
Personaggi:
Stefan
Furore: protagonista, reporter del giornale Eco d’Italia.
Nathan
Maven: capo redattore della sede in cui lavora Stefan.
Irina
Melnyk: vittima della scena del crimine a Napoli.
Alina
Koval e Olga Lysenko: amiche di Irina Melnyk.
Oscar
Vitiello: dirigente squadra mobile.
Maddalena
De Rosa (detta Lena): commissario di pubblica sicurezza.
Premessa
Subito
dopo l’assunzione al giornale, Stefan avvertì
l’esigenza di cambiare residenza.
Non poteva più condividere la stanza con altre tre persone,
aveva la necessità
di uno spazio tutto suo, un posto dove poter lavorare con
serenità, una
scrivania ed un computer personale, una libreria dove riporre gli
articoli del
giornale e tanti libri importanti da consultare. Nell’attesa
di trovare un mini
appartamento nel centro di Roma, la sua collega Angela Talismano, dal
momento
che viveva in una casa molto grande, lasciatale in eredità
dai genitori, si era
gentilmente offerta di ospitarlo a casa sua, in una cameretta tutta per
lui,
logicamente in affitto. Poiché il prezzo era molto conveniente, Stefan aveva
volentieri
accettato la proposta ed era andato a vivere con Angela in via Dei
Farnesi, non
molto distante dalla redazione del giornale l’Eco
d’Italia. La cameretta era
ampia, soleggiata, ben arredata con un lettino, una grande scrivania,
un ampio
armadio e un cassettone, dove Stefan aveva potuto riporre tutte le sue
cose.
Nel frattempo, si era messo in cerca di un mini appartamento in quella zona.
“Fai
con calma, Stefan”, gli aveva detto Angela, “non
avere fretta, in casa mia puoi
restare fin quanto vorrai”.
Una
sera, prima di andare a letto, era andato in cucina per consumare la
sua solita
cena. A tavola era seduta Angela, che stava finendo di cenare, davanti
a lei
c’era un piatto pieno di insalata mista ed un bicchiere
riempito a metà di un
brillante vino color rubino. Non appena vide Stefan, lo
invitò a sedersi con
lei e gli chiese:
“Ciao,
Stefan, posso invitarti a cenare con me, posso offrirti
un’ottima insalata
mista ed un buon bicchiere di vino”.
“Grazie
Angela, mi siedo volentieri a parlare con te, ma preferisco mangiare
qualcosa
di più sostanzioso”.
Angela
scoppiò a ridere, pensando alla faccia che aveva fatto
Stefan all’idea di
mangiare insalata per cena.
“Ah,
capisco hai bisogno di proteine per alimentare quel bel corpicino che
ti
ritrovi”.
Così
dicendo, si appoggiò allo schienale della sedia, drizzò le
spalle ed accavallò le gambe,
lasciando intravedere gran parte delle cosce.
Stefan
fu assalito da una sensazione insolita lì, seduto al tavolo,
ad ascoltare
Angela che parlava. Aveva un’intelligenza vivace e i suoi
occhi si increspavano
spesso divertiti, sorseggiava, leggermente alticcia, il calice di vino,
guardando Stefan dritto negli occhi. Lui non abbassò lo
sguardo, come
solitamente fanno le persone timide, ma, sorridendo, la
fissò, poi il suo
sguardo scese a guardarle le gambe. Angela si sentì
inorgoglita, voleva essere
guardata, poi da Stefan, il più bel ragazzo che aveva mai
conosciuto. Senza
sapere come, si trovarono stretti in un amplesso voluttuoso, avevano
voglia
l’uno dell’altra, con immediatezza si spogliarono e
corsero a buttarsi sul
letto.
Da
quel momento, in redazione li videro sempre insieme e, nonostante lei
avesse
molti più anni di lui, li considerarono una coppia.
Un
bel giorno arrivò in redazione una giovane con una testolina
dai capelli
castano dorati, un corpo sinuoso e procace, su un bacino alto e
piccolo, due
occhi verde smeraldo, belli, profondi e luminosi, sulla bocca un
rossetto rosso
brillante, che ne risaltava i morbidi contorni, un impertinente nasino
all'insù
e due gambe da schianto, era Sharon, la moglie del capo redattore
Nathan Maven.
Stefan,
alla vista, rimase estasiato, non riusciva in nessun modo a toglierle
lo
sguardo di dosso, la fissava incantato, tanto che Angela gli diede uno strattone e
gli sussurrò:
“Guarda
che la signora è la moglie del capo!”.
Solo che Sharon, sentendosi
guardata, volse lo
sguardo verso Stefan, ed entrambi ebbero un fremito su per le membra...
In
quel periodo, Stefan si vedeva poco
in
redazione, era inviato continuamente in missione in vari luoghi, per
reportage
su avvenimenti importati, che
avvenivano
nel mondo.
Al
ritorno in sede si mostrava sempre
più
distaccato da Angela, che, dal canto suo, aveva capito che la loro
relazione
era giunta, ormai, al capolinea. Infatti, qualche tempo dopo, Stefan si
trasferì nel nuovo appartamento, che aveva comperato in via
Giulia.
Proprio
in quei giorni il capo redattore Nathan aveva assunto una nuova
redattrice,
come aveva detto a Stefan al momento dell’assunzione.
Così
una mattina si presentò in redazione Morena, una bellissima
ragazza mora, alta
circa un metro e ottanta, esile, con i capelli neri setosi, che le
scendevano
su due spalle tornite e messe in evidenza da una provocante maglietta
scollata,
occhi corvini, con riflessi blu-violacei e due
gambe
lunghe e affusolate, messe in mostra sotto una minigonna rosso
fiammante.
Come
al solito, Stefan, che non riusciva a resistere al fascino di donne
belle e
provocanti, fu rapito dalla visione di
quella creatura.
Qualche
tempo dopo erano fidanzati.
Capitolo
I
Stefan
Furore a Napoli.
A maggio del 2018, il
direttore del Giornale
l’Eco d’Italia, dott. Nathan Maven, aveva mandato
il suo redattore Stefan
Furore in missione a Napoli per effettuare un reportage sulla nuova
camorra
organizzata. Gli aveva prenotato una stanza in uno degli alberghi
più famosi di
Napoli, l’hotel Vesuvio in via Caracciolo.
Qui
Stefan era arrivato la mattina del 15 maggio, vestito con ricercata
eleganza,
in un attillato doppiopetto, scarpe nere lucide, camicia di seta a
righini
sottili, con la sua solita capigliatura scarmigliata bionda e crespa ed
un
simpatico sorriso accattivante.
Era
stato accolto da un receptionist molto cortese ed accompagnato in
camera da una
ragazza alquanto carina, che lo osservava con sguardo rapito. Stefan fu
molto
lusingato della cosa e si accomiatò dalla ragazza con un
largo sorriso. Dopo
aver fatto una doccia ristoratrice, salì al nono piano, al
ristorante Caruso
Roof Garden per il pranzo, in una meravigliosa veranda da cui si poteva
ammirare Castel dell’Ovo, l’isola di Capri e tutto
il golfo di Napoli.
Fu
molto attento nella scelta del menù: spaghetti ai gamberoni
rossi, orata alla
griglia, un buon calice di vino bianco “Lacryma Cristi del
Vesuvio” e per
finire una buona tazzina di caffè napoletano.
Poi
era uscito per una passeggiata digestiva sul lungomare Caracciolo e si
era
seduto per qualche minuto su una panchina ad ammirare la fioritura di
un’aiuola
della villa comunale.
Verso
le cinque del pomeriggio, si era recato al commissariato di polizia San
Ferdinando, in via Riviera di Chiaia, non molto distante dalla villa
comunale.
Qui si era presentato al dott. Oscar Vitiello, dirigente della squadra
mobile
di quel commissariato, si era accreditato come reporter del giornale
l’Eco
d’Italia in missione, per scrivere degli articoli sulla
camorra organizzata.
Il
dott. Vitiello lo aveva fatto accomodare nel suo ufficio, lo aveva
trattato
confidenzialmente e aveva chiamato un commissario di polizia, la
signorina
Maddalena De Rosa, detta Lena, dicendole:
“Mi
raccomando Lena, ti affido il dott. Stefan Furore, reporter del
giornale l’Eco
d’Italia in
missione
a Napoli per conoscere un po’ di fatti sulla nostra bella
camorra. Tu non farmi
fare brutta figura, portalo in giro per i quartieri più
malfamati e illustragli
gli ultimi avvenimenti di cronaca nera”.
“Non
si preoccupi, dott. Vitiello, farò fare bella figura alla
città di Napoli, gli
farò vedere come stanno combinati alcuni vicoli della
città e come la camorra
ci sguazza dentro!”.
Il
commissario di polizia, Maddalena De Rosa, era una donna affascinante
sui 35
anni, di statura media, capelli castani, occhi marrone chiaro e due
gran belle
gambe tornite e messe in mostra sotto una stretta gonna sopra al
ginocchio, con
uno spacco laterale, che arrivava ben oltre metà coscia.
Stefan
e Lena si trovarono subito in sintonia, si guardarono negli occhi e si
piacquero reciprocamente. Si salutarono e si diedero appuntamento per
la
mattina successiva.
Rientrò
in albergo e, verso le venti, risalì al nono piano,
entrò nella terrazza del
ristorante, si sedette ad un tavolo ed ordinò una cena a
base di pesce fresco.
Nell’attesa che fosse servito, restò estasiato
dalla vista notturna del golfo
di Napoli, uno dei panorami più incantevoli che Stefan
avesse mai osservato.
Quella
sera non aveva sonno e non aveva nessuna intenzione di chiudersi in
camera per
andare a dormire. Uscì e ripercorse le stesse strade che
aveva attraversato in
mattinata. Via Caracciolo a quell’ora aveva una strana
atmosfera incantata, con
la risacca del mare che quasi sembrava un canto e gli riempiva
l’anima ed
offuscava la mente.
Osservava
le coppiette che si baciavano sul largo marciapiede del lungomare alla
luce
soffusa dei lampioni e si vedeva abbracciato con Lena in
quell’idilliaca pace.
Si
sedette su una panchina nella villa comunale e fantasticava su una
possibile
nuova avventura amorosa. Lo sgommare delle ruote di un’auto
lo fece trasalire e
svegliare da quel sogno. Si guardò intorno, ma non vide
nulla; capì, però, che
si era fatto veramente tardi ed era ora di rientrare, per andare a
dormire.
Guardò
l’orologio e si accorse che erano già passate le
due del mattino. Si incamminò
lentamente, a testa bassa, verso l’albergo, passando
incuriosito dal punto in
cui aveva sentito la macchina sgommare. Mentre meditabondo guardava la
parte di
strada adiacente il marciapiede, vide sull’asfalto le
impronte delle ruote di
un’auto. Collegò immediatamente
quell’immagine
al suono della sgommata che aveva precedentemente udito. Il luccichio
di un
oggetto metallico attirò la sua attenzione; sul marciapiede
in corrispondenza
delle impronte lasciate dall’auto, c’era una
chiave. Si chinò, la prese in mano
e la fissò con curiosità; l’intuito di
reporter gli suggerì di prenderla e
metterla in tasca.
A
qualche metro di distanza, nell’aiuola a fianco,
notò un’altra stranezza: una
piccola macchia di sangue. Sull’erba, su una fogliolina
c’era una goccia di
sangue non ancora raggrumato. Raccolse la foglia per lo stelo, in modo
da non
toccare il sangue, e cercò in tasca un contenitore dove
porla.
Non
riusciva a trovare nulla di adatto, quando gli venne in mente che nel
taschino
della giacca aveva una penna stilografica. Era un dono che suo padre
gli aveva
fatto al conseguimento della sua laurea in legge, da allora
l’aveva portata
sempre con sé e non se ne era mai separato. Svitò
il cappuccio, vi ripose la
fogliolina di trifoglio e fu soddisfatto nel vedere che sembrava fatto
apposta
per quello scopo. Il suo istinto lo portava a congetturare ogni
possibile
eventualità delittuosa. Finalmente arrivò
nell’hotel e andò subito a dormire.
Capitolo
II
Il
delitto di Irina Melnyk
L’indomani
mattina si svegliò di buonora e, dopo essersi vestito di
tutto punto, sempre
elegante in un doppiopetto blu a righe grigie, andò a fare
colazione ed alle
nove si recò al commissariato, dove lo attendeva Lena.
Appena
lo vide, un lampo di gioia le balenò negli occhi: Stefan era
proprio un ragazzo
interessante, biondo con gli occhi azzurri, quando mai avrebbe
più incontrato
un uomo così bello?
“Come
va, Stefan, hai dormito bene? Hai fatto una buona
colazione?”, esclamò Lena,
“Oggi ti senti di affrontare una giornata pesante, ricca di
scippi, furti e
forse sparatorie varie?”.
“Con
te al fianco mi sentirei di andare anche
all’inferno”, ribatté Stefan.
Lena
prese il braccio di Stefan, lo tirò a sé, lo
strinse forte al petto, in modo da
fargli sentire il piacere del suo seno, ed esclamò:
“Allora
andiamo, si parte per una giornata ricca di avventure!”.
Stefan
aveva capito il doppio senso della parola avventure, ma soprattutto
aveva
provato un forte piacere al contatto col seno di Lena. Aveva un dubbio:
non
sapeva se dirle del ritrovamento della notte precedente. Poi decise che
sarebbe
stato nell’interesse di entrambi condividere quelle scoperte.
“Sai,
Lena, ieri sera mi è capitata una cosa strana: era molto
tardi ed ero seduto su
una panchina della villa comunale, quando ho sentito lo sgommare di
un’auto.
Sull’erba di un’aiuola, in corrispondenza del punto
in cui, a gran velocità,
deve essere partita una macchina,
ho
trovato una chiave, ma la cosa strana è che, accanto alla
chiave, c’era una
piccola macchia di
sangue”.
“Che
cosa vuoi che sia? Qui di notte avvengono le cose più
strane, si perdono tante
cose; poi una goccia di sangue può essere caduta a chiunque,
anche a un
animale”.
Stefan,
però, non la pensava così, aveva una strana
sensazione:
“No,
Lena. Io penso che sia successo qualcosa di grave; non a caso le
impronte di
una macchina in fuga erano accanto a quella macchia di
sangue”.
Lena
per non deluderlo e per fargli vivere una giornata interessante, piena
di
adrenalina, lo assecondò:
“Tu
credi che sia successo qualcosa? E cosa vuoi che faccia?”.
Stefan
rifletté per un attimo e poi disse:
“Ti
devi informare se ieri sera o questa mattina è stato
ritrovato un cadavere in
quella zona o poco lontano di lì”.
Lena
prese il microfono della trasmittente che era nella macchina di
servizio e chiese
a tutti i commissariati della zona di informarla se fosse stato trovato
un
cadavere.
Dopo
circa quindici minuti, mentre girovagavano in macchina per i vicoli dei
quartieri spagnoli, arrivò la notizia tanto attesa da
Stefan: in via Marittima
in prossimità del Piazzale Molo Carlo Pisacane, davanti ad
un cassonetto della
spazzatura, era stato trovato il cadavere di una donna.
Si
trattava del corpo di una ragazza dell’Est Europa, di circa
vent’anni. Con
tutta probabilità era una prostituta; infatti, in quella
zona, ne circolavano
numerose di notte. Secondo le prime indagini, era stata uccisa per
ritorsione,
o dal suo protettore, o dall’organizzazione, che
l’aveva portata in Italia e
messa in strada. Il corpo era stato portato all’obitorio, ma
non era stato ancora
identificato.
Quando
Stefan apprese la notizia, un brivido freddo gli attraversò
il corpo: sospettò
subito che quella ragazza fosse legata ai suoi ritrovamenti. Espose,
dunque, i
suoi dubbi a Lena:
“Penso
che ci sia un collegamento tra la ragazza e la chiave da me
ritrovata”.
“Sarà
una coincidenza del tutto casuale. Come fai ad esser certo che esista
un nesso
tra il cadavere di quella ragazza e la tua chiave? Stai
fantasticando!”,
obiettò Lena.
All’improvviso
gli brillò un’idea per la testa:
“Puoi
portarmi all’obitorio? Voglio vedere la ragazza”.
“Certo
che posso portarti all’obitorio, ma non la conosci, cosa vuoi
vedere?”.
“Tu
portami all’obitorio, poi vedremo”.
davanti
al corpo di una bellissima giovane bionda, alta, che aveva una striscia
bluastra intorno al collo e vari ematomi diffusi sul corpo. Era stata
strangolata e percossa. Del sangue raggrumato le era rimasto sotto le
narici.
Stefan non poté non notare quel particolare e la cosa lo
confermò nella sua
ipotesi.
Fece
finta di avere un atto di misericordia nei confronti di quella povera
ragazza e
le accarezzò i capelli; in effetti, senza farsi notare, con
un movimento veloce
della mano le strappò un capello, che fece scivolare nella
sua tasca.
Quindi
si accomiatarono dall’agente mortuario e uscirono in fretta.
Lena non si era
accorta di niente:
“Ora
che hai visto il cadavere cosa hai concluso?”.
“Ora
ho la prova che quella chiave era della ragazza!”.
“Devi
essere tutto matto, come fai a dire una cosa del genere?”,
obiettò Lena con
tono canzonatorio ma benevolo, e gli accarezzò i capelli.
Stefan
si sentì compiaciuto e, per contraccambiare il gesto
d’affetto, mentre era
seduta al volante, le accarezzò la guancia destra.
Erano
entrambi eccitati, ma non lo diedero a vedere.
Intanto
si era fatto tardi ed avevano superato abbondantemente l’ora
di pranzo, Stefan
sarebbe dovuto tornare in Hotel, dove aveva il pranzo pagato, ma, per
sdebitarsi con Lena, la invitò a mangiare nel ristorante
più vicino. Qui
ordinarono un’ottima zuppa di pesce, delle seppioline fritte
e una bottiglia di
vino bianco, che li rese allegri e consolidò la loro intesa.
Stefan
non volle dire ancora nulla a Lena di quello che aveva fatto
nell’obitorio.
Dopo
aver mangiato, tornarono in commissariato, dove Lena era attesa per
espletare
alcune pratiche. Davanti alla porta si salutarono, dandosi un bacio
sulla
guancia, ma Lena all’improvviso si girò e il bacio
di Stefan le si stampò sulla
bocca. Risero entrambi, ormai tra loro c’era del tenero. Si
diedero
appuntamento per l’indomani mattina.
Stefan,
anziché tornare in hotel, si mise in giro alla ricerca di un
laboratorio di
analisi; lo trovò, entrò e chiese se facessero
esami comparativi del DNA. Gli
risposero di sì, ma era necessaria una settimana di tempo
per avere i
risultati.
Capitolo
III
Le
indagini di Stefan Furore.
Nell’attesa
che arrivassero i risultati dei campioni di DNA, Stefan e Lena si
videro tutte
le mattine, la loro intesa si andava rafforzando, trascorrevano insieme
giorni
in allegria, nel reciproco desiderio contenuto l’uno
dell’altro. Era per loro
come un gioco. Si desideravano, ma, nello stesso tempo, allenavano la
loro
capacità di attesa del momento giusto. Nel frattempo,
seguivano l’evolversi
delle indagini sulla morte di quella ragazza dell’Est.
Il
cadavere era stato identificato da alcune amiche della ragazza, si
trattava di
Irina Melnyk, di vent’anni. Era arrivata in Italia da una
cittadina Ucraina,
Berdychin, come tante sue connazionali, col miraggio di una vita
migliore, ma
era finita nelle mani della malavita locale e costretta alla
prostituzione per
le strade di Napoli, dalla malavita stessa eliminata con ferocia
perché aveva
osato ribellarsi. Queste erano state le risultanze delle indagini
condotte, con
molta superficialità, dalla squadra mobile per conto della
magistratura.
Finalmente,
trascorsa la fatidica settimana, Stefan si era recato al laboratorio di
analisi
per ritirare i risultati della comparazione del DNA. La sua convinzione
era
giusta: i due campioni esaminati appartenevano alla stessa persona,
cioè a
Irina Melnyk, poiché il capello era stato prelevato dal
cadavere della ragazza.
A questo punto, le indagini per Stefan prendevano un’altra
piega.
Subito,
dopo aver saputo la notizia, Stefan si era precipitato al commissariato
per
incontrare Lena. Come la vide, le sventolò, gongolante,
davanti al viso il referto
cartaceo delle analisi.
“Cos’è
questa cartaccia?”, chiese Lena divertita.
“Non
riusciresti mai a immaginarlo”, ribatté Stefan.
Lena
strappò il foglio dalle mani dell’amico. Lesse con
attenzione e incuriosita:
“Che
analisi sono queste?” disse.
Stefan
si decise a spiegarle tutto quello che aveva fatto a sua insaputa.
“Ah…
hai la testaccia dura, non ti arrendi mai, se sei convinto di una cosa,
tiri
diritto come un mulo”.
“Devi,
però, ammettere che avevo ragione io, se ti avessi rivelato
prima i miei sospetti,
certamente mi avresti impedito di andare avanti nelle
indagini”.
“La
chiave che hai trovato è, quindi, della ragazza?”.
“Penso
che sia quella del suo appartamento”, rispose Stefan.
Erano
entrambi eccitati, ora le indagini le avrebbero proseguite loro e non
sapevano
a quale conclusione potevano portare. Una cosa era certa, i fatti
criminosi
erano cominciati in tutt’altro punto della città e
il cadavere di Irina era
stato scaricato in via Marittima per depistare.
Innanzitutto,
bisognava accertare dove abitasse Irina e perché si trovasse
a quell’ora nella
villa comunale. Dalle indagini, condotte dalla squadra mobile,
risultava che il
riconoscimento del corpo della ragazza era stato fatto da due sue
amiche: Alina
Koval e Olga Lysenko, entrambe domiciliate in via Giacomo Piscicelli,
non
lontano dal commissariato di San Ferdinando; bisognava sentirle.
Senza
frapporre indugio, si recarono a casa delle due ragazze ucraine.
Trovarono solo
una di loro: Alina; Olga non c’era, era uscita. La ragazza,
come vide la divisa
da poliziotto di Lena, ebbe un sussulto, sembrava impaurita, aveva
capito che
erano lì per la morte di Irina.
Lena
le chiese:
“Conoscevi
Irina Melnyk?”.
“Si.
Eravamo amiche”.
“Dove
abitava Irina?”.
“In
un mini appartamento, in via San Sebastiano, alle spalle di piazza
Dante, al
numero 65, era l’ex appartamento del portiere”.
“Che
mestiere faceva Irina?”.
Alina
ebbe un attimo di esitazione, ma era necessario confermare quello che,
in
precedenza, aveva detto alla polizia:
“Faceva
la prostituta, la sera adescava i clienti in via Marittima”.
Queste
parole non convinsero, del tutto Stefan, che la incalzò:
“Ma
allora che ci faceva alle due di notte nella villa comunale?”.
Alina
cominciò a mordicchiarsi le labbra e
tremante rispose:
“No!
Non ci stai dicendo la verità, cara Alina”,
obiettò Lena. “Perché hai
così
tanta paura, da tremare?”.
“Irina
era stata avvicinata da una gang di camorristi, che le avevano offerto
la loro
protezione, ma lei aveva rifiutato. E’ per questo che
è stata uccisa. Ora se
vengono a sapere che ho parlato ammazzano anche me”.
“Non
preoccuparti, puoi parlare liberamente, tutto quello che ci dirai,
resterà tra
noi, ti prometto che non avrai nessuna noia”, con queste
parole Stefan cercò di
tranquillizzarla.
“
D’accordo, ma mi dovete promettere di non dire niente a
nessuno del nostro
incontro e dovete assolutamente prendere gli assassini di Irina. Solo
così sarò
al sicuro!”.
Alina
esitava ancora a parlare e si guardava intorno, quasi a cercare un
riparo
sicuro.
A
questo punto, Stefan con voce suadente le disse:
“Dai,
non preoccuparti, dicci la verità, noi vogliamo proteggerti
da quella brutta
gente”.
“Irina
faceva la barista nel locale ‘U Scartellato’
in via Chiaia e non ha mai fatto la prostituta. Non so
altro”, ammise
Alina.
Stefan
e Lena la confortarono a lungo e le promisero che avrebbero fatto
arrestare gli
assassini. Poi la salutarono ed andarono via.
Avevano
ottenuto ciò che volevano: l’indirizzo del suo
appartamento e il nome del locale nel quale aveva lavorato
Irina.
Dovevano, innanzitutto,
recarsi al ristorante
‘U scartellato’ per raccogliere altre prove.
Al
banco del ristorante c’era una nuova ragazza che, quando
chiesero di Irina, non
seppe dare nessuna informazione.
Al
nome di Irina vennero loro incontro due giovanotti, ben piazzati e
dall’aria
decisa che chiesero:
“Dite
pure a noi”.
“
Sono il commissario di polizia Maddalena De
Rosa, questi è il vice questore Stefan Furore,
sappiamo che qui lavorava
Irina Melnyk, vogliamo sapere dove trovarla”.
I
due giovanotti si guardarono e, al nome di polizia, immediatamente,
mitigarono
la loro baldanza ed uno dei due rispose:
“Ha
lavorato qui solo per poche settimane, poi, all’improvviso,
è andata via, senza
un perché, ora non sappiamo dove si trovi”.
“Con
chi ho l’onore di parlare?”, chiese Lena.
“Siamo
due vigilanti, in servizio in questo locale”.
“Bene!”,
rispose Lena, “sto quindi parlando con due colleghi. E
perché mai questo locale
dovrebbe essere sorvegliato, chi lo minaccia?”.
“No!
Non lo minaccia nessuno. Siamo qui per precauzione. Spesso da queste
parti
passano dei brutti ceffi, appartenenti a qualche clan camorrista, in
cerca di
tangenti”.
“Ah…
capisco. Il proprietario ha paura della camorra e per questo ha assunto
voi”,
rispose Lena, in tono ironico.
“Mi
sapete dire il nome del proprietario del locale e dove possiamo
trovarlo?”.
Ancora
una volta i due si guardarono e, nei loro occhi, passò una
luce sinistra. Poi
sempre lo stesso giovane rispose:
“Il
proprietario del locale è il signor Ciro Esposito, se volete
parlargli potete
venire qui, dopo le nove di sera”.
Mentre
uscivano, incrociarono una ragazza che puliva i tavoli, Stefan si
rivolse a lei:
“Conoscevi
Irina?”.
“Si,
era la ragazza del bar”.
“Sai,
dove possiamo trovarla?”.
“Ho
saputo che è morta”.
Come
i due giovani si accorsero che stavano rivolgendo domande alla ragazza
si
riavvicinarono e:
“Vi
abbiamo detto che non sappiamo altro di questa Irina”,
dissero in tono bonario,
facendo capire che dovevano uscire. Naturalmente avevano mentito,
sapevano
benissimo che Irina era morta.
Lena,
che era in servizio al commissariato di San Ferdinando già
da alcuni anni,
aveva capito che quel locale era in odore di camorra e, con molta
probabilità,
quei due ‘vigilanti’ erano i guardia spalle del
‘boss’, padrone del locale.
Si
era fatta l’ora di pranzo, per cui Stefan invitò
Lena ad andare a mangiare al
ristorante del suo albergo. Salirono al nono piano, entrarono nella
veranda e
si sedettero ad un tavolo di fronte al mare. Dopo il colloquio con quei
due
loschi individui, la loro disposizione d’animo era divenuta
tesa. Il panorama
del Golfo di Napoli cambiò loro l’umore. La
giornata era splendida e il mare,
visto dalla veranda, aveva almeno quattro sfumature di colori: azzurro
topazio,
vicino a riva, verde smeraldo più avanti, blu brillante e
poi di nuovo blu
scuro, quasi viola, là in fondo, lontano, dove volavano due
grossi gabbiani.
Quella fantasmagorica variazione di
colori aveva rasserenato i loro animi, ora respiravano
un’atmosfera serena,
quasi da innamorati.
Stefan
si rivolse a Lena e, con tono soffuso, le disse:
“Ora
dobbiamo fare il punto della situazione. Per prima cosa, sappiamo che
Irina non
è stata uccisa lì dove è stata
trovata, che, alle due di notte, era nella villa
comunale e che probabilmente qualcuno l’ha presa con la forza
e caricata in
macchina. Il locale, dove lavorava con molta probabilità,
era di proprietà di
un capo camorra e i
dipendenti erano
stati diffidati dal parlare di Irina”.
“Quindi”,
rispose Lena, “probabilmente quei due giovinastri sono da
collegare al
delitto”.
“Ora
mangiamo, questa sera, dopo le nove, andremo a dare uno sguardo
nell’appartamento di Irina”.
Assaporarono
tante cose buone, bagnate da un ottimo vino bianco, che
contribuì a rallegrare
la loro conversazione. Si guardavano negli occhi languidamente, con un
infinito
desiderio di possedersi reciprocamente. Alla fine del pranzo, scesero
nella
camera di Stefan e Lena si buttò sul divano, mettendo in
mostra le sue candide
gambe, scoperte quasi fino all’inguine. Stefan non
poté fare a meno di
guardarle, si sedette accanto a lei e, come per incanto, si trovarono
avvinghiati l’uno all’altra. Erano stretti in un
amplesso pieno di desiderio,
si baciavano con passione e si accarezzavano; le mani di Stefan si
posarono su
una gamba di Lena e pian piano risalirono fino ad accarezzarla in mezzo
alle
cosce. A quel punto, la passione era arrivata al culmine, in un attimo
si
spogliarono e si infilarono sotto le coperte.
Quando
si alzarono, si era fatto ormai sera, erano passate le venti. Bisognava
rivestirsi ed andare nell’appartamento di Irina, con la
speranza che nessuno li
vedesse.
Arrivarono
in piazza Dante. Dopo le ventuno, c’era ancora tantissima
gente per la strada.
Lena si era tolta la divisa ed aveva indossato una camicia di seta a
fiori, che
Stefan le aveva prestato. Per non dar nell’occhio,
passeggiavano abbracciati
come una coppia di fidanzati. Risalirono per Port’Alba e
girarono per via San
Sebastiano. Si fermarono per un attimo davanti ad un portone al numero
65, non
sapevano se la chiave lo avrebbe aperto oppure se fosse la chiave di un
appartamento interno.
Stefan
si avvicinò e provò ad aprirlo, ma inutilmente,
la chiave non entrava nella
serratura. Ecco che era sopraggiunto un problema: per accedere
all’appartamento, era necessario aprire il portone.
Lena
e Stefan, per un attimo, si domandarono come avrebbero potuto fare. Poi
Lena si
avvicinò al citofono, lesse i nomi degli inquilini e
suonò un campanello a
caso:
“Pronto
signora, potete per cortesia aprirci il portone? Dobbiamo andare a casa
dei
signori Caiazzo”.
Sentirono
il rumore dell’apertura automatica del portone ed entrarono.
Al piano terra,
sulla sinistra delle scale, c’era la porta di un
appartamento, capirono che era
quella dell’ex-portiere. Stefan provò ad infilare
la chiave in suo possesso
nella serratura, questa volta vi entrò con
facilità, due giri e finalmente la
porta si aprì.
Capitolo
IV
Ricostruzione
del delitto.
Entrarono
e richiusero subito la porta, in modo che nessuno potesse vederli. Con
stupore
notarono che l’interno dell’appartamento era
sottosopra, tutto era stato
buttato sul pavimento. Prima di loro sicuramente erano entrate altre
persone
alla ricerca di qualcosa. Ma cosa? L’avevano trovata o erano
rimasti delusi?
Provarono a guardare dappertutto, ma non avevano idea di cosa cercare.
Tutti i
cassetti erano stati rivoltati, in cucina le antine dei pensili erano
spalancate e le stoviglie rotte sparse sul pavimento. In camera da
letto
l’armadio era aperto ed i vestiti buttati a terra, anche il
materasso del
divano, tutto tagliuzzato, giaceva a terra; la loro ricerca era
veramente
difficile. All’improvviso, Stefan notò che, sparse
per terra, insieme a
giornali e fogli vari, c'erano delle vecchie carte da gioco napoletane,
alcune erano
rappezzate col del nastro
adesivo. Nel guardarle, gli venne alla mente il gioco delle tre carte:
aveva
notato, infatti, che un sottile elastico avvolgeva una di esse.
Ricordava
con esattezza le parole di chi conduceva il gioco mentre, su un tavolino
improvvisato, le lanciava con
destrezza e diceva:
“Questa
vince, questa perde, dov'è l'asso di denari?”.
“Ma
certo!”, esclamò, “nel gioco delle tre
carte spesso, per renderle più pesanti e
non farle girare al momento del lancio, un elastico, avvolto intorno ad
esse,
regge sulla lato superiore una tavoletta di legno”.
Stefan
non si sbagliava, infatti, frugando tra le carte, trovò che
solo tre erano
avvolte da un sottile elastico intorno; sicuramente c'era una relazione
tra il
gioco delle tre carte e quelle buttate lì per terra. Quel
particolare doveva
indicare qualcosa, ma cosa? Non riusciva
proprio a risolvere quello strano enigma.
Lena
si avvicinò a Stefan, che, nel frattempo, le aveva raccolte
tutte in un unico
mazzo e, incuriosita,
chiese:
"Cosa
hai trovato di interessante in quel vecchio mazzo di carte ?".
"E'
molto strano, solo tre sono avvolte da un sottile elastico", rispose
Stefan , pensieroso.
"Si!
Credo che, chi lo ha fatto, volesse lasciare un'indicazione, magari per
ricordarsi qualcosa, come si fa col nodo ad un fazzoletto; ma non
riesco a
capire cosa. E' come un rebus che deve essere compreso e risolto".
"Ma,
non è piuttosto, un vecchio mazzo di carte che è
servito per giocare!",
sentenziò Lena.
"No,
non lo è!", rispose in tono perentorio Stefan.
E
lentamente cominciò a girare le tre carte, una alla volta.
Erano: il due di coppe, il sette di spade e l'asso
di bastoni... ma
c'era qualcosa che non lo convinceva.
Come
un lampo gli passo nella mente un ricordo: la carta vincente era sempre
l'asso
di denari.
Quindi
la terza carta era un inganno. Bisognava trovare l'asso di denari!
Freneticamente
girò, una per una, tutte le carte fino a quando, sotto ad
una di esse, comparve
un sottilissimo foglietto bianco, che ne celava la figura ed era
attaccata a
questa col nastro adesivo.
Con
molta cautela, iniziò a scollare il nastro, facendo
attenzione a non strappare
il foglio, quando ebbe finito notò, con soddisfazione, che
sotto al foglietto
bianco c'era raffigurato proprio l'asso di denari.
Allora,
con trepidazione, certo di avere risolto l'enigma, girò il
foglio e sul lato
posteriore, vide che, con una pessima calligrafia,
c'era scritto:
“El
Mayo” Avenida San Juan calle 44 , 127
Medellín, seguito da un lungo numero telefonico:
"57-604-3124083..."
e, più in basso, Luca Affossore.
Con
un moto di orgoglio lo porse a Lena e disse:
"Guarda
anche tu, cosa c'è scritto, è un indirizzo! Vedi
se ti dice qualcosa? Certo che
era, veramente, ben nascosto!".
Lena
lo prese con delicatezza, non voleva che si rovinasse, lo lesse con
attenzione
e, visibilmente soddisfatta, esclamò:
Di
rimando Stefan rispose:
“Come
mai gli uomini, che hanno perquisito l’appartamento prima di
noi, non lo hanno
trovato? Chi sono,
dunque, questi ‘Luca
Affossore’ ed ‘El
Mayo’?”.
A
queste domande Lena replicò:
“Non
tutti hanno la tua intelligenza! E Irina contava proprio su questo, nel
nascondere il biglietto. Gli Affossore sono una delle famiglie di
camorristi
più in vista di Napoli, però noi della polizia
non siamo mai riusciti a trovare
nessuna prova contro di loro”.
“Ora
capisco” disse pensieroso Stefan, “Probabilmente,
questo è ‘il biglietto’, che
cercavano gli uomini degli Affossore, quando hanno messo tutto a
soqquadro, ma
non sono riusciti a trovarlo…” “Ma come
mai si trovava così ben nascosto
nell’appartamento di Irina? Come ne era venuta in
possesso?”.
“L’indagine,
a questo punto, si fa molto più complicata”,
ribatté Lena e rivolta a Stefan:
“Devo
ammettere, dott. Furore, che sta sollevando un gran vespaio”.
“Irina
è stata molto brava nel nascondere il foglietto, ma sei
stato molto più bravo
tu nel trovarlo” disse Lena, saltando al collo di Stefan e
dandogli un bacio.
Uscirono,
dunque, dall’appartamento, cominciava a venir fuori un quadro
ben più complesso
di quanto avessero immaginato.
Rivolto
a Lena, Stefan disse:
"Cerchiamo
di fare il punto della situazione: Irina Melnyk non era una prostituta
e non è
stata uccisa da presunti protettori perché si era opposta
loro.
Lavorava
invece come cameriera in un locale,
in
via Chiaia, il cui proprietario è in presunto odore di
camorra.
Irina
non è stata uccisa in Via marittima, ma portata
là, in un secondo momento, per
depistare le indagini, dopo essere stata presa con la forza nella villa
comunale.
Ma
cosa ci faceva Irina, alle 2 di notte,
nella villa comunale? Era troppo lontana dal suo
appartamento! ".
"Ma
molto più vicina a quello delle due sue amiche... Non ci
resta che tornare a
casa di Alina Koval e Olga Lysenko, nella speranza che sappiano ben
più di
quello che ci ha già detto Alina”,
ribatté Lena, “Ora, si è fatto tardi.
Ci
andremo domattina”.
Il
giorno dopo, di primo mattino, Stefan si svegliò di buon
umore, aprì la
finestra della sua camera d’albergo e restò
incantato ad osservare la bellezza
del golfo di Napoli ed, in lontananza, l’isola di Capri. Si
fece una bella
doccia ristoratrice e si vestì di tutto punto con il solito
abito a doppio
petto con la punta di un fazzolettino, che usciva dal taschino della
giacca.
Scese
al bar a fare colazione e telefonò a Lena, fissando il posto
in cui si
sarebbero visti.
Di
comune accordo, decisero di vedersi alla villa comunale, volevano fare
un
ulteriore sopralluogo nel punto in cui era stata rapita Irina.
Verso
le dieci, Lena intravide da lontano Stefan, gli corse incontro e lo
baciò
appassionatamente.
“Cosa
facciamo, Stefan?”.
“Vediamo
se riusciamo a fare chiarezza su questo disgraziato caso”,
rispose Stefan.
“Ora
è inutile andare a casa delle ragazze, sicuramente staranno
lavorando”, ribadì
Lena.
“Certo!
Dovremo andare a casa loro verso le due; a quell’ora, avranno
sicuramente
finito il loro turno di lavoro e saranno rientrate per il pranzo. Nel
frattempo, diamo uno sguardo alla villa, vediamo se troviamo qualche
indizio
che ci riveli dove possa essere avvenuta una lite ”.
Di
buon accordo ed allegramente girarono per la villa comunale, senza
trovare ,
però, alcun altro indizio.
Si
fermarono ad un chiosco,
si sedettero ad
un tavolino all’aperto, ordinarono un caffè
ristretto e godettero della vista
di quella fantastica oasi floreale: era una bella giornata di sole, gli
uccelli
svolazzavano tra i rami degli alberi e l’erbetta delle aiuole
sembrava uno
splendido tappeto verde, ricamato da una
miriade di fiorellini variopinti.
Si
lasciarono accarezzare da una fresca brezza, che spirava dal mare e si
guardavano con occhi languidi e sognanti.
Passarono,
così, una buona mezzora; poi si alzarono e si avviarono
verso Lungomare
Caracciolo,
Passeggiarono,
ammirando, in un colpo d’occhio, la maggior parte delle
bellezze che
caratterizzano la città di Napoli: il Vesuvio,
l’isola di Capri, Castel
dell’Ovo ed il promontorio di Posillipo. Arrivarono a via Partenope dove si
trovano i più celebri
ristoranti “fronte mare” della città, e
rinomate pizzerie come Sorbillo,
Lievito Madre al Mare, e Vesi Pizzagourmet e poiché si era
fatta quasi
l’ora di pranzo entrarono nel
ristorante Santa Lucia.
Qui
ordinarono: antipasto misto di affettati e mozzarella di bufala,
ravioli al
gambero rosso, con sfoglie di tartufo e una spruzzata di limone,
ricciola in
tartare con pezzetti di mandorle e avocado, due fette di torta ricotta
e pera,
due coppe di champagne, una bottiglia di acqua frizzante e, per finire,
due
caffè ristretti alla napoletana.
Quando
videro che si erano fatte le ore 13,30, chiesero il conto, che Stefan
pagò,
e uscirono per
recarsi a casa delle
amiche di Irina in via Giacomo Piscicelli.
Qui
giunsero poco dopo le 14, ad aprirli venne Alina, che, come li vide,
sbiancò e
chiese in tono quasi
supplichevole:
“Cosa
volete ancora?”.
Subito
dopo si affacciò l’altra compagna Olga Lysenko,
che, senza frapporre indugio e
in modo deciso, li fece entrare ed accomodare su un divanetto del
soggiorno.
Poi, rivolta a Lena, disse:
“Alina
mi ha detto che siete della polizia e siete venuti già
l’altro giorno,
chiedendo notizie della povera Irina. Alina è molto timorosa
e non vuole esporsi,
io, invece, intendo che si faccia giustizia sull’uccisione
della mia migliore
amica Irina, per cui vi dirò tutto quello che so.
Io,
Alina e Irina eravamo tre ragazze provenienti tutte da una cittadina
Ucraina,
Berdychin. Siamo venute in Italia, come tante di noi, in cerca di
fortuna,
perché in patria facevamo la fame.
Io
ero particolarmente amica di Irina; infatti, ci conoscevamo
dall’infanzia.
La
sera del 15 maggio, verso le 10,30, terrorizzata e tremante,
è venuta qui
Irina, noi l’abbiamo fatta sedere e confortata. Ci ha detto
che nel pomeriggio
nel locale, dove lavorava: U Scartellato, c’era stato un gran
viavai di gente,
si era accorta che spesso il cassiere incassava i soldi senza
registrare
l’incasso. Poiché lei era fortemente indebitata e
bisognosa di denaro, aveva a
lungo meditato che, forse, quello era il momento giusto per trafugare
qualche
banconota
dalla cassa, senza che nessuno se ne accorgesse. Poi, verso sera, era
arrivato
il ‘boss’ seguito da una lunga fila di scagnozzi,
insieme a due grassi e grossi
individui dall’aspetto sudamericano. Erano entrati nel retro
del locale dietro
a una porticina, coperta da un tendone. Davanti alla porta si erano
collocati
due scagnozzi, come guardiani. Dopo una mezzoretta circa, erano usciti
tutti
sorridenti ed allegri. Però, prima di uscire dal locale, il
‘boss’ si era
staccato, un attimo, dalla compagnia, si era recato alla cassa, dove
aveva
depositato una mazzetta di denaro e subito dopo aveva raggiunto gli
altri,
uscendo tutti insieme.
Irina
aveva tenuto d’occhio ogni movimento, soprattutto i depositi
alla cassa, poiché
aveva intenzione di trafugare qualche centinaio di euro.
Verso
le ventuno, in un momento in cui tutto il personale non badava a lei,
furtivamente si era recata alla cassa e aveva preso cinque banconote da
cento
euro, sicura di non essere scoperta. Poi, come tutte le sere, aveva
salutato ed
era andata via con la refurtiva.
Per
strada si era già pentita di ciò che aveva fatto
e sarebbe tornata volentieri
indietro, ma non poteva. Le era venuta una gran paura e, una volta
giunta a
casa, aveva cercato un nascondiglio dove riporre il denaro rubato. Nel
contare
le banconote, si era accorta che in mezzo c’era un
bigliettino, con il logo del
locale ‘U Scartellato’ e con degli appunti scritti
dietro, a penna.
La
circostanza l’aveva ulteriormente messa in allarme,
perché aveva capito che
quel biglietto doveva essere qualcosa d’importante. Lo aveva
strappato, buttati
i pezzetti nel vaso del bagno e tirato lo scarico, per farli sparire,
solo
dopo, però, aver copiato, il contenuto degli appunti su un
foglietto bianco.
Aveva cercato un nascondiglio, secondo lei abbastanza sicuro, dove
metterlo e
impaurita era venuta qui da noi…” Olga prese
fiato, poi continuò: “Anche noi ci
siamo messe una gran paura, gli scagnozzi del
‘boss’ sanno benissimo che Irina
era nostra amica e conoscono la nostra abitazione. Sarebbero
sicuramente venuti
a controllare, per
cui le abbiamo
consigliato di nascondersi da qualche altra parte. Subito dopo
è uscita e non
l’abbiamo più vista fino a quando non abbiamo
avuta la notizia della sua
morte”. Qui, Olga fece una lunga pausa e cominciò
a singhiozzare.
Sia
Lena che Stefan la confortarono e le promisero che avrebbero fatta
giustizia,
portando in galera gli assassini e tutti coloro che erano coinvolti nel
delitto.
Dopo
avere ampiamente ringraziato Olga ed anche Alina, si accomiatarono.
Appena
giunti in strada, rivolto a Lena, Stefan disse:
“A
questo punto, provo a fare un quadro generale delle indagini: Irina
è venuta in
Italia con le sue due amiche per lavorare, è arrivata a
Napoli, dove ha trovato
lavoro come barista nel ristorante ‘U Scartellato’
in via Chiaia, intestato
come prestanome ad un tal Ciro Esposito, ma di proprietà del
capo camorrista
Luca Affossore, dedito soprattutto allo spaccio di droga, che comperava
da un
certo El Mayo, con molta probabilità un colombiano o un
messicano; questo lo
appurerete voi, visto che ora Irina vi ha fornito anche il suo
indirizzo sul
foglietto”.
Poi
proseguì:
“Sappiamo
inoltre come, involontariamente, Irina sia venuta in possesso di quei
dati così
importanti, che Luca Affossore aveva accuratamente nascosto tra il
denaro
dell’incasso del locale. Credo che, anche su questo punto,
potrete fare luce
certamente meglio voi della polizia.
La
notte del 15 maggio, il ‘boss’, una volta tornato
nel locale, si è subito
recato in cerca del biglietto e del danaro nascosto nella cassa. Non
avendolo
trovato, avrà messo in moto mari e monti ed avendo
immaginato quello che era
successo avrà dato ordine ai suoi scagnozzi di ritrovare
Irina a tutti i costi.
Mentre io ero seduto sulla panchina della villa comunale, Irina
è stata
trovata, rapita e picchiata, proprio da quei due energumeni, che ci
hanno
affrontato nel ristorante. Infatti, uscita dalla casa delle amiche, non
sapendo
dove andare, avrà girovagato per le vie di Napoli e, a
mezzanotte,
probabilmente stanca si sarà poggiata su qualche panchina
della villa comunale.
Qui l’hanno trovata e picchiata per farla parlare. Nella colluttazione Irina
ha perso la chiave
del suo appartamento ed un rivolo di sangue dal naso è
caduta sull’erba.
L’hanno presa, portata con la forza in macchina e sono
partiti sgommando.
Speravano di trovarle addosso il biglietto coi soldi, ma la ragazza li
aveva
nascosti in casa. Purtroppo, conosciamo l’epilogo: la ragazza
è stata
strangolata e, per depistare le indagini, scaricata in un luogo battuto
dalle
prostitute. Che ne dici? Ti sembra giusta la mia
ricostruzione?”, concluse
Stefan rivolto a Lena.
“Perfetto!
Si vede che sei un ottimo reporter e…”, soggiunse,
“un ottimo bocconcino”.
Risero,
erano entrambi contenti di aver risolto il caso e aver portato alla
luce un
pericoloso traffico di droga. Si presero per mano e si avviarono verso
la
macchina di servizio di Lena.
Non
avevano ancora cenato. Ormai era quasi mezzanotte e il ristorante
dell’hotel
era chiuso; dunque, si misero alla ricerca di una pizzeria. La
trovarono non
distante dall’albergo, mangiarono una pizza, ma soprattutto
bevvero a volontà;
così, alla fine, erano molto allegri e quasi non si
reggevano
in piedi. Non restava altro da fare che andare nell’hotel a
dormire...
Fine