Raffaele Fuccella






La signora col cappello


 


Personaggi: (già noti nel romanzo “Il caso covid 18”).

 

Stefan Furore: giornalista redattore del giornale L’Eco d’Italia.

Morena Mordelli: fidanzata di Stefan e collega d’ufficio.

Nathan Maven: superiore di Stefan e Capo redattore del giornale.

Sharon: moglie di Nathan ed ex amante di Stefan.

Angela e Riccardo: colleghi di redazione di Stefan.

 

Nuovi Personaggi:

 

Giovanna Eriberti: vittima.

Giulia: sorella della vittima.

Claudio: fratello della vittima.

Alberto Dravalone: marito di Giulia.

Valeria: figlia naturale di Alberto e figliastra di Giulia.

Berenice Levati: avvocato difensore di Claudio.

Luisa Stripponi  e Dorotea Occhitorvi: entrambe amiche della vittima, indagate da Stefan.

 

Ambientazioni:

 

Roma: centro storico della città  e redazione del giornale Eco d’Italia.

 

Capitolo I

Il rientro a Roma di Stefan Furore

 

Quella mattina all’aeroporto di Fiumicino oltre a Morena c’era l’intera redazione del giornale ad attenderlo, compreso il capo redattore Nathan Maven con sua moglie Sharon.

Stefan scese dall’aereo proveniente da Londra, era molto emozionato nel rivedere tutti gli amici che lo attendevano.

Appena mise piede a terra, Morena gli corse incontro e gli buttò le braccia al collo, lo strinse intensamente a sé in modo da comunicargli tutto il suo affetto e la gioia di rivederlo; tutti gli amici gli si strinsero intorno e, felici, si congratularono con lui.  Anche il suo capo redattore Nathan gli porse la mano sorridendo e  gliela strinse con vigore in segno di compiacimento; Sharon lo abbracciò forte, mentre un brivido le percorreva le membra.
Si avviarono allegri verso l’uscita, fuori dall'aeroporto c'erano tre macchine ad attenderli, vi salirono: Sharon sulla macchina del marito Nathan,  Stefan su quella della fidanzata Morena e Riccardo,  insieme agli altri due impiegati del giornale sulla macchina di Angela.

Stefan era convinto che sarebbero andati tutti nella redazione  del giornale in piazza Trilussa, invece le macchine si fermarono davanti all'hosteria "Dei Numeri Primi". Qui scesero, e con grande sorpresa di Stefan, in alto, al di sopra della porta del locale vide un grosso striscione colorato con la scritta "Bentornato Stefan". Sull'uscio, inoltre,  c'erano ad attenderlo altri amici e dipendenti del giornale, che non appena saltò fuori dalla macchina, cominciarono a batterli le mani e a gridare: "bentornato Stefan".

All'interno del locale, proprio al centro, c'era un gran tavolone tutto imbandito, pronto ad ospitare a pranzo tutti loro.
Mangiarono a crepapelle e brindarono tutti insieme finché, brilli si alzarono barcollanti e si avviarono a piedi verso la redazione del giornale, che era poco distante dal locale.
Con grande stupore e piacere di Stefan trovò gli uffici tutti allestiti con altri grandi striscioni inneggianti a suo nome, che Morena aveva sistemati il giorno prima. Poiché erano tutti un po' stanchi si sedettero sul divano e sulle poltrone che erano state messe nell'ingresso tutte intorno.
Stefan si accomodò su un'ampia e comoda poltrona e Morena gli si sedette sulle gambe, dicendo: "Ora, Stefan, ci racconterai tutto della tua avventura in Cina".
Il capo redattore Nathan Maven gli si avvicinò e sottovoce gli sussurrò all'orecchio:
"Stefan, non hai niente per me?"
Stefan infilò la mano nella tasca prese la chiavetta usb, che conteneva tutti i dati che gli interessavano, e guardandolo con un sorriso sornione, allungò la mano e fingendo di stringerla in forma di riconoscenza, per la bella accoglienza organizzata, gli passò la pen-drive.
Nel frattempo tutti gli amici gli si erano stretti intorno per ascoltare la storia che Stefan cominciò a raccontare.
Alla fine l'idea di Nathan di aver voluto allontanare Stefan da sua moglie Sharon si era rivelata un cattivo affare. Infatti la moglie Sharon non aveva per nulla  affievolito la sua infatuazione per Stefan, ora, nella sua mente, era diventato un eroe.
È pur vero che Sharon non passava più per la redazione del giornale, volendo far credere che non nutriva, ormai, alcuna passione per Stefan; ma  lo sguardo e  l'abbraccio che si erano scambiati  quando era sceso dall'aereo presagivano ben altro.
Un risultato, almeno, Nathan lo aveva ottenuto: nella redazione non c'erano più bisbigli, né sguardi d’intesa tra i vari impiegati ogni volta che lui usciva dal suo ufficio per recarsi nella stanza del redattore  dott. Stefan Furore.
A sua volta Stefan si mostrava sempre molto cortese e gentile nei confronti del suo capo, come se non fosse  accaduto mai nulla tra loro e facendo intendere che, da parte sua, non provava più nessun interesse per Sharon.


Capitolo II

Il delitto di via Margutta

 

Alcuni mesi dopo il rientro a Roma di Stefan, Morena era andata a convivere con lui nella sua casa di via Giulia, voleva averlo tutto per sé e tenerlo sotto stretto controllo; sapeva bene che Stefan era un amante di tutte le cose belle e non facevano certo eccezione le donne. Ogni volta che conosceva una bella donna ne restava affascinato. Bisogna anche dire, in onor del vero, che non era mai stato lui a cominciare una relazione sentimentale con le altre donne, ma erano state sempre loro che, o esplicitamente o con atteggiamenti allusivi, avevano innescato la tresca.

Un giorno, quando ormai era stato tutto dimenticato sul caso covid, Morena fu mandata dalla redazione a raccogliere informazioni su un delitto avvenuto in via Margutta.

Una signora di 67 anni era stata rinvenuta nel suo appartamento, in una pozza di sangue.

Morena si era recata subito sul luogo e, davanti al portone del palazzo dove era avvenuto il delitto, aveva trovato in lacrime una sua cara amica, Giulia Eriberti.

Giulia era stata professoressa di lettere dell’alunna Morena Mordelli durante gli anni del liceo e in seguito avevano stretto una bella amicizia ed erano rimaste in contatto, vedendo la sua ex allieva, le aveva gettato le braccia al collo e l’aveva implorata:

“Aiutami, Morena, cerca di far luce su questo orrendo delitto. È stata uccisa mia sorella Giovanna”.

Morena era rimasta molto scossa da quella notizia e aveva cercato con parole affettuose di alleviare il dolore dell’amica. Giulia, nonostante l’età non più giovane, era ancora una bella donna, alta, bruna e dal portamento elegante. Ma in quella circostanza era talmente affranta e agitata da apparire quasi ricurva. Dopo averla confortata, Morena la portò con sé in un bar vicino e le offrì una tazza di camomilla.

Dopo essersi calmata e aver ripreso il suo consueto aspetto sereno ed educato, Giulia aveva  insistito:

“Morena, aiutami a capire per quale motivo mia sorella è stata uccisa. Gli agenti di polizia mi hanno impedito di vederla, ma ho sentito che l’hanno trovata riversa a terra con accanto un coltello insanguinato”.

Morena, commossa, le rispose:

“Non preoccuparti, mi occuperò personalmente di indagare a fondo, anzi certamente coinvolgerò nelle indagini il mio fidanzato Stefan che è un ottimo investigatore”.

Fu così che, al ritorno in redazione, Morena andò di corsa nell’ufficio di Stefan e gli riferì l’accaduto:

“Ti prego, Stefan, facciamo qualcosa per aiutare Giulia”.

“Certo, Morena. Non preoccuparti, indagheremo e vaglieremo insieme tutte le prove raccolte dalla polizia”, la rassicurò Stefan.

Il giorno dopo vennero a sapere che la polizia aveva fermato il fratello di Giovanna e Giulia, Claudio, che  era stato ufficialmente incriminato dell’uccisione della sorella.

Le prove contro Claudio erano schiaccianti: impronte sull'arma del delitto (un coltello trovato accanto al cadavere), video della telecamera, posta davanti al portone dell'abitazione di Giovanna, che lo riprendeva mentre entrava e usciva dalla casa della sorella all'ora del delitto, testimoni che asserivano di aver udito un’animata discussione tra fratello e sorella, avvenuta poco prima che Claudio uscisse dalla casa della sorella, sbattendo la porta.

La polizia riteneva, inoltre, che un probabile movente potesse essere una richiesta di denaro non soddisfatta.

Ora toccava a Stefan e Morena verificare le prove raccolte dalla polizia inquirente.

La prima cosa da fare, secondo Stefan, era recarsi a casa di Giulia e interrogarla in merito alla vicenda.

Infatti fu la prima cosa che fecero quella mattina. Salirono al secondo piano di un antico palazzo in via Soderini, non molto lontano da via Margutta; Giulia li accolse con molto calore, li fece entrare in un bel salotto, ricco di arazzi alle pareti e li fece accomodare su un divano di broccato a fiori giallo paglierino.

Morena con molta gentilezza cominciò a parlare:

“Professoressa Giulia, le  presento il mio fidanzato Stefan Furore, investigatore reporter dell’Eco d’Italia, giornale in cui lavoriamo”.

Dal canto suo Giulia strinse con cortesia la mano di Stefan e rispose:

“Ho molto piacere di conoscerla, dott. Furore, Morena mi ha spesso parlato di lei.

Comunque, cara Morena, non mi pare il caso di darci del lei visto che ci siamo sempre dati del tu”.

Senza frapporre indugi, Stefan entrò subito nel merito della questione:

“Gentile signora, abbiamo letto le risultanze delle indagini della polizia e non le nascondo che siamo molto preoccupati perché, come lei ben sa, suo fratello è stato arrestato con l’accusa di essere stato l’autore del delitto di sua sorella. Le prove a suo carico sono molto pesanti. Vorremmo sapere da lei quali erano i rapporti tra voi sorelle e vostro fratello”.

Giulia scoppiò in un pianto dirotto e mentre piangeva borbottava tra sé: “non è possibile, non è possibile”.

Morena cercò di confortarla  abbracciandola forte e dicendole: “Non preoccuparti vedrai che tutto si risolverà per il meglio. È stata, come al solito, un’ipotesi azzardata della polizia, cercheremo di fare luce noi sulla verità”.

Appena Giulia si fu calmata, Stefan ripropose la domanda:

“Signora, vorremmo sapere da lei quali erano i rapporti con suo fratello”.

Dopo un attimo di silenzio, necessario a Giulia per raccogliere le idee, rispose:

“Io sono fermamente convinta dell’integrità di mio fratello, era molto affezionato a Giovanna, non lo avrebbe mai fatto! Per cortesia aiutatemi a dimostrare la sua innocenza”. Poi, con tono pacato, ma sicuro, cominciò a raccontare le ultime vicende della sua famiglia:

“Devo necessariamente fare un excursus della nostra vita precedente… Siamo due sorelle ed un fratello, appartenenti ad una  famiglia molto ricca di Roma: la famiglia Eriberti. Alla morte di nostro padre, abbiamo ereditato un grande patrimonio, costituito da un villino a due piani con giardino, dotato di numerose stanze con affreschi di pittori famosi in via di Villa Giulia e da un’ingente somma di denaro.

Di comune accordo abbiamo deciso di dare l'appartamento di famiglia al "ragazzo”, da noi un po’ viziato, e di dividere il denaro tra noi; con un ulteriore accordo abbiamo deciso di donare, alla nostra  morte, con atto notarile, tutta la somma di danaro rimasta a nostro fratello minore. Al momento dell'accordo eravamo tutti e tre non sposati, pur essendo abbastanza grandi di età: Giovanna aveva 62 anni, io 58, mentre nostro fratello Claudio ne aveva 44”.

Giulia prese fiato e continuò:

“Tre anni dopo la morte di nostro padre, io mi sono sposata con Alberto Dravalone, un vedovo pensionato del quale sono follemente innamorata,  di qualche anno più giovane di me e che aveva già una figlia, Valeria, molto bella di circa trent’anni con la quale ho molto legato, tanto che la ragazza mi considera come una madre. Mio fratello, tra gioco d’azzardo e ‘fidanzate’, sta dissipando il suo intero patrimonio. Prima ha consumato tutto il denaro liquido che aveva in banca e poi ha acceso un’ipoteca sulla casa per avere un grosso prestito dalla stessa banca. Poiché spesso non riusciva a pagare le rate mensili del mutuo, per avere il denaro si rivolgeva o a me o a nostra sorella Giovanna. Anche se, cosa che noi abbiamo sempre sospettato, lo usava per perderlo al gioco".

Stefan chiese:

"Ma suo fratello lavora? Che mestiere fa?"

"E' laureato in legge e sarebbe stato un ottimo avvocato se non avesse sprecato tempo per stare dietro alle escort e al gioco. Lo avesse speso per esercitare la sua professione, oggi avrebbe una ben diversa posizione economica, e dire che in casa ha un bellissimo studio, ricco di libri di pregio", rispose Giulia.

"So che anche tua sorella era un’insegnante di lettere come te, è vero?", intervenne Morena.

 "Sì, eravamo entrambe insegnanti di latino e greco, ma siamo andate in pensione prima che la riforma Fornero alzasse il limite d'età e ci potesse bloccare nella scuola".

A questo punto, Stefan la interruppe:

“Credo che lei sia stata esauriente nel raccontarci i fatti antecedenti alla disgrazia, per cui la ringraziamo e togliamo il disturbo”.

Giulia, dopo le solite formalità dei saluti e le raccomandazioni per un’indagine approfondita, atta a discolpare il fratello, li accomiatò, accompagnandoli alla porta.


Capitolo III

Stefan indaga

 

Una volta in strada, Stefan, rivolto a Morena, disse:

“Ora cominciano le nostre indagini, anche se il caso mi sembra abbastanza chiaro, gli indizi convergono uniformemente sulla colpevolezza di Claudio e credo che sarà molto difficile, se non impossibile, riuscire a scagionarlo dalle accuse”.

“Proviamoci” rispose di rimando Morena “Non sei tu il miglior investigatore del mondo?”.

Così dicendo lo prese per il collo e lo tiro forte a sé, dandogli un lungo bacio sulla bocca.

Stefan, molto compiaciuto e soddisfatto, continuò:

“Dobbiamo innanzitutto parlare con Claudio, per sentire cosa ha da dirci a sua discolpa, poi dobbiamo assolutamente visionare il filmato di quella sera, in possesso degli inquirenti. Ma, per fare tutto questo, è necessario metterci in comunicazione con l’avvocato che Claudio dovrebbe aver nominato in sua difesa. Nel caso non lo avesse ancora fatto, sarà opportuno che lo faccia quanto prima. Ora andiamo in via Margutta, nei pressi dell’abitazione della vittima, così potremo avere una visione più chiara dei luoghi e osservare con scrupolo la zona circostante”.

Così fecero, si avviarono a passo svelto e lì giunsero dopo pochi minuti.

Via Margutta è una piccola strada del centro di Roma, nel rione Campo Marzio, zona molto tranquilla, alle pendici del monte Pincio, luogo di gallerie d’arte e di ristoranti alla moda.

La prima cosa, che notarono, fu la telecamera installata al di sopra del portone dell’appartamento di Giovanna.

Morena osservò:

“Questa deve essere la telecamera di cui parlano gli inquirenti e che ha ripreso Claudio all’ora del delitto mentre entrava ed usciva dal portone”.

Stefan si guardò intorno ed osservò:

“Come puoi vedere anche tu non è l’unica telecamera installata in questa zona, ce ne sono altre posizionate sulle porte dei locali adiacenti, che potrebbero fornirci ulteriori immagini della zona alla stessa ora del delitto”.

Così dicendo entrò nella bottega accanto, dove vendevano mobili d’epoca e soprammobili vintage.

Finse di interessarsi a particolari antichi portapillole, alcuni in porcellana di limonges, altri di Capodimonte, altri ancora in metallo dorato, situati su una cristalliera barocca in ottimo stato di conservazione.

Stefan, non appena il proprietario del locale si avvicinò, si complimentò con lui per le “preziosità” in vendita e mostrò di essere incantato da quegli oggetti vintage, chiedendone il loro valore.

Logicamente rimase stupito dai prezzi così alti, ma fece finta di niente, li rivoltò tra le mani e, poi, casualmente disse:

“E’ necessario custodire con attenzione articoli così pregiati; credo che voi li trattiate come dei veri gioielli. Certamente avrete preso delle precauzioni per la sicurezza della merce”.

Così dicendo si presentò:

“Mi chiamo Stefan Furore e sono un giornalista dell’Eco d’Italia, ho visto che avete installato una telecamera che riprende il vostro ingresso, per caso riprende anche un pezzo di strada più ampio?”.

A questo punto, il proprietario del locale si fece serio e sospettoso e, in tono deciso, chiese:

“Perché lo vuole sapere? Sappia che possiedo un antifurto collegato direttamente con la polizia!”.

“Non si preoccupi” rispose Stefan, abbastanza indispettito per essere stato scambiato per un ladro, lui che era come al solito vestito di tutto punto con un bellissimo abito a doppio petto blu su una camicia bianco perla e con una cravatta di seta a strisce ocra e avion.

“Come le ho, detto sono un giornalista e sto indagando sul delitto avvenuto l’altro giorno nell’appartamento al secondo piano del portone affianco. Le chiedevo della telecamera, che vedo installata davanti al suo negozio, perché potrebbe aver ripreso alcune scene interessanti per le indagini”.

A questo punto il proprietario del negozio si rasserenò e per farsi perdonare la precedente scortesia divenne gentile e particolarmente disponibile:

“Se crede, posso fornirle il filmato relativo alla giornata di martedì, così potrà visionare con calma le scene più interessanti”.

“Grazie, è veramente molto gentile”, ribatté Stefan, dimenticando l’affronto ricevuto e felice di poter ottenere il video desiderato.

“Quando posso passare per ritirare il filmato?”, domandò Stefan.

“ Dott. Furore, venga questa sera prima della chiusura, le farò trovare tutta la registrazione su un cd”.

Con ampi sorrisi si salutarono e Stefan si allontanò.

Morena aveva assistito da lontano, divertita e affascinata dalla tecnica messa in atto da Stefan; gli andò incontro e felice si congratulò con lui.



Capitolo IV

Claudio

 

Claudio Eriberti, non appena la polizia inquirente gli aveva notificato il mandato di cattura in carcere da parte del giudice istruttore, era rimasto basito. Non solo aveva perso la sorella in un ignobile delitto, ma veniva addirittura incolpato di averlo commesso, circostanze da mandarlo su tutte le furie. Per un attimo fu tentato di urlare ed inveire contro i poliziotti che erano andati ad arrestarlo, ma mantenne la calma; poi chiese: 

“Posso fare almeno una telefonata?”

“Certo”, gli rispose il poliziotto di grado superiore.

“Ciao  Berenice, sono Claudio…”.

“Come stai?”, si sentì rispondere dall’altro lato del telefono.

“Non troppo bene”

“Cosa ti è successo?”

“Con molta probabilità avrai sentito parlare o letto dell’omicidio di via Margutta. Orbene è stata uccisa mia sorella Giovanna”.

“Mi dispiace moltissimo, ma non immaginavo minimamente…”.

“Ascolta, non è il caso di perdere tempo in convenevoli, c’è qui la polizia che è venuta ad arrestarmi come autore del delitto. Logicamente io non c’entro niente, sono rimasto letteralmente sconvolto, ti prego aiutami, ti affido il mandato per la mia difesa, cerca di fare qualcosa perché quest’incubo finisca”.

Ciò detto chiuse la comunicazione e i poliziotti, dopo avergli messo le manette, lo portarono via.

L’avvocato Berenice Levati, non aveva avuto nemmeno il tempo di chiedere in quale commissariato lo stessero portando; ma sarebbe stato compito suo rintracciarlo. Cosa che fece immediatamente; seppe che Claudio era stato portato al primo distretto di polizia Trevi a Campo Marzio e subito vi si recò.

Qui, l’avvocato Levati venne a conoscenza dei capi d’imputazione e delle prove, che gravavano su Claudio.

Ebbe anche un breve colloquio con lui, che ancora una volta si professò innocente ed estraneo al delitto.

“Ma cosa ci facevi a casa di tua sorella Giovanna prima del delitto?”, gli chiese Berenice.

“Circa un’ora prima, mi aveva contattato dicendomi che mi voleva parlare per via di un prestito che le avevo chiesto”.

“Fu una conversazione telefonica o un messaggio?”

“Una conversazione telefonica”.

“Peccato, perché in caso contrario avremmo avuto la prova tangibile di ciò che ti aveva scritto”.

“Però, sul mio telefonino risulta certamente la provenienza della telefonata, possono sempre controllarla”, rispose in tono perentorio Claudio.

“Non preoccuparti, me la vedrò io. Logicamente ti hanno sequestrato il cellulare?”

“Sì, è stata una delle prime cose che i poliziotti mi hanno chiesto”.

“Va bene, ci rivedremo quanto prima e cercherò di farti avere gli arresti domiciliari”. 

Così dicendo si era allontanata ed era andata via dal distretto di polizia.

Purtroppo, dalle indagini fatte dalla polizia, non figurava nessuna telefonata di Giovanna al fratello all’ora indicata da Claudio.

Però sul suo cellulare, circa un’ora prima del delitto, risultava una telefonata in entrata proveniente dal numero di un telefono pubblico, situato nei pressi di via Margutta.

Prima della chiusura, Stefan si recò dal proprietario del negozio di mobili vintage, così come convenuto; si salutarono con molta cortesia e questi gli consegnò un cd con le immagini riprese dalla telecamera durante tutta la giornata di martedì, giorno in cui era avvenuto il delitto.

Stefan si affrettò a rientrare ed insieme a Morena si mise a guardare su un grosso monitor le immagini di quel martedì. Fecero scorrere le immagini velocemente fino a quando, alle 19:56, comparve la figura di Claudio che sopraggiungeva davanti al portone e si fermava a citofonare.

“Rallenta”, disse Morena.

“Certo, non mettermi ansia”, replicò Stefan.

Fece scorrere le immagini più lentamente, a velocità normale. Dopo circa una mezzoretta, alle 20:24, si rivide Claudio uscire dal portone con passo deciso.

Le immagini non erano di buona qualità, perché la telecamera era orientata verso l’ingresso del negozio e solo lateralmente si vedeva l’ingresso del portone di Giovanna. Ciò nonostante si riconosceva chiaramente la figura di Claudio all’entrata e all’uscita del portone. Le immagini, in possesso degli inquirenti, dovevano essere più chiare e dettagliate dal momento che erano state riprese dalla telecamera posta sopra al portone.

Alla vista delle scene del filmato, Morena, quasi affranta bisbigliò:

“Queste immagini sono una prova incontrovertibile della colpevolezza di Claudio”.

“No” rispose Stefan, “dimostrano solo che all’ora del delitto Claudio era in quel luogo.            

O meglio, che intorno all’ora del delitto Claudio era nella casa della sorella, cosa che non ha mai negato e ha sempre dichiarato che quando è sceso la sorella era viva e vegeta”.     

“Quindi, tu credi a ciò che dice Claudio?”, ribatté Morena alquanto stupita.

“Perché non dovrei credergli? È proprio quello che dobbiamo fare: partendo da ciò che asserisce, trovare le prove che convalidino le sue affermazioni!”

Così dicendo, Stefan riportò il filmato indietro per rivedere la scena. Lo fece varie volte ma, ciò nonostante, non riuscì a notare niente di nuovo.

A questo punto, Morena, quasi annoiata si alzò ed andò in cucina per preparare la cena, infatti nella foga di visionare il filmato erano rimasti digiuni.

Stefan, caparbiamente, riportò il filmato ancora una volta indietro, ma gli scappò il dito un po’ troppo sul tasto ‘ritorno’, per cui il filmato si fermò circa mezz’ora prima dell’arrivo di Claudio. Distrattamente lasciò scorrere le scene e vide che, intorno alle 19:30, nel portone era entrata una bella donna alta circa un metro e ottanta, vestita elegantemente con un attillato tailleur blu, dal portamento eretto, con in testa un ampio cappello con un fiore e con ai piedi un paio di  scarpe rosse di taglia grande a tacco alto. Avrebbe voluto, per sua curiosità, vederla in viso, perché le belle donne gli interessavano tutte, anche senza nessun altro scopo, ma le falde del cappello impedivano la visuale e le coprivano i lineamenti. Poi andò avanti e vide per l’ennesima volta le stesse scene, solo che ora aveva la curiosità di osservare se la donna fosse ridiscesa e se riusciva a vederle il volto.

Con sua grande meraviglia, notò che la signora era discesa poco dopo l’uscita di Claudio, ma ancora una volta le falde del cappello impedivano di vederne la fisionomia.

Rimase per un momento perplesso, poi anche lui stanco di rivedere le stesse scene, spense il monitor e raggiunse in cucina Morena, che nel frattempo aveva messo in tavola la cena. Le si avvicinò, la prese per le spalle, la tirò a sé e le diede un caloroso bacio sulla bocca.

Era trascorsa esattamente una settimana dal delitto, quando Stefan decise di recarsi dall’avvocato Berenice, mentre Morena andò in redazione per scrivere un nuovo articolo sul delitto, così come aveva chiesto il suo direttore Nathan. Infatti, il giorno successivo all’evento funesto, era stato pubblicato sulle notizie di cronaca locale del giornale l’Eco d’Italia, a firma di Morena, un breve articolo che si limitava a raccontare i fatti accaduti in via Margutta.

Nel nuovo articolo Morena entrò un po’ più nel dettaglio, narrando anche le intricate vicende della famiglia alla quale apparteneva la vittima, ora  emergevano non solo tutti i problemi antecedenti al delitto,  ma anche  i caratteri dei tre fratelli.

Claudio era un giovane sognatore che non gestiva al meglio la frustrazione delle sue aspettative. Quando queste non si compivano, entrava in crisi. Se perdeva al gioco, continuava a giocare nella speranza di riuscire a rifarsi, ma aggravando ulteriormente le perdite. Analoga cosa gli accadeva quando s’invaghiva di una donna, da gentiluomo prodigo e cortese si trasformava in una persona egoista, che faceva di tutto pur di ottenere ciò che tanto bramava, senza curarsi delle conseguenze. Era così che si era alienato l’amore di Berenice, di cui era stato innamorato, non corrisposto completamente, nel senso che l’amica gli aveva voluto bene, ma non era stata disposta ad andare a letto con lui. Al contrario, Claudio sentiva per lei un’attrazione fisica così forte da annebbiargli il cervello, e in una circostanza aveva tentato di prenderla con la forza. Berenice si era divincolata e da quel momento non lo aveva più voluto frequentare. Poi col tempo la collera si era attenuata e, volendogli ancora bene, lo aveva rivisto, ma senza particolari slanci d’affetto.

Giovanna era una signora quasi anziana  che dimostrava tutta l’età che aveva, superba ed altera, sul suo volto si coglieva  bene il disprezzo che esprimeva per le persone che non stimava, anche se sapeva essere molto generosa con le persone che amava.

Infine Giulia, amica personale ed ex insegnante di Morena, era una donna alta circa un metro e settanta, non troppo robusta, ma energica e piena di vita, capace di forti passioni tanto che, nonostante l'età, si era innamorata e sposata con un uomo poco più giovane di lei. Era profondamente legata alla figliastra, che lei ammirava e della quale era orgogliosa per il mestiere che svolgeva. Infatti Valeria era un’affermata mannequin, ricercata da molte case di moda, ed aveva partecipato a numerose sfilate anche fuori dall'Italia; almeno questo era ciò che la matrigna andava raccontando in giro.


 Capitolo V

Berenice

 

Stefan, frattanto, si era recato di buon mattino a casa dell’avvocato Berenice Levati, voleva appurare con lei alcuni particolari della vicenda, che non gli sembravano molto chiari.

Aveva bussato ed era venuta ad aprirgli la domestica, una giovane rumena, dai lineamenti grossolani e poco femminili; lo aveva fatto accomodare nello studio, che si trovava quasi di fronte al bagno. Berenice, appena uscita dalla vasca, stava passando nuda, su due piedini scalzi, proprio davanti alla porta spalancata, per prendere l’accappatoio bianco di morbida ciniglia con cui asciugarsi, che era appeso ad un gancio nell’altro estremo della sala da bagno.

Naturalmente la porta avrebbe dovuto essere chiusa, ma Berenice era convinta che, a quell’ora, non ci sarebbe stato nessuno in casa. La domestica non era stata così solerte a chiuderla, prima di aprire la porta d’ingresso al giovane giornalista.

Stefan si bloccò a fissare il corpo di Berenice. L’acqua calda, leggermente fumante, le scorreva dalle spalle ben tornite giù sul seno prosperoso, fino ai fianchi arrotondati ed alle cosce lunghe e robuste; la sua pelle era di un bianco crema. Stefan sapeva bene di dover distogliere lo sguardo, ma era rimasto incantato e non riusciva a girare la testa.

Lei incontrò lo sguardo di Stefan e trasalì, per un istante gli sorrise, poi allungò una mano, afferrò la maniglia della porta e la chiuse con vigore.

Stefan si sentiva colpevole come un bambino quando viene sorpreso a rubare la marmellata. Ma lei aveva sorriso. Il suo sorriso era stato un po’ malizioso e non riusciva ad immaginare che una donna nuda avesse potuto sorridere ad un estraneo; immaginava che Berenice, con quel lampo di avvenenza proibita, aveva voluto fargli un dono che era felice di concedergli.

La sua immaginazione galoppava, poi cominciò a dubitare che fosse stato solo un sogno.

Poco dopo avvertì i passi di lei, che stava arrivando e cercò di scrollarsi di dosso quella visione.

Nel frattempo, Berenice si era vestita, aveva indossato oltre alla biancheria, una camicetta bianca sulla quale aveva infilato una maglia di lana rosa pallido ed una gonna blu a tubo, che le arrivava poco sopra al ginocchio. Quando arrivò, gli porse la mano con cortesia e lo fece sedere di fronte a sé dall’altro lato della scrivania. Stefan si sarebbe aspettato che lo avrebbe guardato con rimprovero per lo sguardo involontariamente rivoltole, mentre era nuda, ma Berenice lo aveva accolto come se niente fosse avvenuto.

E con garbo gli chiese:

“A cosa debbo l’onore di questa visita, dott… ?”.

Rinfrancato, Stefan rispose:

“Mi chiamo Stefan Furore e sono un giornalista dell’Eco d’Italia. Desidero parlare con lei di alcuni particolari del delitto di via Margutta, sul quale sto indagando per cercare di scagionare Claudio Eriberti dalle accuse per cui è stato arrestato, ma ho delle perplessità”.   

“Diamoci del tu”, rispose gentilmente l’avvocato  Berenice Levati, “cosa vuoi sapere?”.

Stefan compiaciuto rispose:

“Certamente avrai visto il video ripreso dalla telecamera posta sopra al portone della vittima”.

“Sì, anzi è proprio una delle prove d’accusa più difficile da smontare; ebbene?”, replicò Berenice.

“Purtroppo, io non l’ho potuto visionare, perché è nelle mani degli inquirenti. Ma posseggo il video di un’altra telecamera, posta a poca distanza dal portone, che mi ha lasciato alquanto dubbioso”.

“Bene! Se hai con te il video possiamo rivederlo insieme e poi mi esporrai i tuoi dubbi”.

Stefan tirò fuori dalla tasca il cd e le chiese:

“Hai un lettore per cd?”

“Sì, certo!”

Così dicendo, prese dalle mani di Stefan il cd e lo mise nel lettore, che stava sul lato del suo computer portatile e, dopo qualche istante, sul monitor del PC cominciarono a comparire le immagini relative alla mattinata del martedì precedente.

“Fai scorrere velocemente le immagini e fermati poco prima delle ore 19:30”, disse Stefan.

Berenice eseguì le istruzioni di Stefan, azionò l’avanti veloce e si fermò un paio di minuti prima delle 19:30. Sul monitor riapparve la scena che Stefan aveva più volte rivisto: una signora molto elegante, con un gran cappello sulla testa, dal quale spuntavano delle ciocche di capelli biondi, arrivò al portone, citofonò e, aperto il portone, scomparve all’interno.

“Ora…”, disse Stefan, “fai scorrere le immagini fino alle ore 20:24”.

Cosa che puntualmente Berenice fece. Non appena si fermò comparve sul monitor l’immagine di Claudio, che usciva dal portone e velocemente si allontanava.

“Non fermarti”, proseguì Stefan.

Le immagini continuarono a scorrere, ma per altri cinque minuti si vide solo gente passeggiare per via Margutta in prossimità del portone. Alle ore 20:31 il portone si riaprì e comparve di nuovo la signora bionda, di cui, però, non si vedevano i lineamenti, ma solo il grande cappello a falde larghe, che usciva e poco dopo spariva in direzione opposta a quella da cui era venuta.

“Come vedi, pochi minuti prima dell’arrivo di Claudio e pochi minuti dopo la sua uscita dal portone compare l’immagine di questa elegante signora, che ha tutta l’aria di non voler rivelare la sua identità alle telecamere. La cosa mi pare alquanto sospetta!  Che ne pensi?”, chiese a Berenice.

“Potrebbe essere una normale coincidenza. Una qualche inquilina del palazzo potrebbe essere entrata ed uscita fortuitamente in corrispondenza degli orari di entrata ed uscita di Claudio”, obiettò Berenice.

“Non lo escludo, ma deve essere necessariamente entrata in qualche appartamento di quel palazzo. Non credi?”

“Bene!”, asserì Berenice. “Caro dott. Furore, sei tu l’investigatore! Trova in quale appartamento la signora è entrata e sarà svelato l’arcano”.

“E’ quello che farò”, replicò in tono deciso Stefan.

Così dicendo si alzò e fece l’atto di uscire.

“Non mi vuoi salutare?”,  ribatté Berenice porgendogli la mano con un ampio sorriso, contenta della scoperta di Stefan.

“Sì… no… certo che volevo salutarti”, rispose Stefan confuso, e le diede la mano, che lei strinse con vigore.

Dopo di che si avviò verso l’uscita, accompagnato da Berenice, che lo guardava divertita, con un sorriso ironico sulle labbra.


 


Capitolo VI

Nuove indagini

 

Uscito dallo studio di Berenice, Stefan si recò in redazione, andò presso la scrivania di Morena, che aveva appena finito di scrivere il suo articolo sull’omicidio di via Margutta, le diede un bacio ed esclamò:

“Sono stato allo studio dell’avvocato Berenice Levati e le ho fatto vedere il video in nostro possesso. Anche lei è rimasta stupita della coincidenza dei tempi tra quelli di Claudio e quelli  della donna dal cappello con le falde larghe e mi ha chiesto di indagare sull’identità della signora  e di capire in quale appartamento sia entrata”.

“Bene…”, rispose Morena, “vorrà dire che ritorneremo in via Margutta e chiederemo a tutti gli inquilini del palazzo se, tra le 19:30 e le 20:30 di martedì scorso, da loro è entrata una signora bionda con un cappello a falde larghe. Almeno finirai di tormentarti, ma soprattutto finirai di pensare a chissà quale complotto ordito ai danni del povero Claudio”.

“No, Morena. Io non penso a nessun complotto, solo che voglio credere alla parola di Claudio, che si professa innocente ed estraneo al delitto della sorella. Ammetterai che, se non è stato lui ad ucciderla, certamente sarà stato qualcuno che a quell’ora si trovava nel palazzo”.

“Va bene, va bene, amore…”, mormorò Morena in tono poco convinto.“Ora però si è fatta quasi l’ora di pranzo e ci conviene tornare a casa a mangiare, a meno che tu non preferisca andare all’Hosteria dei Numeri Primi”.

“No, no, preferisco tornare a casa”, replicò Stefan, anche perché non riusciva a dimenticare l’immagine di Berenice nuda e gli frullava in testa una certa idea.

Morena raccolse i fogli su cui aveva stampato il reportage del delitto e andò nello studio del suo capo redattore Nathan, per consegnargli una copia dell’articolo, che più volte le aveva sollecitato.

“Ecco, dott. Maven. Questo è l’articolo che mi ha chiesto”.

Così dicendo lo salutò ed insieme a Stefan andarono via.

Lungo la strada Stefan fu particolarmente affettuoso con Morena, le cingeva i fianchi, la stringeva a sé, le accarezzava il viso e la baciava.

Morena era una ragazza bellissima, alta circa un metro e ottanta, con un visino d’angelo, un corpo sinuoso e sottile, capelli lunghi e neri, che le arrivavano sulle spalle. Non era certo insensibile alle attenzioni di Stefan, aveva capito che la desiderava.

Non appena furono a casa, Morena riscaldò nel microonde la pasta imbottita, già pronta dalla sera prima, la mise in tavola, ne tagliò due fette, una per Stefan, l’altra per sé. Riempì i calici con un buon vino bianco, la cui bottiglia era stata anch’essa conservata nel frigo e cominciarono a pranzare. Per secondo arrostì due bistecche di vitello, che guarnì con un contorno di purea di patate. Poi passarono alla frutta e, non appena ebbero finito di mangiare, Stefan le diede una mano a togliere le stoviglie sporche e riporle nella lavastoviglie.

Poi, con fare stanco, si buttò sul divano e si mise a leggere svogliatamente il giornale.

Morena, invece, si recò in camera da letto, si tolse i vestiti del mattino, restò in lingerie: reggiseno e perizoma  trasparente che mettevano in risalto la sua silhouette; indossò una vestaglia lunga di seta, completamente aperta sul davanti  e si avvicinò al divano, per sedersi accanto a Stefan. La vista del corpo di Morena cancellò d’un colpo l’immagine di Berenice dagli occhi di Stefan. Anche se era, ormai, abituato alla vista di quel corpo, non riusciva mai a non emozionarsi, si sentiva eccitato, sembrava quasi che la vestaglia trasparente di Morena gli avvolgesse la mente, la prese per le mani, la tirò a sé, la strinse con dolcezza tra le braccia in modo da farla cadere sul divano e le fu addosso.

Nel pomeriggio, prima di recarsi in via Margutta per continuare le indagini, Stefan stampò alcune foto della signora col cappello a falde larghe, prese dal video in suo possesso. Poi lui e Morena decisero di andare a chiedere agli inquilini dello stabile, nel quale era stata uccisa Giovanna, se il martedì precedente, tra le 19 e le 20, avessero fatto entrare nella loro casa la donna della foto o se, almeno, l’avessero riconosciuta. 

Purtroppo, nessuno fu in grado di identificarla, né seppero dire in quale appartamento fosse andata, ma tutti erano certi di non aver ricevuto una chiamata al citofono per aprire il portone a quell’ora.

Alla luce delle testimonianze fatte dagli inquilini, non restava che una sola ipotesi: la signora col cappello non poteva che essersi recata nell’appartamento di Giovanna, anche perché era evidente che aveva citofonato e qualcuno le aveva aperto il portone.

Questa nuova scoperta apriva ampi orizzonti di indagini: oltre a Claudio c’era un’altra persona nell’appartamento di Giovanna, che poteva aver commesso il delitto.

Era necessario che anche la polizia inquirente fosse informata della nuova situazione per continuare le indagini.

Berenice, non appena fu informata telefonicamente dei nuovi elementi emersi a seguito delle sue indagini, fu felicissima tanto che, se avesse avuto Stefan davanti a sé, lo avrebbe abbracciato e riempito di baci; buon per lui, però, perché avrebbe frainteso i  sentimenti di lei, che erano solo di grande stima e gratitudine.

L’avvocato Levati si preparò in gran fretta e corse alle carceri, dove era detenuto Claudio. Si salutarono soddisfatti per i risvolti che la notizia avrebbe potuto avere, infatti Berenice aveva pronta un’istanza di scarcerazione, basata sui nuovi indizi.

In alternativa aveva messo a punto anche una richiesta di concessione degli arresti domiciliari, poiché mancavano tutti i presupposti previsti per legge, cioè la possibilità che l’indagato potesse scappare, inquinare le prove o reiterare il reato.

Berenice era certa che, a questo punto, il magistrato avrebbe chiesto un supplemento di indagine e, nonostante l’altra prova fondamentale a carico di Claudio: le sue impronte rinvenute sull’arma del delitto, avrebbe quanto meno concesso gli arresti domiciliari. 

Adesso, le attenzioni dell’arguto investigatore Stefan Furore dovevano concentrarsi su questi due argomenti d’indagine: riuscire ad individuare l’identità della ‘signora col cappello’  e capire come le impronte di Claudio fossero finite sull’arma del delitto.

 

E venne l’alba di un nuovo giorno, un momento in cui la luce sembrava come sospesa e trattenere il tempo, un istante magico fatto di chiarore ed ombra; le prime luci salivano lievemente come per incanto, provocando l’evaporare lento dei sogni.

Un universo nuovo appariva agli occhi di Stefan e Morena.

Fecero il punto della situazione: per il momento dovevano trovare una signora alta e distinta dai capelli, presumibilmente biondi, dalla corporatura non troppo esile, ma soprattutto amica di Giovanna se, come era logico desumere, l’aveva fatta entrare nel suo appartamento.

Chi meglio della sorella poteva conoscere le amiche di Giovanna? Pensarono, pertanto, di ritornare a casa di Giulia per parlare con lei. Morena le telefonò:

“Ciao Giulia, hai saputo gli ultimi risvolti delle nostre indagini sull’uccisione di Giovanna?”

“No, non so più niente dall’ultima volta che ci siamo visti. So solo che mio fratello è stato arrestato e che la difesa è stata assunta dalla sua amica Berenice; un avvocato molto in gamba!”

“Bene! Allora ti metto al corrente degli ultimi avvenimenti. Stefan ed io siamo riusciti ad ottenere le immagini di una telecamera adiacente al portone e abbiamo scoperto che, più o meno alla stessa ora del delitto, nell’appartamento di Giovanna oltre a Claudio c’era una donna, probabilmente una sua amica, che non siamo riusciti ad identificare per via di un cappello molto ampio che le copriva la testa. Io e Stefan vorremmo venire da te per mostrarti l’immagine della donna e vedere se la riconosci e se puoi fornirci una lista di persone, amiche di Giovanna, su cui indagare”.

“Vi aspetto, sono molto contenta della notizia che mi hai dato, ma ero certa che tu ci avresti aiutato e sapevo che il dott. Furore era un ottimo investigatore”.

Si vestirono di tutto punto, lei con un tailleur rosa fucsia su una camicetta di seta a fiorellini blu, guarnito di un grosso fiocco rosa pallido, mentre Stefan indossò un abito  grigio scuro a righe verticali blu cielo con la giacca a doppio petto, come di consueto; un ultimo tocco di classe: il pizzo di un fazzoletto di seta blu gli usciva dal taschino.

Appena pronti, chiusero la porta del loro appartamento e si incamminarono verso casa di Giulia. Qui giunsero dopo una ventina di minuti; la padrona di casa li stava aspettando, li fece entrare e li invitò ad accomodarsi sul divano del salotto. Poi esordì:

“Cosa vi posso offrire? Una tazza di caffè non si rifiuta mai! Poi ho da farvi assaggiare una delizia al limone fatta da me”.

Così dicendo la videro sparire dietro la porta della cucina. Dopo un poco riapparve, recando un vassoio con due tazzine di caffè, lo pose sul tavolino davanti al divano e aggiunse:

“Servitevi, io vado a prendere la torta come vi avevo promesso”.

Di nuovo la videro sparire e poco dopo ricomparire con un secondo vassoio sul quale c’era una magnifica torta.

Senza fare complimenti, Stefan e Morena bevvero il caffè, mentre Giulia con un coltello a punta tagliò due fette della torta e le servì su due piattini ai due amici.

In quello steso istante, fece apparizione nel salotto Valeria; Stefan trasalì: sembrava che avesse visto la dea Venere in persona.

Giulia si affrettò a dire:

“Mia figlia Valeria”.

“Piacere”, risposero in coro Morena e Stefan, ma animati da due sentimenti opposti: Stefan era rapito dalla visione di quella creatura, alta, esile, con i capelli biondi e gli occhi azzurri; al contrario, Morena era livida di gelosia, aveva visto come Stefan la stava guardando incantato. Eppure Valeria poteva dirsi la sua sorella gemella in versione bionda: stesso fisico esile e sinuoso, stessa altezza, circa la stessa età e stessi tratti graziosi del viso.

Solo che, come al solito, Stefan restava estasiato ogni volta che vedeva una bella donna.

L’ingresso di Valeria aveva tolto ad entrambi l’appetito, solo che, per non fare dispiacere l’amica, continuarono a mangiare la fetta di torta.

“Vi piace la mia delizia al limone? È buona?”, domandò Giulia in modo pleonastico, convinta che fosse buonissima.

“Certo, è veramente squisita” rispose Morena con premura, mentre Stefan annuiva.

Nel frattempo, Valeria si era seduta su una poltrona di fronte al divano, con le gambe accavallate, che facevano intravedere un pezzo di coscia.

Morena malediceva l’idea di avere portato con sé Stefan dall’amica, avrebbe potuto benissimo sbrigarsela da sola, in fondo non doveva fare altro che mostrare una foto a Giulia e chiederle una lista di nomi di persone amiche della sorella Giovanna. 

Dal canto suo Stefan, prima che arrivasse Valeria aveva avuto una strana sensazione, solo che ora, con la visione di quella divina creatura di fronte, non riusciva proprio a ragionare e pensare; o meglio a “pensare”… ci riusciva. 

Morena, nell’intento di distrarre Stefan, gli rivolse la parola:

“Stefan, fai vedere a Giulia la foto di quella donna col cappello; vediamo se la riconosce!”.

Stefan si scosse e tirò fuori dalla tasca la foto, che porse con gentilezza a Giulia. Questa la guardò con interesse per un po’ di tempo, poi esclamò:

“No, non so proprio chi possa essere!” così dicendo passò la foto a Valeria: “Cara, vedi tu se riesci a capire chi è questa signora, anche tu conoscevi le amiche di tua zia Giovanna”.

Valeria diede uno sguardo distratto alla foto e rispose:

“No, non l’ho mai vista prima” e si allungò nel gesto di restituire la foto a Stefan, facendogli intravedere il seno.

Stefan era completamente rintronato, come se avesse ricevuto una gran botta in testa. Faceva tutto meccanicamente: ripose la foto nella tasca e tirò fuori un taccuino, che diede a Morena sussurrando:

“Dallo a Giulia e falle scrivere una lista di nomi di amiche di Giovanna”, come se lui non fosse capace di darlo personalmente a Giulia.

Morena si affrettò a fare ciò che le aveva chiesto Stefan, nella speranza di togliere velocemente il disturbo e uscire da una situazione che le sembrava francamente imbarazzante, portando via da lì quel tontolone del fidanzato.

Infatti, non appena Giulia ebbe terminato di scrivere una lista di nomi con i rispettivi indirizzi, Morena si alzò, imitata da Stefan, salutarono dando la mano ad entrambe le donne, ringraziarono Giulia per la gradevole accoglienza ed andarono via.

Quando furono per strada, Morena riempì Stefan di improperi:

“Brutto animale, ma che figura mi fai fare? Metterti a fissare, rincitrullito, quella ragazza con me a fianco? Sembrava che avessi visto una aliena! Screanzato, maleducato e villano!”.

Stefan non reagì, conscio dell’atteggiamento sbagliato, che aveva avuto nei confronti della fidanzata. Chinò il capo e non proferì parola, mentre Morena furibonda lo sballottava, tirandolo per la giacca.

Rimasero così senza parlarsi per il resto della giornata, solo nel tardo pomeriggio Stefan, per farsi perdonare, pensò di portare Morena sulla terrazza del Pincio a guardare il tramonto e godere, abbracciati, un momento di romanticismo. Sapeva che Morena non era capace di tenere il broncio a lungo e certamente lo avrebbe perdonato se si fosse mostrato appassionato, tenero, sentimentale, profondamente pentito; dopotutto aveva sempre fatto così.

Avrebbe ricordato con commozione tutti i momenti passati con lui in uno dei parchi più antichi e belli di Roma, sulla terrazza del Pincio, dove dall’alto si gode la vista di Piazza Del Popolo, il cupolone di San Pietro e le rovine di Roma. Da quel posto incantato avevano più volte osservato il tramonto più bello del mondo, uno spettacolo unico; la particolare conformazione della città rendeva il calar del sole un gioco di luci, che si intersecavano e si riflettevano sui marmi delle antiche colonne dell’impero romano e sulle cupole delle chiese.

Quando arrivarono, il sole comparve al di sotto di una striscia di nuvole rosa  e sembrò spaccarsi come un giallo d’uovo  e macchiare di luce dorata tutti i tetti delle case.

Questa effusione di luce andò man mano mutando colore, prima arancio, poi vermiglio, poi cremisi. I raggi sembravano spezzarsi in un turbinio di faville, le nuvole divennero contorte e progressivamente svanirono in un intreccio di masse vaporose; alla fine non ci furono che tinte confuse e sempre più tenui sui tetti e sulle cupole delle chiese della città.

Abbracciati si fecero cullare da quella fantasmagorica diversità di colori, dimenticarono i dissapori del mattino e, riconciliati, si baciarono con passione.


Capitolo VII

Alla ricerca della signora col cappello

 

Un paio di giorni dopo Stefan chiamò al telefono l’avvocato Berenice dalla redazione del giornale per avere notizie di Claudio e per sapere come procedevano ufficialmente le indagini.

Seppe che Claudio era stato scarcerato ed era stato posto agli arresti domiciliari; inoltre, il giudice aveva disposto un supplemento d’indagine al fine di acquisire ulteriori elementi.

Questo voleva dire che gli organi di polizia giudiziaria stavano indagando anche sull’identità della signora col cappello, presente sul luogo del delitto alla stessa ora, in cui si era verificato l’evento criminoso.

Stefan prese il taccuino con i nomi scritti da Giulia e cominciò a leggere i rispettivi indirizzi. I luoghi erano situati in una zona, a far centro da via Margutta, il cui raggio poteva essere considerato di circa un chilometro. Se si fosse diviso il compito con Morena, non avrebbero impiegato più di due o tre giorni a contattarle tutte.

Chiese con gentilezza a Morena se voleva partecipare con lui alle indagini e, avuta una risposta affermativa, le disse:

“Bene, vorrà dire che ci muoveremo da due posizioni opposte, tu potrai partire da via Cola di Rienzo nel rione Prati per risalire verso Piazza Del Popolo e via del Babbuino, mentre io partirò da Piazza Venezia, via Del Corso e proseguirò verso rione Colonna e Campo Marzio”.

Così fecero. Avrebbero dovuto investigare entrambi su circa dieci persone ciascuno.

L’indagine all’inizio non fu molto fortunata, le donne contattate non erano fisicamente compatibili con la signora col cappello, non tanto per il colore dei capelli, perché era facile cambiarlo, ma per l’altezza e la corporatura; chi era più bassa e chi più robusta della donna dell’immagine.

Alla fine della ricognizione, entrambi convennero di limitare la loro ulteriore indagine su due donne dalle caratteristiche abbastanza corrispondenti a quella della foto: la signora Luisa Stripponi, abitante in via Antonio Canova e la signora Dorotea Occhitorvi, abitante in Piazza del Popolo.

La signora Luisa Stripponi era una donna castana, di circa sessant’anni, alta circa un metro e settanta, dal fisico non troppo robusto, ma neanche troppo esile, amica di Giovanna ma spesso non in sintonia con lei, dal carattere forte e deciso. 

La signora Dorotea Occhitorvi, bionda naturale, con la stessa corporatura di Luisa, ma leggermente più alta era una donna piuttosto spigolosa, facile all’alterco.

Certo non bastava un carattere duro, aspro, rude, brusco, burbero, difficile, intrattabile a giustificare un delitto, bisognava trovare una motivazione ben più solida per giustificare l’uccisione di un’amica o, comunque, di una persona.

Occorreva scandagliare a fondo sulle relazioni tra Giovanna, Luisa e Dorotea.          

Stefan pensò che la cosa più semplice da farsi era, ancora una volta,  di chiedere aiuto  a Giulia, in fondo era l’unica persona che poteva conoscere meglio le loro personalità.

Probabilmente in Stefan c’era un retro pensiero: avrebbe voluto rivedere Valeria.

Ma come fare? Se si fosse rivolto a Morena, per chiederle di andare entrambi a casa di Giulia, avrebbe rischiato il linciaggio. Però, se le avesse chiesto di indagare personalmente sulle due amiche per poi riferirgli, avrebbe certo incontrato la sua approvazione. Per rivedere Valeria sarebbero venuti certamente tempi migliori.

Fece proprio come aveva pensato. Prima si fece notare da Morena in atteggiamento meditabondo, poi all’improvviso le disse:

“Devi necessariamente ritornare a casa di Giulia e cercare quante più notizie possibili su Luisa e Dorotea, tu sei l’unica persona capace di farti dire tutto dalla tua amica, senza pudori o pensieri reconditi, cosa che non potrebbe mai accadere in mia presenza”.

Morena lo guardò con aria incredula “Vuoi che vada io da sola da Giulia? Non vuoi rivedere Valeria?”, disse in tono ironico.

“Certo che no!” Mentì spudoratamente Stefan e aggiunse: “Che me ne faccio di Valeria, tu sei più bella, sei la mia musa ispiratrice”.

Quelle parole mandarono in solluchero Morena, che gli rivolse uno sguardo rapito e innamorato, e le misero le ali ai piedi, infatti indossò una giacca, prese la borsetta, diede un bacio appassionato a Stefan ed uscì di corsa in direzione della casa dell’amica.

Giulia le aprì e non appena vide Morena la fece accomodare, senza formalità, in cucina dove stava preparando il pranzo per la famiglia.

“Dimmi tutto, Morena, cosa vuoi sapere?”

“Tutto quello che sai… e non sai, su Luisa e Dorotea!”

“Perché?”, rispose Giulia. “E’ emerso qualcosa di nuovo su di loro?”

“Non per il momento!”, replicò Morena. “ Ma sono le uniche due persone che hanno le stesse caratteristiche della donna col cappello in fotografia”.

A Giulia sembrò di provare quasi piacere per come si stavano mettendo le indagini e Morena non le poteva certo dare torto; Claudio era stato scarcerato e, come aveva più volte detto Berenice, presto sarebbe stato scagionato del tutto.

Giulia cominciò:

“Luisa è una donna acida, molto invidiosa, anche se sa nascondere bene i suoi sentimenti, ha un carattere forte, una volta presa una decisione, non torna mai indietro”.

“Bene”, rispose Morena. “Ma io volevo conoscere in che rapporti fosse con tua sorella”.

“Non era una sua amica speciale, anche se spesso si frequentavano ed uscivano insieme. Che io sappia non c’erano al momento dissapori tra loro, so che ogni tanto avevano avuto dei contrasti, ma non certo tali da giustificare un delitto. D’altra parte, è venuta anche ai funerali e sembrava sinceramente commossa. Invece, Dorotea ai funerali non c’era. Ho saputo da alcune amiche che ultimamente non correva buon sangue tra lei e mia sorella per via di un prestito”.

“Che Giovanna aveva fatto a Dorotea o viceversa?”, chiese Morena con aria molto interessata.

“Non te lo so dire, perché nessuna delle due si era confidata con me, ma posso dirti che spesso le amiche chiedevano soldi a mia sorella, proprio come faceva Claudio. In fondo Giovanna era nubile e non aveva una famiglia da accudire”.

Dopo aver raccolto tutte queste notizie sulle due donne, il discorso si spostò su altri argomenti. Le due amiche si scambiarono tra loro numerosi pettegolezzi; Morena raccontò tutte le vicende delle colleghe di ufficio e Giulia le rivelò alcuni particolari della situazione sentimentale e lavorativa dalla figlia Valeria. Verso mezzogiorno, prima del rientro del marito e della figlia, si salutarono e Morena andò via.

 

Stefan e Morena si erano dati appuntamento all’”Hosteria Dei Numeri Primi” per pranzare e, verso le tredici, si ritrovarono. Si sedettero ad un tavolo e, non appena arrivò il cameriere per chiedere loro cosa servire, ordinarono entrambi un antipasto misto di salumi e formaggi, gnocchetti sardi al sugo di salsiccia, una grigliata con orata e spigola al finocchietto con patate prezzemolate e insalata verde, mezzo litro di fiano bianco in bottiglia bollinata e per finire una buona tazza di caffè napoletano ristretto.

Nell’attesa che il cameriere portasse l’antipasto in tavola, Stefan chiese:

“Hai parlato con Giulia? Cosa ti ha riferito?”

“Ho alcune importanti notizie da darti”, rispose Morena.

“Secondo Giulia, è molto difficile che a commettere il crimine sia stata Luisa, perché non c’erano particolari contrasti tra di loro. Invece ha espresso forti dubbi su Dorotea, pare che, ultimamente, Giovanna le avesse prestato una somma di denaro rilevante non ancora restituita”.

“Ah…! Molto interessante. Sapevo che saresti stata all’altezza di una brava investigatrice”.

Mentre si congratulava con Morena, arrivarono i piatti in tavola con l’antipasto e la bottiglia di vino. Il cameriere con premura ne versò un assaggio prima nel calice di Stefan, che lo assaggiò ed annuì, poi ne versò anche nel calice di Morena. Cominciarono a mangiare e, durante il pranzo, non parlarono di lavoro, ma conversarono amorevolmente di altro.

Dopo il caffè, Stefan tornò sull’argomento:

“Secondo Giulia, dovremmo investigare a fondo solo su Dorotea? Ma, per mia natura, io non escluderei dalle indagini neanche Luisa”.

“Hai ragione!”, concordò Morena. “Sarà bene indagare su entrambe e soprattutto verificare se hanno un alibi consistente per l’ora del delitto”.

“Brava!”, la lodò Stefan. “Vedo che stai diventando un’ottima investigatrice. Da domani mattina tu verificherai gli spostamenti di Luisa all’ora del delitto, mentre io indagherò sul prestito che Giovanna ha fatto a Dorotea. Prima mi informerò da quale banca è partito il prestito, di che importo era e se è stato restituito”.

“Va bene”, rispose Morena in tono molto conciliante.

Uscendo lo prese sottobraccio, reclinò la testolina con la sua ricca chioma di capelli neri setosi, lunghi e fluenti su una sua spalla e si avviarono verso casa.

L’indomani mattina, come convenuto, Morena uscì di casa con l’intento di verificare i movimenti di Luisa nella giornata del martedì in cui era avvenuto il delitto e stabilire se avesse o meno un alibi per l’ora della morte.

Non sapeva da dove cominciare, né cosa cercare. Man mano che procedeva lungo la strada per recarsi in via Antonio Canova, dove abitava Luisa, le si schiarirono le idee.

Andò dritto verso il portone del palazzo di Luisa, dove all’ingresso c’era la guardiola del portiere e gli chiese:

“Conosce bene la signora Luisa Stripponi?”

“Perché?”, replicò il portiere in tono interrogativo. “Chi è lei, mi scusi?”

“Ha ragione”, rispose in tono gentile Morena. “Sono una giornalista televisiva e sto selezionando per il mio talk show delle signore di mezza età che dovrebbero far parte del pubblico di una trasmissione televisiva”.

Così dicendo mostrò il suo tesserino da giornalista. Abbagliato dalla grazia e dalla bellezza di Morena, e convinto dalla visione del tesserino, il portiere non chiese altro.

“Oh!... sì, sì conosco bene la signora Luisa, abita al secondo piano di questo stabile da quando io ero un giovanotto! Cosa vuole sapere?”.

Morena, confortata dall’invito, proseguì:

“Ha mai visto la signora Luisa indossare abiti particolarmente eleganti e cappelli con fiori a falde larghe?”

“Sì! La signora Luisa veste sempre elegantemente; ma non l’ho mai vista indossare cappelli vistosi, tanto meno a falde larghe”.

“Ma lei è sicuro? Guardi che per me è molto importante conoscere se le persone che sto selezionando siano eccentriche o meno!”, incalzò Morena.

“No, le assicuro che la signora Luisa è una persona molto fine, anche se molto decisa. Si figuri che un giorno, poiché avevo messo fuori dalla guardiola un vaso con una pianta un po’ appassita, con l’intento di farle prendere più luce, mi sgridò in modo risoluto, secondo lei l’ingresso perdeva decoro”.

“Per caso, ha sentito parlare del delitto di via Margutta?”

“Sì, cosa vuole sapere?”

“Se si ricorda come era vestita quel giorno la signora Luisa? Perché la trasmissione alla quale dovrebbe partecipare parla tra l’altro di quel delitto”.

“Veramente è trascorso molto tempo da quel giorno e gli avvenimenti successivi sono stati tanti… ma ora che ci penso il delitto è avvenuto proprio il giorno che mia figlia minore compiva gli anni. Ricordo con precisione che la signora Luisa è scesa in mattinata per fare la spesa, sempre tutta elegante ma senza nessun cappello,  quando ha saputo che era il compleanno di mia figlia ci ha fatto gli auguri ed al rientro le ha portato un mazzetto di rose. È stata molto gentile!”

“E ricorda se è riscesa nel pomeriggio o verso sera?”, disse Morena in modo distratto, affinché la domanda sembrasse poco importante.

“No! Sono sicuro, quel giorno la signora non è più uscita”.

“Grazie. Le sue parole mi sono state molto utili, credo proprio che selezionerò la signora”. Così dicendo si accomiatò e si allontanò dal portone. Il portiere non riusciva a toglierle gli occhi di dosso, guardava con aria sognante il dondolio del fondo schiena di Morena e bisbigliò tra sé:

“Che donna! Ne avevo viste di belle, ma così…”

Morena era riuscita nel suo intento: aveva saputo in poco tempo che Luisa non poteva essere la signora della foto, aveva un alibi: la testimonianza del portiere che la scagionava dalla possibilità che a quell’ora potesse essere uscita di casa.

Dal canto suo, Stefan, quella mattina, aveva un compito ben più arduo: riuscire a conoscere le operazioni bancarie di Giovanna nei giorni prima della morte ed indagare sui movimenti di Dorotea nelle ore precedenti e seguenti al delitto.

La prima cosa che fece fu quella di chiamare Berenice sul cellulare: voleva sapere da lei se per caso conoscesse la banca su cui operava Giovanna.

“Ciao, avvocato, sono Stefan Furore”, cominciò col dire.

“Oh… dott Furore, che piacere sentirti!”, rispose lei. “A cosa devo l’onore? Certamente cerchi notizie… cosa vuoi sapere?”.

Dal sottofondo della telefonata, Stefan arguì che non era sola, ma c’era qualcuno con lei.

“Sto proseguendo le mie indagini, per scagionare definitivamente Claudio. Vorrei sapere se conosci su quale banca Giovanna operava finanziariamente”.

“Sei fortunato, accanto a me c’è proprio Claudio, te lo passo”.  Così dicendo, passò il cellulare all’amico, che esclamò:

“Ciao, dott. Furore, dimmi come posso esserti utile”.

Dal tono della voce sia di Claudio sia di Berenice, Stefan capì che li aveva disturbati in un momento poco opportuno, probabilmente a letto.

Comunque ormai la frittata era fatta! Per cui proseguì:

“Ciao, Claudio. Sto continuando le indagini per dimostrare la tua innocenza. Vorrei sapere se conosci la banca su cui operava tua sorella”.

“Come vuoi che non lo sappia? Mia sorella era una donna stupenda, mi elargiva spesso danaro tramite assegni, che io stesso, a volte, andavo a cambiare. La banca in questione è la Banca di Credito del Lazio”.

“Grazie, sei stato di grande aiuto e mi scuso se per caso ho disturbato”, ridacchiò ironicamente Stefan.

Bisognava ora andare in banca e trovare uno stratagemma per avere le notizie che lo interessavano.

Intanto Morena stava tornando in redazione. In quei giorni aveva trascurato il giornale, prestando poca attenzione alla cronaca della città. Aveva notato che il dott. Nathan Maven era alquanto agitato e mostrava insofferenza ogni volta che lei lasciava il posto di lavoro per seguire Stefan; infatti, Morena era una sua dipendente e le era stato affidato il compito di scrivere sulla cronaca del giorno, cosa che momentaneamente  non stava facendo, avendo delegato l’amico Riccardo.

Mentre meditava su come giustificarsi col suo capo redattore dott. Maven, Morena ebbe la sensazione di essere seguita; si voltò più volte di scatto, ma non notò niente di strano: non c’era nessuno che la pedinava.

Comunque affrettò il passo ed arrivò un po’ trafelata in redazione. Appena giunta, i colleghi si accorsero che aveva l’affanno e le chiesero:

“Morena, cosa ti è successo, ti stai allenando per fare la maratona coi tacchi?”.

E scoppiarono a ridere.

Però, Morena rimase con quella brutta sensazione addosso.

Ritornò alla sua scrivania e chiese a Riccardo se aveva raccolto tutte le notizie del giorno e se aveva scritto le notizie di cronaca. Ma lui aveva solo in parte adempiuto al suo compito: aveva raccolto le notizie più importanti degli avvenimenti del giorno, che passò prontamente all’amica. Morena, quindi, si mise subito al lavoro.


 


Capitolo VIII

Indagini su Dorotea

 

 

Nel frattempo, Stefan, dopo aver saputo da Claudio in quale istituto di credito Giovanna aveva i suoi risparmi, s’incamminò verso la sede più vicina della Banca di Credito del Lazio, in via dei Due Macelli, pensando a come fare per riuscire ad avere le notizie che lo interessavano.

Si ricordò all’improvviso che una sua compagna di scuola, poco avvenente, Margherita, lavorava proprio in quella sede. Si rincuorò ed accelerò i passi; impiegò una mezz’oretta per arrivare. Appena giunto, si rivolse all’usciere chiedendo di Margherita; questi sollevò la cornetta di un interfono e, dopo un poco, dagli uffici retrostanti, si affacciò una donna, alta circa un metro e sessanta, con le gambe piuttosto corte, per niente armoniose, vestita con un tailleur grigio.

Margherita appena vide Stefan si illuminò e gli andò incontro:

“Ciao, Stefan Furore. Da quanto tempo non ci vediamo!”, esclamò.

“Ciao, Margherita. Come stai? Ti trovo bene!” mentì spudoratamente Stefan “Mi dispiace di non averti avvertita prima, ma ho bisogno del tuo aiuto”.

Margherita si sentì inorgoglita da quelle parole; non le sembrava vero che il più bello della classe del liceo si potesse mai rivolgere a lei per chiederle un favore.

“Dimmi! Se posso ti aiuto molto volentieri”.

“Avrei bisogno di alcune notizie riservate. Adesso sono un reporter del giornale l’Eco d’Italia e sto indagando sul delitto di via Margutta, di cui avrai certamente sentito parlare”.

“Come posso esserti di aiuto?”, chiese Margherita perplessa.

“La vittima era una correntista di questa sede, mi serve conoscere i suoi ultimi movimenti bancari”, continuò Stefan.

Margherita restò per un attimo interdetta, non sapeva cosa fare, poi decisa rispose:

“Come sai, mi stai chiedendo una cosa illegale: i dati dei correntisti sono segreti e non possono essere rivelati ad estranei, ma, trattandosi di una cliente deceduta, forse posso fare un’eccezione”.

Questa risposta rallegrò molto Stefan, sapeva bene di averle chiesto un favore quasi impossibile.

“Vado dentro, stampo tutte le informazioni che desideri e te le porto. Tu, nel frattempo, resta qui”.

“Certo! Non mi muovo di qui, dovessi attendere un’eternità”.

Margherita ricomparve dopo una buona mezz’ora, recando in mano diversi fogli.

“Ecco quello che mi hai chiesto, mi raccomando non dire niente a nessuno”.

“Sarò muto come un pesce. Sei stata di una gentilezza infinita, ti sarò grato per sempre! Qualunque cosa ti possa servire, vienimi a trovare in redazione farò l’impossibile per accontentarti”, rispose ilare Stefan.

Così dicendo l’abbracciò e le stampò due baci sulle guance, per cui Margherita divenne rossa come un papavero. Poi entrambi si salutarono e mentre lei rientrò nel suo ufficio, Stefan uscì e si avviò verso la sede del giornale.

Quando arrivò in redazione, trovò che Morena era tornata da poco ed era impegnata a scrivere la cronaca del giorno. Non volle disturbarla e andò nel suo ufficio, dove con impazienza ed eccitazione si mise a guardare le notizie contenute nei fogli, che gli aveva dato Margherita.

Era il resoconto dell’ultimo anno di tutti gli spostamenti di denaro fatti da Giovanna.

Scorrendo la lista dei movimenti notò che, circa un mese prima dell’omicidio, Giovanna aveva fatto un bonifico in favore di Dorotea Occhitorvi di 30.000 euro e che, fino alla data del decesso, la somma non era rientrata.

Questo particolare avvalorava quanto già riferito da Giulia a Morena e costituiva un nuovo movente da parte di Dorotea, senza dimenticare la circostanza della quasi coincidenza tra la forma dell’immagine rilevata dalla telecamera e la sagoma del suo corpo.

Stefan, contento di questa nuova scoperta, corse a dirlo a Morena, che dal canto suo gli rivelò che, invece, Luisa Stripponi aveva un alibi per l’ora del delitto.

A questo punto, sembrava proprio che gli indizi confluissero tutti sulla colpevolezza di Dorotea Occhitorvi; bisognava solo verificare se avesse o meno un alibi anche lei.

Stefan decise che l’indomani si sarebbe recato in Piazza Del Popolo, nei pressi dell’abitazione della signora Occhitorvi, per indagare.

Ma il giorno successivo, quando si svegliò, udì il ticchettio della pioggia sulle persiane, era una giornata uggiosa. Si alzò ed andò subito alla finestra: una pioggia battente scendeva giù dal cielo e quasi oscurava l’intera città; aprì la finestra, erano da poco passate le otto e il traffico era già diventato caotico, il rumore dei clacson delle macchine imbottigliate lo assordava. Guardò giù e vide che la strada era piena di pozzanghere. La pioggia, che continuava a scendere, riempiva le buche di acqua che straripava a rivoli. Chiuse stizzito la finestra e, rivolto a Morena, disse:

“Questa mattina andiamo entrambi in ufficio, non ho nessuna voglia di girare per la città. Speriamo che cessi presto di piovere”.

Durante il pomeriggio effettivamente spiovve e con l’arrivo della sera il cielo si era rasserenato, una bellissima luna piena stava sorgendo sui tetti di Roma.

Stefan, approfittando del sereno, era sceso di casa e, così come si era ripromesso, si stava recando, con un taxi verso Piazza Del Popolo, per conoscere i movimenti di Dorotea in quel fatidico martedì.

Vi giunse che già imbruniva. Scese dal taxi e fece una rapida ricognizione dei luoghi. Il portone dell’abitazione era privo di portiere. Non c’era nessuno a cui chiedere, pensò di rivolgersi alla stessa signora Dorotea, fingendo di indagare a scopo giornalistico sul delitto di via Margutta.

Citofonò e una voce di donna forte, quasi mascolina, gli rispose:

“Chi è?”

“Chiedo scusa, signora, sono Stefan Furore un redattore del giornale l’Eco d’Italia, volevo rivolgerle alcune domande sulla morte della sua amica Giovanna, se possibile”.

“Perché si rivolge a me, io non frequento più Giovanna da mesi”, rispose con impudenza.“Chi le ha fatto il mio nome?”

“La sorella di Giovanna: Giulia, mi ha detto che era una sua amica”.

“Cosa vuole sapere da me? Come le ho già detto, non frequento più la casa di Giovanna ormai da tempo”.

“Ho saputo che la mattina del giorno del delitto, insieme con la sua amica Luisa Stripponi, è stata a trovarla”.

“Chi le ha riferito questa frottola? Niente di più falso, io quella mattina ho accompagnato la mia amica Clorinda, che era venuta di proposito da Orte a Roma per fare una visita  al policlinico. Si informi meglio!”

Così dicendo, abbassò il citofono e chiuse la conversazione.

Dal canto suo, Stefan era soddisfatto per essere riuscito ad avere ulteriori notizie.

Pensò di tornare a casa a piedi, percorrendo via Livornese, una lunga strada piuttosto stretta e poco illuminata, in fin dei conti una lunga passeggiata non gli dispiaceva.

Quella sera faceva freddo, fuori era buio, la luna piena, alta nel cielo, si rifletteva nell’acqua delle pozzanghere, provocando strani giochi di luci. Tutto quello che c’era di tranquillo veniva interrotto dal frinire dei freni delle macchine e dal rumore dei clacson.

Alcune panchine erano ancora bagnate e sporche, la luce fioca e il rumore del traffico rendeva l’atmosfera agghiacciante. Il freddo e l’umidità penetravano nella stoffa dei vestiti. Il rumore dei passi delle persone lungo la stretta strada rimbombava per l’intero percorso. L’odore acre del suolo bagnato, il buio incombente della notte, le pareti scure delle case avvolgevano sempre più Stefan che camminava lesto, immerso in chissà quali profondi pensieri.

L’eco di passi alle sue spalle lo scosse, si voltò repentinamente, ma non vide nulla di stano. Dietro di sé c’erano alcune persone che, come lui, a passi veloci percorrevano la strada, nessuno sembrava seguirlo.

Eppure, quella sensazione era netta, vicina e minacciosa.

Affrettò i passi. Vide passare un taxi e lo chiamò, vi montò sopra e disse al conducente:

“Mi porti in via Giulia, per cortesia”.

Appena arrivato a casa, riferì subito a Morena quella strana sensazione che aveva avuto tornando da Piazza Del Popolo.

Morena trasalì e gli disse:

”Sai, ieri, dopo aver parlato col portiere di Luisa, ho avuto la tua stessa sensazione”.

Mentre lo diceva le si accapponò la pelle.

Stefan, seduto sul divano del salotto, era assorto nei suoi pensieri; qualcuno voleva spaventarli per distoglierli dalle indagini. Erano, quindi, sulla strada giusta.

Si chiedeva se si fosse esposto troppo e fosse stato incauto, quando aveva rivelato la sua identità alla signora  Dorotea Occhitorvi.

Questi crucci lo assillavano.

Avrebbe dovuto essere più prudente nel prosieguo delle indagini. Se c’era qualcuno che li voleva fermare, prima o poi si sarebbe palesato; era soprattutto in pensiero per Morena, l’aveva esposta oltre misura, doveva proteggerla.

A questo punto, però, non gli restava molta scelta, avrebbe dovuto accertarsi dell’alibi di Dorotea. Doveva, innanzitutto, sapere chi era questa Clorinda di Orte e capire fino a che punto poteva scagionare l’amica. Fino a che ora erano rimaste insieme la sera del martedì?

Erano dubbi che doveva chiarire e prese una decisione:

“Morena, domani mattina vado a Orte con la macchina, tu va in ufficio e restaci fino al mio ritorno”.

 Di rimando Morena rispose:

“Stai molto attento, gli ultimi avvenimenti non mi piacciono, non vorrei che ti trovassi nei guai; forse è meglio se ti accompagno”.

“Assolutamente no! Ora, tu devi restare fuori da queste indagini, ti ho già troppo coinvolta. Me la so sbrigare da solo, non dimenticare che in Cina ho passato momenti ben più difficili”.

Morena gli accarezzò la folta chioma bionda, Stefan le prese la mano e la tirò dolcemente a sé, la fece sedere sulle sue ginocchia, l’accarezzò e le diede un lungo bacio sulla bocca. Restarono stretti per alcuni minuti, poi Stefan si alzò, la prese in braccio e la portò in camera da letto. Qui senza esitare si spogliarono e s’infilarono nudi sotto le coperte.



Capitolo IX

A Orte con Sharon

 

Un nuovo giorno stava nascendo, il sole faceva capolino tra i tetti di Roma. I suoi raggi già rimbalzavano tra una tegola e l’altra, prima di entrare nelle finestre delle case ed inondare le stanze di luce dorata; sarebbe stato l’inizio di una nuova investigazione  o la chiusura di un ciclo?

Era questo il pensiero di Stefan appena sveglio.

Diede la precedenza a Morena nel prepararsi, lui se la prese comoda; infatti, sul lavoro era molto più libero della fidanzata, non aveva l’assillo dell’orario: in qualità di reporter era libero di agire e indagare come voleva.

Non appena Morena uscì di casa, Stefan entrò nel bagno, fece una doccia quasi fresca per tonificarsi, poi, come al solito, indossò un abito a doppio petto blu a righe gialline su una camicia color champagne, mise una vistosa cravatta di seta ocra a pallini blu ed era pronto per la sua nuova avventura, quando squillò il suo cellulare.

Era Sharon.

“Ciao, Stefan; cosa fai?”

“Sharon! Quale buon vento ti spinge a chiamarmi?”, rispose Stefan incredulo.

“E’ tanto tempo che non ci sentiamo, volevo rivederti!”, disse Sharon in tono esuberante.

“Hai scelto la giornata sbagliata”, le rispose Stefan divertito.

“Perché mai?”

“Stavo per uscire e andare con la macchina a Orte”.

”…Orte? Cosa ci vai a fare? Devi raggiungere una delle tue tante ragazzine?”

“Non scherzare! Sto seguendo un’indagine, anche piuttosto pericolosa”.

“Il pericolo è il tuo mestiere”, obiettò Sharon in tono divertito. Poi continuò: “Posso venire con te?”

“Si vede che non hai proprio niente da fare”, rispose Stefan, interdetto.

“Dico davvero! Potrei aiutarti nelle indagini e farti da guardia del corpo”.

“Come Costner e Houston ma a parti invertite?”

“E perché no! Non si sa mai come potrebbe finire…” 

Stefan avvertì un mezzo sospiro di Sharon.

“Non farti illusioni, non tradirò mai più Morena”.

“Mai dire mai…”

“Smettila, davvero verresti con me ad Orte? E cosa dirai a Nathan?”

“Per questo non preoccuparti, ormai è abituato alla mia assenza. Passami a prendere sotto casa. Prima di arrivare, però, fammi uno squillo sul cellulare”.

Stefan incredulo, scese le scale, andò nel garage, prese la macchina e si avviò verso casa di Sharon. Vi arrivò dopo circa dieci minuti. Avendo ricevuto uno squillo, Sharon era lì ad attenderlo.

La vide subito, avrebbe riconosciuto la sua figura tra mille, anche se fosse stata  lontana un miglio: una testolina dai capelli castano dorati, un corpo sinuoso e procace, su un bacino alto e piccolo. Quando si fermò ed aprì la portiera per farla salire, notò i suoi occhi verde smeraldo, belli, profondi e luminosi, sulla bocca un rossetto rosso brillante che ne risaltava i morbidi contorni, un impertinente nasino all'insù e due gambe da schianto, sotto una gonna a tubo fucsia, che ipnotizzavano chiunque le guardasse.

Quando si accomodò sul sedile affianco a lui, la gonna stretta le si alzò e mise in mostra due lunghe cosce arrotondate, toniche e lisce, che lo mandarono in visibilio, benché le conoscesse molto bene, essendo stata la sua amante per molto tempo.

“Smettila di guardarmi le gambe e dammi un bacio! Sembra proprio che ti eri dimenticato di me, eppure mi conoscevi molto bene…”, gli disse Sharon in tono canzonatorio.

“Non mi ero dimenticato di te,” rispose Stefan, dandole un bacio sulla guancia “solo che non posso fare a meno di restare incantato ogni volta che ti vedo”.

“Smettila di dire bugie…,  dimmi dove andiamo e perché”.

“Andiamo ad Orte per un’indagine molto delicata, relativa al delitto di via Margutta”.

“E’ una missione pericolosa? …Dio come adoro le avventure!”, esclamò lei elettrizzata.

“Frena il tuo entusiasmo, e sappi che ieri c’era qualcuno che mi seguiva durante le indagini e non certo con buone intenzioni”.

Ma Sharon non si impensierì minimamente. Ogni volta che si muoveva sul sedile, la gonna saliva sempre più, mettendo in mostra tutte le cosce.

Purtroppo, quella visione metteva a dura prova la guida di Stefan, che non riusciva a guardare avanti, al punto di rischiare un incidente.

Quando Sharon se ne avvide, provò a tirare giù la gonna, anche se con scarso risultato. Però, bastò quel gesto perché Stefan tornasse in sé e riprendesse una guida più attenta.

Durante il viaggio Sharon volle che Stefan le raccontasse ogni cosa della sua avventura in Cina, senza tralasciare i ‘particolari’.

Si divertì molto ad ascoltarlo, cosicché il tempo sembrò volare e, senza che entrambi se ne accorgessero, si trovarono allo svincolo di Orte.  

“Dove andiamo, adesso?”, disse Sharon, fissandolo con aria interrogativa.

“Non lo so”, rispose Stefan.

“Come non lo sai? Siamo venuti fin qui senza che tu sappia dove andare?”.

Lo guardò esterrefatta.

“Non è proprio così! Dobbiamo cercare la casa di una signora, che si chiama Clorinda”.

“Vuoi scherzare? Dovremmo trovare una ‘Clorinda’, in una città di diecimila abitanti?”

“No! Aspetta che telefono ad un’amica per chiederle il cognome”.

Rispose in tono risoluto Stefan.

Così dicendo, prese il telefonino e compose il numero di Giulia.

“Pronto!”, rispose una voce di donna.

“Ciao, Giulia, sono Stefan Furore, ancora una volta ho bisogno del tuo aiuto”, le disse.

“Oh…, dott. Furore, dimmi!”

“Conosci per caso il cognome di Clorinda, amica di Dorotea  Occhitorvi?”

“Una volta lo conoscevo, ma in questo momento non mi viene in mente. Aspetta credo di averlo scritto sulla rubrica”.

 Così dicendo, interruppe un attimo la conversazione e poco dopo:

“Ecco, l’ho trovato: Clorinda  Ropaci, abita ad Orte”.

“Grazie tantissimo, Giulia. Ancora una volta sei stata di grande aiuto”, ringraziò Stefan.

Andò subito su internet e scrisse: Clorinda Ropaci, Orte.

Sullo schermo del cellulare immediatamente comparve: Clorinda Ropaci, via Principe Umberto, 34.

Rivolto a Sharon, esclamò:

“Come vedi, adesso sappiamo cosa cercare e dove andare”.

Impostò il navigatore e seguì attentamente la voce che gli indicava la strada.

Sharon era rimasta incantata, aveva ammirato la bravura di Stefan nell’investigare.

“Non c’è che dire, sei proprio bravo nel tuo lavoro!”, esclamò ad alta voce.

Nel giro di dieci minuti, giunsero in via Principe Umberto. Parcheggiarono ed andarono al numero 34, qui citofonarono alla signora Ropaci ed una voce femminile rispose:

“Chi è?”

“Sono Stefan Furore, un giornalista del giornale l’Eco d’Italia. Vengo da parte della signora Giulia Eriberti, sto indagando sulla morte di sua sorella Giovanna. Se lei lo permette, vorrei farle alcune domande, possiamo salire?”

“Prego, accomodatevi. Anche se non capisco come posso esservi utile, conosco molto poco la famiglia Eriberti, la conosce molto meglio la mia amica Dorotea”.

“E’ proprio di lei che le voglio parlare”.

“Prego, salite al terzo piano”.

Stefan e Sharon presero l’ascensore e salirono al terzo piano. Trovarono la signora Clorinda ad attenderli davanti alla porta. Stefan le porse la mano e disse:

“Piacere Stefan Furore. Questa è la mia collega Sharon. Le vogliamo rivolgere solo alcune domande ed andiamo via”. Clorinda diede la mano anche a Sharon e li fece accomodare su un divanetto dell’ingresso soggiorno.

Stefan venne subito al dunque:

“Sappiamo, che il martedì del delitto, lei era a Roma…”

Clorinda lo interruppe subito:

“Sì, ero a Roma, ma solo per una visita di controllo al policlinico. Mi ha accompagnato la mia amica Dorotea; potete chiedere a lei”.

“Lo sappiamo, non si preoccupi”, precisò subito Stefan. “Noi volevamo solo accertare un’altra circostanza: lei rimase insieme con la sua amica Dorotea fino a che ora?”

“Dorotea venne a prendermi al treno ed andammo diritto al policlinico, attendemmo più di un’ora perché fossi chiamata per la visita. Una volta terminata, poiché si era fatto quasi mezzogiorno, Dorotea volle portarmi a pranzare a casa sua. Io avrei preferito offrirle il pranzo in qualche ristorantino lì vicino, ma lei insistette per portarmi a casa”.

Si affretto a specificare Clorinda.

Poi, prese fiato e proseguì:

“La mia amica ha una famiglia adorabile, persone molto affabili e cordiali, io le conoscevo già da molti anni. Siamo rimasti lì a parlare fin quasi alle sei del pomeriggio. Poiché avevo previsto il ritorno per Orte intorno alle sette e mezza, Dorotea mi ha accompagnato alla stazione, dove ho preso il treno delle 19:15 per il ritorno”.

“Siete rimaste sempre insieme, lei e la sua amica?”, chiese Stefan.

“Certo, non crederà che io o Dorotea possiamo entrare in questo fattaccio? Non ci siamo mai lasciate per tutta la giornata”.

“Ricorda, per caso, come era vestita la sua amica?”, chiese Stefan in tono molto pacato, per non allarmare Clorinda.

“Sì, ricordo perfettamente: aveva una giacca rossa ed una gonna lunga blu scuro a fiori bianchi”. 

“Grazie signora, è stata estremamente gentile e non si preoccupi per l’indagine, volevo solo escludere certe circostanze”.

“Prego! Mi fa piacere se le mie parole possono essere risultate utili”, così dicendo si era alzata e li aveva accompagnati alla porta.

Nel frattempo, Sharon non aveva proferito parola, ma, appena messo piede fuori dalla porta, aveva chiesto:

“Adesso sei soddisfatto? Sei riuscito ad escludere qualcuno dalle tue indagini?”

“Forse sì”, rispose Stefan, meditabondo.

“Dalle 19:15 alle 19:30 è intercorso troppo poco tempo perché Dorotea possa essere tornata a casa, essersi cambiata e arrivata in via Margutta. Neanche il mago Houdini sarebbe stato capace di tanto”, pensò Stefan.

Fissando Sharon, disse a voce alta:

“Ora è proprio il caso di andare a mettere qualcosa sotto i denti”.

“Che hai, Stefan? Sembri nervoso o almeno dispiaciuto”.

“Speravo di chiudere oggi le indagini, invece si sono riaperte”.

“Ma tu vivi di pane e indagini”, disse ridendo Sharon.

“Ti sbagli, adesso ho proprio voglia… di andare a mangiare”.

“Cerchiamo un posticino, dove  possiamo mangiare in pace e non pensiamo ad altro”.

Così dicendo Sharon prese Stefan per il braccio e cominciò a strattonarlo, come per scuoterlo dai cattivi pensieri.

Camminarono un pochino per le vie di Orte, poi videro una locanda situata in un angolo, alquanto appartato, e vi entrarono.

Il locale era un po’ buio, ma ben arredato, con un lumicino a petrolio sopra ogni tavolo, l’idea piacque ad entrambi e si sedettero a un tavolo più nascosto.

Ordinarono svariate pietanze, tutti prodotti della “casa” e una bella bottiglia di vino rosso.

Quando si alzarono erano entrambi alticci, pensarono che in quelle condizioni non era il caso di prendere la macchina per ritornare, per cui camminarono a lungo sottobraccio per le vie del paese. Quando si accorsero che stava per imbrunire e la sbornia sembrava ormai passata, cercarono la macchina per rientrare, ma, come spesso capita, quando si cammina distratti e senza far caso alle strade che si sono percorse, non seppero tornare sui loro passi. Camminarono a vuoto per una buona mezzora, poi Sharon stanca disse:

“Perché non chiediamo della locanda dove abbiamo pranzato? Da lì sapremo sicuramente ritrovare la strada, il parcheggio era poco lontano dalla casa della signora dove siamo stati”.

“Che stupido! Il nome della strada io lo ricordo”, rispose Stefan, dandosi un colpo di mano sulla testa: “Via Giulio Cesare”.

“Stefan sei proprio partito, non era quello il nome della strada! Comunque se guardi il cellulare e vai sul navigatore ritroverai il nome della strada e le indicazioni per raggiungerla”.

“Sei un genio, Sharon”.

“In questo momento in confronto a te sarebbero dei geni anche le persone più stupide”, gli rispose ridendo Sharon.

In effetti, appena andò sul navigatore, comparvero le notizie precedentemente inserite, il nome della via: Principe Umberto 34 e la solita voce di donna cominciò a dare le indicazioni per arrivarci.

Fu così che dopo aver ritrovato la macchina, partirono per il ritorno. Sharon mise un po’ di musica e si sdraiò sul sedile, mentre Stefan prese il biglietto al casello dell’autostrada e cominciò a procedere verso Roma.

Durante tutto il percorso, Stefan non fece che guardare le gambe di Sharon. Lei, dal canto suo, sentendosi guardata, non fece niente per distrarre Stefan dai suoi ‘pensieri’, anzi era eccitata all’idea che la guardasse e fissandolo gli chiese:

“Perché non ci fermiamo in un motel? Potremo riposarci e ripartire dopo, più sereni e meno spossati”.

Stefan che non voleva sentire altro, appena vide una pompa di benzina con annesso motel, svoltò e si fermò in un angolo meno illuminato.

Cominciò ad accarezzarle le gambe, lei gli buttò le braccia al collo e cominciarono a baciarsi intensamente. Stavano stretti in un delirio d’amore e pensavano a tutto ciò che avrebbero fatto di lì a poco nel motel, quando all’improvviso Sharon diede un grido:

“Stefan c’è una persona che ci guarda!”

“Sarà un guardone”, rispose Stefan infastidito.

“No, ti dico che ho visto per un attimo i suoi occhi, erano cattivi, poi come un’ombra è svanito. Se fosse stato un guardone lo avresti visto subito dopo anche tu, invece si è dileguato”.

A quelle parole, un brivido passò per il corpo di Stefan. Gli erano passati tutti i bollenti spiriti, ingranò la marcia e, a tutta velocità, riprese l’autostrada, volando verso Roma.

Durante il resto del viaggio non dissero una parola, ognuno immerso nei propri pensieri. Guardavano entrambi se da dietro potesse sopraggiungere una macchina, temevano che qualcuno potesse affiancarli e sparare su di loro, come nei peggiori film horror.

In effetti di macchine che li affiancarono e li superarono ce ne furono molte, ma  proseguivano tutte per la loro strada e ogni volta trattenevano il respiro, mentre una fastidiosa oppressione stringeva loro la gola.

Ci fu anche un episodio spiacevole, una macchina li sorpassò e bruscamente sterzò, parandosi davanti, Stefan improvvisamente dovette frenare e sterzare violentemente a destra per non tamponarla; si fermò quasi vicino al guardrail. In quel momento, nella loro mente impaurita sembrò che qualcuno volesse mandarli fuori strada.

Giunti finalmente a Roma, Sharon, guardando preoccupata Stefan, disse:

“Questa tua indagine sul delitto non mi piace per niente. Stai molto attento, c’è qualcuno che ti vuole indurre a smettere. Se fossi in te lo farei”.

Stefan non rispose. Si limitò a portare Sharon a destinazione lasciandola davanti al portone di casa. Le diede un bacio sulla bocca e disse ridacchiando:

“Sarà stata l’immagine fantasma di Morena che, non volendo essere tradita una seconda volta, ti è balzata davanti quando stavamo fermi a pomiciare”.

Anche Sharon si mise a ridere:

“Va bene, vorrà dire che non c’è due senza tre”.

E in risposta Stefan:

“Ma se il due non c’è stato?”

“La prossima volta, allora, faremo due e anche tre”, replicò Sharon maliziosa, correndo verso il portone.

Tornato a casa, Morena lo attendeva con impazienza, come lo vide entrare gli corse incontro e abbracciandolo gli chiese:

"Come è andata?"

"Male!"

"In che senso?"

"Credevo di poter chiudere le indagini, invece le parole di Clorinda hanno scagionato quasi del tutto Dorotea. Sono state insieme per quasi tutto il giorno, dalla mattina fino a quasi l'ora del delitto".

Omise di dirle che Dorotea aveva lasciato l'amica alla stazione alle 19:15, voleva evitare discussioni inutili sulla possibilità che Dorotea avrebbe potuto essere in via Margutta alle 19:30. Per lui quelle indagini erano terminate. Poi all'improvviso disse:

"Mentre tornavo da Orte, mi sono fermato a un autogrill e, mentre facevo benzina, mi sono accorto che qualcuno mi spiava, quando mi sono girato ho visto sparire una persona nell'ombra. Ho avuto la netta sensazione che ancora una volta ci fosse qualcuno che mi seguiva. Credo che ci sia qualcuno che vuole farmi paura, vuole che cessi di indagare, oppure chi ha commesso il delitto mi sta addosso. In ogni caso non è Dorotea. Mi è venuto il sospetto che la signora della foto è forse un uomo vestito da donna".

A quelle parole ancora una volta Morena avvertì una gran paura. Rivolta a Stefan gli disse:

"Amore forse è il caso di smettere di indagare".

"È proprio ciò che vuole chi ha commesso il crimine", rispose Stefan, sovrappensiero. "Le nostre indagini hanno già prodotto un primo effetto: siamo riusciti a far scarcerare Claudio. Ora spera che non ci sia un secondo effetto".

"E quale effetto ?", obiettò Morena.

"Ovvio! Non vuole che lo scopriamo".

Stefan aveva ovviamente omesso il particolare che in macchina insieme con lui ci fosse Sharon e che si stessero baciando, quando avevano avvertito la presenza di qualcuno che li stava spiando. Se Morena avesse immaginato che Stefan era stato in compagnia di Sharon, lo avrebbe preso a randellate e questa volta non l’avrebbe perdonato.

Purtroppo, ancora una volta le indagini dovevano ripartire da dove erano cominciate: bisognava scoprire chi era la donna della foto con il cappellone in testa.

Stefan ora avvertiva uno strano disagio, come un sottofondo di timore ad indagare ulteriormente. Nello stesso tempo, l’istinto e la curiosità lo spingevano a continuare le indagini. Da dove ripartire? Si chiese dentro di sé.

Se l’assassino era un uomo, sarebbe stato molto difficile scoprirlo, non aveva nessun indizio, né un minimo appiglio al quale agganciarsi.

Pensò che bisognava farlo venire allo scoperto anche se era molto rischioso, doveva far credere che aveva tra le mani una carta vincente e che aveva scoperto qualcosa di nuovo. Doveva far sapere a tutti di questa nuova traccia, perciò la prima cosa che fece telefonò a Berenice, successivamente avrebbe telefonato anche a Giulia.

“Ciao, Berenice”, esclamò soddisfatto Stefan.

“Sai, ho scoperto nuove prove, so chi è l’assassino”.

 “Davvero?”, rispose Berenice incredula, “ chi è?”

“Per il momento non è il caso di parlare, devo prima accertarmi bene”.

“Ma puoi almeno anticiparmi qualcosa?”

“Una cosa te la posso dire: Dorotea e Luisa non centrano col delitto”.

“Scusami Stefan ma non ti seguo, non riesco a ricordare chi sono queste due donne”.

“Non ti avevo detto che stavo indagando sull’identità della donna nella foto?”

“Si, certo”.

“E non ti avevo detto che Giulia mi aveva dato una lista di amiche di Giovanna? Io stavo investigando su due di loro”.

“No! Non lo sapevo”.

“Bene, sicuramente loro non hanno niente a che fare col delitto”.

“Ma allora chi è quella donna?”

“Te lo dirò al momento opportuno, ora ti devo salutare. Ciao”.

Così dicendo chiuse la conversazione.

Subito dopo telefonò a Giulia, raccontandole le stesse cose e facendole credere che ormai era quasi giunto al riconoscimento della donna col cappello.

Ora bisognava aspettare che la notizia si diffondesse e che l’assassino facesse un passo falso.

Sapeva bene che stava rischiando grosso: l’assassino, vistosi scoperto, avrebbe tentato di ucciderlo per eliminare le prove.

 

Capitolo X

Ipotesi e conferme

 

Passò una settimana durante la quale non accadde nulla.

Stefan cominciò a riconsiderare tutte le possibili eventualità. E se si fosse sbagliato, se tutte le sue paure fossero frutto di retropensieri di ansia e panico non reali? In fondo, non aveva mai visto niente e nessuno. Solo Sharon asseriva di aver visto due occhi, che la guardavano, ma, come aveva subito pensato, poteva essere stato un guardone.

Bisognava sgomberare la mente da ogni pregiudizio, considerare i fatti reali, ripensare a ciò che era effettivamente accaduto fino a quel momento ed alle prove evidenti.

Rivolto a Morena, disse:

“Facciamo una nuova analisi dei fatti avvenuti e confermati dalle indagini: Giovanna è stata uccisa intorno alle ore 20. Sul luogo è stata ritrovata l’arma del delitto: un coltello appuntito da cucina con le impronte di Claudio sul manico. A quell’ora nell’appartamento della vittima c’era o c’era stato sicuramente Claudio. Dalle immagini della seconda telecamera si è potuto appurare che nell’appartamento si trovava presumibilmente anche una donna. Questi sono i fatti incontrovertibili, ogni altra considerazione non trova riscontro”.

“Hai ragione!”, rispose convinta Morena.

“A quali conclusioni portano questi fatti?”, chiese Stefan dubbioso.

“L’autore del delitto è Claudio, probabilmente sua complice è una donna, giunta poco prima di lui e uscita dopo. Io l’ho detto fino dal primo momento!”, rispose in tono perentorio Morena.

“Potresti avere ragione…”, confermò Stefan. “Con molta probabilità sua complice è stata Berenice, che fino ad ora ci ha preso per i fondelli ed ha tentato di depistarci, per scagionare se stessa ed il suo amante, Claudio. Questo è quel che appare agli occhi di tutti. Vediamo se esiste la possibilità di guardare le cose da un altro punto di vista”.

“E quale? ”, ribatté Morena.

“Il delitto è stato compiuto solo dalla donna, attualmente senza identità; Claudio è estraneo al crimine e Berenice non c’entra affatto. Però, resta da capire come le impronte di Claudio siano finite sul manico del coltello”.

“Per me l’ipotesi più plausibile è la prima”, esclamò convinta Morena.

“Non esiste in realtà un’ipotesi più plausibile dell’altra! Sono entrambe possibili”, replicò Stefan.

“Cerchiamo di capire come le impronte di Claudio sono finite su quel coltello”.

“Dobbiamo parlare di nuovo con Claudio ed indagare sull’arma del delitto”, ribadì Stefan. “Secondo te, potrebbe la figura di Berenice coincidere con quella della donna sconosciuta?”

 “Berenice è una donna sotto i 50 anni,” rispose Morena “alta circa un metro e settanta, dalla corporatura non certo snella, ma ben fatta. Con una parrucca bionda un tailleur attillato, un paio di scarpe a tacco alto e un enorme cappello in testa, potrebbe rassomigliare benissimo alla donna nella foto”.

“Hai ragione! E questo confermerebbe la prima ipotesi”, esclamò Stefan.

“Bisogna ora indagare sulla seconda ipotesi”.

“Ma, Stefan ritorniamo sempre allo stesso punto di partenza!”

“No! Mia cara! Fino ad ora non ci siamo mai occupati dell’arma del delitto”.

“Va bene. Quindi, da questo momento, nessuna paura ed indaghiamo sul coltello!”.

 

Come stabilito, il giorno dopo, Stefan telefonò a casa di Claudio:

“Ciao Claudio, posso venire in compagnia di Morena a casa tua? Vorremmo avere dei chiarimenti su alcuni particolari”.

“Vi aspetto”, rispose prontamente Claudio. 

Quando arrivarono c’erano sia Claudio che Berenice ad attenderli.

“Prego accomodatevi”, disse cerimoniosa Berenice, facendo loro strada fino al salotto.

Entrarono in una stanza sontuosamente arredata, con numerosi arazzi alle pareti di epoca barocca, un lampadario di cristallo a gocce ornava il centro del soffitto.

Un antico salotto dell’Ottocento in stile Luigi Filippo in noce massello, ornato da intagli floreali con riccioli e sfere a rilievo, composto da un divano con schienale tripartito e una coppia di poltrone, imbottite e tappezzate in velluto color ocra facevano  gran mostra di sé al centro della parete più larga; numerosi tappeti coprivano il pavimento di marmo, venato da striature di vari colori.

Stefan e Morena, alquanto a disagio, si sedettero sul divano.

Subito Berenice, con fare cortese, chiese:

“Cosa vi posso offrire?”

“Niente!”, risposero in coro Morena e Stefan.

“Allora certamente gradirete uno scotch”.

Così dicendo, prese una bottiglia finemente lavorata, che stava nel mobile bar al lato e due calici di cristallo, vi versò dentro lo scotch e li porse a Stefan e a Morena.

Con molta gentilezza Claudio rivolse loro la parola:

“Come posso esservi utile?”.

Senza troppe formalità, Stefan rispose:

 “Vorremmo sapere come è possibile che le tue impronte siano finite sull’arma del delitto”.

“Non sono mai riuscito a capirlo”, replicò Claudio in tono remissivo.

“Pensaci bene prima di darmi una risposta”, lo incalzò Stefan.

 “Ti è mai capitato di prendere qualcosa da mangiare a casa di tua sorella Giovanna?”

“Certo, ogni volta che andavo, Giovanna mi offriva sempre una fetta di torta. Le mie due sorelle sono entrambe delle brave pasticciere e si offendono se gli ospiti non fanno onore alle loro specialità”.

Appena Claudio pronunciò queste parole, agli occhi di Stefan balzarono le immagini di quando con Morena erano andati a casa di Giulia, ora ricordava con precisione il coltello col quale la padrona di casa aveva tagliato le fette di torta da offrire loro. Solo ora ricordava la strana sensazione che aveva provato nel vedere quel coltello, ma l’ingresso di Valeria aveva subito cancellato quell’immagine dalla sua vista e dalla sua mente. Il coltello era identico all’arma del delitto.

Confortato da quel ricordo, chiese a Claudio:

“Ricordi, per caso, il tipo di coltello con cui tua sorella tagliava le fette di torta?”

“Ora che mi ci fai pensare”, rispose Claudio quasi euforico, “è proprio lo stesso tipo di coltello dell’arma del delitto!”

“E tu lo hai mai usato?”, chiese Stefan.

“Sempre! Mia sorella, per farmi prendere la quantità di torta desiderata, mi dava il coltello per tagliarne una fetta”.

“Ecco come sono finite le tue impronte su quel coltello!”, esclamò Stefan trionfante.

Un nuovo elemento delle indagini era stato chiarito. Questo, tuttavia, poteva avvalorare entrambe le ipotesi fatte da Stefan:

1)         Claudio aveva usato il coltello per uccidere la sorella.

2)         Una terza persona aveva usato quel coltello con i guanti per uccidere Giovanna.

C’era un altro particolare che, secondo Stefan, era sfuggito agli investigatori: la signora col cappello nella foto aveva dei guanti bianchi a manica lunga.

Stefan rivolse a Claudio un’altra domanda molto importante:

“Quando sei arrivato da Giovanna, in casa c’era un’altra persona?”

“No! Su questo punto sono certo”, esclamò Claudio deciso.

“In Casa eravamo solo io e mia sorella Giovanna”.

“Tua sorella ti aspettava?”, chiese ancora Stefan.

“No! Fu molto sorpresa nel vedermi. Ricordo che mi chiese perché fossi andato a trovarla, come sempre, andò subito a prendere un vassoio con la torta ed io, come al solito, ne tagliai una fetta… Le risposi che ero andato da lei perché avevo ricevuto una sua telefonata, con la quale mi invitava ad andare lì per parlare del prestito. A queste parole, rimase molto perplessa, negò decisamente di avermi telefonato e mi accusò di mentire, dicendo che mi ero inventato la storia della telefonata per trovare una scusa per sollecitarla a darmi il denaro. Solo che non aveva nessuna intenzione di parlare del prestito né, tanto meno, di volermelo concedere. A quel punto, i toni della conversazione si alzarono e in modo sgarbato mi disse che fino a quando non avessi smesso di giocare, non mi avrebbe dato più neanche un centesimo… Allora, adirato, voltai le spalle e andai via sbattendo la porta”.

“Ciò vuol dire che la persona che l’ha uccisa è una persona che la conosceva, perché le ha aperto la porta e l’ha fatta entrare, dopo che tu sei uscito”, commentò Stefan ad alta voce.

“Sei sicuro che hai chiuso la porta appena sei uscito? Non hai esitato per caso lasciando l’uscio aperto per qualche minuto, mentre voltavi le spalle?”

“No! Sono sicuro di aver tirato violentemente la porta appena sono uscito, tanto che ha fatto un forte rumore”.

“Ti sei voltato a guardare se per caso la porta si era chiusa? A volte, capita che, quando si tira violentemente una porta, questa rimbalza e si riapre”, notò Stefan pensieroso.

“No! Non mi sono voltato. In quel momento ero così adirato che potrebbe essere accaduto anche quello che hai detto. Sono sceso di corsa per le scale e sono andato via velocemente”, rispose Claudio preoccupato.

Si affacciava una nuova ipotesi: la donna della foto poteva avere approfittato della circostanza della mancata chiusura della porta per entrare. Inoltre, Claudio era troppo agitato per accorgersi se fuori, sul pianerottolo e magari in disparte, ci fosse un’altra persona. In questo caso, Giovanna, non necessariamente, avrebbe dovuto conoscerla.

Si ritornava al dubbio amletico di sempre: chi era stato ad uccidere Giovanna? Claudio o una terza persona? Questa persona era sconosciuta? Quale era il movente?

Nel porsi queste domande, Stefan si soffermò sull’ultima: la chiave di volta per la risoluzione dell’enigma era il movente. Si ritornava sempre all’antico detto latino della Medea di Seneca: ‘cui prodest?’.

Mentre avvenivano questi scambi di domande tra Stefan e Claudio, Morena aveva osservato con attenzione Berenice.

Non avendo più niente da chiedere, Stefan si alzò, ringraziò per la cortesia e, dopo aver stretto la mano a entrambi, insieme a Morena si accomiatarono.

Non appena furono a casa, Morena, fissando intensamente Stefan, quasi a volergli strappare il pensiero, gli disse:

"Sono certa che, ad uccidere la povera Giovanna, sono stati Claudio e Berenice. L'ho osservata attentamente mentre voi parlavate, mi è parsa troppo sicura di sé, era spavalda, convinta che mai nessuno avrebbe potuto dimostrare la loro colpevolezza. Poi è troppo simile alla donna nella foto, basta aggiungere una parrucca bionda ed un cappello a falde larghe. Punterei tutto ciò che ho sulla loro colpevolezza".

"Faresti molto male", rispose Stefan preoccupato.

 “Perderesti tutto, proprio come ha fatto Claudio. Quando si è troppo sicuri di vincere, proprio allora si perde".

"Quindi, tu sei per l'ipotesi della persona estranea?”, rispose stizzita Morena.

"No! Per il momento non privilegio nessuna ipotesi. Cerco di analizzare con freddezza i fatti".

"E cosa ti suggeriscono i fatti?", ribatté polemicamente Morena.

"Le ipotesi ventilate, allo stato, sono valide entrambe. Non c'è nessuna certezza. Bisogna continuare ad indagare".

Queste erano le conclusioni, a cui era giunto Stefan, e, pensando ad alta voce, disse:

“Bisogna assolutamente capire chi poteva trarre vantaggio dalla morte di Giovanna”.

Morena subito rispose:

“In assoluto, il fratello Claudio, che per disposizioni testamentarie ereditava tutto” e, rivolta a Stefan:

“A quanto ammontava il capitale di Giovanna? Visto che tu conosci tutti i suoi conti?”

“A molte centinaia di migliaia di euro!”, le rispose sorridendo Stefan.

“Ah…!  E dubiti del suo movente?”

“No! Non dubito del suo movente, ma potrebbero esserci altre persone, che avrebbero potuto trarre vantaggio dalla morte di Giovanna!”

“Per esempio?”

“Qualcuno che, come Dorotea, avrebbe potuto avere un grosso debito con lei”.

“Claudio è certo! Mentre tu vai alla ricerca di… ‘uno presunto’!”, esclamò indispettita Morena.

“Le tue certezze potrebbero essere sbagliate, amore mio”, le rispose in tono canzonatorio Stefan. Cosa che la mandò su tutte le furie e andò via in un’altra stanza, per non litigare.

Comunque, le cose stavano proprio così, non c’era ancora nessuna prova certa su chi fosse l’autore del delitto.

Se fino a quel momento, le impronte di Claudio sul coltello sembravano l’unica prova certa, dal colloquio era emerso che chiunque avrebbe potuto usare quel coltello con i guanti e non lasciare ulteriori tracce, se non quelle di Claudio.

In base a questa motivazione, Berenice fece istanza di revoca degli arresti domiciliari per Claudio. Il giudice istruttore, lette le osservazioni scritte dall’avvocato difensore, con l’ulteriore possibilità che la porta fosse rimasta aperta alla sua uscita e che c’era la certezza della presenza di un’altra persona sul luogo del delitto, aveva revocato gli arresti; ma restava, comunque, indagato.

Quando Stefan aveva appreso la notizia della revoca degli arresti per Claudio, aveva subito telefonato a Berenice per congratularsi con lei:

“Congratulazioni Berenice, ho appreso che hai ottenuto la revoca degli arresti domiciliari per Claudio, sono molto contento”.

“Veramente grazie a te e alle tue preziose indagini. Il merito è tutto tuo, Stefan. Sei un eccellente investigatore, dovresti farlo per mestiere”, aveva risposto Berenice compiaciuta, poi aveva continuato: 

 “Le successive indagini fatte dalla magistratura hanno confermato sia la tua scoperta della donna col cappello presente nel palazzo all’ora del delitto, sia l’ipotesi che le impronte sul coltello lasciate da Claudio potevano essere state lasciate in circostanze diverse; infatti, gli inquirenti hanno rinvenuto in un cassetto della cucina altri cinque coltelli, della stessa serie di quello del delitto, e su alcuni c’erano tracce delle impronte di Claudio”.

“Sai se gli agenti di polizia stanno continuando le indagini?”

“Sì, cercano una persona che avesse un consistente movente per ucciderla. So, inoltre, che la scientifica sta facendo una minuziosa ricerca per riuscire ad individuare qualche ulteriore dettaglio sulla signora del video”.

“Meno male! Così non sarò il solo a dover sciogliere questo intricato groviglio”, rispose Stefan moralmente sollevato.

“Ciao, dott. Furore. E grazie di tutto”, così dicendo Berenice chiuse la conversazione.



Capitolo XI

La donna del mistero

 

Passarono diverse settimane senza che ci fossero nuovi risvolti sul delitto di via Margutta. Stefan era diventato piuttosto pigro, si limitava ad andare tutte le mattine in redazione con Morena e si occupava di seguire avvenimenti di cronaca, cercando qualche scoop da pubblicare sul giornale.

In una città come Roma certo non mancavano casi di ordinaria criminalità da seguire e da portare agli onori della cronaca. Ma in testa gli era rimasto un pensiero fisso, che gli scavava il cervello come un tarlo: chi era la signora col cappello, che quel maledetto martedì sera era salita nell’appartamento di Giovanna in via Margutta?

Non ne parlava più con Morena, perché tanto sapeva che lei era convinta della colpevolezza di Claudio; ma ammesso anche che fosse stato lui, quale ruolo aveva avuto quella donna nel delitto e chi era? Stefan era convinto, al contrario di Morena, che non fosse Berenice, c’era qualcosa che glielo faceva escludere, ma non riusciva proprio a capire cosa.

Mentre cercava invano di ricordare e di mettere a fuoco le caratteristiche della donna, all’improvviso un bagliore gli attraversò la memoria, gli era comparsa l’immagine di Berenice nuda. Ricordava perfettamente il suo corpo fumante, mentre attraversava la camera da bagno davanti alla porta, l’aveva fissata bene ed in quel momento un particolare gli era balzato agli occhi: i suoi piedi scalzi erano piccoli in confronto alle gambe ben tornite ed alle cosce tondeggianti, mentre la signora col cappello aveva due scarpe rosse di taglia grande, che coprivano dei piedi non certamente di piccole dimensioni.

Del resto sarebbe stato facile stabilire la taglia delle scarpe di Berenice.

Questo era un particolare molto importante, che avrebbe potuto escludere la coincidenza tra lei e la signora col cappello.

Neanche a farlo apposta, quando si dice ‘pensi al diavolo e spuntano le corna’, qualche giorno dopo ricevette una telefonata da Berenice:

“Ciao Stefan Furore, devo dirti una cosa importante… ho saputo che la polizia inquirente, un paio di giorni fa, ha rivisto in via Margutta la misteriosa signora col cappello. È comparsa sempre verso sera, ed è stata ripresa dalla telecamera del portone dell’appartamento incriminato”.

“Davvero?”, aveva esclamato Stefan, facendo quasi un balzo dalla sedia.

“L’hanno presa?”

“No! Purtroppo! Hanno visto le immagini solo il giorno dopo, la telecamera non è collegata alla stazione di polizia. Ma, da quando è avvenuto il delitto, ogni mattina ritirano il filmato del giorno precedente”.

“Furbi!”, gli era sfuggito a Stefan.

“Così se c’è da intervenire non lo possono fare!”

“Proprio così!”, aveva risposto l’avvocato Berenice.

“Comunque hanno rilevato un particolare molto interessante: la signora era vestita allo stesso modo, con le stesse identiche caratteristiche della volta precedente, solo che questa volta ha aperto il portone con la chiave. Gli inquirenti pensano che, dopo aver commesso il delitto e prima di andare via, abbia preso un mazzo di chiavi, che probabilmente era vicino alla porta dell’appartamento di Giovanna. Evidentemente si riprometteva di tornare; solo che gli inquirenti non ne hanno capito il motivo, dal momento che in casa non mancava nessun oggetto tra quelli inventariati”.

“Molto interessante”, aveva bisbigliato Stefan.

“Sembrerebbe che la signora abbia voluto rimediare ad un errore fatto: nella concitazione del delitto, al momento della fuga, aveva dimenticato qualcosa nell’appartamento della vittima”.

“Bravo! Solo che, nei vari sopralluoghi, successivamente fatti dalla polizia scientifica, non manca niente degli oggetti inventariati”.

“Non manca niente o loro non sono riusciti a capire cosa manca?”

“Dai verbali del materiale rinvenuto, tra i vari oggetti trovati in casa non manca niente!”, terminò col dire Berenice.

“Scusa, se ti faccio una domanda personale”, continuò Stefan.

“Che numero di scarpe porti?”

“Perché?”, rispose incuriosita Berenice.

“No, abbiamo fatto una scommessa io e Morena; lei sostiene che porti un 40 mentre io penso ad un 35”.

“Ma perché vi interessano tanto i miei piedi?”

“Stavamo facendo un gioco sulle identità delle persone che conosciamo”.

“Ah… capisco”, disse in tono divertito Berenice, convinta che Stefan stesse mentendo.

“In effetti, ti sei avvicinato molto di più tu, il mio numero di scarpe è 36. Del resto tu fissi le persone molto meglio”, aggiunse ironica. 

Stefan capì l’allusione e diventò rosso, ma questo Berenice per telefono non lo poté vedere.

 

Subito dopo la telefonata, Stefan entrò in cucina, dove Morena stava sorseggiando un tè e le disse:

“Sai, mi ha appena chiamato l’avvocato Berenice”.

“Cosa voleva?”

“Mi voleva informare che si è rifatta viva la donna col cappello”.

“Certo: è lei!”, rispose esultante Morena.

“No, Morena! Ti sbagli non può essere Berenice”.

“Perché?”

“Perché ho appena appurato che porta 36 di scarpe!”

“Ah… si? Buono a sapersi! Ma a me che importa?”

“Forse a te non importa niente; ma per me è fondamentale! È la prova che la donna col cappello non può essere lei”.

“Perché mai?”, rispose incuriosita Morena.

“Perché la donna col cappello porta un numero di scarpe certamente più grande, dal 40 al 42”.

“Come puoi affermare questo?”

“Le immagini della telecamera lo confermano e, se fossi stata più attenta ai particolari, lo avresti capito anche tu dalla foto”.

“Davvero?”

“Un altro particolare inoltre c’era sfuggito”.

“Quale?”

“La signora col cappello, quando è entrata nel portone probabilmente potrebbe aver avuto con sé la chiave dell’appartamento. Me lo ha riferito l’avvocato Berenice”.

“E come fa l’avvocato ad affermarlo? Da dove le viene tutta questa scienza?”

“Non essere cattiva, amore. In fondo, Berenice non ti ha fatto niente”.

“A me, no!  Ma a Giovanna sì!”

“Ti ho appena detto che non c’entra niente con l’uccisione di Giovanna!”

“Hai ragione, solo che certi pensieri sono difficili da mandar via… Comunque, cosa stavi dicendo?”

“Ti stavo spiegando che l’avvocato Berenice ha saputo dalla polizia della ricomparsa della signora del cappello, che è riandata nell’appartamento di Giovanna per riprendere qualcosa che la sera del delitto, nella concitazione, aveva dimenticato al momento di andar via”.

“E come ha fatto la polizia a sapere tutte queste cose?”

“Semplicemente guardando le immagini della telecamera posta sopra al portone. Gli inquirenti hanno guardato le nuove immagini, ma il giorno dopo che la signora col cappello era stata nuovamente nell’appartamento”.

“Ah…! Proprio bravi!”

“Anch’io ho fatto dell’ironia, purtroppo la telecamera non è in collegamento con la centrale di polizia; il filmato è stato ritirato solo il giorno dopo”.

“Questa donna ci sta prendendo tutti per i fondelli!”, esclamò Morena un po’ irritata e un po’ ilare.

“Non credo che si stia divertendo, anzi penso proprio che sia molto spaventata”.

“Voglio rivedere le scene della sua entrata ed uscita dal portone; c’è un altro particolare che non avevamo osservato”.

“Quale?”

“Gli inquirenti hanno riferito all’avvocato Berenice che, sul braccio sinistro, portava una borsetta blu. Cosa che noi non abbiamo notato”.

“Vuoi rivederle con me?”

“No, grazie. L’investigatore ormai sei tu!”

“Come? Non avevi promesso a Giulia che avresti investigato?”, disse ironicamente Stefan.

“Sì! Ma ormai le indagini sono passate nelle tue mani, Giulia lo sa”, rispose ridendo Morena.

Stefan si alzò ed andò nello studio, accese il computer e mandò in funzione il lettore cd sul quale erano registrate le immagini della sera del delitto. Ancora una volta rivide le stesse scene e fermò l’immagine quando la donna stava davanti al portone. Andò più volte avanti e indietro per rivedere quel momento, ma non riuscì a vedere nessuna borsetta al braccio della donna; l’angolazione laterale della telecamera impediva la vista del braccio sinistro. Solo in un fotogramma si intravedeva un minuscolo triangolino uscire fuori dal tailleur. Con molta probabilità le immagini della polizia erano molto più chiare, perché riprese dall’alto, mentre la donna stava davanti  alla telecamera.

Dopo aver rivisto il filmato, Stefan era rimasto rincuorato perché si era reso conto che non aveva trascurato un particolare importante; semplicemente l’immagine della borsetta nel filmato in suo possesso non c’era.

Ora, però, era curioso di vedere le caratteristiche della borsetta, per cui, rivolto a Morena, disse:

“Amore, devo assolutamente andare alla centrale di polizia per vedere il loro filmato, vuoi venire?”

“No, caro! Puoi andare tranquillamente da solo, non hai bisogno della balia”.

Ultimamente Morena era diventata un po’ acida, pensò Stefan.

Indossò il cappotto ed uscì. Prese un taxi e si fece portare alla centrale di polizia di Campo Marzio, qui si stavano svolgendo le indagini del delitto di via Margutta. Si rivolse all’investigatore capo, che conosceva per avergli dato una copia del video in suo possesso. Questi fu molto gentile ed, alla richiesta di vedere un’immagine della borsetta incriminata, prima oppose un po’ di resistenza, dicendo che faceva parte dei reperti secretati del delitto, poi ricordando i loro buoni rapporti, e non dovendo far altro che fargli vedere un’immagine, lo accontentò. Logicamente l’ammonì a non dire niente a nessuno. Stefan lo rassicurò, ma nel frattempo aveva fotografato l’immagine di quella borsetta nella sua mente.


Capitolo XII

Stefan prende un abbaglio

 

 

Mentre tornava a casa, pensava a come poter continuare le indagini, infatti, se per il momento si erano impantanate nell’inutile ricerca di una sconosciuta, forse potevano ripartire, prendendo in considerazione qualche altro elemento. Ma quale? Ebbe come un’illuminazione: aveva dimenticato il movente.

Le indagini dovevano ripartire, esaminando tutti coloro che avrebbero tratto vantaggio dalla morte di Giovanna. Ripensandoci, lo aveva già fatto; infatti, aveva indagato su Dorotea Occhitorvi che, con la morte di Giovanna, forse aveva guadagnato circa 30.000 euro, ma, avendo un alibi, aveva concluso che non poteva essere stata. Comunque, al primo posto c’era sempre Claudio, che dalla morte della sorella ereditava un capitale cospicuo. Ora che ci pensava tra i beneficiari del delitto, se le cose fossero andate come si erano messe in partenza, poteva inserire anche Valeria. Infatti, se Claudio fosse stato condannato, l’eredità sarebbe passata, per indegnità del fratello, a sua madre Giulia e, di conseguenza, a lei. Ma stava facendo galoppare la sua fantasia oltre ogni limite. Era impossibile: una creatura così bella e di per sé già ricca, non avrebbe mai pensato a tanto.

Si tornava sempre al punto di partenza, c’era una terza persona nell’ombra che non voleva emergere: la signora col cappello.

Stefan provò a farne un identikit, alta circa un metro e ottanta, con scarpe a  tacchi alti e di taglia grande, di corporatura media, non troppo sottile, di età indefinibile, bionda, per lo meno così appariva dalle immagini, molto elegante, dal portamento eretto e dal carattere deciso.

Di donne così a Roma ce n’erano a migliaia. Bisognava escogitare qualche stratagemma, ci voleva un’esca per stanarla.

Passarono diversi giorni durante i quali Stefan si arrovellò inutilmente per trovare una possibile soluzione. Tutte le mattine passava davanti al portone di via Margutta nella vana speranza che una donna con le caratteristiche dell’identikit si palesasse ai suoi occhi.

Come per magia, una mattina accadde l’imprevisto: davanti al portone si fermò una ragazza con le caratteristiche della donna della foto. Stava ferma davanti al portone ed era indecisa se citofonare; alla sua vista, Stefan telefonò subito al capo della mobile, che conosceva; dopo neanche due minuti arrivò un’autovettura della volante, di quelle che sono chiamate in gergo pantere, per via del tradizionale distintivo sulle fiancate.

Scesero due agenti che si avvicinarono alla ragazza e le chiesero di seguirli in centrale. La giovane, perplessa, protestò veementemente, ma non ci fu verso, dovette salire sulla volante e andare alla centrale di polizia. Nel frattempo, davanti al portone si era formato un capannello di persone vocianti, ognuno diceva la sua, anche cose per niente attinenti al caso in questione.

Stefan, invece, aveva preso un taxi e si era fatto condurre al commissariato di Campo Marzio, dove era stata condotta la ragazza.

Nel frattempo, il capo della mobile si era comportato educatamente con la signorina, visibilmente spaurita ed incredula; l’aveva invitata ad accomodarsi nel suo ufficio, le aveva chiesto un documento d’identità e aveva cercato di metterla a suo agio, domandandole se gradiva un caffè.

Stefan, nel frattempo, si era seduto su una sedia del corridoio, attendendo l’evolversi dell’interrogatorio. Era molto ansioso e nello stesso tempo quasi impaurito, se avesse preso un abbaglio, non sapeva proprio come giustificarsi con il capo della mobile.

Questi aveva verificato l’identità della giovane, era alta circa un metro e settanta, bionda, dalla corporatura non troppo esile, ma nemmeno troppo grossa, indossava un paio di scarpe rosse, 40 di misura, un tailleur blu e una borsetta intonata con le scarpe. Poi le aveva chiesto cosa ci facesse sotto al portone di via Margutta.

“Non sapevo che fosse vietato stare sotto a quel portone”, rispose in tono indisponente la ragazza.

“Certo, non c’è niente di male stare da qualsiasi parte,” rispose calmo l’ispettore “ma lei non ha risposto alla mia domanda: cosa ci faceva sotto a quel portone?”

“Volevo citofonare ad una mia amica che abita lì, ma ero indecisa, non sapevo se volevo uscire con lei o andare a fare shopping da sola”.

“È mai stata lì altre volte, di sera?”

“Sì sono stata tante volte a trovare la mia amica, ma non mi era mai successo di essere aggredita dalle forze di polizia”.

“Chiariamo che gli agenti di polizia non l’hanno aggredita, ma l’hanno invitata a venire qui in centrale. Lei sa che in quel palazzo non molto tempo fa è stata uccisa una signora?”

“Lo so! Ma non per questo potete arrestare tutte le persone che frequentano quel palazzo”, rispose ancora una volta adirata la ragazza.

Con molta calma l’ispettore rispose:

“Le ripeto, non è stata arrestata, ma semplicemente fermata per un controllo”. 

“Perché proprio io?”

“Non sarei tenuto a dirglielo, ma per farla stare tranquilla le rispondo. Abbiamo ricevuto una segnalazione che una donna molto simile ad un’indagata si aggirava sotto al portone”.

“Quindi io sarei simile ad una donna indagata? Vorrà dire che, per farvi un piacere, chiederò ad una strega di cambiarmi i connotati, facendomi sembrare più bassa e più grassa. Va bene!”

“Signorina, è molto divertente. Ma i fermi di polizia sono fatti per verificare l’identità delle persone. Non è mai stata fermata con la macchina per un controllo? La prego non sia così sarcastica”.

“Ho capito, ora posso andare? O la mia presenza è ancora necessaria per guardarmi dalla testa ai piedi?”

“Vada, vada. E non sia così aggressiva, è più bella quando sorride”. Le disse il commissario sorridendole.

Mentre la ragazza andava via, il commissario chiamò Stefan.

“Ma cosa combina, dott. Furore? La fantasia le ha annebbiato il cervello? Se dovessimo fermare tutte le donne che passano sotto a quel portone non basterebbe un’intera caserma per contenerle!”

“Ha ragione e mi scuso; ma la ragazza era molto simile alla donna della foto”, rispose contrito Stefan.

“Ci lasci fare il nostro mestiere, le indagini le svolgiamo noi; anche se devo riconoscere che una mano in passato ce l’ha data”.

Così dicendo, gli mise una mano sulla spalla in segno di conciliazione e lo salutò.

Stefan, mortificato per la figuraccia, lemme lemme, tornò in redazione.

La notizia del fermo della donna della foto intanto si era diffusa, per cui appena varcò la soglia della porta della redazione, Morena gli corse incontro tutta euforica. Ma vedendo il viso contrariato di Stefan, tutto l’entusiasmo svanì e la voce le si strozzò in gola:

“Cosa è successo, Stefan? Abbiamo saputo che hai fatto arrestare la donna col cappello”.

“Magari”, rispose Stefan.

“Ho fatto solo una figuraccia”.

“Cioè?”, l’incalzò Morena.

“E’ successo che mi sono tornate le visioni, proprio come mi capitò quando sentivo i passi dietro di me o quando ho visto gli occhi di qualcuno che mi seguiva in macchina”.

“Cosa hai visto, Stefan?”, chiese Morena preoccupata. 

“Credevo di aver riconosciuto la donna della foto, invece era una ragazza ferma sotto al portone di Via Margutta. Ma ti assicuro che dall’aspetto sembrava proprio lei”.

Mentre cercava di giustificarsi anche con Morena, lei ricevette una telefonata.

Era Giulia, che, appresa la notizia del fermo della ragazza, li invitava a casa sua per sapere tutti i risvolti.

“Ecco!”, disse subito Stefan.

“Adesso toccherà giustificarmi con il mondo intero”.

“Ma dai, Stefan. Non è successo niente di sconveniente; chiunque può prendere un abbaglio”.

“Chiunque, ma non io”, ribatté Stefan.

“Perché a te non sarebbe permesso?”, obiettò Morena.

“Perché io sono un investigatore; e agli investigatori non è consentito sbagliarsi!”

“Non dire sciocchezze!”, esclamò Morena, tirandolo a sé e dandogli un caloroso bacio. Sperava che, in questo modo, gli sarebbe tornato il buonumore.

“Più tardi passeremo da casa di Giulia, così la vista di Valeria sicuramente ti ‘tirerà su’”, gli disse Morena in tono allusivo, ma divertito.

Verso le tredici scesero e, come facevano spesso, andarono a pranzo alla “Taverna dei Numeri Primi”.

Stefan bevve qualche bicchiere di vino in più, così, quando uscirono, gli era ritornato il buonumore; abbracciato a Morena si recò con lei a casa di Giulia, in via Soderini. Come al solito, Giulia li accolse amabilmente e, come sempre, offrì loro la torta di mele fatta da lei; ne tagliò due fette, le mise in due piattini e glieli porse. Stefan non poté fare a meno di guardare il coltello: era identico a quello del delitto, come aveva già precedentemente notato.

Mentre gustavano la torta, entrò Valeria con un’arditissima minigonna che metteva in mostra tutte le sue belle gambe dalla caviglia in su, a Stefan nel vederla mancò l’aria, ma fece finta di niente; Morena abituata agli atteggiamenti del compagno sorrise. Valeria, dopo averli cortesemente salutati, si raggomitolò su una poltrona, l’effetto fu ancora più dirompente agli occhi di Stefan, praticamente si vedeva tutto, fino alle mutandine.

Giulia ruppe gli indugi e chiese:

“Finalmente, pare che sia stata arrestata la colpevole del delitto di mia sorella Giovanna e si vocifera che il merito è tutto tuo, Stefan”.

Per la seconda volta, Stefan si stava strozzando e divenne tutto rosso:

“Valeria corri a prendere un bicchier d’acqua, a Stefan è andato un boccone per traverso”, esclamò Giulia rammaricata.

“No! Stai pure seduta Valeria, non ti scomodare, mi è passato”, disse Stefan, deglutendo a forza il boccone di torta, che gli era rimasto in gola.

A Morena veniva da ridere, ma doveva trattenersi per non mettere Stefan in ulteriore difficoltà,  per cui le si dipinse un largo sorriso sulle labbra.

Giulia continuò:

“Ma chi è questa donna? Per quale motivo ha ucciso mia sorella?”.

Stefan non poté fare a meno di rispondere:

“No, signora Giulia. Non è stato arrestato nessuno. Si è trattato di un falso allarme”.

E spiegò anche a lei ciò che era davvero accaduto quella mattina.

“Oh…! Come mi dispiace!”, esclamò rammaricata Giulia.

“Avevo creduto di poter porre fine a quest’incubo che mi tormenta”.

“Mi dispiace”, rispose Stefan.

“Valeria, offri qualcosa da bere agli ospiti”, disse Giulia rivolta alla figlia.   

Valeria si alzò, e Stefan non poté far a meno di seguirla con lo sguardo, andò presso il buffet, aprì un’anta e tirò fuori una bottiglia di limoncello con due calici, nel frattempo si aprì anche l’altra anta del mobile, dove, su una mensola erano riposti bicchieri di cristallo e piattini di porcellana, mentre sul ripiano inferiore c’erano vari oggetti di uso quotidiano, una maglietta, dei guanti di seta, una borsetta ed altro.

Stefan non riusciva proprio a tenere a freno lo sguardo: Valeria, nel prendere la bottiglia di liquore e i bicchieri, si era leggermente piegata e dal momento che già la minigonna copriva poco, quel gesto mise in mostra il resto. Meno male che Stefan aveva finito di mangiare la torta, perché questa volta si sarebbe strozzato per davvero. Valeria, con molta grazia, poggiò i calici di cristallo sul tavolino e vi versò un po’ di limoncello. Poi tornò a raggomitolarsi sulla poltrona.

La conversazione continuò piacevole, senza far più cenno al delitto; parlarono di vari argomenti, dalla cucina alla politica, Morena si trovava a suo agio con Giulia; anche Valeria aveva preso parte alla conversazione, mentre Stefan, di sottocchio, le sbirciava le gambe, facendo finta di guardare da tutt’altra parte.

Ad un tratto, Stefan rivolto a Valeria le chiese:

“Dove lavori?”.

Prontamente rispose Giulia:

“Valeria fa la modella, molto spesso le sartorie più famose di Roma la chiamano per sfilare con i loro capi di abbigliamento. Non ha un contratto personale con nessuna casa di moda, è una freelance, in questo modo guadagna molto di più ogni volta che la chiamano”.

Così dicendo, diede uno sguardo fulminante a Valeria, che si limitò a sorridere e a far cenno di sì con la testa.

Stefan, che aveva il potere di riuscire a fotografare tutte le situazioni e gli oggetti che lo colpivano, non poté far a meno di notare quello strano atteggiamento di Giulia, ma fece finta di niente.

Finiti gli argomenti di conversazione, Morena e Stefan si alzarono, salutarono cortesemente Giulia e Valeria e si accomiatarono da loro.

Usciti dalla casa di Giulia, Morena questa volta non rimproverò Stefan, ma quasi ridendo gli disse:

“Stefan, oggi alla vista di Valeria stavi per strozzarti; stai attento perché qualche volta di queste puoi lasciarci le penne, ah, ah, ah…”

“Smettila di prendermi sempre in giro, Morena. Ma non hai visto come era conciata quella ragazza? Praticamente se fosse comparsa in mutande sarebbe stata la stessa cosa!”

“Ah, ah, ah… povero Stefan, che occhi innocenti che hai!”, continuò a canzonarlo Morena. “Non riesco a capire come mai di fronte ad un paio di gambe di donna la tua celebre imperturbabilità e abilità a registrare le immagini svanisce come per incanto”.

“Non è vero che la mia capacità fotografica svanisce, solo che la mente ripone tutti gli altri avvenimenti in un angolino del cervello, forse per godere appieno della bellezza”.

“E perché non godi mai della mia bellezza?”, aggiunse Morena rabbuiandosi.

“Anche qui sbagli, godo eccome della tua infinita bellezza, tanto che conosco ogni minimo particolare del tuo corpo!”, rispose convinto Stefan.

Così dicendo si abbracciarono stretti e si incamminarono verso casa. Giunti quasi a destinazione, Stefan volle entrare al Bum Bum Bar Brasileiro, sentiva l’esigenza di bere un caffè. Si sedettero ad un tavolino ed ordinarono due caffè ristretti, che gustarono con vero piacere. Stefan era stranamente taciturno, Morena se ne accorse e gli chiese:

“Che c’è, Stefan? Qualche pensiero ti turba?”

“In verità, sì! Non vorrei aver avuto le stesse allucinazioni di questa mattina, quando ho fatto arrestare quella ragazza. Ma delle strane immagini mi tornano alla mente… Come vedi la visione di Valeria non mi ha impedito di registrare altre immagini”.

“Cosa vuoi dire, spiegati meglio!”, lo incitò Morena.

“Quando Valeria è andata a prendere il liquore al buffet…”

“Le hai visto il panorama!”, esclamò Morena.

“Sì, ma non solo! Nell’aprire le ante del mobile bar, sulla destra, dall’altro lato della stoviglieria, ho visto…” e si fermò.

“Cosa diavolo hai visto?”, continuò ad incalzarlo ansiosa Morena

“Ho visto la borsetta blu della signora col cappello e i guanti”.

“Hai visto una borsetta blu e un paio di guanti, e con questo? Chi nel proprio guardaroba non ha una borsetta color blu e un paio di guanti bianchi?”, rispose infastidita Morena.

“Forse non hai capito, ho detto che ho visto la borsetta blu ed i guanti della signora col cappello”.

“Hai ragione! Hai avuto un’altra visione surreale, fantastica”.

“No! Sono certo di quello che dico”.

“E cosa vorresti dire o insinuare? Che Valeria è la donna col cappello?”

“Sì! Potrebbe essere proprio così!”

“Stefan, oggi decisamente non stai bene, hai le visioni e la mente ti fa brutti scherzi. Andiamo a casa, ti fai una bella dormita e vedrai che domani avrai rimosso tutti questi strani pensieri”.

Senza aggiungere altro, andarono a casa.


Capitolo XIII

Valeria

 

Il giorno dopo, Stefan si svegliò di buon mattino. Era proprio una giornata autunnale: si accorse, guardando fuori dalla finestra della camera da letto, che era scesa la nebbia. Che tristezza! Tutto appariva così grigio, così cupo, le chiome degli alberi lungo il viale sembravano come imprigionate da un incantesimo, che impediva di vederne i colori. I tetti delle case apparivano e scomparivano qua e là, quasi avessero timore di farsi scorgere. Gli uccelli, che, due settimane prima, riempivano il silenzio del primo mattino, ora sembravano malinconicamente ammutoliti in una strana noia.

“Ecco!”, disse Stefan.

“È il preludio di una nuova giornata disastrosa. Certamente ci saranno guai in arrivo”.

In effetti, non si sbagliava: tutta premurosa, stava arrivando Morena per porgli una tazzina di caffè, mentre lui era ancora a letto; malauguratamente inciampò nel tappetino che stava accanto al letto, fece un volo e crollò insieme al caffè bollente addosso a Stefan che, urlando per il dolore della scottatura, buttò all’aria le coperte sporche di caffè.

“La giornata è cominciata proprio bene”, disse in tono incollerito Morena, sapendo che ora le toccava lavare tutto.

Stefan si alzò e andò nel bagno per farsi una doccia tonificante, ma soprattutto per far svanire le immagini della sera precedente. Forse per colpa della nebbia rimase con un gran mal di testa per tutta la mattina, non riusciva in alcun modo a liberarsi delle immagini della borsetta e dei guanti che, come un tarlo, erano penetrate nel suo cervello.

Dopo la doccia, iniziò ad interrogare Morena su alcuni particolari, sui quali desiderava fare chiarezza:

“Cosa faceva il sig. Alberto Dravalone, il marito di Giulia, prima di andare in pensione?”

“Perché lo vuoi sapere?”, domandò curiosa Morena.

“Possibile che non riesci mai a rispondere senza farmi prima una domanda?”, osservò Stefan alquanto contrariato.

“E tu perché non rispondi alla mia domanda?”, lo rimbeccò polemica Morena.

“Ho capito, va bene, stavo pensando di indagare sulla sua precedente famiglia”, rispose indispettito Stefan.

“Ok! Adesso puoi chiedermi tutto quello che vuoi, ti dico quello che so. Prima di andare in pensione era un ingegnere, manager di una ditta informatica”, proseguì conciliante Morena.

“E’ divorziato dalla precedente moglie? Perché Valeria è rimasta con lui anziché con la madre?”

“Semplicemente perché la madre è morta”.

“Quindi, quando Alberto si è sposato con Giulia era vedovo?”

“Sì! È stato l’incontro di due anime sole!”

“Come noi?”, disse divertito Stefan.

“Scemo, noi non siamo mai state delle anime sole! Prima di mettermi con te, io sono stata fidanzata con altri cento ragazzi!”, rispose impettita Morena.

“Perciò sei una donna navigata?”

“Navigato sarai tu! Io sono una persona seria, tutt’al più in passato sono stata sentimentalmente legata". 

"Non nego che io, invece, sono stato per vari mari, prima di incontrare te”.

“Prima e dopo. Caro il mio dongiovanni”.

“Va bene smettiamola”, disse Stefan stufo di quella tiritera.

“E cosa puoi dirmi di Valeria?”, continuò a chiedere Stefan.

“Cosa vuoi sapere di Valeria, quanti uomini ha avuto?”

“Anche”.

“Purtroppo, devo darti una brutta delusione”, rispose quasi soddisfatta Morena.

“Valeria ha avuto un solo amore”.

“Col mestiere che fa, un solo amore?”

“Ora ti dirò tutta la verità, anche se Giulia mi ha fatto giurare di non rivelarla mai a nessuno”.

“Sono tutto orecchi!”, ribatté Stefan ansioso.

“Valeria era legata fin da ragazzina ad un suo compagno di scuola. Si volevano un gran bene. Sono cresciuti insieme, ma mentre Valeria è diventata un bel cigno, lui è rimasto un brutto anatroccolo. A volte la mente umana è contorta ed imperscrutabile: diventati adulti, alcuni anni fa, lui l’ha lasciata. E’ successo il contrario di quello che comunemente accade, la ‘bestia’ ha lasciato ‘la bella fanciulla’. Vuoi sapere la motivazione? Si sentiva le corna pur senza averle! Era convinto che una creatura così bella non potesse mai rimanere a lungo con lui così brutto. Per cui ha anticipato gli eventi e, per non soffrire in futuro, l’ha lasciata. Valeria non poteva crederci, gli voleva molto bene, lei non lo vedeva brutto. È caduta in una profonda depressione, poi è avvenuta la morte della madre e la depressione si è aggravata ulteriormente. Il povero Alberto l’ha portata in cura da molti specialisti, ora è ancora in terapia da uno psichiatra. Quando si è sposato con Giulia, Valeria era già in cura. E’ per questo motivo che Giulia le vuole tanto bene, farebbe qualsiasi cosa per farla felice. Non è vero che fa la mannequin; essendo molto bella, Giulia ha pensato di inventarsi questo mestiere. In effetti, è ancora abbastanza depressa, anche se non sembra dai vestiti che indossa…”

Qui Morena fece una breve pausa, ricordando la minigonna che Valeria indossava, quando lei e Stefan erano stati a casa sua l’ultima volta.

Poi riprese: “Ancora adesso, quasi tutte le mattine, Alberto porta sua figlia Valeria a fare una lunga passeggiata sul lungotevere. Questa è la ragione per cui molte volte la mattina Valeria si assenta da casa, mentre la mamma dice che è andata a fare una sfilata di moda. Ultimamente, si è fissata che, non lavorando, passerà la vecchiaia in povertà. Inutilmente, Giulia l’ha rassicurata, dicendole che avrà in eredità tutti i suoi averi: un capitale cospicuo. Ma è convinta che, senza lavoro, i soldi finiscano subito e spesso porta come esempio lo zio Claudio che, secondo lei, è già finito in povertà”.

Stefan aveva ascoltato con una nota di compassione la storia di Valeria ed era sinceramente dispiaciuto, ma nello stesso tempo questo costituiva un buon movente per il delitto di Giovanna.

Voleva a tutti i costi scacciare quel pensiero dalla mente, ma ogni volta, come tanti spiritelli,  gli balzavano agli occhi la borsetta, identica in ogni particolare a quella vista in fotografia in commissariato, e i guanti bianchi con le maniche lunghe, proprio come quelli che portava la signora col cappello; anche l’altezza di Valeria coincideva e, se avesse indossato un tailleur dalla madre, sarebbe coincisa anche la forma del corpo. Erano tutti indizi che convergevano verso la sua colpevolezza.

Stefan era molto restio a volerlo ammettere a se stesso, non era possibile che una ragazza così dolce e bella potesse aver commesso un crimine così odioso.

Mentre era sovrappensiero, Morena lo scosse dicendogli:

“Cosa pensi?”

“Non riesco a credere che Valeria abbia potuto uccidere la zia per ereditare un capitale più grande di quello che già possiede, facendo arrestare anche  lo zio. Già perché dobbiamo considerare che l’autore del delitto voleva far ricadere la colpa su Claudio, usando un coltello con le sue impronte”.

“Non lo credo nemmeno io”, disse Morena mestamente.

“Dobbiamo necessariamente credere che sia stata una terza persona”.

“Hai ragione”, rispose Stefan senza pensare a ciò che diceva, ma solo per avvalorare le parole di Morena. Poi, riavutosi da quello stato di confusione mentale, proseguì:

“Allora cosa ci facevano la borsetta e i guanti lunghi in casa di Valeria?”

“Ti sono sembrati gli stessi di quella dannata donna col cappello, ma in effetti saranno solo molto simili”.

“Guarda Morena che è facile accertarlo, quasi sicuramente sui guanti ci saranno delle macchie di sangue della vittima, devono esserci schizzate per forza quando Giovanna è stata accoltellata al collo. Questa è una prova schiacciante, che inchioda l’autore del delitto. Inoltre, sono certo che la borsetta, che era nella credenza, è la stessa che portava al braccio la signora col cappello la sera del delitto”, concluse Stefan.

“Allora, bisognerà verificare se ricorrono queste circostanze, prima di pensar male di una persona”, esclamò con forza Morena, quasi a voler esorcizzare quell’idea.

“Capisci che per far analizzare quegli oggetti, dovrò necessariamente riferire tutto alla polizia. E certamente non basterà soltanto raccontare, pretenderanno che lo sottoscriva; nessun giudice si azzarderebbe mai ad emettere un mandato di perquisizione senza una prova o una denuncia”.

“Che sciocchezza! Quale polizia! Basterà che con appropriati giri di parole e delicatezza lo chieda a Giulia”, rispose Morena quasi stizzita.

“Per carità, non farlo! La madre potrebbe inquinare le prove per il bene della figlia!”, la scongiurò Stefan.

Morena trasalì, non aveva pensato a quella eventualità.

“Allora, amore mio, cosa dobbiamo fare?”, disse in tono supplichevole.

“Per il momento non dobbiamo fare niente, dobbiamo solo tacere. Riesci a mantenere un segreto o non sei capace di tenere un cece in bocca?”

“Sì che so mantenere un segreto, anche se qualche volta, come questa sera, per amore tuo, ho dovuto rivelare un segreto, che avevo giurato di non confidare mai a nessuno”, piagnucolò Morena.

“Amore mio, cerca di capire, questo è un segreto molto più importante, ne va della vita di una persona”, le disse amorevolmente Stefan, accarezzandola, mentre era seduta sul divano accanto a lui.

“Non devi dire niente a nessuno, neanche fare allusioni sugli eventi, di cui abbiamo parlato questa sera. Mi raccomando! È di fondamentale importanza!”, le sussurrò mentre le prendeva la testolina fra le mani e la baciava sulla bocca. Stefan sapeva che quello era il modo più efficace per ottenere ciò che voleva. La prese, la sollevò tra le braccia e la portò a letto.


Capitolo XIV

Un lampo di genio

 

Il mattino seguente Morena si svegliò di buon umore, anche il tempo era migliorato, si intravedeva qualche raggio di sole filtrare tra le nubi e poggiarsi sul letto. Si alzò e, come al solito, andò a fare il caffè, non che ci volesse chissà quale fatica per farlo, bastava mettere una cialda nell’apposita vaschetta e premere un bottone, dal beccuccio della macchinetta sarebbe uscito un caffè denso e bollente, buono come quello del bar.

Mentre attendeva di riempire le solite due tazzine, si mise a canticchiare un allegro ritornello, che aveva ascoltato in una trasmissione sulle canzoni del passato e che ora le ritornava con insistenza in mente: ‘Siamo la coppia più bella del mondo e ci dispiace per gli altri, che sono tristi…’

Stefan fu contento di sentirla cantare, la voce era piacevole ed intonata, questo, inoltre,  significava che aveva dimenticato per il momento le vicissitudini sulle quali avevano discusso il giorno precedente. Lui invece no, si arrovellava tra l’idea di ciò che avrebbe dovuto fare e ciò che non voleva fare. Sperava che, nel frattempo, accadesse qualcosa di nuovo.

E qualcosa di nuovo accadde.

Anche se era sabato, Stefan e Morena si erano recati come ogni mattina in redazione, ognuno al suo posto. Stefan era intento a scrivere un reportage sulle bellezze naturali di alcuni luoghi della costa Laziale, quando udì casualmente un dialogo fra Morena e una sua collega:

“Angela, sei stata a quel matrimonio, di cui mi avevi parlato?”, stava chiedendo Morena.

E lei le aveva risposto:

“Certo, è stato un rito bellissimo!”

La parola ‘rito’ era echeggiata nella mente  di Stefan e molte immagini e scene si erano accavallate nella sua fantasia, tra le altre aveva rivisto le due sorelle: Giovanna e Giulia portare sulle mani un vassoio con una bella torta.

Questa immagine si era come cristallizzata nel suo pensiero.

Certo, ma come aveva fatto a non capirlo prima? Non poteva essere stata Valeria ad uccidere la zia! Non poteva sapere che ogni volta che Claudio andava a trovare la sorella, questa arrivava col vassoio della torta ed un coltello per tagliarne una fetta. Quindi, non poteva essere andata dalla zia con l’intenzione di ucciderla, senza un’arma. L’unica persona, che conosceva quel particolare ‘rito’, era la sorella Giulia!

Giulia era l’unica persona, che poteva essere andata a casa della sorella con l’intenzione di ucciderla senza portare con sé un’arma, perché evidentemente aveva pensato di servirsi del coltello, con cui il fratello aveva tagliato da poco la torta e sul cui manico erano rimaste le sue impronte.

Ora il puzzle si stava componendo con tutti i suoi pezzi al posto giusto, l’arma, la borsetta, i guanti, le scarpe, la figura perfettamente rispondente a quella della donna con il cappello, tutto combaciava, anche il movente: voleva lasciare tutto il patrimonio di famiglia alla povera Valeria, sapeva bene che, se fosse stata dimostrata la colpevolezza del fratello, quest’ultimo non avrebbe potuto ereditare, per indegnità, nulla dalla sorella.  

A Stefan venivano alla mente le strane espressioni di cruccio, che Giulia aveva fatto quando aveva saputo che il fratello poteva essere scagionato. Probabilmente, aveva maledetto il giorno in cui aveva incontrato Morena e l’aveva supplicata di indagare per scagionare il fratello. Non avrebbe mai potuto immaginare che Morena potesse tirare in gioco il fidanzato investigatore. Conosceva bene Morena, sapeva che si sarebbe convinta subito della colpevolezza del fratello Claudio.

Adesso Stefan non aveva neanche la scusa della compassione, che aveva provato prima per Valeria; anzi si sentiva ingannato, perché Giulia si era servita di lui per allontanare da sé i sospetti.

Prese improvvisamente la cornetta del telefono, chiamò in commissariato e si fece passare il capo della mobile. 

Si alzò e uscì subito dall'ufficio. Senza dire niente a Morena, scese in strada e prese un taxi per recarsi al commissariato di Campo Marzio. Sapeva che, se avesse rivelato le sue intenzioni a Morena, lei avrebbe tentato in ogni modo di distoglierlo dall'agire e dal dire tutto ciò che pensava e che aveva visto.   

Epilogo

 

 

Quando la polizia bussò alla porta di Giulia e le mostrò il mandato di perquisizione firmato dal magistrato inquirente, lei rimase interdetta, si sedette su una poltrona e senza parlare aspettò che gli agenti facessero il loro dovere.

In casa furono rinvenuti: la borsetta, i guanti, le scarpe, il cappello, il tailleur blu, la parrucca bionda, tutti perfettamente collimanti con le immagini della donna da tempo ricercata. Giulia tentò di dare una qualche giustificazione, ma gli agenti le ingiunsero di seguirli in commissariato, le risparmiarono solo la figuraccia delle manette.

Si seppe, qualche giorno dopo, che sui guanti, anche se ripuliti, la scientifica aveva ritrovato tracce del sangue della sorella Giovanna.

La polizia aveva potuto accertare, inoltre, che la situazione economica di Giulia non era così florida, come lei voleva far intendere, in banca era rimasto ben poco dell’eredità del padre. Prima del matrimonio con Alberto aveva perso al gioco gran parte della sua fortuna, proprio come il fratello. Ora viveva con la pensione del marito e poteva permettersi un apparente stato di benessere; ecco perché invece Valeria era così preoccupata per il proprio futuro: il patrimonio della madre non c’era e, alla morte del padre, non avrebbe beneficiato più nemmeno della pensione.

Stefan, anche se un pochino addolorato, era contento di avere risolto uno dei misteri più intricati degli ultimi anni: aveva realizzato un altro scoop giornalistico e il giornale l’Eco d’Italia in quei giorni era andato letteralmente a ruba. Nathan ancora una volta aveva dovuto ammettere che Stefan era un ottimo reporter ed un grande investigatore, vanto del giornale.

L’unica a restare col broncio nei confronti di Stefan era Morena: primo, perché non le aveva detto niente prima di recarsi in commissariato; secondo, perché aveva fatto arrestare una sua amica, che le aveva chiesto aiuto.

Infatti, la mattina, in cui si era diffusa la notizia dell’arresto di Giulia, Morena, guardando Stefan con aria risentita, gli aveva chiesto:

“Perché non mi hai detto niente dei dubbi che avevi su Giulia, in relazione a ciò che avevi visto?”

“Amore”, aveva replicato Stefan, “non è vero che non ti avevo detto niente, anzi ti avevo messa al corrente di ogni particolare. Solo che tu, ormai, avevi deciso per la colpevolezza di Claudio e non volevi sentire altro”.

“Ma sei andato in commissariato senza dirmi neanche una parola, sei sgusciato via quasi alla chetichella”.

“E’ vero! Non ti ho detto niente prima di uscire, per paura che mi avresti fermato; ma non potevo non rivelare i miei dubbi alla polizia”.

“Ora sarai contento! Hai avuto ragione e ciò passa sopra ogni mio sentimento”.

“Amore!”, ripeté Stefan tirandola a sé e accarezzandole il viso.

“Non è vero! Io provo per te il più grande amore del mondo, i miei sentimenti nei tuoi confronti sono sempre stati autentici, mi dispiace profondamente vederti col broncio”.

“Brutto scemo, quando guardi le altre ragazze certo non ti importa dei miei sentimenti, sei superficiale e zotico!”, rispose Morena fissandolo negli occhi.

Stefan abbassò lo sguardo, sembrava un cane bastonato, aveva un’espressione affranta e contrita. Morena gli sollevò la testa e, guardando quei due occhi azzurri come il mare, lo baciò sulla bocca con passione. In fondo, la vicenda di Giulia non è che l’avesse afflitta poi tanto; le interessavano solo i sentimenti, che Stefan nutriva per lei. 

Nel pomeriggio, Stefan ricevette anche la telefonata di Claudio, che lo ringraziava per la fine dell’incubo e la chiusura delle indagini della polizia a suo carico. Ora poteva dormire tranquillo ‘su quattro guanciali’, vista l’eredità della sorella, che gli sarebbe toccata.

“Dott. Stefan Furore, ti voglio ringraziare infinitamente, anche da parte di Berenice…”, gli aveva detto Claudio.

“Non so come sdebitarmi con te”.

“Prova a non metterti più nei guai e soprattutto smetti di giocare d’azzardo. Spero che con Berenice accanto saprai amministrare meglio i tuoi averi… Tu sapevi che anche tua sorella Giulia perdeva al gioco come te?”, gli chiese Stefan.

“Sì, sapevo che spesso giocava con le amiche ed andavano al casinò insieme. Ma da quando si era sposata conduceva una vita tranquilla”, rispose Claudio.

“Aveva anche lei dissipato buona parte del suo patrimonio” gli fece notare Stefan.

“Sinceramente non conoscevo bene la situazione economica di mia sorella Giulia, anche se Giovanna, una volta, mi aveva confidato che le aveva chiesto un prestito, senza, però, precisare l’importo.  Dall’interrogatorio degli inquirenti è emerso, poi, che Giulia aveva scritto una lettera a Giovanna, chiedendole un grosso prestito. La lettera Giovanna la conservava tra le pagine di un libro, come faceva con tutti i documenti, che voleva tenere al sicuro. E’ per questo motivo che Giulia è ritornata nell’appartamento di nostra sorella, non voleva  che gli inquirenti la trovassero prima di lei. Se l’avessero letta, sarebbe sicuramente finita tra gli indagati. Inoltre, ha confessato di aver sempre avuto a sua disposizione un mazzo di chiavi dell’appartamento di Giovanna e, la sera del delitto, per depistare, aveva fatto finta di citofonare, mentre, in effetti, aveva aperto il portone con le chiavi, tuttavia le falde del cappello ne avevano impedito la visuale. Solo che io non ero a conoscenza di tutti questi fatti. Non avrei mai creduto che per ragioni economiche potesse giungere ad uccidere nostra sorella. Veramente assurdo!”, aveva esclamato Claudio desolato.

Il giorno dopo, Stefan scrisse un lungo articolo sul suo giornale, spiegando tutti i retroscena del delitto. Fu un grande scoop giornalistico: Il giornale ‘Eco d’Italia’ andò a ruba, con grande gioia di tutta la redazione e del capo redattore Nathan Maven; anche Morena fu felice per la popolarità, che stava acquistando il suo adorato, Stefan Furore”. 

 

Fine