Personaggi:

 

Stefan Furore: protagonista, reporter del giornale Eco d’Italia.

Nathan Maven: capo redattore della sede in cui lavora Stefan.

Irina Melnyk: vittima della scena del crimine a Napoli.

Alina Koval e Olga Lysenko: amiche di Irina Melnyk.

Oscar Vitiello: dirigente squadra mobile.

Maddalena De Rosa (detta Lena): commissario di pubblica sicurezza.


 

Premessa

 

Subito dopo l’assunzione al giornale, Stefan avvertì l’esigenza di cambiare residenza. Non poteva più condividere la stanza con altre tre persone, aveva la necessità di uno spazio tutto suo, un posto dove poter lavorare con serenità, una scrivania ed un computer personale, una libreria dove riporre gli articoli del giornale e tanti libri importanti da consultare. Nell’attesa di trovare un mini appartamento nel centro di Roma, la sua collega Angela Talismano, dal momento che viveva in una casa molto grande, lasciatale in eredità dai genitori, si era gentilmente offerta di ospitarlo a casa sua, in una cameretta tutta per lui, logicamente in affitto. Poiché il prezzo era molto  conveniente, Stefan aveva volentieri accettato la proposta ed era andato a vivere con Angela in via Dei Farnesi, non molto distante dalla redazione del giornale l’Eco d’Italia. La cameretta era ampia, soleggiata, ben arredata con un lettino, una grande scrivania, un ampio armadio e un cassettone, dove Stefan aveva potuto riporre tutte le sue cose. Nel frattempo, si era messo in cerca di un mini appartamento  in quella zona.

“Fai con calma, Stefan”, gli aveva detto Angela, “non avere fretta, in casa mia puoi restare fin quanto vorrai”.

Una sera, prima di andare a letto, era andato in cucina per consumare la sua solita cena. A tavola era seduta Angela, che stava finendo di cenare, davanti a lei c’era un piatto pieno di insalata mista ed un bicchiere riempito a metà di un brillante vino color rubino. Non appena vide Stefan, lo invitò a sedersi con lei e gli chiese:

“Ciao, Stefan, posso invitarti a cenare con me, posso offrirti un’ottima insalata mista ed un buon bicchiere di vino”.

“Grazie Angela, mi siedo volentieri a parlare con te, ma preferisco mangiare qualcosa di più sostanzioso”.

Angela scoppiò a ridere, pensando alla faccia che aveva fatto Stefan all’idea di mangiare insalata per cena.

“Ah, capisco hai bisogno di proteine per alimentare quel bel corpicino che ti ritrovi”.

Così dicendo, si appoggiò allo schienale della sedia,  drizzò le spalle ed accavallò le gambe, lasciando intravedere gran parte delle cosce.

Stefan fu assalito da una sensazione insolita lì, seduto al tavolo, ad ascoltare Angela che parlava. Aveva un’intelligenza vivace e i suoi occhi si increspavano spesso divertiti, sorseggiava, leggermente alticcia, il calice di vino, guardando Stefan dritto negli occhi. Lui non abbassò lo sguardo, come solitamente fanno le persone timide, ma, sorridendo, la fissò, poi il suo sguardo scese a guardarle le gambe. Angela si sentì inorgoglita, voleva essere guardata, poi da Stefan, il più bel ragazzo che aveva mai conosciuto. Senza sapere come, si trovarono stretti in un amplesso voluttuoso, avevano voglia l’uno dell’altra, con immediatezza si spogliarono e corsero a buttarsi sul letto. 

Da quel momento, in redazione li videro sempre insieme e, nonostante lei avesse molti più anni di lui, li considerarono una coppia.

Un bel giorno arrivò in redazione una giovane con una testolina dai capelli castano dorati, un corpo sinuoso e procace, su un bacino alto e piccolo, due occhi verde smeraldo, belli, profondi e luminosi, sulla bocca un rossetto rosso brillante, che ne risaltava i morbidi contorni, un impertinente nasino all'insù e due gambe da schianto, era Sharon, la moglie del capo redattore Nathan Maven.

Stefan, alla vista, rimase estasiato, non riusciva in nessun modo a toglierle lo sguardo di dosso, la fissava incantato, tanto che Angela  gli diede uno strattone e gli sussurrò:

“Guarda che la signora è la moglie del capo!”.

 Solo che Sharon, sentendosi guardata, volse lo sguardo verso Stefan, ed entrambi ebbero un fremito su per le membra...

In quel periodo, Stefan si vedeva  poco in redazione, era inviato continuamente in missione in vari luoghi, per reportage su avvenimenti importati,  che avvenivano nel mondo.

Al ritorno in sede si mostrava  sempre più distaccato da Angela, che, dal canto suo, aveva capito che la loro relazione era giunta, ormai, al capolinea. Infatti, qualche tempo dopo, Stefan si trasferì nel nuovo appartamento, che aveva comperato in via Giulia.

Proprio in quei giorni il capo redattore Nathan aveva assunto una nuova redattrice, come aveva detto a Stefan al momento dell’assunzione.

Così una mattina si presentò in redazione Morena, una bellissima ragazza mora, alta circa un metro e ottanta, esile, con i capelli neri setosi, che le scendevano su due spalle tornite e messe in evidenza da una provocante maglietta scollata, occhi corvini, con riflessi blu-violacei e due             

gambe lunghe e affusolate, messe in mostra sotto una minigonna rosso fiammante.

Come al solito, Stefan, che non riusciva a resistere al fascino di donne belle e provocanti,  fu  rapito dalla visione di quella creatura.

Qualche tempo dopo erano fidanzati.


 

 


 

Capitolo I

Stefan Furore a Napoli.

 

 A maggio del 2018, il direttore del Giornale l’Eco d’Italia, dott. Nathan Maven, aveva mandato il suo redattore Stefan Furore in missione a Napoli per effettuare un reportage sulla nuova camorra organizzata. Gli aveva prenotato una stanza in uno degli alberghi più famosi di Napoli, l’hotel Vesuvio in via Caracciolo.

Qui Stefan era arrivato la mattina del 15 maggio, vestito con ricercata eleganza, in un attillato doppiopetto, scarpe nere lucide, camicia di seta a righini sottili, con la sua solita capigliatura scarmigliata bionda e crespa ed un simpatico sorriso accattivante.

Era stato accolto da un receptionist molto cortese ed accompagnato in camera da una ragazza alquanto carina, che lo osservava con sguardo rapito. Stefan fu molto lusingato della cosa e si accomiatò dalla ragazza con un largo sorriso. Dopo aver fatto una doccia ristoratrice, salì al nono piano, al ristorante Caruso Roof Garden per il pranzo, in una meravigliosa veranda da cui si poteva ammirare Castel dell’Ovo, l’isola di Capri e tutto il golfo di Napoli.

Fu molto attento nella scelta del menù: spaghetti ai gamberoni rossi, orata alla griglia, un buon calice di vino bianco “Lacryma Cristi del Vesuvio” e per finire una buona tazzina di caffè napoletano.

Poi era uscito per una passeggiata digestiva sul lungomare Caracciolo e si era seduto per qualche minuto su una panchina ad ammirare la fioritura di un’aiuola della villa comunale.

Verso le cinque del pomeriggio, si era recato al commissariato di polizia San Ferdinando, in via Riviera di Chiaia, non molto distante dalla villa comunale. Qui si era presentato al dott. Oscar Vitiello, dirigente della squadra mobile di quel commissariato, si era accreditato come reporter del giornale l’Eco d’Italia in missione, per scrivere degli articoli sulla camorra organizzata.

Il dott. Vitiello lo aveva fatto accomodare nel suo ufficio, lo aveva trattato confidenzialmente e aveva chiamato un commissario di polizia, la signorina Maddalena De Rosa, detta Lena, dicendole:

“Mi raccomando Lena, ti affido il dott. Stefan Furore, reporter del giornale l’Eco d’Italia in

missione a Napoli per conoscere un po’ di fatti sulla nostra bella camorra. Tu non farmi fare brutta figura, portalo in giro per i quartieri più malfamati e illustragli gli ultimi avvenimenti di cronaca nera”.

“Non si preoccupi, dott. Vitiello, farò fare bella figura alla città di Napoli, gli farò vedere come stanno combinati alcuni vicoli della città e come la camorra ci sguazza dentro!”.

Il commissario di polizia, Maddalena De Rosa, era una donna affascinante sui 35 anni, di statura media, capelli castani, occhi marrone chiaro e due gran belle gambe tornite e messe in mostra sotto una stretta gonna sopra al ginocchio, con uno spacco laterale, che arrivava ben oltre metà coscia.

Stefan e Lena si trovarono subito in sintonia, si guardarono negli occhi e si piacquero reciprocamente. Si salutarono e si diedero appuntamento per la mattina successiva.

Rientrò in albergo e, verso le venti, risalì al nono piano, entrò nella terrazza del ristorante, si sedette ad un tavolo ed ordinò una cena a base di pesce fresco. Nell’attesa che fosse servito, restò estasiato dalla vista notturna del golfo di Napoli, uno dei panorami più incantevoli che Stefan avesse mai osservato.

Quella sera non aveva sonno e non aveva nessuna intenzione di chiudersi in camera per andare a dormire. Uscì e ripercorse le stesse strade che aveva attraversato in mattinata. Via Caracciolo a quell’ora aveva una strana atmosfera incantata, con la risacca del mare che quasi sembrava un canto e gli riempiva l’anima ed offuscava la mente.

Osservava le coppiette che si baciavano sul largo marciapiede del lungomare alla luce soffusa dei lampioni e si vedeva abbracciato con Lena in quell’idilliaca pace.

Si sedette su una panchina nella villa comunale e fantasticava su una possibile nuova avventura amorosa. Lo sgommare delle ruote di un’auto lo fece trasalire e svegliare da quel sogno. Si guardò intorno, ma non vide nulla; capì, però, che si era fatto veramente tardi ed era ora di rientrare, per andare a dormire.

Guardò l’orologio e si accorse che erano già passate le due del mattino. Si incamminò lentamente, a testa bassa, verso l’albergo, passando incuriosito dal punto in cui aveva sentito la macchina sgommare. Mentre meditabondo guardava la parte di strada adiacente il marciapiede, vide sull’asfalto le impronte delle ruote di un’auto. Collegò immediatamente

quell’immagine al suono della sgommata che aveva precedentemente udito. Il luccichio di un oggetto metallico attirò la sua attenzione; sul marciapiede in corrispondenza delle impronte lasciate dall’auto, c’era una chiave. Si chinò, la prese in mano e la fissò con curiosità; l’intuito di reporter gli suggerì di prenderla e metterla in tasca.

A qualche metro di distanza, nell’aiuola a fianco, notò un’altra stranezza: una piccola macchia di sangue. Sull’erba, su una fogliolina c’era una goccia di sangue non ancora raggrumato. Raccolse la foglia per lo stelo, in modo da non toccare il sangue, e cercò in tasca un contenitore dove porla.

Non riusciva a trovare nulla di adatto, quando gli venne in mente che nel taschino della giacca aveva una penna stilografica. Era un dono che suo padre gli aveva fatto al conseguimento della sua laurea in legge, da allora l’aveva portata sempre con sé e non se ne era mai separato. Svitò il cappuccio, vi ripose la fogliolina di trifoglio e fu soddisfatto nel vedere che sembrava fatto apposta per quello scopo. Il suo istinto lo portava a congetturare ogni possibile eventualità delittuosa. Finalmente arrivò nell’hotel e andò subito a dormire.


 


 

Capitolo II

Il delitto di Irina Melnyk

 

L’indomani mattina si svegliò di buonora e, dopo essersi vestito di tutto punto, sempre elegante in un doppiopetto blu a righe grigie, andò a fare colazione ed alle nove si recò al commissariato, dove lo attendeva Lena.

Appena lo vide, un lampo di gioia le balenò negli occhi: Stefan era proprio un ragazzo interessante, biondo con gli occhi azzurri, quando mai avrebbe più incontrato un uomo così bello?

“Come va, Stefan, hai dormito bene? Hai fatto una buona colazione?”, esclamò Lena, “Oggi ti senti di affrontare una giornata pesante, ricca di scippi, furti e forse sparatorie varie?”.

“Con te al fianco mi sentirei di andare anche all’inferno”, ribatté Stefan.

Lena prese il braccio di Stefan, lo tirò a sé, lo strinse forte al petto, in modo da fargli sentire il piacere del suo seno, ed esclamò:

“Allora andiamo, si parte per una giornata ricca di avventure!”.

Stefan aveva capito il doppio senso della parola avventure, ma soprattutto aveva provato un forte piacere al contatto col seno di Lena. Aveva un dubbio: non sapeva se dirle del ritrovamento della notte precedente. Poi decise che sarebbe stato nell’interesse di entrambi condividere quelle scoperte.

“Sai, Lena, ieri sera mi è capitata una cosa strana: era molto tardi ed ero seduto su una panchina della villa comunale, quando ho sentito lo sgommare di un’auto. Sull’erba di un’aiuola, in corrispondenza del punto in cui, a gran velocità, deve essere partita una macchina,  ho trovato una chiave, ma la cosa strana è che, accanto alla chiave, c’era una piccola macchia  di sangue”.

“Che cosa vuoi che sia? Qui di notte avvengono le cose più strane, si perdono tante cose; poi una goccia di sangue può essere caduta a chiunque, anche a un animale”.

Stefan, però, non la pensava così, aveva una strana sensazione:

“No, Lena. Io penso che sia successo qualcosa di grave; non a caso le impronte di una macchina in fuga erano accanto a quella macchia di sangue”.

Lena per non deluderlo e per fargli vivere una giornata interessante, piena di adrenalina, lo assecondò:

“Tu credi che sia successo qualcosa? E cosa vuoi che faccia?”.

Stefan rifletté per un attimo e poi disse:

“Ti devi informare se ieri sera o questa mattina è stato ritrovato un cadavere in quella zona o poco lontano di lì”.

Lena prese il microfono della trasmittente che era nella macchina di servizio e chiese a tutti i commissariati della zona di informarla se fosse stato trovato un cadavere.

Dopo circa quindici minuti, mentre girovagavano in macchina per i vicoli dei quartieri spagnoli, arrivò la notizia tanto attesa da Stefan: in via Marittima in prossimità del Piazzale Molo Carlo Pisacane, davanti ad un cassonetto della spazzatura, era stato trovato il cadavere di una donna.

Si trattava del corpo di una ragazza dell’Est Europa, di circa vent’anni. Con tutta probabilità era una prostituta; infatti, in quella zona, ne circolavano numerose di notte. Secondo le prime indagini, era stata uccisa per ritorsione, o dal suo protettore, o dall’organizzazione, che l’aveva portata in Italia e messa in strada. Il corpo era stato portato all’obitorio, ma non era stato ancora identificato.

Quando Stefan apprese la notizia, un brivido freddo gli attraversò il corpo: sospettò subito che quella ragazza fosse legata ai suoi ritrovamenti. Espose, dunque, i suoi dubbi a Lena:

“Penso che ci sia un collegamento tra la ragazza e la chiave da me ritrovata”.

“Sarà una coincidenza del tutto casuale. Come fai ad esser certo che esista un nesso tra il cadavere di quella ragazza e la tua chiave? Stai fantasticando!”, obiettò Lena.

All’improvviso gli brillò un’idea per la testa:

“Puoi portarmi all’obitorio? Voglio vedere la ragazza”.

“Certo che posso portarti all’obitorio, ma non la conosci, cosa vuoi vedere?”.

“Tu portami all’obitorio, poi vedremo”.

 Giunti all’obitorio, Lena si fece riconoscere dall’agente della polizia mortuaria, che li portò davanti al lettino dove era situato il corpo. L’agente scoprì il cadavere. Stefan e Lena rimasero impietriti

davanti al corpo di una bellissima giovane bionda, alta, che aveva una striscia bluastra intorno al collo e vari ematomi diffusi sul corpo. Era stata strangolata e percossa. Del sangue raggrumato le era rimasto sotto le narici. Stefan non poté non notare quel particolare e la cosa lo confermò nella sua ipotesi.

Fece finta di avere un atto di misericordia nei confronti di quella povera ragazza e le accarezzò i capelli; in effetti, senza farsi notare, con un movimento veloce della mano le strappò un capello, che fece scivolare nella sua tasca.

Quindi si accomiatarono dall’agente mortuario e uscirono in fretta. Lena non si era accorta di niente:

“Ora che hai visto il cadavere cosa hai concluso?”.

“Ora ho la prova che quella chiave era della ragazza!”.

“Devi essere tutto matto, come fai a dire una cosa del genere?”, obiettò Lena con tono canzonatorio ma benevolo, e gli accarezzò i capelli.

Stefan si sentì compiaciuto e, per contraccambiare il gesto d’affetto, mentre era seduta al volante, le accarezzò la guancia destra.

Erano entrambi eccitati, ma non lo diedero a vedere.

Intanto si era fatto tardi ed avevano superato abbondantemente l’ora di pranzo, Stefan sarebbe dovuto tornare in Hotel, dove aveva il pranzo pagato, ma, per sdebitarsi con Lena, la invitò a mangiare nel ristorante più vicino. Qui ordinarono un’ottima zuppa di pesce, delle seppioline fritte e una bottiglia di vino bianco, che li rese allegri e consolidò la loro intesa.

Stefan non volle dire ancora nulla a Lena di quello che aveva fatto nell’obitorio.

Dopo aver mangiato, tornarono in commissariato, dove Lena era attesa per espletare alcune pratiche. Davanti alla porta si salutarono, dandosi un bacio sulla guancia, ma Lena all’improvviso si girò e il bacio di Stefan le si stampò sulla bocca. Risero entrambi, ormai tra loro c’era del tenero. Si diedero appuntamento per l’indomani mattina.

Stefan, anziché tornare in hotel, si mise in giro alla ricerca di un laboratorio di analisi; lo trovò, entrò e chiese se facessero esami comparativi del DNA. Gli risposero di sì, ma era necessaria una settimana di tempo per avere i risultati.


 


 

Capitolo III

Le indagini di Stefan Furore.

 

Nell’attesa che arrivassero i risultati dei campioni di DNA, Stefan e Lena si videro tutte le mattine, la loro intesa si andava rafforzando, trascorrevano insieme giorni in allegria, nel reciproco desiderio contenuto l’uno dell’altro. Era per loro come un gioco. Si desideravano, ma, nello stesso tempo, allenavano la loro capacità di attesa del momento giusto. Nel frattempo, seguivano l’evolversi delle indagini sulla morte di quella ragazza dell’Est.

Il cadavere era stato identificato da alcune amiche della ragazza, si trattava di Irina Melnyk, di vent’anni. Era arrivata in Italia da una cittadina Ucraina, Berdychin, come tante sue connazionali, col miraggio di una vita migliore, ma era finita nelle mani della malavita locale e costretta alla prostituzione per le strade di Napoli, dalla malavita stessa eliminata con ferocia perché aveva osato ribellarsi. Queste erano state le risultanze delle indagini condotte, con molta superficialità, dalla squadra mobile per conto della magistratura.

Finalmente, trascorsa la fatidica settimana, Stefan si era recato al laboratorio di analisi per ritirare i risultati della comparazione del DNA. La sua convinzione era giusta: i due campioni esaminati appartenevano alla stessa persona, cioè a Irina Melnyk, poiché il capello era stato prelevato dal cadavere della ragazza. A questo punto, le indagini per Stefan prendevano un’altra piega.

Subito, dopo aver saputo la notizia, Stefan si era precipitato al commissariato per incontrare Lena. Come la vide, le sventolò, gongolante, davanti al viso il referto cartaceo delle analisi.

“Cos’è questa cartaccia?”, chiese Lena divertita.

“Non riusciresti mai a immaginarlo”, ribatté Stefan.

Lena strappò il foglio dalle mani dell’amico. Lesse con attenzione e incuriosita:

“Che analisi sono queste?” disse.

Stefan si decise a spiegarle tutto quello che aveva fatto a sua insaputa.

“Ah… hai la testaccia dura, non ti arrendi mai, se sei convinto di una cosa, tiri diritto come un mulo”.

“Devi, però, ammettere che avevo ragione io, se ti avessi rivelato prima i miei sospetti, certamente mi avresti impedito di andare avanti nelle indagini”.

“La chiave che hai trovato è, quindi, della ragazza?”.

“Penso che sia quella del suo appartamento”, rispose Stefan.

Erano entrambi eccitati, ora le indagini le avrebbero proseguite loro e non sapevano a quale conclusione potevano portare. Una cosa era certa, i fatti criminosi erano cominciati in tutt’altro punto della città e il cadavere di Irina era stato scaricato in via Marittima per depistare.

Innanzitutto, bisognava accertare dove abitasse Irina e perché si trovasse a quell’ora nella villa comunale. Dalle indagini, condotte dalla squadra mobile, risultava che il riconoscimento del corpo della ragazza era stato fatto da due sue amiche: Alina Koval e Olga Lysenko, entrambe domiciliate in via Giacomo Piscicelli, non lontano dal commissariato di San Ferdinando; bisognava sentirle.

Senza frapporre indugio, si recarono a casa delle due ragazze ucraine. Trovarono solo una di loro: Alina; Olga non c’era, era uscita. La ragazza, come vide la divisa da poliziotto di Lena, ebbe un sussulto, sembrava impaurita, aveva capito che erano lì per la morte di Irina.

Lena le chiese:

“Conoscevi Irina Melnyk?”.

“Si. Eravamo amiche”.

“Dove abitava Irina?”.

“In un mini appartamento, in via San Sebastiano, alle spalle di piazza Dante, al numero 65, era l’ex appartamento del portiere”.

“Che mestiere faceva Irina?”.

Alina ebbe un attimo di esitazione, ma era necessario confermare quello che, in precedenza, aveva detto alla polizia:

“Faceva la prostituta, la sera adescava i clienti in via Marittima”.

Queste parole non convinsero, del tutto Stefan, che la incalzò:

“Ma allora che ci faceva alle due di notte nella villa comunale?”.

Alina cominciò a mordicchiarsi le labbra e  tremante rispose:

 “Cosa vi posso dire? Probabilmente quella sera lavorava anche alla villa comunale”.

“No! Non ci stai dicendo la verità, cara Alina”, obiettò Lena. “Perché hai così tanta paura, da tremare?”.

“Irina era stata avvicinata da una gang di camorristi, che le avevano offerto la loro protezione, ma lei aveva rifiutato. E’ per questo che è stata uccisa. Ora se vengono a sapere che ho parlato ammazzano anche me”. 

“Non preoccuparti, puoi parlare liberamente, tutto quello che ci dirai, resterà tra noi, ti prometto che non avrai nessuna noia”, con queste parole Stefan cercò di tranquillizzarla.

“ D’accordo, ma mi dovete promettere di non dire niente a nessuno del nostro incontro e dovete assolutamente prendere gli assassini di Irina. Solo così sarò al sicuro!”.

Alina esitava ancora a parlare e si guardava intorno, quasi a cercare un riparo sicuro.

A questo punto, Stefan con voce suadente le disse:

“Dai, non preoccuparti, dicci la verità, noi vogliamo proteggerti da quella brutta gente”.

“Irina faceva la barista nel locale ‘U Scartellato’  in via Chiaia e non ha mai fatto la prostituta. Non so altro”, ammise Alina.

Stefan e Lena la confortarono a lungo e le promisero che avrebbero fatto arrestare gli assassini. Poi la salutarono ed andarono via.

Avevano ottenuto ciò che volevano: l’indirizzo del suo  appartamento e il nome del locale nel quale aveva lavorato Irina.

 Dovevano, innanzitutto, recarsi al ristorante ‘U scartellato’ per raccogliere altre prove.

Al banco del ristorante c’era una nuova ragazza che, quando chiesero di Irina, non seppe dare nessuna informazione.

Al nome di Irina vennero loro incontro due giovanotti, ben piazzati e dall’aria decisa che chiesero:

“Dite pure a noi”.

 Lena, mostrando il distintivo da poliziotta, disse:

“ Sono il commissario di polizia Maddalena De  Rosa, questi è il vice questore Stefan Furore, sappiamo che qui lavorava Irina Melnyk, vogliamo sapere dove trovarla”.

I due giovanotti si guardarono e, al nome di polizia, immediatamente, mitigarono la loro baldanza ed uno dei due rispose:

“Ha lavorato qui solo per poche settimane, poi, all’improvviso, è andata via, senza un perché, ora non sappiamo dove si trovi”.

“Con chi ho l’onore di parlare?”, chiese Lena.

“Siamo due vigilanti, in servizio in questo locale”.

“Bene!”, rispose Lena, “sto quindi parlando con due colleghi. E perché mai questo locale dovrebbe essere sorvegliato, chi lo minaccia?”.

“No! Non lo minaccia nessuno. Siamo qui per precauzione. Spesso da queste parti passano dei brutti ceffi, appartenenti a qualche clan camorrista, in cerca di tangenti”.

“Ah… capisco. Il proprietario ha paura della camorra e per questo ha assunto voi”, rispose Lena, in tono ironico.

“Mi sapete dire il nome del proprietario del locale e dove possiamo trovarlo?”.

Ancora una volta i due si guardarono e, nei loro occhi, passò una luce sinistra. Poi sempre lo stesso giovane rispose:

“Il proprietario del locale è il signor Ciro Esposito, se volete parlargli potete venire qui, dopo le nove di sera”.

Mentre uscivano, incrociarono una ragazza che puliva i tavoli, Stefan si rivolse a lei:

“Conoscevi Irina?”.

“Si, era la ragazza del bar”.

“Sai, dove possiamo trovarla?”.

“Ho saputo che è morta”.

Come i due giovani si accorsero che stavano rivolgendo domande alla ragazza si riavvicinarono e:

“Vi abbiamo detto che non sappiamo altro di questa Irina”, dissero in tono bonario, facendo capire che dovevano uscire. Naturalmente avevano mentito, sapevano benissimo che Irina era morta.

Lena, che era in servizio al commissariato di San Ferdinando già da alcuni anni, aveva capito che quel locale era in odore di camorra e, con molta probabilità, quei due ‘vigilanti’ erano i guardia spalle del ‘boss’, padrone del locale.

Si era fatta l’ora di pranzo, per cui Stefan invitò Lena ad andare a mangiare al ristorante del suo albergo. Salirono al nono piano, entrarono nella veranda e si sedettero ad un tavolo di fronte al mare. Dopo il colloquio con quei due loschi individui, la loro disposizione d’animo era divenuta tesa. Il panorama del Golfo di Napoli cambiò loro l’umore. La giornata era splendida e il mare, visto dalla veranda, aveva almeno quattro sfumature di colori: azzurro topazio, vicino a riva, verde smeraldo più avanti, blu brillante e poi di nuovo blu scuro, quasi viola, là in fondo, lontano, dove volavano due grossi  gabbiani. Quella fantasmagorica variazione di colori aveva rasserenato i loro animi, ora respiravano un’atmosfera serena, quasi da innamorati.

Stefan si rivolse a Lena e, con tono soffuso, le disse:

“Ora dobbiamo fare il punto della situazione. Per prima cosa, sappiamo che Irina non è stata uccisa lì dove è stata trovata, che, alle due di notte, era nella villa comunale e che probabilmente qualcuno l’ha presa con la forza e caricata in macchina. Il locale, dove lavorava con molta probabilità, era di proprietà di un  capo camorra e i dipendenti erano stati diffidati dal parlare di Irina”.

“Quindi”, rispose Lena, “probabilmente quei due giovinastri sono da collegare al delitto”.

“Ora mangiamo, questa sera, dopo le nove, andremo a dare uno sguardo nell’appartamento di Irina”.

Assaporarono tante cose buone, bagnate da un ottimo vino bianco, che contribuì a rallegrare la loro conversazione. Si guardavano negli occhi languidamente, con un infinito desiderio di possedersi reciprocamente. Alla fine del pranzo, scesero nella camera di Stefan e Lena si buttò sul divano, mettendo in mostra le sue candide gambe, scoperte quasi fino all’inguine. Stefan non poté fare a meno di guardarle, si sedette accanto a lei e, come per incanto, si trovarono avvinghiati l’uno all’altra. Erano stretti in un amplesso pieno di desiderio, si baciavano con passione e si accarezzavano; le mani di Stefan si posarono su una gamba di Lena e pian piano risalirono fino ad accarezzarla in mezzo alle cosce. A quel punto, la passione era arrivata al culmine, in un attimo si spogliarono e si infilarono sotto le coperte.

Quando si alzarono, si era fatto ormai sera, erano passate le venti. Bisognava rivestirsi ed andare nell’appartamento di Irina, con la speranza che nessuno li vedesse.

Arrivarono in piazza Dante. Dopo le ventuno, c’era ancora tantissima gente per la strada. Lena si era tolta la divisa ed aveva indossato una camicia di seta a fiori, che Stefan le aveva prestato. Per non dar nell’occhio, passeggiavano abbracciati come una coppia di fidanzati. Risalirono per Port’Alba e girarono per via San Sebastiano. Si fermarono per un attimo davanti ad un portone al numero 65, non sapevano se la chiave lo avrebbe aperto oppure se fosse la chiave di un appartamento interno.

Stefan si avvicinò e provò ad aprirlo, ma inutilmente, la chiave non entrava nella serratura. Ecco che era sopraggiunto un problema: per accedere all’appartamento, era necessario aprire il portone.

Lena e Stefan, per un attimo, si domandarono come avrebbero potuto fare. Poi Lena si avvicinò al citofono, lesse i nomi degli inquilini e suonò un campanello a caso:

“Pronto signora, potete per cortesia aprirci il portone? Dobbiamo andare a casa dei signori Caiazzo”.

Sentirono il rumore dell’apertura automatica del portone ed entrarono. Al piano terra, sulla sinistra delle scale, c’era la porta di un appartamento, capirono che era quella dell’ex-portiere. Stefan provò ad infilare la chiave in suo possesso nella serratura, questa volta vi entrò con facilità, due giri e finalmente la porta si aprì.


 

Capitolo IV

Ricostruzione del delitto.

 

Entrarono e richiusero subito la porta, in modo che nessuno potesse vederli. Con stupore notarono che l’interno dell’appartamento era sottosopra, tutto era stato buttato sul pavimento. Prima di loro sicuramente erano entrate altre persone alla ricerca di qualcosa. Ma cosa? L’avevano trovata o erano rimasti delusi? Provarono a guardare dappertutto, ma non avevano idea di cosa cercare. Tutti i cassetti erano stati rivoltati, in cucina le antine dei pensili erano spalancate e le stoviglie rotte sparse sul pavimento. In camera da letto l’armadio era aperto ed i vestiti buttati a terra, anche il materasso del divano, tutto tagliuzzato, giaceva a terra; la loro ricerca era veramente difficile. All’improvviso, Stefan notò che, sparse per terra, insieme a giornali e fogli vari, c'erano delle vecchie carte da gioco napoletane, alcune  erano rappezzate col del nastro adesivo. Nel guardarle, gli venne alla mente il gioco delle tre carte: aveva notato, infatti, che un sottile elastico avvolgeva una di esse.

Ricordava con esattezza le parole di chi conduceva il gioco mentre,  su un tavolino improvvisato, le lanciava con destrezza e diceva:

“Questa vince, questa perde, dov'è l'asso di denari?”.

“Ma certo!”, esclamò, “nel gioco delle tre carte spesso, per renderle più pesanti e non farle girare al momento del lancio, un elastico, avvolto intorno ad esse, regge sulla lato superiore una tavoletta di legno”.

Stefan non si sbagliava, infatti, frugando tra le carte, trovò che solo tre erano avvolte da un sottile elastico intorno; sicuramente c'era una relazione tra il gioco delle tre carte e quelle buttate lì per terra. Quel particolare doveva indicare qualcosa, ma cosa? Non riusciva  proprio a risolvere quello strano enigma.

Lena si avvicinò a Stefan, che, nel frattempo, le aveva raccolte tutte in un unico mazzo e,  incuriosita, chiese:

"Cosa hai trovato di interessante in quel vecchio mazzo di carte ?".

"E' molto strano, solo tre sono avvolte da un sottile elastico", rispose Stefan , pensieroso.

 "E credi che questo abbia importanza?", aggiunse Lena.

"Si! Credo che, chi lo ha fatto, volesse lasciare un'indicazione, magari per ricordarsi qualcosa, come si fa col nodo ad un fazzoletto; ma non riesco a capire cosa. E' come un rebus che deve essere compreso e risolto".

"Ma, non è piuttosto, un vecchio mazzo di carte che è servito per giocare!", sentenziò Lena.

"No, non lo è!", rispose in tono perentorio Stefan.

E lentamente cominciò a girare le tre carte, una alla volta.

Erano:  il due di coppe,  il sette di spade e l'asso di bastoni... ma c'era qualcosa che non lo convinceva.

Come un lampo gli passo nella mente un ricordo: la carta vincente era sempre l'asso di denari.

Quindi la terza carta era un inganno. Bisognava trovare l'asso di denari!

Freneticamente girò, una per una, tutte le carte fino a quando, sotto ad una di esse, comparve un sottilissimo foglietto bianco, che ne celava la figura ed era attaccata a questa col nastro adesivo.

Con molta cautela, iniziò a scollare il nastro, facendo attenzione a non strappare il foglio, quando ebbe finito notò, con soddisfazione, che sotto al foglietto bianco c'era raffigurato proprio l'asso di denari.

Allora, con trepidazione, certo di avere risolto l'enigma, girò il foglio e sul lato posteriore, vide che, con una pessima calligrafia,  c'era scritto:

 “El Mayo” Avenida San Juan calle 44 , 127 Medellín, seguito da un lungo numero telefonico: "57-604-3124083..." e, più in basso, Luca Affossore.

Con un moto di orgoglio lo porse a Lena e disse:

"Guarda anche tu, cosa c'è scritto, è un indirizzo! Vedi se ti dice qualcosa? Certo che era, veramente, ben nascosto!".

Lena lo prese con delicatezza, non voleva che si rovinasse, lo lesse con attenzione e, visibilmente soddisfatta, esclamò:

 "Bravo il mio <asso>, sei proprio geniale".

Di rimando Stefan rispose:

“Come mai gli uomini, che hanno perquisito l’appartamento prima di noi, non lo hanno trovato?  Chi sono, dunque, questi ‘Luca Affossore’ ed  ‘El Mayo’?”.

A queste domande Lena replicò:

“Non tutti hanno la tua intelligenza! E Irina contava proprio su questo, nel nascondere il biglietto. Gli Affossore sono una delle famiglie di camorristi più in vista di Napoli, però noi della polizia non siamo mai riusciti a trovare nessuna prova contro di loro”.

“Ora capisco” disse pensieroso Stefan, “Probabilmente, questo è ‘il biglietto’, che cercavano gli uomini degli Affossore, quando hanno messo tutto a soqquadro, ma non sono riusciti a trovarlo…” “Ma come mai si trovava così ben nascosto nell’appartamento di Irina? Come ne era venuta in possesso?”.

“L’indagine, a questo punto, si fa molto più complicata”, ribatté Lena e rivolta a Stefan:

“Devo ammettere, dott. Furore, che sta sollevando un gran vespaio”.

“Irina è stata molto brava nel nascondere il foglietto, ma sei stato molto più bravo tu nel trovarlo” disse Lena, saltando al collo di Stefan e dandogli un bacio.

Uscirono, dunque, dall’appartamento, cominciava a venir fuori un quadro ben più complesso di quanto avessero immaginato.

Rivolto a Lena, Stefan disse:

"Cerchiamo di fare il punto della situazione: Irina Melnyk non era una prostituta e non è stata uccisa da presunti protettori perché si era opposta loro.

Lavorava invece come cameriera in un locale,  in via Chiaia, il cui proprietario è in presunto odore di camorra.

Irina non è stata uccisa in Via marittima, ma portata là, in un secondo momento, per depistare le indagini, dopo essere stata presa con la forza nella villa comunale.

Ma cosa ci faceva Irina, alle 2 di notte,  nella villa comunale? Era troppo lontana dal suo appartamento! ".

"Ma molto più vicina a quello delle due sue amiche... Non ci resta che tornare a casa di Alina Koval e Olga Lysenko, nella speranza che sappiano ben più di quello che ci ha già detto Alina”, ribatté Lena, “Ora, si è fatto tardi. Ci andremo domattina”.

Il giorno dopo, di primo mattino, Stefan si svegliò di buon umore, aprì la finestra della sua camera d’albergo e restò incantato ad osservare la bellezza del golfo di Napoli ed, in lontananza, l’isola di Capri. Si fece una bella doccia ristoratrice e si vestì di tutto punto con il solito abito a doppio petto con la punta di un fazzolettino, che usciva dal taschino della giacca.

Scese al bar a fare colazione e telefonò a Lena, fissando il posto in cui si sarebbero visti.

Di comune accordo, decisero di vedersi alla villa comunale, volevano fare un ulteriore sopralluogo nel punto in cui era stata rapita Irina.

Verso le dieci, Lena intravide da lontano Stefan, gli corse incontro e lo baciò appassionatamente.

“Cosa facciamo, Stefan?”.

“Vediamo se riusciamo a fare chiarezza su questo disgraziato caso”, rispose Stefan.

“Ora è inutile andare a casa delle ragazze, sicuramente staranno lavorando”, ribadì Lena.

“Certo! Dovremo andare a casa loro verso le due; a quell’ora, avranno sicuramente finito il loro turno di lavoro e saranno rientrate per il pranzo. Nel frattempo, diamo uno sguardo alla villa, vediamo se troviamo qualche indizio che ci riveli dove possa essere avvenuta una lite ”.

Di buon accordo ed allegramente girarono per la villa comunale, senza trovare , però, alcun altro indizio.

Si fermarono ad un  chiosco, si sedettero ad un tavolino all’aperto, ordinarono un caffè ristretto e godettero della vista di quella fantastica oasi floreale: era una bella giornata di sole, gli uccelli svolazzavano tra i rami degli alberi e l’erbetta delle aiuole sembrava  uno splendido tappeto verde, ricamato da una miriade di fiorellini variopinti.

Si lasciarono accarezzare da una fresca brezza, che spirava dal mare e si guardavano con occhi languidi e sognanti.

Passarono, così, una buona mezzora; poi si alzarono e si avviarono verso Lungomare Caracciolo,   

Passeggiarono, ammirando, in un colpo d’occhio, la maggior parte delle bellezze che caratterizzano la città di Napoli: il Vesuvio, l’isola di Capri, Castel dell’Ovo ed il promontorio di Posillipo. Arrivarono a  via Partenope dove si trovano i più celebri ristoranti “fronte mare” della città, e rinomate pizzerie come Sorbillo, Lievito Madre al Mare, e Vesi Pizzagourmet e poiché si era fatta  quasi l’ora di pranzo entrarono nel ristorante Santa Lucia.

Qui ordinarono: antipasto misto di affettati e mozzarella di bufala, ravioli al gambero rosso, con sfoglie di tartufo e una spruzzata di limone, ricciola in tartare con pezzetti di mandorle e avocado, due fette di torta ricotta e pera, due coppe di champagne, una bottiglia di acqua frizzante e, per finire, due caffè ristretti alla napoletana.

Quando videro che si erano fatte le ore 13,30, chiesero il conto, che Stefan pagò, e  uscirono per recarsi a casa delle amiche di Irina in via Giacomo Piscicelli.

Qui giunsero poco dopo le 14, ad aprirli venne Alina, che, come li vide, sbiancò  e chiese in tono quasi supplichevole:

“Cosa volete ancora?”.

Subito dopo si affacciò l’altra compagna Olga Lysenko, che, senza frapporre indugio e in modo deciso, li fece entrare ed accomodare su un divanetto del soggiorno. Poi, rivolta a Lena, disse:

“Alina mi ha detto che siete della polizia e siete venuti già l’altro giorno, chiedendo notizie della povera Irina. Alina è molto timorosa e non vuole esporsi, io, invece, intendo che si faccia giustizia sull’uccisione della mia migliore amica Irina, per cui vi dirò tutto quello che so.

Io, Alina e Irina eravamo tre ragazze provenienti tutte da una cittadina Ucraina, Berdychin. Siamo venute in Italia, come tante di noi, in cerca di fortuna, perché in patria facevamo la fame.

Io ero particolarmente amica di Irina; infatti, ci conoscevamo dall’infanzia.

La sera del 15 maggio, verso le 10,30, terrorizzata e tremante, è venuta qui Irina, noi l’abbiamo fatta sedere e confortata. Ci ha detto che nel pomeriggio nel locale, dove lavorava: U Scartellato, c’era stato un gran viavai di gente, si era accorta che spesso il cassiere incassava i soldi senza registrare l’incasso. Poiché lei era fortemente indebitata e bisognosa di denaro, aveva a lungo meditato che, forse, quello era il momento giusto per trafugare qualche

banconota dalla cassa, senza che nessuno se ne accorgesse. Poi, verso sera, era arrivato il ‘boss’ seguito da una lunga fila di scagnozzi, insieme a due grassi e grossi individui dall’aspetto sudamericano. Erano entrati nel retro del locale dietro a una porticina, coperta da un tendone. Davanti alla porta si erano collocati due scagnozzi, come guardiani. Dopo una mezzoretta circa, erano usciti tutti sorridenti ed allegri. Però, prima di uscire dal locale, il ‘boss’ si era staccato, un attimo, dalla compagnia, si era recato alla cassa, dove aveva depositato una mazzetta di denaro e subito dopo aveva raggiunto gli altri, uscendo tutti insieme.

Irina aveva tenuto d’occhio ogni movimento, soprattutto i depositi alla cassa, poiché aveva intenzione di trafugare qualche centinaio di euro.

Verso le ventuno, in un momento in cui tutto il personale non badava a lei, furtivamente si era recata alla cassa e aveva preso cinque banconote da cento euro, sicura di non essere scoperta. Poi, come tutte le sere, aveva salutato ed era andata via con la refurtiva.

Per strada si era già pentita di ciò che aveva fatto e sarebbe tornata volentieri indietro, ma non poteva. Le era venuta una gran paura e, una volta giunta a casa, aveva cercato un nascondiglio dove riporre il denaro rubato. Nel contare le banconote, si era accorta che in mezzo c’era un bigliettino, con il logo del locale ‘U Scartellato’ e con degli appunti scritti dietro, a penna.

La circostanza l’aveva ulteriormente messa in allarme, perché aveva capito che quel biglietto doveva essere qualcosa d’importante. Lo aveva strappato, buttati i pezzetti nel vaso del bagno e tirato lo scarico, per farli sparire, solo dopo, però, aver copiato, il contenuto degli appunti su un foglietto bianco. Aveva cercato un nascondiglio, secondo lei abbastanza sicuro, dove metterlo e impaurita era venuta qui da noi…” Olga prese fiato, poi continuò: “Anche noi ci siamo messe una gran paura, gli scagnozzi del ‘boss’ sanno benissimo che Irina era nostra amica e conoscono la nostra abitazione. Sarebbero sicuramente venuti a controllare,  per cui le abbiamo consigliato di nascondersi da qualche altra parte. Subito dopo è uscita e non l’abbiamo più vista fino a quando non abbiamo avuta la notizia della sua morte”. Qui, Olga fece una lunga pausa e cominciò a singhiozzare.

Sia Lena che Stefan la confortarono e le promisero che avrebbero fatta giustizia, portando in galera gli assassini e tutti coloro che erano coinvolti nel delitto.

Dopo avere ampiamente ringraziato Olga ed anche Alina, si accomiatarono.

 

Appena giunti in strada, rivolto a Lena, Stefan disse:

“A questo punto, provo a fare un quadro generale delle indagini: Irina è venuta in Italia con le sue due amiche per lavorare, è arrivata a Napoli, dove ha trovato lavoro come barista nel ristorante ‘U Scartellato’ in via Chiaia, intestato come prestanome ad un tal Ciro Esposito, ma di proprietà del capo camorrista Luca Affossore, dedito soprattutto allo spaccio di droga, che comperava da un certo El Mayo, con molta probabilità un colombiano o un messicano; questo lo appurerete voi, visto che ora Irina vi ha fornito anche il suo indirizzo sul foglietto”.

Poi proseguì:

“Sappiamo inoltre come, involontariamente, Irina sia venuta in possesso di quei dati così importanti, che Luca Affossore aveva accuratamente nascosto tra il denaro dell’incasso del locale. Credo che, anche su questo punto, potrete fare luce certamente meglio voi della polizia.

La notte del 15 maggio, il ‘boss’, una volta tornato nel locale, si è subito recato in cerca del biglietto e del danaro nascosto nella cassa. Non avendolo trovato, avrà messo in moto mari e monti ed avendo immaginato quello che era successo avrà dato ordine ai suoi scagnozzi di ritrovare Irina a tutti i costi. Mentre io ero seduto sulla panchina della villa comunale, Irina è stata trovata, rapita e picchiata, proprio da quei due energumeni, che ci hanno affrontato nel ristorante. Infatti, uscita dalla casa delle amiche, non sapendo dove andare, avrà girovagato per le vie di Napoli e, a mezzanotte, probabilmente stanca si sarà poggiata su qualche panchina della villa comunale. Qui l’hanno trovata e picchiata per farla parlare.  Nella colluttazione Irina ha perso la chiave del suo appartamento ed un rivolo di sangue dal naso è caduta sull’erba. L’hanno presa, portata con la forza in macchina e sono partiti sgommando. Speravano di trovarle addosso il biglietto coi soldi, ma la ragazza li aveva nascosti in casa. Purtroppo, conosciamo l’epilogo: la ragazza è stata strangolata e, per depistare le indagini, scaricata in un luogo battuto dalle prostitute. Che ne dici? Ti sembra giusta la mia ricostruzione?”, concluse Stefan rivolto a Lena.

“Perfetto! Si vede che sei un ottimo reporter e…”, soggiunse, “un ottimo bocconcino”.

Risero, erano entrambi contenti di aver risolto il caso e aver portato alla luce un pericoloso traffico di droga. Si presero per mano e si avviarono verso la macchina di servizio di Lena.

Non avevano ancora cenato. Ormai era quasi mezzanotte e il ristorante dell’hotel era chiuso; dunque, si misero alla ricerca di una pizzeria. La trovarono non distante dall’albergo, mangiarono una pizza, ma soprattutto bevvero a volontà; così, alla fine, erano molto allegri e quasi non si

reggevano in piedi. Non restava altro da fare che andare nell’hotel a dormire...

 

 

Fine