalla receptionist.
Passeggiò
nel meraviglioso parco sottostante l’albergo, lungo le rive
dello Yangtzed, arrivò fino allo Wuhan Yangtze River Bridge,
superbo ponte sullo Yangtze. Visitò il Qingchuan Cabinet, un
complesso di edifici architettonici in stile tipicamente orientale e il
Guiyuan Temple, luogo di meditazione buddhista. Ma non
dimenticò certo di visitare il famigerato mercato del pesce,
un luogo, per Stefan, orrendo, maleodorante, dove si vendeva di tutto,
soprattutto animali. Nel contempo, proseguiva la sua indagine,
ascoltando le congetture della gente sulla propagazione del coronavirus.
Tutte
le sere, intorno alle venti, chiamava Morena con il cellulare. Le
relazionava su tutto ciò che aveva visto e sentito durante
la giornata, una sola cosa aveva omesso di dirle: l’incontro
con Lian.
Capitolo
III
Wang
Lian e il covid 18
Domenica
mattina, Stefan si alzò allegro, pensando
all’incontro con Lian. Dopo una doccia corroborante, mise del
gel sui capelli crespi, per evitare che si scarmigliassero come al
solito, sfoltì e definì bene il contorno della
barbetta, rassodò le guance con un fragrante dopobarba,
indossò, come al solito, il suo doppiopetto blu e scese
nella hall, aspettò che arrivasse un taxi e si fece portare
sul luogo dell’appuntamento.
Lian
arrivò poco dopo. Era proprio una bellissima ragazza
orientale, snella ma non troppo magra, indossava una camicetta di seta
bianca a fiorellini blu, sopra una gonna svolazzante turchese, a
puntini bianchi, che le arrivava al ginocchio. Era sorridente e, appena
vide Stefan, gli corse incontro e lo salutò, stringendogli
la mano.
“Ciao
Stefan, come va? Girando per la città, hai trovato cose
belle da vedere?”
“La
cosa più bella, che ho visto, in tutta Wuhan, sei
tu”, disse Stefan in tono adulatorio.
Lian
rise.
“Voi
Italiani siete tutti dei Latin lover… Cosa prendi per
colazione?”, chiese.
“Avrei
preso volentieri un caffè, ma preferisco un cappuccino ed un
pasticcino. Il caffè è buono solo a
Napoli… Però, offro io”, rispose Stefan.
“Ah,
ah, ah… Napoli?”, rise ancora Lian.
Si
sedettero ad un tavolo, l’una di fronte all’altro,
e spesso si guardavano negli occhi, quasi a volersi studiare.
“Dunque”,
proseguì Lian, “sei un giornalista in cerca di
notizie, ma di che genere?”
“No!”
obiettò Stefan “Sono solo un turista in giro per
la Cina in cerca di cose belle da vedere”.
“Se
vogliamo andare d’accordo, mettiamo subito le cose in
chiaro”, ribatté Lian, “dobbiamo essere
entrambi sinceri, niente bugie o sotterfugi. Tu mi hai abbordato
perché, lavorando io all’Istituto di virologia,
hai pensato che ti possa dare notizie utili su qualche ricerca
interessante per te”.
“Ti
faccio notare che non sono stato io ad abbordarti, ma sei stata tu a
rivolgermi per prima la parola”, la contraddisse Stefan.
“Hai
ragione, sono stata io a parlare per prima, ma tu mi seguivi
già da un po’, segno che ti interessavo”.
“Non
nego che mi interessi, anzi mi piaci molto”.
“I
tuoi interessi verso di me vanno ben oltre la mia avvenenza. Hai ben
altre mire. Ma anche il mio interesse per te è diverso da
quello che tu credi. Non mi conosci abbastanza per dire che ti
interesso. Sono molto diversa dal tipo di ragazza spigliata e
disinibita che piace a te”.
“Ma
chi ti dice che mi piacciono le donne facili? Più le donne
sono complicate, più mi intrigano. Per quale motivo, allora,
io ti interesso?”
“Perché,
secondo me, potremmo reciprocamente trarre vantaggio dalla nostra
conoscenza”, sussurrò Lian.
La
conversazione si faceva sempre più interessante.
“Ammetti
che è il mio lavoro che ti interessa”,
proseguì Lian, “ed io ti rivelerò il
mio interesse per te”.
Stefan
era interdetto: se non avesse rivelato i motivi della sua missione, con
molta probabilità la loro conversazione sarebbe finita
lì, col rischio di non rivederla più. Inoltre,
era molto curioso di sapere cosa Lian avesse voluto dire con le parole:
“reciproco vantaggio”. Perciò, decise di
dire un minimo di verità; il resto, se fosse stato il caso,
sarebbe venuto dopo.
“Non
so come hai fatto a capire, ma sono in missione a Wuhan per raccogliere
notizie sul coronavirus”.
“Cominciamo
a capirci”, gli sussurrò Lian
all’orecchio.
“Cosa
vuoi sapere del coronavirus?”, continuò Lian.
“Come
è nato, se è vero che è stato
realizzato nel vostro laboratorio, oppure è solo
un’invenzione delle forze politiche di opposizione al regime
comunista”.
“Devi,
innanzitutto, sapere che i regimi popolari o totalitari, come la Cina,
non permettono la circolazione di notizie contrarie alla loro
politica”, rispose in modo sibillino Lian. A cosa volesse
alludere non era per il momento chiaro.
“In
Cina”, proseguì Lian, “non è
consentito rivelare notizie che potrebbero danneggiare lo
stato… A persone come me, che lavorano su progetti
governativi, non è consentito rivelare niente di
ciò che fanno, pena il carcere duro o la morte. Anche tu,
amico mio, sei a rischio. Certamente i guardiani del popolo (che voi
chiamate delatori) tengono d’occhio anche te, come tengono
d’occhio me; una mossa falsa e finiamo entrambi nelle galere
statali”.
Quelle
strane parole avevano messo in allerta Stefan, un brivido gli era
passato nelle ossa.
“Ma
non abbiamo detto niente di male!”, obiettò Stefan.
“Non
è il caso di proseguire oltre questa conversazione in luoghi
chiusi”, gli sussurrò ancora una volta
all’orecchio Lian, “potrebbero esserci altre
orecchie ad ascoltare”.
Stefan,
capita l’antifona, cambiò subito atteggiamento.
Cominciò a ridere senza alcuna ragione ed a mostrarsi
allegro. Lian lo assecondò.
“Dove
andiamo?”, chiese Stefan, in tono scherzoso, alzandosi dalla
sedia ed avviandosi all’uscita.
“In
un grande parco, vicino a qualche bella fontana
chiacchierina”, rispose Lian.
Stefan
si ricordò del grande parco intorno al suo albergo, Lian
fece cenno che andava bene e sempre sottovoce disse:
“Facciamo
finta di ridere e scherzare, non diamo la sensazione di parlare di cose
serie, piuttosto che ci stiamo divertendo insieme. Sono sicura di
essere seguita”.
Ridendo
e scherzando, arrivarono nel parco, si avvicinarono ad una fontana e
Lian per gioco schizzò con l’acqua Stefan, che
divertito finse di arrabbiarsi:
“Non
esistono posti migliori dove parlare?”, le chiese sottovoce,
avvicinandosi a lei. “Non sarebbe meglio salire nella mia
camera? Lì staremmo al sicuro”.
“Sei
proprio ingenuo”, ribatté Lian, “ la tua
camera sarà piena di microspie, lo fanno con tutti i
giornalisti occidentali”.
Stefan
cominciava ad avere un po’ paura, ma dove era capitato!
Lian,
sempre fingendo di giocare con l’acqua, gli
suggerì:
“Trova
una scusa col receptionist del tuo hotel e fatti cambiare camera,
così forse saremo al sicuro; io chiederò di
vederti tra mezz’ora. Ah… dimenticavo, cambiati
l’abito e le scarpe, sarebbe meglio che ti mettessi in
pigiama e pantofole”.
Stefan
seguì alla lettera le parole di Lian, la lasciò
lì nel parco a giocare con l’acqua e
ritornò a passo svelto in hotel, salì nella sua
camera 612 al sesto piano ed entrò. Si guardò
intorno, tutto gli sembrò in ordine, ma voleva rispettare il
parere di Lian, che certamente ne sapeva più di lui. Doveva
trovare una buona ragione per cambiare camera. Peccato! Era
così bella!
Entrò
nel bagno e con uno strappo potente e deciso ruppe il rubinetto,
cominciò a schizzare acqua dappertutto ed il bagno
iniziò ad allagarsi. Corse al telefono e chiamò
la reception, segnalando l’inconveniente. Dopo pochi istanti
arrivarono due inservienti che, notato il disastro, immediatamente
chiusero la chiave d’arresto dell’acqua, in modo da
fermarne la fuoriuscita.
Nel
frattempo, Stefan si era tutto bagnato. Protestò col
personale, come se si fosse trattato di un malfunzionamento
dell’impianto idrico, e pretese il cambio di camera.
Salì
il direttore, che umilmente si scusò molte volte e dispose
immediatamente il cambio di camera. Ce n’era una libera: la
634, nello stesso corridoio al sesto piano, con le stesse
caratteristiche della 612, con la stessa veduta, ma ancora
più ampia; era una matrimoniale.
Stefan
non eccepì, disse che per lui andava bene; gli inservienti,
allora, trasferirono tutti i bagagli nella 634, si profusero ancora in
ampie scuse ed andarono via. Stefan era raggiante, aveva ottenuto
quello che voleva, sicuramente lì non c’erano
microspie nascoste, inoltre guardava con piacere il letto matrimoniale,
pensando a Lian. Nel trambusto creatosi era passata almeno
mezz’ora ed infatti dopo poco squillò il telefono
e la receptionist annunciò che stava salendo una signora che
lo cercava. Stefan aprì la porta della stanza e dopo poco
sentì che si era fermato l’ascensore al piano. Un
inserviente spalancò, delicatamente, la porta
dell’ascensore e, con un inchino, fece uscire Lian.
Stefan
le andò incontro, la fece entrare nella stanza e
repentinamente chiuse la porta. Erano entrambi molto contenti. Stefan
era ancora tutto bagnato, non aveva fatto in tempo a cambiarsi.
Lian
gli disse:
“Cambiati,
poi prendi gli abiti bagnati, le scarpe, le valigie ed ogni altro
bagaglio, portali nel bagno e chiudi bene la porta, io, nel frattempo,
accendo la radio”.
Così
fece, ebbe solo un attimo di esitazione nel tirarsi giù i
pantaloni e restare in mutande. Lian se ne accorse e disse:
“Non
avrai vergogna di me? Noi donne orientali non abbiamo nessun
pregiudizio nel mostrare il nostro corpo, trovo che la morale cattolica
limiti la vostra identità sessuale”.
“No,
non ho nessuna vergogna, al contrario pensavo che tu avresti avuto
scrupoli nel vedermi senza pantaloni”.
Lian
scoppiò in una fragorosa risata.
“Piuttosto
muoviti, abbiamo solo la giornata di oggi per dirci tutto quello che
è necessario, da domani saremo sicuramente
nell’occhio del ciclone”.
Stefan
si mise in gran fretta il pigiama, prese le valigie ed ogni altro
oggetto, li ripose nel bagno, chiuse la porta e fu pronto per ascoltare
quello che Lian voleva dirgli.
“La
prima cosa che ti devo dire”, cominciò Lian,
“è innanzitutto la ragione per cui ti ho
abbordato”.
Stefan
sorrise.
“Sono
diversi anni che voglio fuggire dalla Cina, non tollero più
questo regime che mi toglie anche l’aria per
respirare”, continuò Lian, “ma, da
quando sono entrata in servizio in quel maledetto istituto di
virologia, non ho avuto più la possibilità di
uscire fuori dalla Cina, nemmeno per una visita turistica.
Quando mi sono accorta che ti interessavi a me, ho pensato che
finalmente era arrivato il momento per abbandonare questa terra
matrigna. Tu cerchi da me quello che ti posso fornire: la prova che il
virus covid 19 è stato fabbricato nel laboratorio di Wuhan,
mentre tu sei per me l’opportunità, che la sorte
mi dà, per una nuova vita”.
“In
che senso?”, chiese Stefan.
“Nel
senso che mi aiuterai ad uscire insieme con te dalla Cina”.
“Come
posso farlo?”
“Sono
anni che ho pensato ad un piano di fuga, è tutto programmato
nei minimi particolari. Anche perché, se sbagliamo una sola
mossa, la nostra vita varrà meno che niente”.
“Mi
fai quasi paura, nella tua fredda lucidità”, disse
Stefan.
“Ascolta
bene e tieni a mente ogni minimo particolare, ne va delle nostre vite.
Tra oggi e domani faremo tutti i preparativi per la fuga, dobbiamo
agire subito, prendere contro tempo quelli che ci controllano, prima
che diano l’allarme alle forze dell’ordine e ci
blocchino.
“Ma
il gioco vale la candela?”, obiettò Stefan.
“Credo
proprio di sì! Le informazioni e le prove, che ti
darò, sono più esplosive di una bomba
atomica”.
“Come
credo che tu già sappia, è da tempo che stiamo
lavorando sui coronavirus. Non già per ottenere un vaccino
che neutralizzi il virus, questo è quello che facciamo
credere, ma per realizzare un virus che il governo cinese possa usare
come arma batteriologica per un’eventuale guerra
mondiale”.
Stefan
spalancò stupito gli occhi: come era possibile?
“Ma
hai le prove di quello che dici? O mi stai prendendo per i
fondelli?”
“Ti
darò tutte le prove che vuoi. Anzi, quello che ho detto
finora è il meno!”
“C’è
dell'altro?”
“Ascolta”,
continuò Lian, “sai bene che per vincere una
pandemia ci vogliono dei farmaci adatti, oppure bisogna creare un
vaccino. Ebbene, per questo virus farmaci adatti non ne sono stati
trovati e per creare un vaccino valido ci vogliono dai 18 ai 24 mesi,
nel frattempo ci sarebbero stati milioni di morti in Cina.
Né è pensabile che un vaccino possa essere
distribuito a tutti, immagini il prezzo che costerebbe una cosa del
genere? Per tutto il popolo cinese ci vorrebbe una cifra astronomica.
Ora, ascolta cosa hanno pensato i miei cari amici virologi di Wuhan: se
anziché creare un vaccino, fossero riusciti a creare un
virus, meno letale e molto meno pericoloso per gli uomini, ma capace di
creare gli stessi anticorpi, propagandolo, avrebbero ridotto gli
effetti del covid 19. Avremmo trovato la risoluzione del problema
pandemia, in generale! È quello che abbiamo sperimentato nel
nostro laboratorio. In altri termini, dietro autorizzazione e invito
delle autorità politiche, che hanno accolto e sostenuto
l’idea con grande interesse, abbiamo prodotto due virus; per
nostra comodità li chiameremo: covid 19, quello letale, e
covid 18, quello meno pericoloso (il controvirus).
L’importanza di aver trovato questa tecnica per lo stato
è come avere tra le mani un’arma ben
più potente di mille bombe atomiche. Può
diffondere il covid 19 in uno stato nemico, mentre immunizza la sua
popolazione con il covid 18. Capisci l’importanza della
scoperta? In questo momento, la Cina tiene in pugno il mondo! Per non
parlare del costo veramente irrisorio della copertura economica. Creare
i virus costa infinitamente meno di un vaccino, poi, mentre il vaccino
va inoculato individuo per individuo, il virus si diffonde da solo; un
individuo può propagarlo ad altri cento in una catena a
piramide capovolta”.
“Tu
puoi provare tutto questo?”, chiese Stefan sempre
più preoccupato, quasi impaurito.
“Certo,
posso scaricare su una chiavetta USB tutta la corrispondenza intercorsa
tra il mio istituto ed il governo centrale, nonché tutti i
passaggi chimici e le manipolazioni effettuate”.
“Avevo
letto un’intervista al premio nobel Luc Montagnier, in cui lo
scienziato affermava di avere scoperto che il covid 19 era stato
prodotto in laboratorio, che la sequenza del filamento RNA del virus
era fatto di piccolissimi frammenti alternati da coronavirus, tratti
dal pipistrello, e da altri piccolissimi frammenti tratti del virus
HIV, in modo da renderlo molto aggressivo per
l’uomo”, commentò Stefan.
“Il
professore Montagnier sa quello che dice; sono gli altri che cercano di
screditarlo, altrimenti verrebbero alla luce cose che devono
assolutamente restare segrete”, rispose Lian.
“Ricordi
Li Wenliang? Fu il primo medico che divulgò notizie sul
coronavirus; fu subito imprigionato, anche se più tardi fu
riabilitato. Ora ti spiego cosa accadde. Come tutte le scoperte,
c’era bisogno di una sperimentazione che ne convalidasse la
buona riuscita. Wuhan ebbe il privilegio di essere scelta come luogo
dell’esperimento”, disse Lian in tono sarcastico.
“Già
a settembre del 2019 fu fatto circolare il covid 18, in modo da
immunizzare buona parte della popolazione cinese dal covid 19.
Ricorderai che, in occasione dei Giochi Mondiali Militari, svoltisi a
Wuhan dal 18 al 27 ottobre, molti atleti, anche di nazioni straniere,
si ammalarono di una strana forma influenzale. Avevano contratto il
Covid 18 e si erano, perciò, immunizzati contro il virus
Covid 19. Questo faceva parte della strategia del governo: prima di
diffondere il virus covid 19 nella sola città di Wuhan, era
necessario immunizzare, con il covid 18, larga parte della popolazione
cinese, e così fu fatto. A fine dicembre, partì
l’ordine di diffondere il covid 19. Ma ci furono dei
malintesi nella comunicazione tra i dirigenti dell’istituto
ed il governo. In altri termini, il covid 19 cominciò ad
essere diffuso una settimana prima che giungesse l’ordine da
Pechino. Il governo voleva che scattassero contemporaneamente la
diffusione del virus e il lockdown, per un maggiore controllo della
propagazione dell’epidemia. Ma così non fu; il
dott. Li Wenliang si accorse del virus poco dopo la diffusione, verso
la fine di dicembre, quando ancora il governo non aveva dato
l’annuncio ufficiale. È per questo che fu
incarcerato per diffusione di notizie false, per poi essere riabilitato
quando l’esperimento era partito ufficialmente. In altri
termini, l’opinione pubblica doveva sapere che il governo
cinese aveva preso tutte le precauzioni per contenere
l’epidemia”.
“Purtroppo,
per effetto di quella settimana di ritardo il virus si è
diffuso anche nella provincia di Hubei e nel resto del mondo.
Però, questo spiega anche perché in Cina ci sono
stati molti meno morti che negli altri stati in cui il covid 19 si
è diffuso”.
Capitolo
IV
Il
piano di fuga
“Domani
stesso, in un momento di pausa dal lavoro, cercherò di
trafugare tutte le notizie necessarie per la convalida di quanto ti ho
fin qui detto. Del resto si fidano ancora tutti di me e non hanno
motivo per diffidare” continuò Lian.
“Sono
gli agenti governativi, che tengono d’occhio tutti i
dipendenti dell’istituto quando sono in libera uscita. Hanno
troppa paura che possa filtrare qualche notizia
all’esterno… Logicamente, quando si accorgeranno
della nostra scomparsa, daranno l’allarme. Tutte le forze di
polizia saranno allertate, le nostre immagini saranno diffuse in tutta
la Cina e comincerà la caccia all’uomo”.
Stefan,
oltre ad essere un po’ impaurito, era anche eccitato:
l’avventura gli era sempre piaciuta.
“Per
prima cosa”, continuò Lian, “dovrai
lasciare qui in albergo tutti i bagagli ed ogni minima cosa che possa
permettere di farti identificare, soprattutto ti dovrai disfare del
cellulare, del computer, delle carte di credito e di tutti i documenti,
che rivelino la tua vera identità. In altri termini, dovremo
costruirci una identità nuova. Essenziali per poter uscire
dalla Cina, saranno dei nuovi passaporti con tanto di visto di ingresso
e timbro dell’aeroporto di Pechino, dove saremmo arrivati
come turisti. Logicamente hai capito che diventeremo marito e
moglie”, disse Lian divertita, guardando Stefan con un
malizioso sorrisetto.
“Dove
prenderai i passaporti?”, obiettò Stefan.
“Non
puoi ordinarli in Italia? So che siete molto bravi nelle
falsificazioni! Poi li faremo arrivare qui in Cina attraverso la posta
ordinaria. Non credo che la polizia apra tutta la posta che arriva da
tutto il mondo in Cina”.
“Posso
provare a chiederli agli amici italiani, ma, se intercettano la
comunicazione, saremo fritti!”
“Infatti,
lo farai da un telefono pubblico, dopo che ci saremo camuffati ed
avremo assunto un aspetto diverso. Dovremo essere irriconoscibili agli
occhi degli agenti che ci seguono. Così potrai mandare anche
delle foto col nostro nuovo aspetto, da incollare sui nuovi
passaporti”.
“Per
telefono manderò delle foto?”, disse ironico
Stefan.
“Non
per telefono, stupido, ma da un internet point”.
“Non
è pericoloso? Possono intercettarle”.
“Un
po’ di pericolo c’è, ma non credo che la
foto di una coppia, in posa davanti a una romantica pagoda di Pechino,
potrà insospettire tanto”.
“Pechino?”
“Sì,
faremo tutto da Pechino, dopo essere fuggiti da Wuhan”.
“Ecco
il piano:” disse Lian, “per prima cosa domani
mattina, mentre io eseguo il mio lavoro in istituto, tu farai il
turista, uscirai, andrai in un negozio di abiti cinesi, comprerai un
paio di pantaloni, una tunica, un paio di occhialini tondi, come quelli
che portano quasi tutti i cinesi, un profumato shampoo colorante nero
corvino, tornerai in albergo e qui comincerai la
trasformazione… Ti taglierai completamente la barbetta,
uh… quanto mi dispiace! Ti farai lo shampoo colorante, i
tuoi bei capelli biondi diventeranno neri come la pece, ah…
dimenticavo, ti metterai delle lentine color marrone scuro, che
comprerai insieme al resto, ed, infine, indosserai i nuovi pantaloni e
la tunica. Sarai perfetto, sembrerai uno straniero eccentrico vestito
alla cinese. Ultimo tocco di classe: lascerai un biglietto con la tua
carta di credito ben visibile sul tavolo, indirizzato al direttore
d’albergo, in cui spiegherai che sei dovuto andar via di
corsa, ma che possono prelevare i soldi per il pagamento del soggiorno
e chiederai il favore di inviare tutti i tuoi bagagli, che, nel
frattempo, avrai preparato, in Italia all’indirizzo della
redazione del giornale, che avrai cura di segnare sul biglietto, con
tanti ringraziamenti”.
“Che
te ne pare?”, disse Lian in tono divertito.
“E
tu?”, ribatté Stefan.
“Non
preoccuparti per me, io ho già tutto pronto e so quello che
devo fare. Ci vediamo a mezzanotte in punto alla stazione di Wuhan. Mi
raccomando, non uscire molto tempo prima e cerca di essere disinvolto
quando passerai davanti alla reception. Una volta fuori, prenderai un taxi
e ti farai portare alla stazione”.
“Come
faremo a riconoscerci?”
“Sarò
bionda, vestita all’occidentale, con un completo maschile:
giacca e pantaloni grigi. Avrò un grosso paio di occhiali
scuri in modo da nascondere il mio taglio degli occhi. Se non mi
riconoscerai, meglio, vorrà dire che il camuffamento
è riuscito bene. Sarò io a riconoscerti, ne sono
sicura. Da quel momento saremo per tutti marito e moglie. Ora vado,
abbiamo trascorso già troppo tempo insieme, non vorrei che i
nostri cari amici agenti cominciassero a preoccuparsi. In fondo, per
fare l’amore, un po’ di tempo ci vuole?”,
concluse ridacchiando Lian.
Stefan,
preso dalla conversazione con Lian, non si era accorto che si erano
fatte le cinque del pomeriggio e che aveva saltato il pranzo. Dopo gli
ultimi eventi, gli era passata la fame, sarebbe sceso a cena
più presto del solito, intorno alle diciannove,
così subito dopo avrebbe avuto più tempo e
serenità per parlare al cellulare con Morena; sapeva che
doveva essere molto prudente, non far trapelare niente di
ciò che aveva saputo, ma, nello stesso tempo, doveva mettere
sull’allerta Morena.
Alle
venti precise, come tutte le sere, chiamò Morena:
“Ciao
amore, come stai?”
“Io
benissimo! Tu cosa mi dici di nuovo? La tua inchiesta va avanti? Ci
sono novità?”
“No!
Nessuna novità. L’inchiesta credo sia quasi
finita, non ho raccolto nessuna prova che il virus sia uscito
dall’Istituto di virologia di Wuhan, sono solo invenzioni di
alcuni giornali occidentali. Anzi, ho avuto la conferma che provenga
dai pipistrelli. Qui in Cina è molto diffuso usare come
fertilizzante il guano dei pipistrelli, comunemente preso nelle grotte
del Sud-ovest, dove vivono numerose colonie di pipistrelli ferro di
cavallo, da cui ha avuto origine il virus”. Stefan diceva
questo per rassicurare eventuali intercettatori che fossero
all’ascolto.
“Tra
pochi giorni, penso che tornerò in Italia, qui non ho
più niente da fare. Ah… potresti farmi un
piacere?”
“Certo”,
replicò subito Morena.
“Potresti
andare a trovare tua cugina Luisa? Questo è di fondamentale
importanza!”
“Mia
cugina Luisa?”, disse con tono interrogativo e molto sorpresa
Morena.
“Fidati
di me, non te ne pentirai…”, aggiunse Stefan in
tono sibillino.
“Ma
mia cugina abita…”
“So
bene dove abita!”, la interruppe Stefan.
“È davvero importante che tu vada da lei:
è una questione molto delicata, ma fidati, poi …
ne sarai contenta”.
Morena
tacque, meditando sul senso delle parole di Stefan.
“Credo
che per un paio di giorni non ci sentiremo più”,
aggiunse lui “tanto fra qualche giorno sarò di
ritorno a Roma”.
Si
salutarono affettuosamente.
Morena
non fece domande, ma rimase molto perplessa, di certo c’era
qualcosa che Stefan non voleva dire al telefono. Cominciava ad essere
preoccupata.
“Perché
mai”, pensò, “devo andare da mia cugina
Luisa che studia a Parigi? Sicuramente Stefan è nei guai e
non può parlarne al telefono con me. Devo assolutamente fare
quello che mi ha chiesto ed attendere una sua prossima
chiamata”.
Quella
notte Stefan dormì poco e male, pensava a ciò che
sarebbe potuto avvenire nei prossimi giorni: non voleva essere
pessimista, ma non vedeva neanche tutto rosa.
La
mattina dopo, si svegliò presto, fece colazione ed
eseguì alla lettera tutto ciò che gli aveva detto
Lian il giorno prima, senza tralasciare nessun piccolo particolare.
Verso
le 23 era pronto, vestito di tutto punto, con pantaloni da jogging di
lino, color bianco panna, una tunica beige, un paio di occhialini
rotondi sul naso ed una folta capigliatura scura. Si era guardato allo
specchio ed era rimasto soddisfatto: non era riconoscibile.
Alle
23,30 scese, senza portare niente con sé, aveva solo
parecchi yuan nella tasca dei pantaloni, aveva pensato che gli
sarebbero potuti tornare utili per i prossimi giorni. Era passato con
disinvoltura davanti alla reception, non lo avevano notato, una volta
fuori aveva preso un taxi e si era fatto portare alla stazione
ferroviaria di Wuhan.
A
mezzanotte in punto, vide avvicinarsi un’avvenente signora,
probabilmente un’americana, che indossava un paio di occhiali
scuri molto appariscenti ed un simpatico cappellino, da cui spuntavano
bellissimi riccioli biondi. Capì subito che si trattava di
Lian. Si incontrarono, si salutarono come due vecchi conoscenti e
Stefan parlò per primo:
“Sei
davvero molto bella, se non avessi saputo prima i particolari, non ti
avrei mai riconosciuta”.
“Anche
tu non sei male, a guardarti bene sembri proprio un bel ragazzo
cinese” rispose Lian.
Si
misero sotto braccio, andarono alla biglietteria, fecero due biglietti
per Pechino e salirono sul primo treno che li avrebbe portati a
destinazione.
Si
sedettero l’uno accanto all’altra ed, appena il
treno partì, tirarono un sospiro di sollievo: nessuno li
aveva seguiti.
Capitolo
V
Inizio
della fuga
Sia
la polizia cinese, sia gli agenti segreti cercavano un italiano e una
cinese, non avrebbero mai pensato ad identità invertite.
Inoltre, era molto più probabile che si fossero diretti
verso il sud, verso Hong Kong, da dove sarebbe stato più
facile rientrare in Italia, magari passando per gli Stati Uniti.
Era
veramente difficile trovarli a Pechino tra circa ventidue milioni di
persone, ma era pure difficile per Lian e Stefan uscire dalla Cina,
utilizzando l’aeroporto.
Per
il momento soggiornare a Pechino, con le loro nuove
identità, non avrebbe comportato nessun pericolo.
Mentre
viaggiavano verso la capitale, Lian rivelò a Stefan che a
Wuhan non aveva nessun parente né affetti sentimentali. I
suoi genitori erano morti quando lei aveva sedici anni. La sua
famiglia, i Wang, di origine nobile, abitava nella regione dello
Heilong Jiang, nel nord-est della Cina. Quando i suoi genitori erano
morti, lei era rimasta con la nonna materna in una fattoria di quella
lontana regione: a Wang Gong Tun, al confine con la provincia dello
Jilin. La nonna l’aveva fatta studiare e, quando ella era
morta, Lian si era trasferita a Pechino, dove si era laureata in
ingegneria genetica. A 26 anni aveva mandato il suo curriculum
all’Istituto virologico di Wuhan, dove era stata assunta. Si
trovava lì da ormai cinque anni, usciva
dall’Istituto solo la sera per andare a casa e si sentiva
come in carcere, aveva voglia di libertà.
“Credo
che i pochi parenti che mi sono rimasti neanche si ricordino
più di me”, disse Lian in tono triste.
“Se
la polizia dovesse andare a chiedere informazioni su di me, credo
proprio che non saprebbero cosa dire… Mi è
rimasto solo il ricordo di un mio caro compagno d’infanzia
con cui giocavo: Zhu Peng. Di lui mi fiderei!”
continuò Lian. “Credo proprio che andremo a
chiedergli aiuto, se dovesse andare storto qualcosa”.
Lian
si addormentò con la testa sulla spalla di Stefan, che
invece rimase sveglio per tutto il viaggio.
Arrivarono
poco prima delle sei del mattino, si era fatto giorno, una piccola
nebbiolina avvolgeva la città. Non sapevano dove andare, si
fermarono ad un bar della stazione, fecero colazione e rimasero in
zona. C’era un’aria soffocante e quasi palpabile
dietro cui faceva capolino un sole pallido e irreale; così
si presentava Pechino dopo circa due ore.
“Sarà
il caso che ci muoviamo in cerca di una sistemazione”, disse
Lian.
“Devi
fare tu da guida, perché io non saprei proprio dove
andare”, le rispose Stefan.
“Avevo
già pensato a come passare questi giorni qui a Pechino senza
documenti. Acquisteremo un vecchio furgone da qualche officina, che
intende disfarsene. Basterà pagarlo bene e vedrai che il
proprietario ce lo cederà volentieri senza troppe
complicazioni. Ci allontaneremo, poi, da quella zona e ci sposteremo in
qualche altro quartiere periferico della città, senza dare
nell’occhio o destare sospetti”.
“Okay”
acconsentì Stefan. “Dormiremo
all’interno del furgone?”
“Sì”,
rispose Lian. “ non sei contento? Staremo sempre vicini, come
due innamorati”. E lo abbracciò.
“Avrei
preferito dormire insieme, in un bel letto comodo”,
replicò Stefan, ridendo.
“Abbi
fede, prima o poi potrà accadere anche questo”,
ribatté, ridacchiando, Lian, “e se la cosa ti fa
eccitare ancora di più, potremo stare nudi sotto le
lenzuola, visto che non abbiamo i pigiami”.
Stefan
la guardò estasiato.
Ridendo
e scherzando, presero un taxi e Lian chiese al tassista se conosceva
qualcuno che avesse intenzione di vendere un vecchio furgone e di
condurli da lui. Il tassista fece cenno di sì e li portò
nella periferia sud di Pechino presso un meccanico di sua conoscenza,
che
aveva un vecchio furgone.
Lian riuscì
ad acquistare, per dodicimila yuan, un vecchio van, già
adibito alla vendita di alimenti da asporto, ma non più
idoneo all'uso.
Stefan
avrebbe preferito pagare lui, ma Lian non volle; aveva portato con
sé nella borsa più di un milione di yuan, pari a
quasi 130.000 euro.
Stefan
la lasciò fare, con l’intenzione di restituirle,
una volta arrivati in Europa, tutte le spese sostenute durante il
viaggio.
Controllarono
l’interno del furgone, era abbastanza spazioso da contenere
un materasso dove dormire; la carrozzeria era piuttosto malridotta,
tutta scolorita, anche se, a tratti, conservava i disegni originari.
Logicamente,
il proprietario fu molto felice di disfarsene per il prezzo pattuito e
non pensò minimamente ad un eventuale contratto di vendita.
Lian si mise alla guida e partì, allontanandosi subito da
quella zona.
Girando
per le vie della periferia di Pechino, passarono davanti alla bottega
di un rigattiere. Si fermarono e comprarono un vecchio materasso e
delle coperte, che Stefan mise all’interno del furgone.
“Abbiamo
trovato una meravigliosa camera d’albergo”,
esclamò Lian ridendo.
“Pertanto,
ora, possiamo fare anche l’amore”, rispose Stefan,
ridendo a sua volta.
“Tu
non pensi ad altro”, ribatté Lian allegramente.
Erano
entrambi tranquilli e fiduciosi, non pensavano a ciò che
sarebbe potuto accadere nei giorni futuri.
Andarono
in giro per Pechino per tutto il giorno, consumando
all’interno del furgone qualche snack e bevendo birra da
barattoli di latta, che comperavano, qua e là, nei chioschi;
non avevano nessuna intenzione di andare nei ristoranti, per timore di
essere avvistati.
Passarono
così tutta la giornata e, quando si fece notte, trovarono
uno spazio adatto per parcheggiare il furgone.
“Se
vuoi puoi andare a dormire all’interno del
furgone”, disse Lian a Stefan, “io resto qui, al
posto di guida. Non si sa mai cosa può succedere di notte,
potrebbero rubare il furgone con noi dentro, se lo vedono
incustodito”.
“Resto
io qui a sorvegliare il furgone”, obiettò Stefan,
“un uomo dà meno nell’occhio di una
donna, soprattutto di una bellissima donna straniera bionda!”
Lian
acconsentì.
“Avevo
immaginato di passare la notte ben diversamente…”,
proseguì Stefan scherzando, “ora vai a dormire e
chiuditi dentro, io farò buona guardia”.
La
notte trascorse lentamente e, ad una certa ora, Stefan si
addormentò. Si svegliò ai primi rumori del
traffico, la luce ancora non si vedeva. Nel buio di un’alba,
che tra breve sarebbe arrivata, guardò fuori dal finestrino,
attraverso i vetri appannati e già sporchi di vecchie
macchie mai pulite. Vide passare macchine e carretti carichi di roba da
portare al mercato, si stiracchiò e scese dal furgone; un
po’ di moto gli avrebbe riattivato la circolazione e avrebbe
ridato tono ai muscoli ancora doloranti per la cattiva posizione
assunta durante il sonno.
Guardò
l’orologio, mancava un quarto d’ora alle cinque.
Rientrò nel furgone e si mise a pensare a cosa avrebbe
dovuto dire quella mattina a Morena, sperava ardentemente che fosse
andata a Parigi dalla cugina. Se i falsi passaporti fossero arrivati da
uno Stato diverso dall’Italia, nessuno avrebbe mai potuto
pensare che erano diretti a lui e a Lian, nel malaugurato caso che
fossero stati intercettati.
Si
voltò, scostò le tendine che coprivano il vetro
posteriore e guardò, per un istante,
all’interno del furgone: Lian giaceva addormentata sul retro.
Sebbene dormisse, la ragazza continuava ad indossare la sua
meravigliosa parrucca bionda.
Cominciava
ad avere fame, avrebbe voluto bere un buon caffè italiano,
ma scacciò subito questo desiderio dalla mente.
Frugò nelle tasche, nella speranza di trovare qualche avanzo
della sera prima, ma inutilmente. Bisognava arrivare nei pressi di
qualche chiosco, che nel frattempo aveva aperto, e comperare dei
panini. Così mise in moto ed avviò il furgone
lungo la strada che aveva davanti, nel disperato tentativo di trovare
un negozio di alimentari. Fu fortunato, vide un bar che, in quel
momento, tirava su le saracinesche e parcheggiò.
Lo
sballottio del furgone aveva fatto svegliare Lian che, non appena il
furgone si fermò, saltò giù irritata
ed
apostrofò Stefan:
“Ma
dove credi di andare, brutto figlio di puttana!”
“Buongiorno,
amore mio, come sei gentile questa mattina, che parole dolci hai in
serbo per me”, esclamò ironico Stefan.
“Mi
hai messo una gran paura! Pensavo avessero rubato il furgone, mentre
eri sceso per fare i tuoi bisogni mattutini”.
“Mi
sono spostato solo di qualche metro, in cerca di un negozio di
alimentari o di un bar. E infatti l’ho trovato, è
qui di fronte”.
Stefan
indicò a Lian il bar.
“A
quest’ora non avrà ancora niente da mangiare, ha
appena aperto”, replicò stizzita Lian.
“Possiamo
piacevolmente attendere insieme che arrivi la merce, poi ti
porterò in braccio in bagno, così potrai
liberarti di tutta la bile”.
Ascoltando
tutto quel sarcasmo, Lian sorrise, ma per mantenere il puntiglio gli
diede uno schiaffetto sulla testa. Stefan capì che si era
calmata, la prese per un braccio, la tirò a sé e
le diede un bacio sulla bocca.
Dopo
non molto tempo, fecero colazione e si misero in giro in cerca di una
cabina telefonica. La trovarono, Stefan scese dal furgone ed
andò a telefonare a Morena. Sperava con tutto il cuore che
fosse andata a Parigi, da Luisa. Trasse dalla tasca un bigliettino su
cui era segnato un numero telefonico, lo compose e attese con
impazienza che qualcuno rispondesse:
“Bon
jour, je suis Luisa, qui parle?”
“Ciao
Luisa, sono Stefan, c’è Morena?”
“Te
la passo”.
“Ciao,
amore mio, cosa succede?”, gli domandò Morena, con
voce preoccupata.
“Ciao
Morena, ascolta attentamente quello che ti dico e non interrompermi:
sono in pericolo di vita, ti chiamo da una cabina pubblica per non
essere intercettato. La polizia cinese mi cerca e, se mi trova, credo
che non mi rivedrete più. Devo assolutamente crearmi una
nuova identità, ho bisogno di due nuovi passaporti con nomi
falsi, uno per me ed uno per una signora che mi ha procurato la
documentazione di un fatto gravissimo, che i cinesi non vogliono si
sappia e che, perciò, è costretta a fuggire. I
passaporti devono essere forniti del visto d’ingresso, con il
timbro dell’aeroporto di Pechino in entrata,
nonché del visto per la Russia, da cui prenderemo
l’aereo per l’Europa. Dobbiamo figurare come una
coppia sposata, preferibilmente inglese, venuti in Cina per un giro
turistico. So che è difficile, ma tu attiva tutte le tue
conoscenze e coinvolgi Nathan”.
“Praticamente
sei diventato una spia a cui i cinesi danno la caccia?”,
replicò Morena sempre più preoccupata.
“Hai
capito bene. Per ora ci siamo camuffati e crediamo di non correre molti
pericoli, forse ci cercano altrove. Inoltre sono sulle tracce di due
persone singole, non dovrebbero sospettare di coppie sposate. Ora dammi
l’indirizzo email di
Luisa, dove posso spedire le foto da apporre sui passaporti. Le foto
che vi invierò, per prudenza, ritrarranno noi due davanti ad
un monumento cinese, come se fossimo dei turisti; provvederete voi a
ritagliare le immagini che vi servono” concluse Stefan in
modo perentorio.
“Non
preoccuparti dei passaporti, a quelli penserò io, piuttosto
nasconditi bene, mi raccomando”.
Morena
fornì a Stefan l’indirizzo email di Luisa e poi
aggiunse: “Come faccio per farti avere i
passaporti?”.
“Ti
ritelefonerò tra una settimana esatta e ti darò
ulteriori informazioni, se prima non mi hanno preso”, disse
Stefan per metterle ansia.
“Sono
molto preoccupata, i Paesi dell’Est sono famosi per far
sparire le spie indesiderate. Hai trovato un nascondiglio sicuro dove
trascorrere questa settimana?”
“Tu
fa quello che ti ho detto e non pensare ad altro. Ciao”
“Ciao,
amore a risentirci tra una settimana”.
Terminò
cosi la telefonata tra Stefan e Morena.
Stefan
era soddisfatto, era riuscito a metterle addosso una grande paura,
così si sarebbe affrettata ed avrebbe fatto di tutto per
procurargli i due passaporti falsi.
Rivolto
a Lian, le chiese:
“Ora
cosa facciamo? Questa settimana la trascorriamo qui a
Pechino?”
“Certamente
no! Partiremo questa notte stessa per i luoghi della mia infanzia,
andremo verso la Cina di nord-est. Dobbiamo trovare un recapito sicuro
dove far giungere i passaporti falsi. E, come già ti ho
detto, mi fido solo del mio caro amico d’infanzia: Zhu
Peng”
“Quindi,
immagino, andremo da lui? Dove vive esattamente?”
“Quando
eravamo piccoli abitavamo in due fattorie vicine, nei pressi del
villaggio di Quinglingzhen, nella provincia di Heilong Jiang.
Ora
però non so dove viva, non ho più sue notizie da
quasi vent’anni”.
“Come
faremo a trovarlo?”
“So
che sua madre è rimasta nella sua antica fattoria,
chiederemo a lei. Ora però affrettiamoci a fare la foto da
inviare alla tua amica”.
“Dove
credi sia più opportuno farla?”
“Di
posti famosi ce ne sono tanti: potremmo andare davanti alla
città proibita, o al palazzo d’Estate, o ancora
davanti al Tempio del paradiso. Ma io preferisco piazza Tienanmen, per
me rappresenta il simbolo della ribellione”.
Infatti
Lian, col suo furgone, prese la via per il centro di Pechino, dove si
trova piazza Tienanmen. Parcheggiarono e si fermarono in un negozio di
elettronica, qui comperarono una macchina fotografica che Stefan mise
subito al collo, per simulare di essere un turista.
Fecero
diverse foto, ma selezionarono quella in cui i loro visi erano in primo
piano. L’avrebbero inviata a Luisa da un internet point.
Passarono
la giornata girando col furgone per la città di Pechino,
ogni tanto si fermavano davanti a qualche monumento, si mettevano in
posa e scattavano fotografie; sembravano proprio una simpatica coppia
di turisti.
Si
fermarono anche in una cartoleria per comperare una carta geografica
dettagliata della Cina, con tutte le strade, per poter viaggiare in
sicurezza. Per arrivare a Wanggongtun dovevano percorrere circa 1360 km.
“Perché
preferisci viaggiare di notte?”, chiese curioso Stefan.
“Qui
a Pechino, dato l’enorme traffico, come hai potuto
constatare, il controllo della polizia non è molto assiduo.
Ma sulle strade nazionali, soprattutto quelle di grande percorrenza,
spesso s’incontrano posti di blocco. Non credo ti farebbe
piacere trovarli!”
“Quanto
tempo pensi che potremmo impiegare per arrivare a
destinazione?”
“Faremo
varie tappe, nei pressi di cittadine non tanto piccole, in modo da
poter mangiare e riposarci in sicurezza. Di notte riprenderemo il
viaggio. Credo che quattro giorni siano più che sufficienti,
sempre che il motore del furgone ci assista”.
Alle
21 in punto finalmente partirono per un viaggio imprevedibile.
Capitolo
VI
Verso
Wanggongtun e Jilin
Per
uscire dalla città di Pechino era necessario che, alla guida
del furgone, ci fosse Lian; lei conosceva abbastanza bene le vie della
capitale e sapeva quale strada imboccare, per andare nella giusta
direzione. Una volta sulla via per il Nord-Est, Stefan avrebbe potuto
darle il cambio alla guida.
Anche
se con alcuni tentennamenti nelle scelte delle strade di Pechino, Lian
riuscì ad immettersi sulla superstrada G1 che porta a
Jinzhou, nella provincia di Liaoning.
Guardarono
attentamente la cartina e decisero che la prima tappa sarebbe stata
Quinhuangdao, una città di circa tre milioni di abitanti,
nella provincia di Hebei, a trecento chilometri da Pechino. Con una
buona macchina avrebbero impiegato circa tre ore e mezzo, ma tenuto
conto che viaggiavano con un vecchio furgone, avrebbero impiegato molto
di più. D’altra parte la loro intenzione era di
arrivare in città dopo l’alba.
Si
sarebbero fermati in una stazione di servizio, per fare rifornimento di
metano, recarsi ai bagni e mettere qualcosa sotto i denti.
Stefan,
per tutta la giornata, non aveva mai staccato gli occhi da Lian, la
guardava rapito, come si guarda un’opera d’arte.
Lian ne era lusingata, e spesso gli sorrideva divertita.
Ora
la strada era divenuta meno trafficata e molto più
scorrevole.
“Credo
che sia il caso che ti dia il cambio”, disse Stefan a Lian,
“dopo aver guidato per un giorno intero, credo che tu sia a
pezzi ed è giusto che ti riposi”.
“Sei
davvero amorevole, sono proprio stanca”, rispose Lian, in
tono gentile.
Si
fermarono nella prima piazzola e Stefan passò alla guida.
Lian si mise raggomitolata sul sedile accanto al guidatore e Stefan la
strinse a sé.
“Ora
pensa a guidare, non distrarti, le coccole ce le faremo quando ci
fermeremo per riposarci entrambi”, sussurrò Lian.
Così
poggiò la testa sulla spalliera del sedile e si
addormentò.
Stefan
guidò per circa tre ore, la strada era dritta e monotona,
quasi priva di traffico; ogni tanto qualche macchina oppure dei tir lo
sorpassavano, la velocità del suo furgone non superava mai
gli ottanta chilometri orari. Il silenzio e la monotonia del viaggio
gli facevano venire sonno, a tratti il capo crollava, ma subito si
tirava su impaurito. Cercava invano qualcosa che lo tenesse
sveglio, magari una parola di Lian, ma lei dormiva e questo aumentava
in lui il desiderio di addormentarsi a sua volta.
Quando
si rese conto che non poteva più guidare in quello stato, si
fermò nella prima stazione di servizio. Scese,
andò al bar ed ordinò un caffè,
sperava che almeno quello lo avrebbe aiutato a stare sveglio. Il
parcheggio della stazione di servizio era pieno di camion fermi, quasi
tutti gli autisti dormivano, c’era una gran pace. Stava per
salire sul furgone quando si accorse che Lian si era svegliata.
“Andiamo
a dormire” disse “qui il furgone è al
sicuro”.
Chiusero
a chiave le porte della cabina ed andarono nella parte posteriore del
furgone, aprirono il portellone, salirono su e lo richiusero.
C’era buio, sentì solo le mani di Lian che lo
tiravano a sé, si buttarono sul materasso, cominciarono a
baciarsi voluttuosamente, con dolcezza si spogliarono l’un
l’altro e fecero l’amore.
Il
viaggio trascorse liscio, anche se arrivarono a Qinhuangdao a giorno
inoltrato, si erano alzati più tardi del previsto, quando da
una fessura del portellone avevano intravisto la luce del giorno.
Anche
durante tutte le altre tappe non ci furono problemi. La mattina si
fermavano in una città e la sera verso le nove ripartivano
per la tappa successiva, fermandosi di notte a dormire in una stazione
di servizio.
Si
fermarono successivamente a Jinzhong, a Tieling, per giungere nelle
campagne di Wanggongtun la mattina di giovedì.
Lian
ricordava con precisione la vecchia casa di campagna della famiglia
Zhu, era poco distante dalla sua, dove lei aveva trascorso
l’infanzia con la cara nonna. Sapeva che il suo amico Peng,
già da molto tempo, era andato via in una qualche
città, ma non sapeva dove.
Mentre
col furgone ripercorrevano quelle strade, ricordò la sua
fanciullezza felice: rivedeva quando tutte le mattine, insieme con la
nonna, andava a mungere la vacca, ricordava il sapore del latte, il
profumo del pane e le lunghe corse nei campi inseguita da Peng.
Quando
giunsero alla fattoria trovarono una vecchina tutta rattrappita, ma
ancora in grado di badare ai lavori domestici, con lei c’era
una giovane che l’aiutava nei lavori più pesanti e
a mantenere in ordine la fattoria. Lian si presentò:
“Buona
giornata signora, cerchiamo il signor Zhu Peng, dobbiamo assolutamente
vederlo, gli vogliamo proporre del lavoro”.
La
nonnina trasalì, suo figlio era andato via da oltre dieci
anni, perché mai lo cercavano lì?
“Mio
figlio Peng è andato via da qui già da molto
tempo, ogni tanto viene a trovarmi, ma ora non
c’è; è in città”.
Lian
si rese subito conto che la nonnina si era un pochino spaventata, non
l’aveva minimamente riconosciuta, poi camuffata
così sembrava proprio una signora occidentale. Per
rassicurarla aggiunse:
“Non
si preoccupi, volevamo proporgli un affare molto vantaggioso per lui,
credevamo che abitasse da queste parti”.
“No,
come le ho già detto, mio figlio è andato a
vivere in città, a Jilin, già da un bel
pezzo”.
“Può
darci l’indirizzo?”
“Abita
a Jilin, al numero 322 di Hunchun st.”
“Grazie
signora, è stata gentilissima”.
La
mamma di Peng li aveva guardati fin dall’inizio con sospetto,
perché pochi giorni prima due agenti della polizia segreta
si erano aggirati per le fattorie della zona, mostrando la foto di una
ragazza nata nella fattoria vicina, di nome Lian, che lei ricordava
bene da bambina. Non avevano detto per quale motivo la cercavano, ma
non sembrava niente di buono. Inoltre le avevano mostrato anche la foto
di un giovane occidentale, ma lei non aveva visto né
l’una né l’altro.
Si
era tranquillizzata quando aveva notato che i due giovani appena
arrivati sembravano due turisti, dall’aspetto affidabile,
magari un po’ eccentrici, ma non cattivi. Per questo si era
convinta a dare loro l’indirizzo di Peng.
Una
volta saputo l’indirizzo dell’amico, Lian si era
diretta nel villaggio più vicino: Quinglingzhen. Desiderava
rivedere i luoghi dove aveva trascorso la sua infanzia e dove aveva
frequentato la scuola di base; qui abitavano ancora dei suoi lontani
parenti.
Quando
entrò nel paese, notò subito che gli abitanti del
luogo li guardavano con interesse. Chi potevano essere mai costoro e
cosa ci facevano in un paesino sperduto di campagna? Si chiedevano,
stupiti.
Lian
era contenta: nessuno l’aveva riconosciuta, anzi non avevano
nemmeno minimamente sospettato che quella ragazza potesse essere lei.
Poteva stare tranquilla, se anche gli agenti di polizia avessero
chiesto di lei, nessuno l’avrebbe mai associata a quella
bionda occidentale.
Pranzarono
in una trattoria e subito dopo si diressero a Jilin, che distava
più di un’ora di macchina.
Jilin
è il capoluogo della medesima provincia, è una
città molto grande con quasi sette milioni e mezzo di
abitanti. Non fu facile arrivare al numero 322 di Hunchun Street.
Percorsero
buona parte della Songjiang Middle road e si fermarono in un parcheggio
all’angolo tra questa strada e Hunchun Street. Scesero e si
avviarono verso il numero 322. Percorsero quasi un chilometro a piedi,
impiegando circa quindici minuti per giungere alla meta.
Era
stata una fortuna aver trovato un parcheggio un po’ lontano
dalla casa di Peng, così chiunque avesse notato il furgone,
non lo avrebbe messo in relazione con lui.
Bussarono
e venne ad aprire Peng in persona, si guardarono, ma l’amico
non diede segno di riconoscere Lian.
“Cosa
desiderate?”, chiese Peng in tono interrogativo.
“Lei
è il signor Zhu Peng?”, chiese Lian sorridendo.
Aveva
riconosciuto il suo amico d’infanzia, anche se era
leggermente ingrassato e aveva perduto i capelli.
“Sì,
cosa desiderate?”, ripeté Peng.
“Se
ci permetti di entrare, ti dirò chi sono”, rispose
Lian sempre sorridendo e guardandolo con tenerezza.
Anche
se titubante, Peng li fece entrare. Una volta chiusa la porta, Lian si
tolse la parrucca bionda e gli occhiali scuri.
Peng,
allora, la guardò con attenzione e all’improvviso:
“Lian!
Che gioia rivederti”. Così dicendo si
abbracciarono forte, i loro sentimenti erano rimasti quelli
dell’infanzia.
“Cosa
fai da queste parti? Che grande emozione rivederti dopo tanti anni!
Entrate, accomodatevi! Chi è questo giovane, che
è con te?”
“Si
chiama Stefan Furore ed è un giornalista reporter italiano
in visita in Cina”, rispose Lian.
Lian
e Stefan si sedettero su un divano dell’ingressosoggiorno e
Lian, che aveva già pronta una storia da raccontare,
cominciò:
“È
una lunga e triste storia che ci porta qui, da te. Tu sai che, dopo la
morte della nonna, io sono andata a Pechino. Ho fatto vari mestieri per
mantenermi, dalla barista alla cameriera d’albergo.
Ultimamente ero impiegata come commessa in un negozio di arredamento,
non me la passavo troppo bene. Spendevo più di quanto
guadagnavo e mi ero indebitata. Nel frattempo avevo conosciuto Stefan,
un giovane turista inglese che mi faceva una corte spietata. I
creditori sollecitavano con insistenza la restituzione dei debiti.
Messa alla disperazione, una sera, prima di chiudere il negozio, ho
rubato l’incasso della giornata. Non l’avessi mai
fatto, la mattina dopo sono stata denunciata alla polizia. A questo
punto, non sapevo più cosa fare: se avessi restituito il
denaro al proprietario del negozio, forse avrebbe ritirato la denuncia,
ma l’azione penale sarebbe comunque andata avanti e sarei
finita in prigione. Senza contare che i creditori, non potendo
restituire loro il debito, me l’avrebbero fatta pagare
gravemente… Mi sono rivolta al dott. Furore, ma
era troppo tardi; anche se si era offerto di pagare gli strozzini, con
buona probabilità sarei finita in prigione”.
“Il
dott. Stefan Furore mi ha proposto di fuggire con lui in Inghilterra,
io ho accettato con entusiasmo; nel frattempo, saremmo dovuti fuggire
da Pechino e, per non farci riconoscere, ci siamo camuffati. Poi ne ho
combinata un’altra, non sapendo come fuggire, una notte ho
rubato un furgone e con quello siamo arrivati qui. Mi sono ricordata di
te, eri l’unico che poteva aiutarmi”. A questo
punto, Lian fece una pausa e Peng:
“Ma,
dimmi, come posso aiutarti? L’hai fatta troppo grossa!....
non so, potrei passare dei guai anch’io”.
Lian
si era inventata quella storia per evitare che Peng potesse essere
coinvolto, nel malaugurato caso gli agenti del servizio segreto lo
avessero interrogato.
“Peng,
amico mio”, continuò Lian, “non ho che
te”.
Alzatasi
dal divano, lo abbracciò.
Peng
era commosso, ma nello stesso tempo preoccupato; per rasserenarlo, Lian
continuò:
“Non
devi preoccuparti, se nessuno ci riconosce, tu non corri alcun rischio.
Nessuno può mettere in relazione una signora inglese con la
mia persona; anche tu, se io non avessi tolto occhiali e parrucca, non
mi avresti mai riconosciuta”.
“È
vero, è quasi impossibile riconoscerti. Ma dai documenti ti
identificheranno”.
“Li
ho buttati tutti”.
“Cosa?
Ma come farai senza documenti? Come pensi di poter uscire dalla
Cina?”
“Perciò
ho chiesto il tuo aiuto”.
Lian
fece una piccola pausa.
“Io
non ho la possibilità di farti avere altri documenti,
è assolutamente vietato… e tu lo sai!”
ribatté nel frattempo Peng, impaurito.
“Non
mi hai fatto finire di parlare”, rispose Lian.
“Non
devi fare niente di tutto ciò! A proposito, non ti ho
chiesto se sei sposato, se hai dei figli ed una famiglia”.
“Mi
sono sposato alcuni anni fa, ma mia moglie era un’arpia ed
abbiamo subito divorziato. Ora vivo solo in questo modesto
appartamento”.
“Oh
quanto mi dispiace, caro amico mio”, e Lian tornò
ad abbracciarlo.
“Non
divaghiamo”, riprese Peng.
“Hai
ragione. Ti avevo detto che non devi fare niente e lo confermo. Ci devi
solo trovare un alloggio, dove poterci nascondere nell’attesa
che ci arrivino i passaporti dalla Francia”.
“I
passaporti dalla Francia? Che storia è questa?”
“Ti
ho detto che Stefan si è offerto di aiutarmi e di portarmi
con lui in Inghilterra. Orbene, si è procurato dei
passaporti falsi da un suo amico francese, avevamo un solo problema
quello di farceli spedire in Cina. Ma dove? Dal momento che siamo in
fuga… Ho pensato a te, solo tu mi puoi salvare!”
“Quindi
i passaporti falsi arriveranno qui?”
“Si!
Ma solo se lo vorrai! Dobbiamo ancora confermare l’indirizzo
dove spedirceli. Se tu acconsenti, daremo il tuo recapito
all’amico di Stefan in Francia. Come vedi non rischi nulla.
Una volta giunti i passaporti, noi spariremo”.
Peng
rimase pensieroso per un po’, poi:
“Certo
che acconsento, come potrei non aiutarti Lian? Tu sei per me come una
sorella, più di una sorella”, rispose commosso.
“Puoi
aiutarci, quindi, a trovare una sistemazione a partire da oggi e per
tutta la prossima settimana? Credo che questo sia il tempo che
dovrebbero impiegare i passaporti per arrivare”.
“Non
devo trovare nessuna sistemazione, sarete miei ospiti. Ho una camera da
letto completamente arredata al piano di sopra, che ogni tanto affitto
ai turisti per arrotondare”.
“Che
sbadata, non ti ho neanche chiesto cosa fai”.
“Ricordi,
già da piccolo ero bravo ad aggiustare biciclette. Ho un
piccolo locale, poco più avanti su questa stessa strada,
dove vendo e riparo biciclette. Non è una grande
attività, ma mi basta per vivere dignitosamente”.
“In
questi giorni potremo raccontarci la storia della nostra vita e
rinfocolare i ricordi della nostra infanzia”, disse con
mestizia Lian.
Intanto
Morena in Francia si era data da fare, aveva chiamato Nathan e lo aveva
messo al corrente dei rischi che stava correndo Stefan in Cina. Insieme
avevano convenuto che dovevano mettere in atto una strategia per
tirarlo fuori dai guai, in cui si era cacciato.
La
notizia si era diffusa per tutta la redazione e tutti facevano un gran
tifo per Stefan.
“Quel
ragazzo è proprio bravo, oltre ad essere bello!”
dicevano.
Intanto
Nathan si era rivolto ad un noto falsario di Roma, che, a sua volta, si
era messo in contatto con un suo amico d’affari a Parigi,
disponibile a fare il lavoro dietro compenso di diecimila euro.
“Purché
il lavoro sia fatto bene, con tutti i visti ed i bolli necessari,
affinché i ragazzi possano uscire dalla Cina e dalla Russia,
senza problemi!” aveva detto Nathan.
Morena
aveva portato la foto in un bistrò di Parigi, dove
l’attendeva un giovane per ritirarla.
Per
quanto riguarda i nomi e gli indirizzi da attribuire alla coppia
inglese aveva provveduto lei stessa, prendendoli dall’elenco
telefonico di Londra: si sarebbero chiamati Robert Smith e Clarissa
Evans.
Aveva
anche suggerito ai falsari di tondeggiare lievemente gli
occhi della ragazza cinese in modo da apparire più
occidentale.
I
passaporti sarebbero stati pronti nel giro di una settimana.
Quando
sabato mattina Stefan aveva chiamato Morena a Parigi, lei era stata
molto contenta:
“Ciao
Stefan, sei in un luogo sicuro? Mi raccomando non rischiare! I
passaporti saranno pronti per lunedì, come mai hai
anticipato la chiamata? Sei in pericolo, forse?”
“No!
Siamo in un posto sicuro, fino ad ora non abbiamo avuto notizia di
eventuali agenti sulle nostre tracce. Cercano due persone diverse da
noi”, aveva replicato Stefan per non allarmarla, malgrado
sapesse che due agenti erano arrivati fin là in cerca di
Lian.
“Ti
ho telefonato un giorno prima per darti l’indirizzo dove
spedire i passaporti e per affrettare i tempi. L’indirizzo
è: Sir Zhu Peng, 322 Hunchun Street 132000
Jilin China”.
“Bene,
faremo tutto il possibile per farteli avere al più presto.
Ah… di’ alla tua graziosa amica che le abbiamo
tondeggiato leggermente gli occhi; prima di passare il confine, col
trucco, dovrebbe rendere i suoi occhi meno a mandorla
possibili”. Si avvertiva nella voce di Morena una vena di
gelosa ironia.
Ora
tutte le mosse erano state fatte, non restava che attendere e sperare
che niente andasse storto.
Il
pomeriggio trascorse in una lunga conversazione tra Lian e Peng, si
avvertiva che tra loro c’era stato e c’era ancora
tanto affetto, un sentimento puro, fatto di ricordi e nostalgie, di
un’infanzia felice passata insieme, correndo nei campi,
tenendosi per mano, di ore passate insieme a giocare nell’aia
dei loro casolari.
Dopo
cena Peng li accompagnò nella camera, al piano di sopra:
un’ampia stanza arredata solamente con un ampio letto, un
armadio, due sedie, un solo comodino rivolto dalla parte della porta e
una piccola scrivania, su cui era poggiato un lume ed una fruttiera di
porcellana vuota, a forma di calice.
Li
salutò e si accomiatò, chiudendo la porta.
Stefan
e Lian erano rimasti soli, tra loro ormai si era creata
un’intesa perfetta: sentivano all’unisono, i loro
cuori battevano così forte che si sarebbero potuti udire
anche a distanza. Lian si sedette sul letto e cominciò a
spogliarsi, rimase nuda e si sdraiò sulle bianche lenzuola.
Sembrava
una statua di marmo scolpita dal Canova, la pelle più bianca
delle lenzuola stesse, i seni duri e tesi come due coppe di vetro opaco.
Stefan
la guardava rapito, Lian per lui era una persona speciale, una persona,
che gli aveva fatto battere forte il cuore, lo aveva fatto sorridere,
lo aveva fatto sentire importante... lo aveva travolto con la passione.
Quando
una persona è speciale non puoi fare nulla, devi
semplicemente lasciarti andare... e vivere intensamente ogni attimo con
infinita dolcezza... Nella vita ci sono cose che non si possono vedere
semplicemente con gli occhi, ma si devono vedere e ascoltare con il
cuore!
Stefan
le si avvicinò, cominciò ad accarezzarla,
spensero la luce e i loro corpi si unirono in un amplesso onirico.
I
primi giorni di attesa per l’arrivo dei passaporti passarono
con spensieratezza, senza la paura di poter essere presi e imprigionati.
Un
pomeriggio arrivò Peng trafelato:
“La
polizia ha ritrovato il vostro furgone, era parcheggiato a circa un
chilometro da qui, ora tutto il quartiere è in subbuglio.
Cercano due persone: un giovane italiano alto e biondo ed una ragazza
cinese... cercano te Lian!”
Stefan
e Lian ebbero come un brivido freddo addosso, possibile che fossero
giunti a loro? Come avevano fatto? Eppure avevano preso tutte le
precauzioni possibili!
D’un
tratto il viso di Lian si rasserenò e disse:
“Certo,
noi l’abbiamo sempre saputo, la polizia cerca una ragazza
cinese e un giovane europeo, non un cinese e una ragazza inglese. Fin
dall’inizio mi hanno cercata. Non te l’ho detto
appena ci siamo incontrati, Peng?”.
Anche
Peng cominciò ad avere meno timore.
“Si,
ma ora sono giunti fin qui!” obiettò Peng.
“Mi
hanno sempre cercata in questa zona, sanno che sono nata qui e che qui,
probabilmente, mi sarei nascosta. Non allarmiamoci più del
dovuto. Fino a quando non arriveranno i passaporti, staremo chiusi in
casa”.
“Passeranno
casa per casa, porta per porta”, rispose preoccupato Peng.
“Lo
hai detto, noi siamo molto lontani, prima che arrivino qua
probabilmente i passaporti saranno già arrivati”.
“Non
conosci i metodi della polizia segreta”, obiettò
quasi sussurrando Peng.
Stefan
intervenne e disse:
“Non
ci resta che attendere, i passaporti sono ormai in arrivo”.
Passarono
lunghi giorni nella paura e nell’angoscia di essere presi;
ogni giorno sentivano che il cerchio si stava chiudendo intorno a loro.
Prima o poi avrebbero bussato alla loro porta”.
E
così accadde. Una mattina, prima che Peng scendesse di casa
per andare al lavoro, bussarono alla loro porta. Ci fu un attimo di
panico:
“Chiudetevi
nel bagno, andrò io ad aprire. Cercherò di
fingere di essere solo e di non farli venire da quelle parti, voi non
fiatate. Che Dio ce la mandi buona…”, disse Peng.
Con
una grande paura addosso, ma, fingendo sicurezza, andò ad
aprire… era il postino. Peng tirò un grande
sospiro di sollievo e prese un pacchetto che il fattorino gli
consegnò. Era così frastornato che non
capì la fortuna che aveva tra le mani. Posò il
pacchetto sul tavolo ed andò a liberare Stefan e Lian dal
bagno.
“Era
il corriere postale, ha portato un pacchetto”.
Alla
magica parola “pacchetto”, Stefan e Lian lo
abbracciarono forte, Peng ancora non si rendeva conto.
Perché quei due erano così felici? È
vero, l’avevano scampata bella in quel momento, ma, da un
momento all’altro, gli agenti sarebbero potuti arrivare!
“Ma
non capisci, Peng? Sono arrivati i passaporti!”
Come
uno squarcio di cielo azzurro, dopo tante nubi nere, la mente di Peng
si rischiarò:
“Sono
arrivati i passaporti!” ripeté sottovoce, quasi
incredulo.
Lian
fu la più lesta, prese il pacchetto e
l’aprì, una grande rabbia divampò sul
suo viso. All’interno del pacchetto c’era un
profumo con un biglietto.
“Hai
fatto colpo su qualche ragazza? Ti hanno inviato un profumo con un
biglietto”, disse delusa rivolta a Peng.
Peng,
che le stava alle spalle prese il biglietto e lesse:
“Ma
è scritto in europeo, non in cinese”, disse.
A
questo punto intervenne Stefan, tolse il biglietto dalle mani di Peng e
lesse a sua volta: “Caro Peng, che questa bottiglietta possa
rendere profumati i vostri prossimi giorni”, era la
calligrafia di Morena, ne era certo.
“Sono
arrivati i passaporti… li manda Morena”, disse in
tono felice.
Si
affrettò a togliere il profumo dalla scatola, probabilmente
i passaporti stavano sotto. Non c’erano. Forse, per non farli
trovare ad un eventuale controllo alla dogana, Morena aveva usato uno
stratagemma. Con molta probabilità erano nascosti nel fondo
della scatola. Con cautela ruppero il cartone, ma non c’era
niente. Pensarono che allora potevano essere nella copertura superiore,
ma anche lì non c’erano. Quale strana diavoleria
era accaduta? Che fine avevano fatto i passaporti? Forse li avevano
trovati alla dogana! Fra poco gli agenti dei servizi segreti sarebbero
piombati nel loro appartamento e li avrebbero condotti in prigione!
Passarono
dalla gioia alla disperazione più totale. Guardavano
allibiti la scatola vuota e aspettavano con rassegnazione
l’arrivo degli agenti.
Lian
con una mossa di stizza, prese la scatola e la strappò.
…
Da
un pezzo del cartone laterale usciva lo spigolo di un libretto. Questa
volta con circospezione Lian continuò a stracciare il
cartone e, pian piano, venne fuori un passaporto.
Ma
dov’era l’altro? Certamente in mezzo al cartone
dell’altro laterale del pacchetto. Infatti, lo ruppero e
venne fuori l’altro passaporto. Questa volta potevano
finalmente gioire, si strinsero in circolo con le mani sulle spalle e
si misero a ballare.
Nel
giro di pochi minuti erano passati dall’euforia alla
disperazione, e di nuovo dalla disperazione all’euforia in
una girandola di sentimenti contrastanti, che aveva tagliato loro le
gambe.
Si
sedettero e lessero i nomi sui due passaporti, il primo era intestato
alla Signora Clarissa Evans, il secondo al Signor Robert Smith.
Entrambi i passaporti erano forniti del visto di entrata in Cina ed in
Russia e portavano il timbro di ingresso dell’aeroporto di
Pechino.
Guardarono
le foto, erano venute benissimo, erano proprio loro. Anzi bisognava che
dessero qualche ritocco ai capelli; Stefan doveva rifare la tintura,
mentre Lian doveva meglio appiccicare la parrucca in modo che non si
staccasse con facilità dal capo; inoltre doveva, come
consigliato da Morena, truccarsi bene gli occhi in modo da rendere meno
evidente la loro forma a mandorla.
Quasi
presi da un presagio, corsero a truccarsi.
Verso
sera, Peng era appena rientrato dal lavoro, quando bussarono di nuovo
alla porta. Questa volta non andarono nel panico, ma si sedettero
tranquilli sulle sedie, mentre Peng andava ad aprire la porta. Erano
due funzionari della polizia:
“Possiamo
entrare?”, chiesero.
Peng
con cortesia li fece entrare ed indicò loro le sedie.
“Potete
fornirci i documenti?”.
Tutti
e tre presero i loro documenti e li diedero garbatamente
all’agente più grosso. Doveva essere il capo.
Questi
guardò e riguardò i documenti, mentre sbirciava i
loro volti. Non trovò niente da ridire. Trasse dalla tasca
due fotografie e le mise sul tavolo:
“Date
uno sguardo alle foto e diteci se conoscete o avete visto queste
persone”, disse l’agente.
Risposero
tutti di no.
Poi,
avendo notato dal passaporto che le due persone presenti oltre Peng
erano stranieri, rivolto a Stefan, in un inglese piuttosto scorretto,
disse:
“Che
ci fate qui?”
“Siamo
in visita in Cina, abbiamo visitato Pechino, poi siamo saliti a vedere
la grande muraglia e, avendo visto su un depliant la foto del Beishan
Park di Jilin, siamo venuti fin qui”.
“Perché
proprio in quest’appartamento?”
“Gli
alberghi costano molto e volevamo risparmiare. Ci hanno detto che qui
si affittava una stanza e siamo venuti”.
“Come
siete venuti?”.
Stefan
ebbe un attimo di sbandamento ma non lo diede a vedere:
“Con
la macchina”, disse pronto.
“Dove
sta la macchina?”
“È
parcheggiata in un posto pubblico poco più
giù”.
Seguì
una breve pausa. Stefan aveva il fiato sospeso, sperava che non
dicesse: “Mi fornisca patente e libretto!”
A
quel punto, Lian con abile mossa intervenne:
“Possiamo
offrire qualcosa da bere? Un caffè, una birra?”.
Bastò
quella interruzione per distrarre per un attimo l’agente.
“No,
grazie”.
E
rivolto a Peng disse:
“Può
fornirmi la licenza di affitto dell’appartamento?”.
Peng
si alzò, andò alla credenza, aprì un
cassetto e prese un foglio. Era l’autorizzazione
all’affitto, solo che non era stata ancora rinnovata per
quell’anno.
La
porse al funzionario, con la certezza che avrebbe pagato una multa
salatissima.
Ma
non era quella l’intenzione dell’agente di polizia.
A lui interessava accertare che quanto detto rispondesse a
verità.
Posò
la licenza sul tavolo e si alzò, l’altro agente lo
seguì. Salutarono ed uscirono.
Lian
guardò Stefan con severo cipiglio, aveva commesso una grave
leggerezza che avrebbe potuto compromettere tutto. Stefan
abbassò la testa in segno di pentimento.
Poi
si guardarono tutti e tre negli occhi e scoppiarono a ridere.
“L’abbiamo
passata veramente brutta”, disse Peng.
“A
me è andata bene, avrebbe potuto farmi una multa coi
fiocchi, avevo la licenza d’affitto scaduta. A voi
è andata ancora meglio, avete verificato la
validità dei passaporti appena arrivati e non vi ha chiesto
la patente di guida”.
“Grazie
al mio intervento”, precisò Lian sorridendo e
guardando Stefan, come una mamma fa col figlio birichino.
“Ora
possiamo cenare in pace”, concluse Peng.
Capitolo
VII
Sulla
via della salvezza
Era
giunto il momento della partenza.
Ricevuti
i passaporti ed i visti, Lian e Stefan non avevano più
nessun motivo per restare a Jilin, anzi, se fossero partiti al
più presto, avrebbero avuto più
probabilità di non essere individuati.
C’era
un solo problema: trovare un qualsiasi mezzo per arrivare alla
frontiera e riuscire a passare in Russia.
Di
questo si incaricò Peng. Andò in
un’agenzia di viaggi e s’informò. Non
c’erano grandi problemi, potevano scegliere tre
modalità diverse: un treno, un autobus, o un taxi.
Lian
e Stefan optarono per il treno: era, secondo loro, il mezzo
più sicuro per trascorrere il viaggio in
tranquillità.
Comperarono
due valigie, biancheria per entrambi, due pigiami e due abiti nuovi da
indossare, una volta giunti in Russia. Lian comperò anche un
paio di scarpe più comode, dato che quelle che attualmente
indossava avevano un tacco da dodici centimetri.
Il
percorso del treno era il seguente: partenza dalla stazione di Jilin,
passare per Harbin West, di lì proseguire per Suifenhe, dove
era situata la frontiera tra Cina e Russia e dove Lian e Stefan
avrebbero dovuto esibire i passaporti. Una volta passata la frontiera,
la ferrovia si arrestava a Grodekovo. Qui avrebbero dovuto prendere un
Bus per Vladivostok.
Il
giorno seguente, Peng li accompagnò con la macchina alla
stazione di Jilin.
Qui
si salutarono, Lian e Peng si abbracciarono calorosamente, come due
fratelli, che devono lasciarsi per sempre. Gli occhi di Peng erano
velati, Lian piangeva, in fondo stava per lasciare l’ultimo
pezzo della sua vita fin lì vissuta. Peng era
l’ultimo affetto della sua terra natia. Anche Stefan lo
salutò cordialmente, senza il suo fondamentale aiuto
sarebbero finiti in prigione, e chissà quando avrebbe potuto
più far ritorno in Italia. Salirono sul treno e, quando
questo si mise in moto, dal finestrino diedero un ultimo saluto a Peng,
agitando le braccia.
Il
viaggio proseguì tranquillo fino a Suifenhe, dove era
situata la frontiera. Lì salirono sul treno gli agenti
frontalieri, per verificare le identità dei passeggeri e la
validità dei passaporti, quindi, ritirarono tutti i
documenti e scesero per controllarne le validità. Questo
procedimento durò un tempo infinito. La cosa che mise
più ansia e preoccupazione a Stefan e Lian fu proprio il
tempo trascorso per la verifica dei passaporti. Quello era
l’unico serio ostacolo, che li separava dalla
libertà. Se avessero trovato solo una minima
irregolarità sui passaporti, sarebbe stata la fine della
loro lunga avventura, la beffa finale.
Quando
gli agenti risalirono a bordo, per riconsegnare i passaporti alle
legittime persone, la loro ansia era arrivata alle stelle, i loro cuori
battevano forte. Temevano di essere presi ed invitati a scendere dal
treno. Gli agenti, prima di consegnar loro i passaporti, li fissarono
bene, fecero togliere gli occhiali a Lian e confrontarono il suo viso
con quello della foto; quello fu un momento di vera adrenalina per
entrambi.
Tutto
andò per il verso giusto: non avendo notato nulla di
anomalo, gli agenti consegnarono loro i passaporti e Lian e Stefan
tirarono un grande sospiro di sollievo, anche se il loro atteggiamento
restò impassibile.
Ora
bisognava attraversare la frontiera russa.
Lian
e Stefan erano molto più sereni, ormai erano fuori dal
territorio cinese; anche se i russi li avessero fermati, potevano
chiedere di essere espulsi e rimandati in Inghilterra, Stato in cui
figuravano risiedere.
Dopo
un lungo periodo di tempo per il controllo dei vari documenti, furono
invitati da due agenti russi a scendere dal treno e seguirli in una
saletta della stazione di frontiera.
In
seguito alla pandemia del corona virus, la Russia chiedeva ai cittadini
provenienti dalla Cina un ulteriore visto, rilasciato dalle competenti
autorità sanitarie cinesi, per poter entrare nel loro Stato;
purtroppo, sia Stefan che Lian ignoravano questa nuova norma.
Poiché
le autorizzazioni mancavano, gli agenti di frontiera impedirono loro di
entrare in territorio russo e li invitarono a rientrare in Cina per
ottemperare alle nuove regole.
Sia
Lian che Stefan protestarono vivamente e chiesero di essere portati al
consolato inglese, ma i Russi non vollero sentire ragioni, oltretutto
mal si intendevano con la lingua inglese e due loro agenti li
scortarono fino alla frontiera cinese.
Qui
giunti, le guardie cinesi vollero sapere i motivi del respingimento;
meno male che Lian parlava cinese perché poté
spiegare con chiarezza le ragioni del loro mancato ingresso in Russia,
altrimenti ci sarebbero stati ulteriori malintesi e possibili cattive
ripercussioni.
Oltretutto
entrambi avevano il morale “sotto i piedi” e una
grande paura di essere riconosciuti e portati in carcere.
Comunque,
gli agenti della frontiera cinese non si limitarono solo ad ascoltare
le loro ragioni, ma fecero delle foto di riconoscimento e li
trattennero per diverse ore in una saletta, fredda e poco illuminata.
Durante
il periodo di permanenza nella stazione di polizia, Stefan e Lian non
solo tremavano di freddo, ma soprattutto di paura. Stefan, anche se in
cuor suo era fortemente pessimista, cercò di rincuorare Lian:
“Non
preoccuparti, vedrai che tutto andrà bene, non ci hanno
riconosciuti, sono convinti che siamo dei turisti inglesi mal informati
sulle norme di espatrio, ci stanno tenendo lungamente sulla corda in
modo da farci passare ogni voglia di andare in Russia”.
“No,
Stefan! Stanno verificando le nostre identità e tra poco
vedrai che un loro agente verrà a smascherarci”,
rispose Lian completamente demoralizzata ed affranta.
Poi
verso sera, due agenti con in mano le loro valigie e i loro passaporti,
minuziosamente esaminati e controllati, entrarono finalmente nella
saletta. Consegnarono loro quanto sequestrato e li invitarono
a tornare rapidamente a Pechino per completare la documentazione e
rientrare in Inghilterra.
Non
appena Stefan e Lian si resero conto di essere liberi, lasciarono
rapidamente il posto di polizia di confine, chiamarono un taxi e si
fecero portare nel centro della cittadina di Suifenhe.
Erano
nello stesso tempo felici e impauriti, inoltre non sapevano cosa fare.
Erano come impietriti, non riuscivano non solo a muoversi, ma neanche a
pensare.
Giunti
nel centro di Suifenhe, una cittadina non grande della Cina di nord-est
di circa sessantamila abitanti, si fecero fermare davanti ad un
albergo, qui presero una camera matrimoniale e vi si chiusero dentro,
ancora tremanti dalla paura e quasi increduli di essere ancora liberi.
Lian,
una volta chiusa la porta della camera, si buttò tra le
braccia di Stefan e scoppiò in un pianto dirotto.
“Cosa
facciamo adesso, Stefan? Ormai la polizia ha anche le nostre nuove
identità e non abbiamo dove rifugiarci. Prima o poi ci
prenderanno e ci porteranno in carcere”.
Stefan,
pur essendo scoraggiato al pari di Lian, cercò di
confortarla, le accarezzò i capelli e disse:
“Non
disperare, siamo ancora liberi, cerca di calmarti e cerchiamo insieme
di pensare a come poter fuggire e non farci
acciuffare”.
Aveva
completamente dimenticato che Lian aveva in testa una parrucca, che,
perciò, stava lisciando dei capelli finti e le sue carezze
erano inutili.
“Cosa
proponi di fare?”, bisbigliò tra le lacrime Lian.
“In
questo momento, non riesco a trovare alcuna soluzione. Torniamo da
Peng, può darsi che lui ci possa ancora aiutare”
“No!
Metteremmo a rischio anche la sua vita”.
“Va
bene, ma non riesco a trovare una diversa via di uscita”.
“Se
dobbiamo tornare da Peng, dobbiamo far in modo che nessuno ci veda
entrare nella sua casa; non voglio fargli passare dei guai per colpa
nostra”.
“Vorrà
dire che arriveremo a Jilin di notte. Solo che tu sei troppo vistosa ed
attrai eccessivamente l’attenzione delle persone. Forse
è il caso che ti tolga la parrucca”. Nel
pronunciare quella parola si accorse che la stava
accarezzando e gli scappò un sorriso.
“E’
meglio che ritorni con le tue sembianze cinesi; con un foulard scuro in
testa che ti copra parzialmente il viso ed un paio di occhiali scuri ,
di notte, nessuno potrà riconoscerti. Io, vestito
da cinese, do meno nell’occhio. Vorrà dire che
tornerai a truccarti da occidentale, una volta che saremo fuori dalla
Cina, qui i documenti sono ormai inutili, non li potremo più
usare”, disse Stefan meditabondo.
“Ma
come facciamo per arrivare a Jilin?”, domandò Lian.
“Noleggeremo
un taxi e ci faremo lasciare nei pressi del parcheggio dove lasciammo
il furgone, di lì proseguiremo a piedi per la casa di Peng.
Logicamente dovrai uscire da questo albergo come la signora Clarissa
Evans, ancora con le sembianze da occidentale e la parrucca bionda.
Vorrà dire che ti cambierai appena scesi dal taxi in un
vicolo scuro di Jilin. Non dimenticare che abbiamo con noi nella
valigia gli abiti, che ci aveva comperato Peng prima di
partire”.
“Mi
sembra una buona soluzione”, confermò Lian.
Capitolo
VIII
Ritorno
a Jilin
Erano
così affranti che avevano dimenticato di mangiare; infatti,
erano digiuni dal mattino. Oltretutto non avevano per nulla
fame, lo stomaco per colpa della paura si era completamente chiuso.
Per
il momento, riavuti dallo spavento, avrebbero dovuto
comportarsi con cautela.
La
prima cosa che fecero fu quella di controllare se mancava qualcosa
nelle valigie e se gli indumenti, che avevano comperato prima di
partire, c'erano tutti.
All'improvviso,
un’idea balenò nella mente di Lian: "Stefan, se
per controllarci hanno messo nelle valigie delle microspie o dei
generatori di segnale?", disse.
"Hai
ragione, infatti è molto strano che ce le abbiano
restituite…", rispose Stefan, meravigliato del
ritorno in sé della compagna, "sarebbe meglio liberarci di
queste ingombranti valigie e sostituirle con due borse leggere".
"
Ma a quest'ora dove possiamo trovarle?", obiettò
Lian.
"Chiederò
alla reception dell'albergo se possono fornirci delle grosse buste di
plastica. Non fa niente se gli abiti si stropicciano un po'. Una volta
giunti a casa di Peng, chiederemo a lui di comperarle".
"Bene,
ora vuoi mangiare?", chiese Lian. "Forse è il caso di
pensare anche al nostro corpo".
"Come
sempre hai ragione", rispose Stefan guardandola con dolcezza.
Lo
stress di quella giornata e la paura aveva reso insensibili i loro
cuori, ma ora che le acque si erano abbastanza chetate, riaffioravano i
buoni sentimenti e la tenerezza.
“Si!
Credo sia proprio il caso di mettere qualcosa sotto i denti”
continuò Stefan.
“Scendiamo
giù nella hall e chiediamo se hanno qualcosa da mangiare, in
caso contrario usciremo in cerca di un ristorante.
Prima
di partire per Jilin è bene riempire lo stomaco”.
Così
fecero. Lian pensò bene di citofonare alla reception e
chiedere se avessero un ristorante interno. Appena ne ebbe conferma
scesero giù a cena. Ordinò tutte pietanze tipiche
cinesi, che Stefan gradì poco, ma che, per non arrecarle
un dispiacere, fece finta di mangiare con gusto.
Quindi,
prima di risalire in camera, Stefan si fece dare dal receptionist due
grosse buste nere, nelle quali avrebbero messo, rispettivamente tutti i
loro oggetti.
Poco
dopo mezzanotte chiamarono un taxi, disposto a portarli a Jilin.
Quando
scesero, portarono con loro le due grosse buste, lasciando in camera le
valigie. Prima di andar via pagarono la stanza come se fossero rimasti
lì per un’intera giornata, cosa che fece molto
piacere al direttore d’albergo.
Salirono
sul taxi e diedero l’indirizzo di Songjiang Middle road
all’angolo con Hunchun Street.
Non
diedero l’indirizzo della casa di Peng per non lasciare
tracce precise e per evitare di coinvolgerlo in eventuali indagini
della polizia; per il momento erano ancora la signora Clarissa Evans ed
il signor Robert Smith.
Giunsero
a Jilin alle due circa, pagarono il tassista e velocemente si
incamminarono per Hunchun Street. Cercarono un angolo buio, il
più riparato possibile da sguardi indiscreti, anche se a
quell’ora c’era un silenzio per tutta la strada e
non si vedeva anima viva.
Trovarono
un luogo abbastanza riparato proprio all’inizio di
Hunchun Street, un piccolo parcheggio con poche macchine e delle aiuole
con alti cespugli. Qui Lian si tolse la parrucca, si svestì
degli abiti occidentali, indossando una tonaca cinese sui toni del
grigio, soprattutto tolse le scarpe coi tacchi alti che tanto odiava,
per indossare dei morbidi mocassini con poco rialzo; per
finire mise in testa un foulard di lana quasi nero, che le copriva non
solo la testa, ma anche parte del viso e, per concludere, rimise gli
occhialoni scuri che già aveva.
In
questo modo, non era più la signora Clarissa Evans, ma era
ritornata Wang Lian, anche se praticamente irriconoscibile.
Una
volta sistemati nel sacco i vestiti occidentali e la parrucca, si
avviarono verso casa di Peng.
Per
non dare nell’occhio camminarono a passo normale uno dietro
l’altro, quasi radendo i muri delle case.
Impiegarono
circa mezzora per giungere al n° 322 di Hunchun Street.
Dovettero bussare varie volte prima che una voce assonnata rispondesse
al citofono:
“Chi
è a quest’ora? Cosa volete?”
“Sono
Lian, Peng”.
Ci
fu un attimo di silenzio che sembrò eterno, poi,
all’improvviso, si aprì il portone e
sull’uscio comparve la sagoma di Peng. Come li vide con una
mossa repentina li tirò dentro, chiuse il portone
senza far rumore e, guardandoli esterrefatto, sussurrò:
“
Per l’amor di Dio, Lian. Cosa ci fai qui? Ti credevo in
salvo, qui non ci puoi stare. Siete ricercati, le guardie della polizia
popolare sono tornate a cercarvi. Dovete andar via! Se gli agenti
segreti vi hanno visto sono in pericolo anch’io”.
“Ciao,
Peng. Non preoccuparti non ci ha visto nessuno, per questo siamo venuti
a quest’ora”, rispose Lian.
“Saliamo
subito in casa, senza far rumore mi raccomando”, disse Peng
sottovoce.
Una
volta entrati in casa e chiusa la porta, Lian e Peng si abbracciarono,
erano entrambi contenti ma impauriti.
Peng
chiese:
“Come
mai siete ritornati qui? Non siete riusciti a passare la frontiera con
la Russia?”.
Si
sedettero sul divano e Lian raccontò tutte le peripezie
passate il giorno prima.
Peng
ascoltava con molto interesse ma anche con molta apprensione. Certo
nel ritrovarsi in casa due fuggiaschi, per giunta ricercati,
non c’era da stare allegri. Poi chiese:
“Perché
siete ritornati qui? Come pensate che vi possa aiutare?”
“
Non sapevamo cosa fare né dove
andare…”, gli rispose Lian, “dovevamo
sparire dalla circolazione, gli agenti dovevano perderci di
vista!”.
“Sì!
Ma sanno che siete ritornati a Jilin…”,
obiettò Peng, “il tassista riferirà con
precisione dove vi ha lasciati e gli agenti non ci metteranno molto a
capire che siete ritornati qui:”
“Quando
sono tornati qui, tu cosa hai detto?”, chiese Lian titubante.
“Ho
risposto che il giorno dopo la loro prima visita siete andati via,
dicendo che sareste tornati a Pechino e poi in Inghilterra. Ho ribadito
con fermezza che vi siete presentati come turisti ed io non vi avevo
mai visto prima”.
“Bene!”
Esclamò Lian. “Siamo venuti da te anche per sapere
se conosci un modo alternativo per superare il confine”.
Senza
nemmeno pensare, ma d’intuito Peng rispose:
“Certo!
Da clandestini!”
“Cosa
vuoi dire, Peng. Spiegati meglio!”
“So
che ogni giorno centinaia di cinesi passano la frontiera con la Russia
da clandestini, accompagnati da persone che fanno questo lavoro per
mestiere, attraverso dei sentieri collinari nei pressi di
Suifenhe”.
“Grazie
Peng! Sapevo che ci avresti suggerito una scappatoia”.
Così
dicendo gli si buttò addosso e lo strinse forte con affetto.
Peng
diventò rosso, ma era contento di vedere Lian sorridere di
nuovo.
“Ora
dobbiamo pensare ad un piano serio di fuga”, disse
Lian eccitata.
In
tutto questo tempo, Stefan non aveva proferito parola ma era rimasto
muto ad ascoltare.
A
questo punto, intervenne:
“Dobbiamo
tornare a Suifenhe, cercare di contattare uno di questi frontalieri
clandestini, dargli quello che ci chiede ed affidarci a lui per passare
il confine”.
“Attenzione!”,
ribatté Peng.
“Spesso
tra queste persone si nascondono agenti statali, pronti ad arrestare i
clandestini. Non vorrei che vi imbatteste in una di queste guardie
segrete, perché sarebbe la vostra fine”.
“Hai
fatto bene ad avvertirci, Peng. Spesso si sbaglia per
ignoranza”, disse Lian preoccupata.
“Comunque,
ciò che più mi preoccupa
ora…”, rispose Peng,
“ è la vostra presenza qui. Dovrete stare sempre
nascosti fino al momento in cui non deciderete di partire”.
“La
cosa più difficile è arrivare a Suifenhe senza
essere visti”, commentò Stefan, “non
possiamo prendere nessun mezzo pubblico ed è anche molto
rischioso noleggiare una macchina, anche se lo potrebbe fare Peng per
noi, ma poi non sapremmo dove lasciarla”.
“Tutto
sommato forse sarebbe meno rischioso, se vi accompagnassi io con la mia
auto per poi tornare a casa velocemente. Credo che lo dovremo
fare di notte, in modo che possa tornare prima dell’alba ed
aprire regolarmente il mio negozio al mattino. In questo modo, credo
che nessuno potrebbe accorgersi di niente. Resta solo il
dubbio che qualcuno vi abbia visto venire qui adesso. Ma lo appureremo
per prima cosa domattina. Se non arriva nessuno, vorrà dire
che tutto è filato liscio. Ora andate a dormire. Ci
rivediamo domani mattina, se Dio vuole”.
Con
queste parole Peng terminò il suo ragionamento e li
accompagnò con una fioca lampada nella stanza degli ospiti.
Lian
e Stefan si spogliarono e si infilarono sotto le coperte;
avevano tanto bisogno di coccole e di rincuorarsi a vicenda.
Quando
si svegliarono il mattino seguente, erano passate abbondantemente le
dieci. Avevano dormito saporitamente, confortati dal calore del corpo
l'una dell'altro. Si alzarono ed andarono in cucina. Qui furono
felicemente sorpresi nel vedere che Peng aveva lasciato loro la
colazione sul tavolo.
La
colazione cinese, detta anche "yum cha”, consiste
nel bere il tè (tè verde, tè nero,
tè oolung ecc.), mentre si degustano i "dim sum", piatti
leggeri formati da piccole porzioni di cibi cotti, che possono
includere carne, pesce, verdure, dolci e frutta. Peng li aveva lasciati
sul tavolo in piattini o cestini per la cottura a vapore.
Lian
li mangiò con gusto, ma anche a Stefan non dispiacquero.
Inoltre
sulla tavola Peng aveva lasciato un biglietto per Lian e Stefan, nel
quale raccomandava loro di non far rumore per non essere sentiti dai
vicini, di restare in casa e non aprire nessuna finestra per non essere
visti da nessuno. Lui sarebbe rientrato col pranzo verso le quattordici
ed in quella circostanza avrebbero potuto perfezionare il piano di
fuga. Comunque era necessario sparire di lì quella notte
stessa.
Dopo
aver letto il biglietto, Lian rivolta a Stefan disse: "Peng ha una gran
paura. Non voglio esporlo a rischi inutili, per cui faremo come dice
lui".
"Sono
d'accordo", rispose Stefan conciliante. Poi proseguì:
"Se
avessimo saputo fin dall'inizio di questa possibilità di
attraversare la frontiera da clandestini, non avremmo avuto proprio il
bisogno di venire qui da Peng e fargli correre rischi inutili, saremmo
potuti passare con l'aiuto dei ‘frontalieri’
già 15 giorni orsono".
"
Guarda... " rispose Lian " che siamo venuti da Peng per farci mandare i
passaporti nuovi".
"Ma
se avessimo dovuto attraversare il confine da clandestini, i passaporti
non ci sarebbero serviti. Avremmo potuto usare quelli autentici nostri
una volta giunti in Russia, lì non siamo ricercati".
"Cosa
dici, Stefan. Ti sei bevuto il cervello?", rispose stizzita Lian.
"Se
ieri non avessimo avuto i passaporti inglesi, adesso staremmo chiusi in
prigione dietro alle sbarre e chissà per quanto tempo ancora
ci saremmo rimasti.
Quei
passaporti sono stati la nostra salvezza! Potrò avere la mia
vera identità ancora per poche ore, il tempo di contattare i
frontalieri clandestini e attraversare la frontiera. Una volta giunta
in Russia dovrò necessariamente ritornare ad essere la
signora Clarissa Evans. Infatti non abbiamo altri documenti se non
quelli inglesi. Senza documenti non potremmo mai raggiungere
l'Inghilterra".
Stefan
non rispose per non contraddirla, voleva evitare discussioni inutili,
ma se avessero avuto i loro documenti la giornata precedente non ci
sarebbe mai stata, perché mai avrebbero tentato di passare
la frontiera legalmente.
Verso
le due del pomeriggio sentirono aprire la porta, era Peng che arrivava
portando con sé il pranzo. Era sorridente e di ottimo umore,
li salutò e disse:
“Tutto
bene. Il quartiere è tranquillo, non ci sono guardie in giro
e questa notte nessuno vi ha notato. Ora mangiamo con
serenità, poi parleremo della vostra nuova avventura di
fuga. Così dicendo scoprì una cesta di vimini che
teneva in mano, avvolta in un tovagliolo di grandi dimensioni.
Cominciò
a tirar fuori i piatti di portata: ravioli al vapore, pollo alle
mandorle e gelato fritto.
Era
tutto molto buono e mangiarono con gusto e in allegria.
Alla
fine del pranzo, Lian lo ringraziò dicendo:
“Grazie,
Peng! Sei stato di una gentilezza infinita, mi ricorderò
sempre di te, sia che questa avventura dovesse avere un lieto
fine, sia che dovessimo finire in galera”.
“Finirà
sicuramente bene!” Rispose Peng in tono perentorio, per
rassicurarli. Poi proseguì:
“Partiremo
questa notte per Suifenhe, a mezzanotte circa. Vi
accompagnerò io con la mia auto, dovremo arrivare
lì intorno alle due in modo che io possa tornare a Jilin
intorno alle quattro del mattino. A quell’ora,
poiché già molti miei concittadini iniziano a
svegliarsi ed avviare le loro attività, nessuno
baderà a chi sta in giro con la macchina. In questo, modo
avrò la possibilità di rientrare in garage senza
essere notato e potrò riaprire il mio negozio normalmente
come tutte le mattine…”
“Questo
per quanto riguarda me!
Invece
per quanto riguarda voi, vi lascerò in una zona molto famosa
per essere frequentata dai frontalieri, ma anche da agenti segreti. Non
dovrete mai farvi vedere insieme. Starete sempre lontani
l’uno dall’altra, senza, però, mai
perdervi di vista. Infatti gli agenti cercano due persone e credo che
facciano meno caso ad un cinese che finge di essere indaffarato.
Qui,
purtroppo, dovrai entrare in scena tu, Lian. Sopratutto
perché sei l’unica a parlare cinese e capace di
comprendere i discorsi della gente. Dovrai avere le ‘orecchie
molto lunghe’ e capire chi è guardia e chi
è fuorilegge; se sbagli è la vostra fine. Ma non
ci voglio neanche pensare!
Ora
cercate di stare tranquilli e non fatevi prendere dalla
paura, la mancanza di esperienza e il timore di sbagliare
solitamente fanno commettere molti errori, ma fanno parte della nostra
vita; non ho la pretesa di essere presuntuoso o saccente, ma solo di
suggerire alcune cose per rendere la fuga più
sicura”.
“Sei
un tesoro, Peng”, rispose Lian in atteggiamento quasi di
devozione, “non so come avremmo fatto senza di te. Seguiremo
le tue parole alla lettera e speriamo che tutto vada bene”.
Anche
Stefan intervenne:
“Grazie,
Peng. Senza il tuo aiuto credo che quasi sicuramente saremmo caduti
nella rete degli agenti segreti cinesi”.
Peng
si sentì fiero, ma si schermì dicendo:
“No!
Non merito tutti questi complimenti. Faccio tutto ciò di
cuore perché sono molto affezionato a Lian ed ora un poco
anche a te, Stefan”.
Così
dicendo scese di corsa al negozio, dove aveva lasciato un ragazzo a
sostituirlo.
Capitolo
IX
Il
nuovo tentativo di fuga.
Come
convenuto, a mezzanotte in punto Stefan, Lian e Peng erano
pronti per partire.
Lian
per essere meno riconoscibile aveva messo in testa un vecchio foulard
di lana, aveva indossato dei vecchi abiti da contadina cinese che Peng
le aveva procurato ed un paio di occhiali scuri, meno appariscenti di
quelli che aveva la notte precedente e che sarebbero dovuti appartenere
alla signora Clarissa Evans.
Dal
canto suo Stefan indossava abiti sgualciti e consumati, datigli da
Peng, un cappello a cono anch’esso vecchio e rotto e i soliti
occhialini rotondi, che già aveva.
Inoltre
Peng aveva avuto cura di procurar loro due borsoni leggeri in cui
riporre gli abiti precedentemente indossati e che sarebbero dovuti
servire, una volta giunti in Russia, per assumere le sembianze dei
signori: Robert Smith e Clarissa Evans.
Peng
aveva rivolto loro un ultimo consiglio:
“Mi
raccomando cercate di non smarrire i vostri documenti né di
farveli rubare, rappresentano l’unica ancora di salvezza per
arrivare in Inghilterra”.
Al
buio Peng aveva aperto la porta, aveva consegnato le chiavi della sua
auto a Lian, le aveva detto di scendere le scale senza far rumore, di
arrivare di nascosto fino al garage dove era custodita l’auto
e, arrivata lì, di aprire la macchina e
sgattaiolarvi dentro, lasciando socchiuso lo sportello,
nell’attesa che arrivasse Stefan. Infatti Stefan, dopo circa
cinque minuti, fu il secondo a scendere le scale senza far rumore, ad
arrivare alla macchina e nascondersi dentro. Infine, dopo altri cinque
minuti, l’ultimo a scendere fu Peng. Chiuse con molta
circospezione la porta in modo da non far rumore, silenziosamente
giunse alla macchina, si mise alla guida e partì senza
frapporre indugi.
Dopo
circa due ore arrivarono a Suifenhe, qui Peng si fermò in
uno spiazzo non troppo grande adibito a parcheggio delle auto e tutti e
tre scesero dalla macchina.
Si
abbracciarono e si salutarono calorosamente, Lian si mise a piangere,
mentre abbracciava e ringraziava Peng; questa volta sperava, per
sé e per l’amico, che non si sarebbero
più rivisti. Anche Stefan lo abbracciò e lo
ringraziò con calore e, dopo aver preso le due borse: la sua
e quella di Lian, si allontanarono entrambi, mentre Peng ripartiva per
far ritorno a Jilin.
Seguirono
il consiglio di Peng; Stefan, dopo averle consegnato la sua borsa, si
allontanò di una cinquantina di metri da Lian, senza
perderla, però, mai di vista. Ora dovevano attendere che si
facesse giorno.
Verso
l’alba, quando la notte aleggiava ancora nell’aria
e il giorno non era ancora pieno, quando la distinzione fra tenebra e
luce non era ancora netta, Stefan intuì che tutto
ciò che nella vita gli appariva in contrasto, il buio e la
luce, il falso e il vero non erano che due aspetti della vita e, mentre
restava assorto e sovrappensiero, il rumore stridente dei carretti che
arrivavano sospinti dalle braccia di piccoli uomini lo scossero, si
rese conto che stava sopraggiungendo un nuovo giorno fatto di suoni,
chiacchiericci, urla, confusione. In effetti, si erano fermati nello
spazio di un mercatino, di lì a poco le poche auto, che
avevano sostato tutta la notte, avrebbero fatto posto a numerose
bancarelle di ogni genere e il brulicare di gente li avrebbe travolti.
Si
affrettò a scorgere di nuovo Lian, che era stata coperta da
alcuni teloni e da tanta gente indaffarata ad allestire i
loro banconi.
Capì
che sarebbe stato difficile riuscire a star dietro a Lian senza
perderla mai di vista. Ancora più difficile,
sarebbe stato riuscire far credere, a chi gli era intorno, che non la
stava seguendo. Si mise la borsa sulle spalle come per far intendere
che fosse un venditore ambulante, che si muoveva tra le strettoie delle
bancarelle in cerca di qualche acquirente.
Lian,
nel frattempo, si aggirava tra i banconi già allestiti,
facendo finta di guardare la merce esposta per comperare.
Stefan,
purtroppo, presumeva che avrebbe trascorso così
tutto il giorno. Lian ascoltava i discorsi di tutti: i
passanti, i venditori e gli acquirenti, in cerca di qualche parola che
le facesse intuire chi era la persona giusta.
Stefan
era spossato, le gambe quasi non lo reggevano più in piedi,
avrebbe desiderato ardentemente uno sgabello dove sedersi e ritemprare
le stanche membra, quando vide Lian parlare con una persona. Non si
avvicinò, ma capì che forse aveva trovato la
persona che cercavano.
Infatti
di lì a poco Lian si allontanò, seguita dal
cinese con cui stava parlando. Si fermarono in un luogo più
appartato e, dopo una lunga discussione, Stefan vide che Lian gli
passava furtivamente del danaro tra le mani.
Capì
allora che, forse, tutto era compiuto: Lian aveva individuato un
frontaliere clandestino e si erano messi d’accordo sulla fuga
verso il confine russo. Ora non restava che aspettare prudentemente ed
osservare se prima o poi fossero giunti degli agenti ad arrestare Lian.
In cuor suo, Stefan pregava che ciò non accadesse, ma si
teneva ben distante nell’eventualità di fuggire
tra la folla, prima che individuassero anche lui.
Si
sedettero entrambi per terra, come avevano fatto molti cinesi, per
lenire la stanchezza. Presero dalla borsa dei pasticcini che Peng aveva
dato loro, nella consapevolezza che non avrebbero avuto
l’opportunità di pranzare. Vide Lian avvicinarsi
ad una bancarella di alimenti e comperare qualcosa da mangiare e
metterla nella borsa. Si affrettò a fare la stessa cosa; la
loro giornata sarebbe stata ben lunga, c’era ancora tutta una
notte da passare e Stefan non immaginava come.
Verso
l’imbrunire, quando ormai i colori del giorno si stavano
attenuando e si mescolavano in un grigiore indefinito, come
quello dell’anima di Stefan, in pena per
l’incertezza del futuro, Lian si alzò e lentamente
si avvicinò alle bancarelle ormai in fase di smontaggio, gli
fece cenno con una mano di avvicinarsi e, quando gli fu nei pressi, gli
sussurrò:
“Non
guardarmi e fai finta di voler comperare qualcosa dai banconi, la
maggior parte di loro non comprende l’inglese per cui
possiamo parlare senza paura di essere capiti. Ho contattato un
frontaliere disposto a portarci al di là del confine russo,
ho pagato anche per te. Dovremmo vederci qui verso le dieci di questa
sera, quando ormai tutte le bancarelle del mercato saranno
state rimosse e ci sarà poca gente. Tu in ogni
caso mantieniti distante, ti farò cenno io, quando
verrà il momento di avvicinarti. La prudenza non
è mai troppa, anche se fino ad ora non ho annusato aria di
sbirri, non possiamo mai essere sicuri”.
Subito
dopo, senza guardarsi, si allontanarono lentamente sempre facendo finta
di osservare la merce posta sulle bancarelle, che ormai cominciavano ad
essere smantellate.
Stefan
si fermò a comperare una bottiglia di coca cola, che mise
nel borsone, sempre pensando alla lunga strada che quella
notte avrebbero dovuto fare a piedi.
Si
fece sempre più sera e cominciò a scendere una
leggera nebbia, che rendeva tutto più opaco, gli oggetti e
le persone cominciarono a perdere i contorni e le immagini apparivano
sempre meno definite. Poiché aveva paura di non riuscire
più a vedere Lian, si avvicinò lentamente verso
la posizione in cui si era seduta, ma man mano che si
avvicinava non riusciva più a scorgere Lian, uno strano
tremore cominciò ad impadronirsi di lui. Come era possibile?
Fino a qualche minuto prima aveva intravisto la sua sagoma, ora non la
vedeva più. Poi all’improvviso si sentì
tirare per la tunica, la paura lo paralizzò,
pensò che gli agenti lo avevano preso e gli
stessero intimando di seguirlo e contemporaneamente sentì
una voce che gli diceva:
“Stefan,
che ti è preso? Muoviti, dobbiamo seguire il signore, che
è venuto a prenderci”.
Si
rincuorò subito, perché aveva riconosciuta la
voce di Lian. Si voltò dal lato in cui veniva tirato e con
una gioia immensa vide l’immagine di Lian e rispose:
“Ti
avevo perso di vista, questa dannata nebbia non permette di vedere
nulla chiaramente se non a qualche metro di
distanza”
“Ringrazia
questa nebbia, perché ci aiuterà a superare il
confine senza essere visti”, obiettò Lian.
Così
dicendo lo prese per mano come un bambino e lo tirò verso un
furgone pieno di gente. Erano tutti clandestini che quella notte
avrebbero dovuto passare la frontiera con la Russia. Salirono a bordo e
non appena i posti furono tutti occupati, un vecchio cinese
sollevò la sbarra posteriore del furgone e la
bloccò; dopo poco lo mise in moto.
Restarono
sul furgone per circa un'ora, tra mille sbalzi e sussulti senza mai
riuscire a vedere il paesaggio circostante. Riuscivano solo ad intuire
che erano su un sentiero di campagna, molto dissestato e pieno di
buche, la fitta nebbia ed il buio impedivano di vedere ogni cosa
intorno.
Ad
un tratto il furgone si fermò ed un cinese venne ad aprire
la sbarra posteriore e li fece scendere tutti.
Stefan
sentì che diceva qualcosa e dava degli ordini o
avvertimenti, ma non capì assolutamente niente. Lian
ascoltava intanto attentamente e, quando l'uomo ebbe finito di parlare,
si avvicinò a Stefan, lo prese ancora una volta per mano,
per evitare che si dividessero in quel buio e gli disse:
"Non
temere, siamo molto prossimi al confine, da questo momento in poi non
possiamo più continuare il viaggio sul furgone, ma dobbiamo
tutti procedere a piedi. A noi donne sarà data la
possibilità di salire sulla groppa di un mulo, mentre voi
uomini ci camminerete a fianco. Dovremo formare una colonna e procedere
in fila indiana, seguendo il capo cordata”.
Infatti,
dopo qualche minuto, Stefan vide arrivare un mulo, tirato per la corda
da un cinese, che aiutò Lian a montare in groppa,
mentre lui le si poneva al fianco, aggrappandosi alla caviglia di un
suo piede.
Così
la cordata si mosse e procedettero uno dietro l’altro per
un'altra buona oretta.
Stefan
era stanco ed infreddolito, ogni tanto inciampava su qualche
pietra o cadeva in una buca, senza, però, mollare mai la
caviglia del piede di Lian.
Poi
all'improvviso si sollevò come un brusio e Lian rivolta a
Stefan gli sussurrò:
"
In questo momento abbiamo superato il confine e siamo su territorio
russo".
Stefan
era al settimo cielo per la gioia, non gli sembrava vero, avrebbe
voluto abbracciare Lian e condividere con lei quel momento felice, ma
purtroppo l'unica cosa che poté fare per comunicarle la sua
soddisfazione fu di stringerle con forza la caviglia, tanto che Lian
esclamo: "Ahi! Stefan, mi fai male!"
"
Volevo farti sentire la mia gioia", replicò giulivo Stefan.
"Se
questo è il tuo modo di comunicare la tua
felicità, preferisco sentirti triste", gli rispose ridendo
Lian.
Camminarono
così ancora per una decina di minuti, poi avvertirono in
lontananza uno strano suono, come di un fischio, che si faceva sempre
più intenso e sembrava moltiplicarsi. Tutti cominciarono ad
urlare ed il mulo spronato dal conducente che lo tirava
cominciò a correre. Lian ebbe appena il tempo di dire: "I
gendarmi! Corri! " che Stefan, inciampando, cadde e dovette lasciare la
caviglia di Lian. Quando si rialzò, il mulo con sopra Lian
era sparito, la nebbia ed il buio non lasciavano intravedere
più nulla.
Cominciò
a chiamare: "Lian! Lian!".
Ma
non ebbe nessuna risposta, al contrario cominciò ad
intravedere un chiarore, mentre il suono di un fischietto si faceva
sempre più distinto. All’improvviso vide
una luce che lo abbagliava e di fronte a lui due poliziotti
con i fucili puntati.
Alzò
subito le mani in alto, lasciando cadere la borsa. Sentiva che i
poliziotti gli dicevano qualcosa in tono molto adirato, ma non riusciva
a capire nulla. Atterrito, l'unica cosa che riusciva a dire era: "Mi
arrendo, mi arrendo, non sparate (I surrender, I surrender, don't
shoot)".
I
poliziotti non capivano cosa stesse dicendo, però capirono
che non sapeva parlare russo, gli misero le manette, presero la sua
borsa e lo portarono su una camionetta, non molto distante dal luogo
dove lo avevano arrestato.
Sopra
c'erano altre tre persone, anche loro ammanettate e dopo non molto
tempo ne arrivarono ancora altre. Poi uno dei gendarmi, con molta
probabilità quello di grado superiore, rivolse loro delle
domande; tutti risposero e man mano che rispondevano venivano portati
su un'altra camionetta poco distante. L'unico, che non solo non seppe
rispondere ma ad ogni domanda rispondeva in inglese: " Non capisco (I
don’t understand)", fu Stefan.
Alla
fine rimase solo sulla camionetta e non riusciva in alcun modo a capire
che cosa stesse succedendo, né perché era rimasto
solo.
Poi
il fuoristrada si mise in moto e partì.
Viaggiò
per quasi due ore, senza che riuscisse a capire dove lo stessero
portando. Pensava a Lian, chissà che cosa le era accaduto,
l'avevano arrestata come era successo a lui o era riuscita a scappare?
Questo dubbio lo attanagliava e gli aveva fatto venire un gran dolore
di stomaco.
Nel
frattempo s'era fatto giorno, capì che stavano attraversando
una città, perché intorno vedeva solo palazzi.
Alla
fine lo fecero scendere e subito si rese conto che lo stavano portando
nella caserma di una qualche cittadina russa.
Dopo
averlo perquisito e avergli sequestrato il passaporto, lo chiusero in
una cella fredda e maleodorante. Rimase lì da solo per
più di tre ore prima che un agente russo entrasse e gli
rivolgesse la parola. Ma come al solito non si capirono.
L’unica cosa che riuscì a far
comprendere fu che era un inglese; cosa che, comunque,
avevano già capito, esaminando il suo passaporto.
Verso
le tredici gli portarono da mangiare le riserve alimentari, che teneva
nel borsone; meglio quelle che qualche brodaglia o zuppa russa!
Pensò.
Solo
verso sera arrivarono tre agenti ed un signore in borghese.
Aprirono
la cella e l’agente senza divisa gli chiese in un inglese
approssimativo, ma abbastanza comprensibile:
“Perché
ha cercato di passare la frontiera clandestinamente, dal momento
che il suo passaporto è in regola?”.
A
quel punto, Stefan si sentì sollevato, finalmente
c’era qualcuno che lo capiva; gli rispose:
“Ieri
ho tentato di passare la frontiera regolarmente, ma le guardie di
confine me lo hanno impedito e mi hanno respinto in Cina,
perché non avevo un certificato sanitario rilasciato dalle
autorità cinesi”.
“Ha
ragione, provenendo dalla Cina c’era bisogno di una
autorizzazione sanitaria. Ma perché era così
importante per lei venire in Russia, tanto da rischiare di passare da
clandestino?”
“Essendo
un turista, quando sono partito dall’Inghilterra volevo
visitare sia Pechino che Mosca e avevo chiesto tutte le autorizzazioni
necessarie. Le autorità inglesi non erano a conoscenza di
questa nuova norma operante tra voi e la Cina”.
“Perché
ha tentato di passare da clandestino? Non sarebbe stato meglio se,
tornato in Cina, avesse chiesto il certificato sanitario? Noi non
avremmo avuto difficoltà a farla entrare”.
Stefan
sentiva che l’agente era cortese ed era dispiaciuto per
l’accaduto, non sapeva cosa rispondere, poi disse:
“Avevo
fretta di visitare Mosca mi hanno proposto questa soluzione e
l’ho accettata”.
“Ma
in questo modo, essendo entrato da clandestino, non possiamo
trattenerla sul nostro territorio, dobbiamo necessariamente
rimpatriarla. Ora per vedere la nostra capitale dovrà
necessariamente tornarci. Mi raccomando! Senza passare dalla Cina!...
Se tutti i suoi documenti risulteranno in regola e tutti gli
accertamenti saranno a lei favorevoli, penso che domani sarà
rimpatriato e accompagnato all’aeroporto”.
“Ma
dove siamo?”, chiese dubbioso Stefan.
L’agente
meravigliato rispose:
“
A Vladivostok. Non l’aveva capito?”.
“No!
Mi scuso! Ma dopo le vicissitudini passate avevo completamente perso il
senso dell’orientamento”.
Mentre
parlavano, l’agente russo traduceva tutto agli altri agenti
presenti, che spesso interloquivano, senza però, che Stefan
ne capisse minimamente il significato.
Alla
fine lo salutarono ed uscirono, lasciandolo ancora una volta chiuso in
quella minicella fredda.
Poco
dopo gli portarono la cena, che Stefan non trovò poi tanto
male.
Aveva
capito che quella notte l’avrebbe trascorsa al freddo, chiuso
dietro alle sbarre.
In
effetti passò tutta la notte in cella, ma sia per effetto
del freddo, sia per i pensieri, che si accavallavano nella mente, non
chiuse occhio.
Pensava
a Lian e a quello che le poteva essere capitato. Sperava, con tutto il
cuore, che non l’avessero presa e rimpatriata; sarebbe stata
la sua fine.
Verso
le dieci del mattino seguente, entrarono le solite due guardie, che non
conoscevano una parola d’inglese.
Gli
consegnarono il passaporto e lo portarono in un ufficio riscaldato,
dove riconobbe l’agente in borghese
dell’interrogatorio della sera prima.
Questo,
come lo vide, gli porse la mano e con cortesia gli disse:
“Mi
dispiace signor Smith, i suoi documenti sono risultati in regola e i
dipendenti dell’ambasciata inglese, da noi
contattati, hanno garantito per lei. Solo che, come le ho
spiegato ieri sera, lei per noi è un clandestino straniero
ed abbiamo l’obbligo di rimpatriarla. Fra poco dei nostri
agenti con un’auto la porteranno all’aeroporto dove
sarà imbarcato per Londra, via Francoforte. Mi dispiace che
non possa visitare il nostro paese, ma ha commesso un errore
imperdonabile nell’affidarsi a dei delinquenti cinesi. Le
sarà consegnato tutto ciò che era in suo
possesso, dopo di che potrà andare, scortato dai nostri
agenti”.
Così
dicendo, gli porse nuovamente la mano e lo accomiatò.
Stefan
era nello stesso tempo contento ma disperato.
Contento
di rientrare in Europa, ma disperato per non poter riabbracciare Lian,
né avere almeno
sue notizie.
Oltretutto
aveva passato tutte quelle disavventure per niente.
Non
aveva tra le sue mani nessuna prova di ciò che era avvenuto
nei laboratori di Wuhan. Tutte le prove le aveva ancora Lian nella
famosa chiavetta USB, ben nascosta in un tampone intimo da donna senza
filo.
Tornato
in Italia, avrebbe potuto scrivere tutto ciò che gli era
successo in un bell’articolo del suo giornale, ma senza
essere suffragato da prove tangibili.
Con
questo stato d’animo arrivò
all’aeroporto di Vladivostok, scortato da due agenti russi.
Una
volta entrato nella grande hall, si guardò intorno nella
speranza di vedere comparire, come per incanto, Lian. In effetti,
seduta su un sedile della sala di attesa, gli sembrò di
vedere la testolina nera di Lian. Chiese ai due agenti russi il
permesso di andare a salutare la sua amica e, benché questi
non avessero capito niente, si avviò deciso verso la
poltrona sulla quale era seduta di spalle una giovane cinese, i due
agenti lo seguirono senza mai mollarlo. Quando fu nei pressi della
poltrona, chiamò con voce decisa:
“Lian!”
La
signorina cinese sentendo quella voce perentoria alle sue spalle si
girò e Stefan, a quel punto, rimase impietrito come una
statua di sale. Non era Lian, ma una giovane cinese con i
capelli molto simili a quelli di lei.
Povero
Stefan! Aveva il morale sotto i piedi, gli veniva quasi da piangere,
anche se sapeva che sarebbe stato molto sconveniente, per un giovane
aitante come lui, mettersi a piangere.
I
due agenti di scorta capirono l’equivoco in cui era caduto e
non gli dissero niente, lo invitarono invece a fare il checkin e a
passare dall’altra parte dell’aeroporto, dalla
quale non era più possibile tornare indietro. Prima di
passare la porta del metal detector, sentì una voce che
gridava:
“Stefan,
Stefan!”
Non
diede retta a quella voce, pensò che erano i suoi pensieri a
suggestionarlo e ad illuderlo. Passò la porta del
metal detector, oltre la quale non era consentito tornare.
Ma
la voce si fece più forte e più insistente:
“Stefan,
Stefan!”
Allora
si decise a guardare dietro le spalle e vide una avvenente signorina
bionda che si sbracciava: non voleva crederci, era un sogno perfido
e ingannevole. No! Quella era proprio Lian!
Stefan
era così felice che avrebbe saltato volentieri tutte le
sbarre e le sarebbe corso incontro, ma non poteva farlo.
Lian
si avvicinò il più possibile e gli
urlò:
“
Aspettami, faccio il biglietto per Londra e arrivo!”.
Stefan
non stava più nella pelle, improvvisamente, come spesso gli
era capitato in quella strana avventura, era passato
dall’angoscia più nera alla felicità
più scintillante. Si fermò lì, in un
angolino dell’atrio, che immetteva ai corridoi, che portavano
alle sale d’imbarco dell’aeroporto e col cuore
gonfio di gioia attese che arrivasse Lian.
Capitolo
X
Fine
dell’avventura
Trascorse
un po’ di tempo prima che Stefan rivedesse la sagoma bionda
della signora Evans, alias Lian.
Non
appena anche lei ebbe passato il metal detector, reciprocamente corsero
l’uno verso l’altra. Si abbracciarono forte per
lungo tempo, poi si scambiarono un bacio tenerissimo e non finivano
più di accarezzarsi, tanto che tutta la gente intorno si era
fermata a guardarli stupita; non appena si accorsero di essere al
centro dell’attenzione assunsero un atteggiamento
più consono, si presero per mano e si avviarono, quasi
saltellando, verso la sala di attesa da cui si sarebbero
successivamente imbarcati. Avrebbero voluto brindare, se solo avessero
avuto i calici e lo champagne: finalmente erano in salvo il signor
Robert Smith e la moglie Clarissa Evans. Avrebbero dovuto mantenere
ancora quelle identità, finché Stefan non fosse
arrivato in Italia e Lian in Inghilterra, allo stato non avevano altri
documenti. Per Stefan sarebbe stato facile ritornare ad essere un
redattore dell’Eco d’Italia e riprendere il suo
vero nome e cognome, diverso sarebbe stato per Lian. Sarebbe dovuta
andare alla polizia e chiedere la cittadinanza inglese, come rifugiata
politica. Dopo aver consegnato alle autorità inglesi il
contenuto della chiavetta, che aveva portato con sé, certo
non avrebbe avuto difficoltà ad ottenere protezione e
cittadinanza. Né avrebbe avuto difficoltà a
lavorare in un qualche laboratorio di virologia inglese.
Ancora
trepidanti dalla felicità si sedettero l’uno
accanto all’altra su un divanetto della sala di attesa e
Stefan, rivolto a Lian, le disse:
“Ora
raccontami tutto da quando non ci siamo più visti in quella
maledetta notte di nebbia”.
Lian
cominciò il racconto:
“Non
appena si diffuse la notizia che c’erano le guardie russe
pronte ad arrestarci il signore che tirava il mulo, sul quale ero
seduta, comincio a correre. Mi voltai più volte indietro
nella vana speranza di vederti comparire e più volte gridai
il tuo nome, ma il capo carovana mi ingiunse di tacere altrimenti
saremmo stati scoperti.
Viaggiammo
nella nebbia fin quasi al mattino. Alle prime luci dell’alba
la nebbia cominciò pian piano a salire fin quando non ci
rendemmo conto che eravamo su una collina piena d’arbusti
dietro ai quali ci riparammo nell’attesa che la situazione
fosse più chiara. Fattosi giorno, quando capimmo che eravamo
in salvo e che le guardie russe erano ormai lontane, il carovaniere mi
tranquillizzò, dicendomi che ormai ero arrivata in Russia e
che le guardie di confine non mi avrebbero più presa. Mi
fece risalire sul dorso del mulo e cominciò ad incamminarsi
verso il paese più vicino: Grodekovo.
Qui
mi fece scendere mi salutò ed andò via. Per
fortuna, essendo abbastanza vicino al confine molti abitanti capivano
il cinese, per cui chiesi alla gente del luogo quanto era distante
Vladivostok, mi fu risposto un paio d’ore di autobus.
Così andai alla stazione centrale, entrai in un bagno e
ridiventai la signora inglese Clarissa Evans. Poi presi
l’autobus per Vladivostok, dove ero certa che ti avrebbero
portato gli agenti se ti avessero preso. Venni all’aeroporto
e attesi speranzosa che, prima o poi, saresti arrivato. Ed infatti
questa mattina ti ho visto scendere dalla camionetta della polizia
scortato dai due agenti. Il resto lo sai”.
Alla
fine del racconto, Stefan continuò ad abbracciarla, poi le
sussurrò all’orecchio:
“Sei
proprio brava, Lian”.
Nel
pomeriggio si imbarcarono sull’ aereo che avrebbe dovuto
portarli a Londra, con scalo all’aeroporto di Francoforte.
Giunti
qui, non se la sentirono di proseguire, avrebbero continuato il viaggio
con calma, fra qualche giorno.
Dopo
quel lungo viaggio, così avventuroso e
travagliato, avevano bisogno di riposare, di ritemprare le membra, tese
dallo stress per la paura di finire in una galera cinese.
Andarono
subito a prendere una stanza nell’albergo più
vicino all’aeroporto, si fecero portare in camera una
bottiglia di champagne e brindarono al successo della loro impresa e,
distesi sul letto, abbracciati, si abbandonarono ad un lungo sonno
ristoratore.
Il
giorno dopo Stefan telefonò a Morena in redazione a Roma. Ci
fu un gran subbuglio, si udivano grida di allegria e di esultanza.
Tutta la redazione brindò al prossimo ritorno di Stefan.
Morena
non riusciva a contenere la sua euforia e, parlando a telefono con
Stefan, disse:
“Quando
rientri, amore? Oggi stesso?”.
Rimase
contrariata, delusa ed ingelosita quando Stefan le rispose:
“No,
amore! Devo prima accompagnare Lian a Londra. Glielo devo”.
Morena,
ricordando la foto che Stefan le aveva mandato per il passaporto,
replicò, in tono ironico e con una vena di gelosia:
“Il
lupo perde il pelo, ma non il vizio! Quando arriverai a Roma ti
darò quello che meriti”. Nella voce di Morena
c’era anche un doppio senso malizioso.
Nel
frattempo, Stefan si era fatto inviare la sua carta
d’identità, una nuova carta di credito ed una
copia della patente di guida. Si era ripulito, aveva fatto uno shampoo,
con l’acqua ossigenata, in modo da ritornare biondo, si era
tolto gli occhialini e le lenti a contatto che avevano cambiato il
colore dei suoi profondi occhi blu, aveva indossato un magnifico
doppiopetto ed era ritornato ad essere lo Stefan che tutti conoscevano.
Anche
Lian, nel rivederlo, aveva provato una strana stretta al cuore. Se
pensava che di lì a poco avrebbe dovuto lasciarlo, provava
un profondo dolore, sentiva come se avesse dovuto abbandonare una parte
di sé.
Gli
consegnò una copia della chiavetta USB che nel frattempo
avevano fatto duplicare e Stefan la risarcì di tutto il
denaro speso durante il viaggio, anche se Lian non voleva accettare.
“Senza
denaro, non potrai mai riuscire a superare i primi tempi a
Londra”, le spiegò in tono amorevole.
Poi
Stefan noleggiò una macchina e partirono da Francoforte:
destinazione Londra.