
Personaggi: (già noti nel romanzo “Il caso covid
18”).
Stefan
Furore: giornalista redattore del giornale
L’Eco d’Italia.
Morena
Mordelli: fidanzata di Stefan e collega
d’ufficio.
Nathan
Maven: superiore di Stefan e Capo redattore
del giornale.
Sharon:
moglie di Nathan ed ex amante di Stefan.
Angela
e Riccardo: colleghi di redazione di Stefan.
Nuovi Personaggi:
Giovanna
Eriberti: vittima.
Giulia:
sorella della vittima.
Claudio:
fratello della vittima.
Alberto
Dravalone: marito di Giulia.
Valeria:
figlia naturale di Alberto e figliastra di
Giulia.
Berenice
Levati: avvocato difensore di Claudio.
Luisa
Stripponi
e Dorotea Occhitorvi: entrambe amiche della vittima,
indagate da Stefan.
Ambientazioni:
Roma: centro storico della città e redazione del giornale Eco d’Italia.
Capitolo I
Il
rientro a Roma di Stefan Furore
Capitolo
II
Il
delitto di via Margutta
Alcuni
mesi dopo il rientro a Roma di Stefan,
Morena era andata a convivere con lui nella sua casa di via Giulia,
voleva
averlo tutto per sé e tenerlo sotto stretto controllo;
sapeva bene che Stefan
era un amante di tutte le cose belle e non facevano certo eccezione le
donne.
Ogni volta che conosceva una bella donna ne restava affascinato.
Bisogna anche
dire, in onor del vero, che non era mai stato lui a cominciare una
relazione
sentimentale con le altre donne, ma erano state sempre loro che, o
esplicitamente o con atteggiamenti allusivi, avevano innescato la
tresca.
Un
giorno, quando ormai era stato tutto dimenticato
sul caso covid, Morena fu mandata dalla redazione a raccogliere
informazioni su
un delitto avvenuto in via Margutta.
Una
signora di 67 anni era
stata rinvenuta nel suo appartamento, in una
pozza di sangue.
Morena
si era recata subito sul luogo e, davanti al
portone del palazzo dove era avvenuto il delitto, aveva trovato in
lacrime una
sua cara amica, Giulia Eriberti.
Giulia
era stata professoressa di lettere
dell’alunna Morena Mordelli durante gli anni del liceo e in
seguito avevano
stretto una bella amicizia ed erano rimaste in contatto, vedendo la sua
ex
allieva, le aveva gettato le braccia al collo e l’aveva
implorata:
“Aiutami,
Morena, cerca di far luce su questo
orrendo delitto. È stata uccisa mia sorella
Giovanna”.
Morena
era rimasta molto scossa da quella notizia e
aveva cercato con parole affettuose di alleviare il dolore
dell’amica. Giulia,
nonostante l’età non più giovane, era
ancora una bella donna, alta, bruna e dal
portamento elegante. Ma in quella circostanza era talmente affranta e
agitata
da apparire quasi ricurva. Dopo averla confortata, Morena la
portò con sé in un
bar vicino e le offrì una tazza di camomilla.
Dopo
essersi calmata e aver ripreso il suo consueto
aspetto sereno ed educato, Giulia aveva
insistito:
“Morena,
aiutami a capire per quale motivo mia
sorella è stata uccisa. Gli agenti di polizia mi hanno
impedito di vederla, ma
ho sentito che l’hanno trovata riversa a terra con accanto un
coltello
insanguinato”.
Morena,
commossa, le rispose:
“Non
preoccuparti, mi occuperò personalmente di
indagare a fondo, anzi certamente coinvolgerò nelle indagini
il mio fidanzato
Stefan che è un ottimo investigatore”.
Fu
così che, al ritorno in redazione, Morena andò di
corsa nell’ufficio di Stefan e gli riferì
l’accaduto:
“Ti
prego, Stefan, facciamo qualcosa per aiutare
Giulia”.
“Certo,
Morena. Non preoccuparti, indagheremo e
vaglieremo insieme tutte le prove raccolte dalla polizia”, la
rassicurò Stefan.
Il
giorno dopo vennero a sapere che la polizia aveva
fermato il fratello di Giovanna e Giulia, Claudio, che
era stato ufficialmente incriminato
dell’uccisione della sorella.
Le
prove contro Claudio erano schiaccianti: impronte
sull'arma del delitto (un coltello trovato accanto al cadavere), video
della
telecamera, posta davanti al portone dell'abitazione di Giovanna, che
lo
riprendeva mentre entrava e usciva dalla casa della sorella all'ora del
delitto, testimoni che asserivano di aver udito un’animata
discussione tra
fratello e sorella, avvenuta poco prima che Claudio uscisse dalla casa
della
sorella, sbattendo la porta.
La
polizia riteneva, inoltre, che un probabile
movente potesse essere una richiesta di denaro non soddisfatta.
Ora
toccava a Stefan e Morena verificare le prove
raccolte dalla polizia inquirente.
La
prima cosa da fare, secondo Stefan, era recarsi a
casa di Giulia e interrogarla in merito alla vicenda.
Infatti
fu la prima cosa che fecero quella mattina.
Salirono al secondo piano di un antico palazzo in via Soderini, non
molto
lontano da via Margutta; Giulia li accolse con molto calore, li fece
entrare in
un bel salotto, ricco di arazzi alle pareti e li fece accomodare su un
divano
di broccato a fiori giallo paglierino.
Morena
con molta gentilezza cominciò a parlare:
“Professoressa
Giulia, le presento
il mio fidanzato Stefan Furore,
investigatore reporter dell’Eco d’Italia, giornale
in cui lavoriamo”.
Dal
canto suo Giulia strinse con cortesia la mano di
Stefan e rispose:
“Ho
molto piacere di conoscerla, dott. Furore,
Morena mi ha spesso parlato di lei.
Comunque,
cara Morena, non mi pare il caso di darci
del lei visto che ci siamo sempre dati del tu”.
Senza
frapporre indugi, Stefan entrò subito nel
merito della questione:
“Gentile
signora, abbiamo letto le risultanze delle
indagini della polizia e non le nascondo che siamo molto preoccupati
perché,
come lei ben sa, suo fratello è stato arrestato con
l’accusa di essere stato
l’autore del delitto di sua sorella. Le prove a suo carico
sono molto pesanti.
Vorremmo sapere da lei quali erano i rapporti tra voi sorelle e vostro
fratello”.
Giulia
scoppiò in un pianto dirotto e mentre
piangeva borbottava tra sé: “non è
possibile, non è possibile”.
Morena
cercò di confortarla abbracciandola
forte e dicendole: “Non
preoccuparti vedrai che tutto si risolverà per il meglio.
È stata, come al
solito, un’ipotesi azzardata della polizia, cercheremo di
fare luce noi sulla
verità”.
Appena
Giulia si fu calmata, Stefan ripropose la
domanda:
“Signora,
vorremmo sapere da lei quali erano i
rapporti con suo fratello”.
Dopo
un attimo di silenzio, necessario a Giulia per
raccogliere le idee, rispose:
“Io
sono fermamente convinta dell’integrità di mio
fratello, era molto affezionato a Giovanna, non lo avrebbe mai fatto!
Per
cortesia aiutatemi a dimostrare la sua innocenza”. Poi, con
tono pacato, ma
sicuro, cominciò a raccontare le ultime vicende della sua
famiglia:
“Devo
necessariamente fare un excursus della nostra
vita precedente… Siamo due sorelle ed un fratello,
appartenenti ad una famiglia
molto ricca di Roma: la famiglia
Eriberti. Alla morte di nostro padre, abbiamo ereditato un grande
patrimonio,
costituito da un villino a due piani con giardino, dotato di numerose
stanze
con affreschi di pittori famosi in via di Villa Giulia e da
un’ingente somma di
denaro.
Di
comune accordo abbiamo deciso di dare
l'appartamento di famiglia al "ragazzo”, da noi un
po’ viziato, e di
dividere il denaro tra noi; con un ulteriore accordo abbiamo deciso di
donare,
alla nostra morte,
con atto notarile,
tutta la somma di danaro rimasta a nostro fratello minore. Al momento
dell'accordo eravamo tutti e tre non sposati, pur essendo abbastanza
grandi di
età: Giovanna aveva 62 anni, io 58, mentre nostro fratello
Claudio ne aveva
44”.
Giulia
prese fiato e continuò:
“Tre
anni dopo la morte di nostro padre, io mi sono
sposata con Alberto Dravalone, un vedovo pensionato del quale sono
follemente
innamorata, di
qualche anno più giovane
di me e che aveva già una figlia, Valeria, molto bella di
circa trent’anni con
la quale ho molto legato, tanto che la ragazza mi considera come una
madre. Mio
fratello, tra gioco d’azzardo e
‘fidanzate’, sta dissipando il suo intero
patrimonio. Prima ha consumato tutto il denaro liquido che aveva in
banca e poi
ha acceso un’ipoteca sulla casa per avere un grosso prestito
dalla stessa
banca. Poiché spesso non riusciva a pagare le rate mensili
del mutuo, per avere
il denaro si rivolgeva o a me o a nostra sorella Giovanna. Anche se,
cosa che
noi abbiamo sempre sospettato, lo usava per perderlo al gioco".
Stefan
chiese:
"Ma
suo fratello lavora? Che mestiere fa?"
"E'
laureato in legge e sarebbe stato un ottimo
avvocato se non avesse sprecato tempo per stare dietro alle escort e al
gioco.
Lo avesse speso per esercitare la sua professione, oggi avrebbe una ben
diversa
posizione economica, e dire che in casa ha un bellissimo studio, ricco
di libri
di pregio", rispose Giulia.
"So
che anche tua sorella era un’insegnante di
lettere come te, è vero?", intervenne Morena.
"Sì,
eravamo entrambe insegnanti di latino e greco, ma siamo andate in
pensione
prima che la riforma Fornero alzasse il limite d'età e ci
potesse bloccare
nella scuola".
A
questo punto, Stefan la interruppe:
“Credo
che lei sia stata esauriente nel raccontarci
i fatti antecedenti alla disgrazia, per cui la ringraziamo e togliamo
il
disturbo”.
Giulia,
dopo le solite formalità dei saluti e le
raccomandazioni per un’indagine approfondita, atta a
discolpare il fratello, li
accomiatò, accompagnandoli alla porta.
Capitolo
III
Stefan
indaga
Una
volta in strada, Stefan, rivolto a Morena,
disse:
“Ora
cominciano le nostre indagini, anche se il caso
mi sembra abbastanza chiaro, gli indizi convergono uniformemente sulla
colpevolezza di Claudio e credo che sarà molto difficile, se
non impossibile,
riuscire a scagionarlo dalle accuse”.
“Proviamoci”
rispose di rimando Morena “Non sei tu
il miglior investigatore del mondo?”.
Così
dicendo lo prese per il collo e lo tiro forte a
sé, dandogli un lungo bacio sulla bocca.
Stefan,
molto compiaciuto e soddisfatto, continuò:
“Dobbiamo
innanzitutto parlare con Claudio, per
sentire cosa ha da dirci a sua discolpa, poi dobbiamo assolutamente
visionare
il filmato di quella sera, in possesso degli inquirenti. Ma, per fare
tutto
questo, è necessario metterci in comunicazione con
l’avvocato che Claudio
dovrebbe aver nominato in sua difesa. Nel caso non lo avesse ancora
fatto,
sarà opportuno che lo faccia quanto prima. Ora andiamo in
via Margutta, nei
pressi dell’abitazione della vittima, così potremo
avere una visione più chiara
dei luoghi e osservare con scrupolo la zona circostante”.
Così
fecero, si avviarono a passo svelto e lì
giunsero dopo pochi minuti.
Via
Margutta è una piccola strada del centro di
Roma, nel rione Campo Marzio, zona molto tranquilla, alle pendici del
monte
Pincio, luogo di gallerie d’arte e di ristoranti alla moda.
La
prima cosa, che notarono, fu la telecamera
installata al di sopra del portone dell’appartamento di
Giovanna.
Morena
osservò:
“Questa
deve essere la telecamera di cui parlano gli
inquirenti e che ha ripreso Claudio all’ora del delitto
mentre entrava ed usciva
dal portone”.
Stefan
si guardò intorno ed osservò:
“Come
puoi vedere anche tu non è l’unica telecamera
installata in questa zona, ce ne sono altre posizionate sulle porte dei
locali
adiacenti, che potrebbero fornirci ulteriori immagini della zona alla
stessa
ora del delitto”.
Così
dicendo entrò nella bottega accanto, dove
vendevano mobili d’epoca e soprammobili vintage.
Finse
di interessarsi a particolari antichi
portapillole, alcuni in porcellana di limonges, altri di Capodimonte,
altri
ancora in metallo dorato, situati su una cristalliera barocca in ottimo
stato
di conservazione.
Stefan,
non appena il proprietario del locale si
avvicinò, si complimentò con lui per le
“preziosità” in vendita e
mostrò di
essere incantato da quegli oggetti vintage, chiedendone il loro valore.
Logicamente
rimase stupito dai prezzi così alti, ma
fece finta di niente, li rivoltò tra le mani e, poi,
casualmente disse:
“E’
necessario custodire con attenzione articoli
così pregiati; credo che voi li trattiate come dei veri
gioielli. Certamente
avrete preso delle precauzioni per la sicurezza della merce”.
Così
dicendo si presentò:
“Mi
chiamo Stefan Furore e sono un giornalista
dell’Eco d’Italia, ho visto che avete installato
una telecamera che riprende il
vostro ingresso, per caso riprende anche un pezzo di strada
più ampio?”.
A
questo punto, il proprietario del locale si fece
serio e sospettoso e, in tono deciso, chiese:
“Perché
lo vuole sapere? Sappia che possiedo un
antifurto collegato direttamente con la polizia!”.
“Non
si preoccupi” rispose Stefan, abbastanza
indispettito per essere stato scambiato per un ladro, lui che era come
al
solito vestito di tutto punto con un bellissimo abito a doppio petto
blu su una
camicia bianco perla e con una cravatta di seta a strisce ocra e avion.
“Come
le ho, detto sono un giornalista e sto
indagando sul delitto avvenuto l’altro giorno
nell’appartamento al secondo
piano del portone affianco. Le chiedevo della telecamera, che vedo
installata
davanti al suo negozio, perché potrebbe aver ripreso alcune
scene interessanti
per le indagini”.
A
questo punto il proprietario del negozio si
rasserenò e per farsi perdonare la precedente scortesia
divenne gentile e
particolarmente disponibile:
“Se
crede, posso fornirle il filmato relativo alla
giornata di martedì, così potrà
visionare con calma le scene più interessanti”.
“Grazie,
è veramente molto gentile”, ribatté
Stefan,
dimenticando l’affronto ricevuto e felice di poter ottenere
il video
desiderato.
“Quando
posso passare per ritirare il filmato?”, domandò
Stefan.
“
Dott. Furore, venga questa sera prima della
chiusura, le farò trovare tutta la registrazione su un
cd”.
Con
ampi sorrisi si salutarono e Stefan si
allontanò.
Morena
aveva assistito da lontano, divertita e
affascinata dalla tecnica messa in atto da Stefan; gli andò
incontro e felice
si congratulò con lui.
Capitolo IV
Claudio
Claudio
Eriberti, non appena la polizia inquirente
gli aveva notificato il mandato di cattura in carcere da parte del
giudice
istruttore, era rimasto basito. Non solo aveva perso la sorella in un
ignobile
delitto, ma veniva addirittura incolpato di averlo commesso,
circostanze da
mandarlo su tutte le furie. Per un attimo fu tentato di urlare ed
inveire
contro i poliziotti che erano andati ad arrestarlo, ma mantenne la
calma; poi
chiese:
“Posso
fare almeno una telefonata?”
“Certo”,
gli rispose il poliziotto di grado
superiore.
“Ciao
Berenice, sono Claudio…”.
“Come
stai?”, si sentì rispondere dall’altro
lato
del telefono.
“Non
troppo bene”
“Cosa
ti è successo?”
“Con
molta probabilità avrai sentito parlare o letto
dell’omicidio di via Margutta. Orbene è stata
uccisa mia sorella Giovanna”.
“Mi
dispiace moltissimo, ma non immaginavo
minimamente…”.
“Ascolta,
non è il caso di perdere tempo in
convenevoli, c’è qui la polizia che è
venuta ad arrestarmi come autore del
delitto. Logicamente io non c’entro niente, sono rimasto
letteralmente
sconvolto, ti prego aiutami, ti affido il mandato per la mia difesa,
cerca di
fare qualcosa perché quest’incubo
finisca”.
Ciò
detto chiuse la comunicazione e i poliziotti,
dopo avergli messo le manette, lo portarono via.
L’avvocato
Berenice Levati, non aveva avuto nemmeno
il tempo di chiedere in quale commissariato lo stessero portando; ma
sarebbe
stato compito suo rintracciarlo. Cosa che fece immediatamente; seppe
che
Claudio era stato portato al primo distretto di polizia Trevi a Campo
Marzio e
subito vi si recò.
Qui,
l’avvocato Levati venne a conoscenza dei capi
d’imputazione e delle prove, che gravavano su Claudio.
Ebbe
anche un breve colloquio con lui, che ancora
una volta si professò innocente ed estraneo al delitto.
“Ma
cosa ci facevi a casa di tua sorella Giovanna
prima del delitto?”, gli chiese Berenice.
“Circa
un’ora prima, mi aveva contattato dicendomi
che mi voleva parlare per via di un prestito che le avevo
chiesto”.
“Fu
una conversazione telefonica o un messaggio?”
“Una
conversazione telefonica”.
“Peccato,
perché in caso contrario avremmo avuto la
prova tangibile di ciò che ti aveva scritto”.
“Però,
sul mio telefonino risulta certamente la
provenienza della telefonata, possono sempre controllarla”,
rispose in tono
perentorio Claudio.
“Non
preoccuparti, me la vedrò io. Logicamente ti
hanno sequestrato il cellulare?”
“Sì,
è stata una delle prime cose che i poliziotti
mi hanno chiesto”.
“Va
bene, ci rivedremo quanto prima e cercherò di
farti avere gli arresti domiciliari”.
Così
dicendo si era allontanata ed era andata via
dal distretto di polizia.
Purtroppo,
dalle indagini fatte dalla polizia, non
figurava nessuna telefonata di Giovanna al fratello all’ora
indicata da
Claudio.
Però
sul suo cellulare, circa un’ora prima del
delitto, risultava una telefonata in entrata proveniente dal numero di
un
telefono pubblico, situato nei pressi di via Margutta.
Prima
della chiusura, Stefan si recò dal
proprietario del negozio di mobili vintage, così come
convenuto; si salutarono
con molta cortesia e questi gli consegnò un cd con le
immagini riprese dalla
telecamera durante tutta la giornata di martedì, giorno in
cui era avvenuto il
delitto.
Stefan
si affrettò a rientrare ed insieme a Morena
si mise a guardare su un grosso monitor le immagini di quel
martedì. Fecero
scorrere le immagini velocemente fino a quando, alle 19:56, comparve la
figura
di Claudio che sopraggiungeva davanti al portone e si fermava a
citofonare.
“Rallenta”,
disse Morena.
“Certo,
non mettermi ansia”, replicò Stefan.
Fece
scorrere le immagini più lentamente, a velocità
normale. Dopo circa una mezzoretta, alle 20:24, si rivide Claudio
uscire dal
portone con passo deciso.
Le
immagini non erano di buona qualità, perché la
telecamera era orientata verso l’ingresso del negozio e solo
lateralmente si
vedeva l’ingresso del portone di Giovanna. Ciò
nonostante si riconosceva
chiaramente la figura di Claudio all’entrata e
all’uscita del portone. Le
immagini, in possesso degli inquirenti, dovevano essere più
chiare e
dettagliate dal momento che erano state riprese dalla telecamera posta
sopra al
portone.
Alla
vista delle scene del filmato, Morena, quasi
affranta bisbigliò:
“Queste
immagini sono una prova incontrovertibile
della colpevolezza di Claudio”.
“No”
rispose Stefan, “dimostrano solo che all’ora
del delitto Claudio era in quel luogo.
O
meglio, che intorno all’ora del delitto Claudio
era nella casa della sorella, cosa che non ha mai negato e ha sempre
dichiarato
che quando è sceso la sorella era viva e vegeta”.
“Quindi,
tu credi a ciò che dice Claudio?”,
ribatté
Morena alquanto stupita.
“Perché
non dovrei credergli? È proprio quello che
dobbiamo fare: partendo da ciò che asserisce, trovare le
prove che convalidino
le sue affermazioni!”
Così
dicendo, Stefan riportò il filmato indietro per
rivedere la scena. Lo fece varie volte ma, ciò nonostante,
non riuscì a notare
niente di nuovo.
A
questo punto, Morena, quasi annoiata si alzò ed
andò in cucina per preparare la cena, infatti nella foga di
visionare il
filmato erano rimasti digiuni.
Stefan,
caparbiamente, riportò il filmato ancora una
volta indietro, ma gli scappò il dito un po’
troppo sul tasto ‘ritorno’, per cui
il filmato si fermò circa mezz’ora prima
dell’arrivo di Claudio.
Distrattamente lasciò scorrere le scene e vide che, intorno
alle 19:30, nel
portone era entrata una bella donna alta circa un metro e ottanta,
vestita
elegantemente con un attillato tailleur blu, dal portamento eretto, con
in
testa un ampio cappello con un fiore e con ai piedi un paio di scarpe rosse di taglia
grande a tacco alto.
Avrebbe voluto, per sua curiosità, vederla in viso,
perché le belle donne gli
interessavano tutte, anche senza nessun altro scopo, ma le falde del
cappello
impedivano la visuale e le coprivano i lineamenti. Poi andò
avanti e vide per
l’ennesima volta le stesse scene, solo che ora aveva la
curiosità di osservare
se la donna fosse ridiscesa e se riusciva a vederle il volto.
Con
sua grande meraviglia, notò che la signora era
discesa poco dopo l’uscita di Claudio, ma ancora una volta le
falde del
cappello impedivano di vederne la fisionomia.
Rimase
per un momento perplesso, poi anche lui
stanco di rivedere le stesse scene, spense il monitor e raggiunse in
cucina
Morena, che nel frattempo aveva messo in tavola la cena. Le si
avvicinò, la
prese per le spalle, la tirò a sé e le diede un
caloroso bacio sulla bocca.
Era
trascorsa esattamente una settimana dal delitto,
quando Stefan decise di recarsi dall’avvocato Berenice,
mentre Morena andò in
redazione per scrivere un nuovo articolo sul delitto, così
come aveva chiesto
il suo direttore Nathan. Infatti, il giorno successivo
all’evento funesto, era
stato pubblicato sulle notizie di cronaca locale del giornale
l’Eco d’Italia, a
firma di Morena, un breve articolo che si limitava a raccontare i fatti
accaduti in via Margutta.
Nel
nuovo articolo Morena entrò un po’ più
nel
dettaglio, narrando anche le intricate vicende della famiglia alla
quale
apparteneva la vittima, ora emergevano
non solo tutti i problemi antecedenti al delitto,
ma anche
i caratteri dei tre fratelli.
Claudio
era un giovane sognatore che non gestiva al
meglio la frustrazione delle sue aspettative. Quando queste non si
compivano,
entrava in crisi. Se perdeva al gioco, continuava a giocare nella
speranza di
riuscire a rifarsi, ma aggravando ulteriormente le perdite. Analoga
cosa gli
accadeva quando s’invaghiva di una donna, da gentiluomo
prodigo e cortese si
trasformava in una persona egoista, che faceva di tutto pur di ottenere
ciò che
tanto bramava, senza curarsi delle conseguenze. Era così che
si era alienato
l’amore di Berenice, di cui era stato innamorato, non
corrisposto
completamente, nel senso che l’amica gli aveva voluto bene,
ma non era stata
disposta ad andare a letto con lui. Al contrario, Claudio sentiva per
lei
un’attrazione fisica così forte da annebbiargli il
cervello, e in una
circostanza aveva tentato di prenderla con la forza. Berenice si era
divincolata e da quel momento non lo aveva più voluto
frequentare. Poi col
tempo la collera si era attenuata e, volendogli ancora bene, lo aveva
rivisto,
ma senza particolari slanci d’affetto.
Giovanna
era una signora quasi anziana che
dimostrava tutta l’età che aveva, superba
ed altera, sul suo volto si coglieva
bene il disprezzo che esprimeva per le persone che non
stimava, anche se
sapeva essere molto generosa con le persone che amava.
Infine
Giulia, amica personale ed ex insegnante di
Morena, era una donna alta circa un metro e settanta, non troppo
robusta, ma
energica e piena di vita, capace di forti passioni tanto che,
nonostante l'età,
si era innamorata e sposata con un uomo poco più giovane di
lei. Era
profondamente legata alla figliastra, che lei ammirava e della quale
era
orgogliosa per il mestiere che svolgeva. Infatti Valeria era
un’affermata
mannequin, ricercata da molte case di moda, ed aveva partecipato a
numerose
sfilate anche fuori dall'Italia; almeno questo era ciò che
la matrigna andava
raccontando in giro.
Capitolo V
Berenice
Stefan,
frattanto, si era recato di buon mattino a
casa dell’avvocato Berenice Levati, voleva appurare con lei
alcuni particolari
della vicenda, che non gli sembravano molto chiari.
Aveva
bussato ed era venuta ad aprirgli la
domestica, una giovane rumena, dai lineamenti grossolani e poco
femminili; lo
aveva fatto accomodare nello studio, che si trovava quasi di fronte al
bagno.
Berenice, appena uscita dalla vasca, stava passando nuda, su due
piedini scalzi,
proprio davanti alla porta spalancata, per prendere
l’accappatoio bianco di
morbida ciniglia con cui asciugarsi, che era appeso ad un gancio
nell’altro
estremo della sala da bagno.
Naturalmente
la porta avrebbe dovuto essere chiusa,
ma Berenice era convinta che, a quell’ora, non ci sarebbe
stato nessuno in
casa. La domestica non era stata così solerte a chiuderla,
prima di aprire la
porta d’ingresso al giovane giornalista.
Stefan
si bloccò a fissare il corpo di Berenice.
L’acqua calda, leggermente fumante, le scorreva dalle spalle
ben tornite giù
sul seno prosperoso, fino ai fianchi arrotondati ed alle cosce lunghe e
robuste; la sua pelle era di un bianco crema. Stefan sapeva bene di
dover
distogliere lo sguardo, ma era rimasto incantato e non riusciva a
girare la
testa.
Lei
incontrò lo sguardo di Stefan e trasalì, per un
istante gli sorrise, poi allungò una mano,
afferrò la maniglia della porta e
la chiuse con vigore.
Stefan
si sentiva colpevole come un bambino quando
viene sorpreso a rubare la marmellata. Ma lei aveva sorriso. Il suo
sorriso era
stato un po’ malizioso e non riusciva ad immaginare che una
donna nuda avesse
potuto sorridere ad un estraneo; immaginava che Berenice, con quel
lampo di
avvenenza proibita, aveva voluto fargli un dono che era felice di
concedergli.
La
sua immaginazione galoppava, poi cominciò a
dubitare che fosse stato solo un sogno.
Poco
dopo avvertì i passi di lei, che stava
arrivando e cercò di scrollarsi di dosso quella visione.
Nel
frattempo, Berenice si era vestita, aveva
indossato oltre alla biancheria, una camicetta bianca sulla quale aveva
infilato una maglia di lana rosa pallido ed una gonna blu a tubo, che
le
arrivava poco sopra al ginocchio. Quando arrivò, gli porse
la mano con cortesia
e lo fece sedere di fronte a sé dall’altro lato
della scrivania. Stefan si
sarebbe aspettato che lo avrebbe guardato con rimprovero per lo sguardo
involontariamente rivoltole, mentre era nuda, ma Berenice lo aveva
accolto come
se niente fosse avvenuto.
E
con garbo gli chiese:
“A
cosa debbo l’onore di questa visita, dott…
?”.
Rinfrancato,
Stefan rispose:
“Mi
chiamo Stefan Furore e sono un giornalista
dell’Eco d’Italia. Desidero parlare con lei di
alcuni particolari del delitto
di via Margutta, sul quale sto indagando per cercare di scagionare
Claudio
Eriberti dalle accuse per cui è stato arrestato, ma ho delle
perplessità”.
“Diamoci
del tu”, rispose gentilmente
l’avvocato Berenice
Levati, “cosa vuoi
sapere?”.
Stefan
compiaciuto rispose:
“Certamente
avrai visto il video ripreso dalla
telecamera posta sopra al portone della vittima”.
“Sì,
anzi è proprio una delle prove d’accusa
più
difficile da smontare; ebbene?”, replicò Berenice.
“Purtroppo,
io non l’ho potuto visionare, perché è
nelle mani degli inquirenti. Ma posseggo il video di un’altra
telecamera, posta
a poca distanza dal portone, che mi ha lasciato alquanto
dubbioso”.
“Bene!
Se hai con te il video possiamo rivederlo
insieme e poi mi esporrai i tuoi dubbi”.
Stefan
tirò fuori dalla tasca il cd e le chiese:
“Hai
un lettore per cd?”
“Sì,
certo!”
Così
dicendo, prese dalle mani di Stefan il cd e lo
mise nel lettore, che stava sul lato del suo computer portatile e, dopo
qualche
istante, sul monitor del PC cominciarono a comparire le immagini
relative alla
mattinata del martedì precedente.
“Fai
scorrere velocemente le immagini e fermati poco
prima delle ore 19:30”, disse Stefan.
Berenice
eseguì le istruzioni di Stefan, azionò
l’avanti veloce e si fermò un paio di minuti prima
delle 19:30. Sul monitor
riapparve la scena che Stefan aveva più volte rivisto: una
signora molto
elegante, con un gran cappello sulla testa, dal quale spuntavano delle
ciocche
di capelli biondi, arrivò al portone, citofonò e,
aperto il portone, scomparve
all’interno.
“Ora…”,
disse Stefan, “fai scorrere le immagini fino
alle ore 20:24”.
Cosa
che puntualmente Berenice fece. Non appena si
fermò comparve sul monitor l’immagine di Claudio,
che usciva dal portone e
velocemente si allontanava.
“Non
fermarti”, proseguì Stefan.
Le
immagini continuarono a scorrere, ma per altri
cinque minuti si vide solo gente passeggiare per via Margutta in
prossimità del
portone. Alle ore 20:31 il portone si riaprì e comparve di
nuovo la signora
bionda, di cui, però, non si vedevano i lineamenti, ma solo
il grande cappello
a falde larghe, che usciva e poco dopo spariva in direzione opposta a
quella da
cui era venuta.
“Come
vedi, pochi minuti prima dell’arrivo di
Claudio e pochi minuti dopo la sua uscita dal portone compare
l’immagine di
questa elegante signora, che ha tutta l’aria di non voler
rivelare la sua
identità alle telecamere. La cosa mi pare alquanto sospetta! Che ne pensi?”,
chiese a Berenice.
“Potrebbe
essere una normale coincidenza. Una
qualche inquilina del palazzo potrebbe essere entrata ed uscita
fortuitamente
in corrispondenza degli orari di entrata ed uscita di
Claudio”, obiettò
Berenice.
“Non
lo escludo, ma deve essere necessariamente
entrata in qualche appartamento di quel palazzo. Non credi?”
“Bene!”,
asserì Berenice. “Caro dott. Furore, sei tu
l’investigatore! Trova in quale appartamento la signora
è entrata e sarà
svelato l’arcano”.
“E’
quello che farò”, replicò in tono
deciso Stefan.
Così
dicendo si alzò e fece l’atto di uscire.
“Non
mi vuoi salutare?”, ribatté
Berenice porgendogli la mano con un
ampio sorriso, contenta della scoperta di Stefan.
“Sì…
no… certo che volevo salutarti”, rispose Stefan
confuso, e le diede la mano, che lei strinse con vigore.
Dopo
di che si avviò verso l’uscita, accompagnato da
Berenice, che lo guardava divertita, con un sorriso ironico sulle
labbra.
Capitolo VI
Nuove
indagini
Uscito
dallo studio di Berenice, Stefan si recò in
redazione, andò presso la scrivania di Morena, che aveva
appena finito di
scrivere il suo articolo sull’omicidio di via Margutta, le
diede un bacio ed esclamò:
“Sono
stato allo studio dell’avvocato Berenice
Levati e le ho fatto vedere il video in nostro possesso. Anche lei
è rimasta
stupita della coincidenza dei tempi tra quelli di Claudio e quelli della donna dal cappello
con le falde larghe
e mi ha chiesto di indagare sull’identità della
signora e di capire
in quale appartamento sia
entrata”.
“Bene…”,
rispose Morena, “vorrà dire che ritorneremo
in via Margutta e chiederemo a tutti gli inquilini del palazzo se, tra
le 19:30
e le 20:30 di martedì scorso, da loro è entrata
una signora bionda con un
cappello a falde larghe. Almeno finirai di tormentarti, ma soprattutto
finirai
di pensare a chissà quale complotto ordito ai danni del
povero Claudio”.
“No,
Morena. Io non penso a nessun complotto, solo
che voglio credere alla parola di Claudio, che si professa innocente ed
estraneo al delitto della sorella. Ammetterai che, se non è
stato lui ad
ucciderla, certamente sarà stato qualcuno che a
quell’ora si trovava nel
palazzo”.
“Va
bene, va bene, amore…”, mormorò Morena
in tono
poco convinto.“Ora però si è fatta
quasi l’ora di pranzo e ci conviene tornare
a casa a mangiare, a meno che tu non preferisca andare
all’Hosteria dei Numeri
Primi”.
“No,
no, preferisco tornare a casa”, replicò Stefan,
anche perché non riusciva a dimenticare l’immagine
di Berenice nuda e gli
frullava in testa una certa idea.
Morena
raccolse i fogli su cui aveva stampato il
reportage del delitto e andò nello studio del suo capo
redattore Nathan, per
consegnargli una copia dell’articolo, che più
volte le aveva sollecitato.
“Ecco,
dott. Maven. Questo è l’articolo che mi ha
chiesto”.
Così
dicendo lo salutò ed insieme a Stefan andarono
via.
Lungo
la strada Stefan fu particolarmente affettuoso
con Morena, le cingeva i fianchi, la stringeva a sé, le
accarezzava il viso e
la baciava.
Morena
era una ragazza bellissima, alta circa un
metro e ottanta, con un visino d’angelo, un corpo sinuoso e
sottile, capelli
lunghi e neri, che le arrivavano sulle spalle. Non era certo
insensibile alle
attenzioni di Stefan, aveva capito che la desiderava.
Non
appena furono a casa, Morena riscaldò nel
microonde la pasta imbottita, già pronta dalla sera prima,
la mise in tavola,
ne tagliò due fette, una per Stefan, l’altra per
sé. Riempì i calici con un
buon vino bianco, la cui bottiglia era stata anch’essa
conservata nel frigo e
cominciarono a pranzare. Per secondo arrostì due bistecche
di vitello, che
guarnì con un contorno di purea di patate. Poi passarono
alla frutta e, non
appena ebbero finito di mangiare, Stefan le diede una mano a togliere
le
stoviglie sporche e riporle nella lavastoviglie.
Poi,
con fare stanco, si buttò sul divano e si mise
a leggere svogliatamente il giornale.
Morena,
invece, si recò in camera da letto, si tolse
i vestiti del mattino, restò in lingerie: reggiseno e
perizoma trasparente
che mettevano in risalto la sua
silhouette; indossò una vestaglia lunga di seta,
completamente aperta sul
davanti e si
avvicinò al divano, per
sedersi accanto a Stefan. La vista del corpo di Morena
cancellò d’un colpo
l’immagine di Berenice dagli occhi di Stefan. Anche se era,
ormai, abituato
alla vista di quel corpo, non riusciva mai a non emozionarsi, si
sentiva
eccitato, sembrava quasi che la vestaglia trasparente di Morena gli
avvolgesse
la mente, la prese per le mani, la tirò a sé, la
strinse con dolcezza tra le
braccia in modo da farla cadere sul divano e le fu addosso.
Nel
pomeriggio, prima di recarsi in via Margutta per
continuare le indagini, Stefan stampò alcune foto della
signora col cappello a
falde larghe, prese dal video in suo possesso. Poi lui e Morena
decisero di
andare a chiedere agli inquilini dello stabile, nel quale era stata
uccisa
Giovanna, se il martedì precedente, tra le 19 e le 20,
avessero fatto entrare
nella loro casa la donna della foto o se, almeno, l’avessero
riconosciuta.
Purtroppo,
nessuno fu in grado di identificarla, né
seppero dire in quale appartamento fosse andata, ma tutti erano certi
di non
aver ricevuto una chiamata al citofono per aprire il portone a
quell’ora.
Alla
luce delle testimonianze fatte dagli inquilini,
non restava che una sola ipotesi: la signora col cappello non poteva
che
essersi recata nell’appartamento di Giovanna, anche
perché era evidente che
aveva citofonato e qualcuno le aveva aperto il portone.
Questa
nuova scoperta apriva ampi orizzonti di
indagini: oltre a Claudio c’era un’altra persona
nell’appartamento di Giovanna,
che poteva aver commesso il delitto.
Era
necessario che anche la polizia inquirente fosse
informata della nuova situazione per continuare le indagini.
Berenice,
non appena fu informata telefonicamente
dei nuovi elementi emersi a seguito delle sue indagini, fu felicissima
tanto
che, se avesse avuto Stefan davanti a sé, lo avrebbe
abbracciato e riempito di
baci; buon per lui, però, perché avrebbe
frainteso i sentimenti
di lei, che erano solo di grande
stima e gratitudine.
L’avvocato
Levati si preparò in gran fretta e corse
alle carceri, dove era detenuto Claudio. Si salutarono soddisfatti per
i
risvolti che la notizia avrebbe potuto avere, infatti Berenice aveva
pronta
un’istanza di scarcerazione, basata sui nuovi indizi.
In
alternativa aveva messo a punto anche una
richiesta di concessione degli arresti domiciliari, poiché
mancavano tutti i
presupposti previsti per legge, cioè la
possibilità che l’indagato potesse
scappare, inquinare le prove o reiterare il reato.
Berenice
era certa che, a questo punto, il
magistrato avrebbe chiesto un supplemento di indagine e, nonostante
l’altra
prova fondamentale a carico di Claudio: le sue impronte rinvenute
sull’arma del
delitto, avrebbe quanto meno concesso gli arresti domiciliari.
Adesso,
le attenzioni dell’arguto investigatore
Stefan Furore dovevano concentrarsi su questi due argomenti
d’indagine:
riuscire ad individuare l’identità della
‘signora col cappello’
e capire come le impronte di Claudio fossero
finite sull’arma del delitto.
E
venne l’alba di un nuovo giorno, un momento in cui
la luce sembrava come sospesa e trattenere il tempo, un istante magico
fatto
di chiarore ed ombra; le prime luci salivano lievemente come per
incanto,
provocando l’evaporare lento dei sogni.
Un
universo nuovo appariva agli occhi di Stefan e
Morena.
Fecero
il punto della situazione: per il momento
dovevano trovare una signora alta e distinta dai capelli,
presumibilmente
biondi, dalla corporatura non troppo esile, ma soprattutto amica di
Giovanna
se, come era logico desumere, l’aveva fatta entrare nel suo
appartamento.
Chi
meglio della sorella poteva conoscere le amiche
di Giovanna? Pensarono, pertanto, di ritornare a casa di Giulia per
parlare
con lei. Morena le telefonò:
“Ciao
Giulia, hai saputo gli ultimi risvolti delle
nostre indagini sull’uccisione di Giovanna?”
“No,
non so più niente dall’ultima volta che ci
siamo visti. So solo che mio fratello è stato arrestato e
che la difesa è
stata assunta dalla sua amica Berenice; un avvocato molto in
gamba!”
“Bene!
Allora ti metto al corrente degli ultimi
avvenimenti. Stefan ed io siamo riusciti ad ottenere le immagini di una
telecamera adiacente al portone e abbiamo scoperto che, più
o meno alla stessa
ora del delitto, nell’appartamento di Giovanna oltre a
Claudio c’era una donna,
probabilmente una sua amica, che non siamo riusciti ad identificare per
via di
un cappello molto ampio che le copriva la testa. Io e Stefan vorremmo
venire da
te per mostrarti l’immagine della donna e vedere se la
riconosci e se puoi
fornirci una lista di persone, amiche di Giovanna, su cui
indagare”.
“Vi
aspetto, sono molto contenta della notizia che
mi hai dato, ma ero certa che tu ci avresti aiutato e sapevo che il
dott.
Furore era un ottimo investigatore”.
Si
vestirono di tutto punto, lei con un tailleur
rosa fucsia su una camicetta di seta a fiorellini blu, guarnito di un
grosso
fiocco rosa pallido, mentre Stefan indossò un abito grigio scuro a righe
verticali blu cielo con
la giacca a doppio petto, come di consueto; un ultimo tocco di classe:
il pizzo
di un fazzoletto di seta blu gli usciva dal taschino.
Appena
pronti, chiusero la porta del loro
appartamento e si incamminarono verso casa di Giulia. Qui giunsero dopo
una
ventina di minuti; la padrona di casa li stava aspettando, li fece
entrare e
li invitò ad accomodarsi sul divano del salotto. Poi
esordì:
“Cosa
vi posso offrire? Una tazza di caffè non si
rifiuta mai! Poi ho da farvi assaggiare una delizia al limone fatta da
me”.
Così
dicendo la videro sparire dietro la porta della
cucina. Dopo un poco riapparve, recando un vassoio con due tazzine di
caffè, lo
pose sul tavolino davanti al divano e aggiunse:
“Servitevi,
io vado a prendere la torta come vi
avevo promesso”.
Di
nuovo la videro sparire e poco dopo ricomparire
con un secondo vassoio sul quale c’era una magnifica torta.
Senza
fare complimenti, Stefan e Morena bevvero il
caffè, mentre Giulia con un coltello a punta
tagliò due fette della torta e le
servì su due piattini ai due amici.
In
quello steso istante, fece apparizione nel
salotto Valeria; Stefan trasalì: sembrava che avesse visto
la dea Venere in
persona.
Giulia
si affrettò a dire:
“Mia
figlia Valeria”.
“Piacere”,
risposero in coro Morena e Stefan, ma
animati da due sentimenti opposti: Stefan era rapito dalla visione di
quella
creatura, alta, esile, con i capelli biondi e gli occhi azzurri; al
contrario,
Morena era livida di gelosia, aveva visto come Stefan la stava
guardando
incantato. Eppure Valeria poteva dirsi la sua sorella gemella in
versione
bionda: stesso fisico esile e sinuoso, stessa altezza, circa la stessa
età e
stessi tratti graziosi del viso.
Solo
che, come al solito, Stefan restava estasiato
ogni volta che vedeva una bella donna.
L’ingresso
di Valeria aveva tolto ad entrambi
l’appetito, solo che, per non fare dispiacere
l’amica, continuarono a mangiare
la fetta di torta.
“Vi
piace la mia delizia al limone? È buona?”,
domandò Giulia in modo pleonastico, convinta che fosse
buonissima.
“Certo,
è veramente squisita” rispose Morena con
premura, mentre Stefan annuiva.
Nel
frattempo, Valeria si era seduta su una poltrona
di fronte al divano, con le gambe accavallate, che facevano intravedere
un
pezzo di coscia.
Morena
malediceva l’idea di avere portato con sé
Stefan dall’amica, avrebbe potuto benissimo sbrigarsela da
sola, in fondo non
doveva fare altro che mostrare una foto a Giulia e chiederle una lista
di nomi
di persone amiche della sorella Giovanna.
Dal
canto suo Stefan, prima che arrivasse Valeria
aveva avuto una strana sensazione, solo che ora, con la visione di
quella
divina creatura di fronte, non riusciva proprio a ragionare e pensare;
o
meglio a “pensare”… ci riusciva.
Morena,
nell’intento di distrarre Stefan, gli
rivolse la parola:
“Stefan,
fai vedere a Giulia la foto di quella donna
col cappello; vediamo se la riconosce!”.
Stefan
si scosse e tirò fuori dalla tasca la foto,
che porse con gentilezza a Giulia. Questa la guardò con
interesse per un po’ di
tempo, poi esclamò:
“No,
non so proprio chi possa essere!” così dicendo
passò la foto a Valeria: “Cara, vedi tu se riesci
a capire chi è questa
signora, anche tu conoscevi le amiche di tua zia Giovanna”.
Valeria
diede uno sguardo distratto alla foto e
rispose:
“No,
non l’ho mai vista prima” e si allungò
nel
gesto di restituire la foto a Stefan, facendogli intravedere il seno.
Stefan
era completamente rintronato, come se avesse
ricevuto una gran botta in testa. Faceva tutto meccanicamente: ripose
la foto
nella tasca e tirò fuori un taccuino, che diede a Morena
sussurrando:
“Dallo
a Giulia e falle scrivere una lista di nomi
di amiche di Giovanna”, come se lui non fosse capace di darlo
personalmente a
Giulia.
Morena
si affrettò a fare ciò che le aveva chiesto
Stefan, nella speranza di togliere velocemente il disturbo e uscire da
una
situazione che le sembrava francamente imbarazzante, portando via da
lì quel
tontolone del fidanzato.
Infatti,
non appena Giulia ebbe terminato di
scrivere una lista di nomi con i rispettivi indirizzi, Morena si
alzò, imitata
da Stefan, salutarono dando la mano ad entrambe le donne, ringraziarono
Giulia
per la gradevole accoglienza ed andarono via.
Quando
furono per strada, Morena riempì Stefan di
improperi:
“Brutto
animale, ma che figura mi fai fare? Metterti
a fissare, rincitrullito, quella ragazza con me a fianco? Sembrava che
avessi
visto una aliena! Screanzato, maleducato e villano!”.
Stefan
non reagì, conscio dell’atteggiamento
sbagliato, che aveva avuto nei confronti della fidanzata.
Chinò il capo e non
proferì parola, mentre Morena furibonda lo sballottava,
tirandolo per la
giacca.
Rimasero
così senza parlarsi per il resto della
giornata, solo nel tardo pomeriggio Stefan, per farsi perdonare,
pensò di
portare Morena sulla terrazza del Pincio a guardare il tramonto e
godere,
abbracciati, un momento di romanticismo. Sapeva che Morena non era
capace di
tenere il broncio a lungo e certamente lo avrebbe perdonato se si fosse
mostrato appassionato, tenero, sentimentale, profondamente pentito;
dopotutto
aveva sempre fatto così.
Avrebbe
ricordato con commozione tutti i momenti
passati con lui in uno dei parchi più antichi e belli di
Roma, sulla terrazza
del Pincio, dove dall’alto si gode la vista di Piazza Del
Popolo, il cupolone
di San Pietro e le rovine di Roma. Da quel posto incantato avevano
più volte
osservato il tramonto più bello del mondo, uno spettacolo
unico; la particolare
conformazione della città rendeva il calar del sole un gioco
di luci, che si
intersecavano e si riflettevano sui marmi delle antiche colonne
dell’impero
romano e sulle cupole delle chiese.
Quando
arrivarono, il sole comparve al di sotto di
una striscia di nuvole rosa e
sembrò
spaccarsi come un giallo d’uovo
e
macchiare di luce dorata tutti i tetti delle case.
Questa
effusione di luce andò man mano mutando
colore, prima arancio, poi vermiglio, poi cremisi. I raggi sembravano
spezzarsi
in un turbinio di faville, le nuvole divennero contorte e
progressivamente
svanirono in un intreccio di masse vaporose; alla fine non ci furono
che tinte
confuse e sempre più tenui sui tetti e sulle cupole delle
chiese della città.
Abbracciati
si fecero cullare da quella
fantasmagorica diversità di colori, dimenticarono i
dissapori del mattino e,
riconciliati, si baciarono con passione.
Capitolo
VII
Alla
ricerca della signora col cappello
Un
paio di giorni dopo Stefan chiamò al telefono
l’avvocato Berenice dalla redazione del giornale per avere
notizie di Claudio e
per sapere come procedevano ufficialmente le indagini.
Seppe
che Claudio era stato scarcerato ed era stato
posto agli arresti domiciliari; inoltre, il giudice aveva disposto un
supplemento d’indagine al fine di acquisire ulteriori
elementi.
Questo
voleva dire che gli organi di polizia
giudiziaria stavano indagando anche sull’identità
della signora col cappello,
presente sul luogo del delitto alla stessa ora, in cui si era
verificato
l’evento criminoso.
Stefan
prese il taccuino con i nomi scritti da
Giulia e cominciò a leggere i rispettivi indirizzi. I luoghi
erano situati in
una zona, a far centro da via Margutta, il cui raggio poteva essere
considerato di circa un chilometro. Se si fosse diviso il compito con
Morena,
non avrebbero impiegato più di due o tre giorni a
contattarle tutte.
Chiese
con gentilezza a Morena se voleva partecipare
con lui alle indagini e, avuta una risposta affermativa, le disse:
“Bene,
vorrà dire che ci muoveremo da due posizioni
opposte, tu potrai partire da via Cola di Rienzo nel rione Prati per
risalire
verso Piazza Del Popolo e via del Babbuino, mentre io
partirò da Piazza
Venezia, via Del Corso e proseguirò verso rione Colonna e
Campo Marzio”.
Così
fecero. Avrebbero dovuto investigare entrambi
su circa dieci persone ciascuno.
L’indagine
all’inizio non fu molto fortunata, le donne
contattate non erano fisicamente compatibili con la signora col
cappello, non
tanto per il colore dei capelli, perché era facile
cambiarlo, ma per l’altezza
e la corporatura; chi era più bassa e chi più
robusta della donna
dell’immagine.
Alla
fine della ricognizione, entrambi convennero di
limitare la loro ulteriore indagine su due donne dalle caratteristiche
abbastanza corrispondenti a quella della foto: la signora Luisa
Stripponi,
abitante in via Antonio Canova e la signora Dorotea Occhitorvi,
abitante in
Piazza del Popolo.
La
signora Luisa Stripponi era una donna castana, di
circa sessant’anni, alta circa un metro e settanta, dal
fisico non troppo
robusto, ma neanche troppo esile, amica di Giovanna ma spesso non in
sintonia
con lei, dal carattere forte e deciso.
La
signora Dorotea Occhitorvi, bionda naturale, con
la stessa corporatura di Luisa, ma leggermente più alta era
una donna
piuttosto spigolosa, facile all’alterco.
Certo
non bastava un carattere duro, aspro, rude,
brusco, burbero, difficile, intrattabile a giustificare un delitto,
bisognava
trovare una motivazione ben più solida per giustificare
l’uccisione di un’amica
o, comunque, di una persona.
Occorreva
scandagliare a fondo sulle relazioni tra
Giovanna, Luisa e Dorotea.
Stefan
pensò che la cosa più semplice da farsi era,
ancora una volta, di
chiedere aiuto a
Giulia, in fondo era l’unica persona che
poteva conoscere meglio le loro personalità.
Probabilmente
in Stefan c’era un retro pensiero:
avrebbe voluto rivedere Valeria.
Ma
come fare? Se si fosse rivolto a Morena, per
chiederle di andare entrambi a casa di Giulia, avrebbe rischiato il
linciaggio.
Però, se le avesse chiesto di indagare personalmente sulle
due amiche per poi
riferirgli, avrebbe certo incontrato la sua approvazione. Per rivedere
Valeria
sarebbero venuti certamente tempi migliori.
Fece
proprio come aveva pensato. Prima si fece
notare da Morena in atteggiamento meditabondo, poi
all’improvviso le disse:
“Devi
necessariamente ritornare a casa di Giulia e
cercare quante più notizie possibili su Luisa e Dorotea, tu
sei l’unica persona
capace di farti dire tutto dalla tua amica, senza pudori o pensieri
reconditi,
cosa che non potrebbe mai accadere in mia presenza”.
Morena
lo guardò con aria incredula “Vuoi che vada
io da sola da Giulia? Non vuoi rivedere Valeria?”, disse in
tono ironico.
“Certo
che no!” Mentì spudoratamente Stefan e
aggiunse: “Che me ne faccio di Valeria, tu sei più
bella, sei la mia musa
ispiratrice”.
Quelle
parole mandarono in solluchero Morena, che
gli rivolse uno sguardo rapito e innamorato, e le misero le ali ai
piedi,
infatti indossò una giacca, prese la borsetta, diede un
bacio appassionato a
Stefan ed uscì di corsa in direzione della casa
dell’amica.
Giulia
le aprì e non appena vide Morena la fece
accomodare, senza formalità, in cucina dove stava preparando
il pranzo per la
famiglia.
“Dimmi
tutto, Morena, cosa vuoi sapere?”
“Tutto
quello che sai… e non sai, su Luisa e
Dorotea!”
“Perché?”,
rispose Giulia. “E’ emerso qualcosa di
nuovo su di loro?”
“Non
per il momento!”, replicò Morena. “ Ma
sono le
uniche due persone che hanno le stesse caratteristiche della donna col
cappello
in fotografia”.
A
Giulia sembrò di provare quasi piacere per come si
stavano mettendo le indagini e Morena non le poteva certo dare torto;
Claudio
era stato scarcerato e, come aveva più volte detto Berenice,
presto sarebbe
stato scagionato del tutto.
Giulia
cominciò:
“Luisa
è una donna acida, molto invidiosa, anche se
sa nascondere bene i suoi sentimenti, ha un carattere forte, una volta
presa
una decisione, non torna mai indietro”.
“Bene”,
rispose Morena. “Ma io volevo conoscere in
che rapporti fosse con tua sorella”.
“Non
era una sua amica speciale, anche se spesso si
frequentavano ed uscivano insieme. Che io sappia non c’erano
al momento
dissapori tra loro, so che ogni tanto avevano avuto dei contrasti, ma
non
certo tali da giustificare un delitto. D’altra parte,
è venuta anche ai
funerali e sembrava sinceramente commossa. Invece, Dorotea ai funerali
non
c’era. Ho saputo da alcune amiche che ultimamente non correva
buon sangue tra
lei e mia sorella per via di un prestito”.
“Che
Giovanna aveva fatto a Dorotea o viceversa?”,
chiese Morena con aria molto interessata.
“Non
te lo so dire, perché nessuna delle due si era
confidata con me, ma posso dirti che spesso le amiche chiedevano soldi
a mia
sorella, proprio come faceva Claudio. In fondo Giovanna era nubile e
non aveva
una famiglia da accudire”.
Dopo
aver raccolto tutte queste notizie sulle due
donne, il discorso si spostò su altri argomenti. Le due
amiche si scambiarono
tra loro numerosi pettegolezzi; Morena raccontò tutte le
vicende delle colleghe
di ufficio e Giulia le rivelò alcuni particolari della
situazione sentimentale
e lavorativa dalla figlia Valeria. Verso mezzogiorno, prima del rientro
del
marito e della figlia, si salutarono e Morena andò via.
Stefan
e Morena si erano dati appuntamento
all’”Hosteria Dei Numeri Primi” per
pranzare e, verso le tredici, si
ritrovarono. Si sedettero ad un tavolo e, non appena arrivò
il cameriere per
chiedere loro cosa servire, ordinarono entrambi un antipasto misto di
salumi e
formaggi, gnocchetti sardi al sugo di salsiccia, una grigliata con
orata e
spigola al finocchietto con patate prezzemolate e insalata verde, mezzo
litro di
fiano bianco in bottiglia bollinata e per finire una buona tazza di
caffè
napoletano ristretto.
Nell’attesa
che il cameriere portasse l’antipasto in
tavola, Stefan chiese:
“Hai
parlato con Giulia? Cosa ti ha riferito?”
“Ho
alcune importanti notizie da darti”, rispose
Morena.
“Secondo
Giulia, è molto difficile che a commettere
il crimine sia stata Luisa, perché non c’erano
particolari contrasti tra di
loro. Invece ha espresso forti dubbi su Dorotea, pare che, ultimamente,
Giovanna le avesse prestato una somma di denaro rilevante non ancora
restituita”.
“Ah…!
Molto interessante. Sapevo che saresti stata
all’altezza di una brava investigatrice”.
Mentre
si congratulava con Morena, arrivarono i
piatti in tavola con l’antipasto e la bottiglia di vino. Il
cameriere con
premura ne versò un assaggio prima nel calice di Stefan, che
lo assaggiò ed
annuì, poi ne versò anche nel calice di Morena.
Cominciarono a mangiare e,
durante il pranzo, non parlarono di lavoro, ma conversarono
amorevolmente di
altro.
Dopo
il caffè, Stefan tornò sull’argomento:
“Secondo
Giulia, dovremmo investigare a fondo solo
su Dorotea? Ma, per mia natura, io non escluderei dalle indagini
neanche
Luisa”.
“Hai
ragione!”, concordò Morena.
“Sarà bene indagare
su entrambe e soprattutto verificare se hanno un alibi consistente per
l’ora
del delitto”.
“Brava!”,
la lodò Stefan. “Vedo che stai diventando
un’ottima investigatrice. Da domani mattina tu verificherai
gli spostamenti di
Luisa all’ora del delitto, mentre io indagherò sul
prestito che Giovanna ha
fatto a Dorotea. Prima mi informerò da quale banca
è partito il prestito, di
che importo era e se è stato restituito”.
“Va
bene”, rispose Morena in tono molto conciliante.
Uscendo
lo prese sottobraccio, reclinò la testolina
con la sua ricca chioma di capelli neri setosi, lunghi e fluenti su una
sua
spalla e si avviarono verso casa.
L’indomani
mattina, come convenuto, Morena uscì di
casa con l’intento di verificare i movimenti di Luisa nella
giornata del
martedì in cui era avvenuto il delitto e stabilire se avesse
o meno un alibi
per l’ora della morte.
Non
sapeva da dove cominciare, né cosa cercare. Man
mano che procedeva lungo la strada per recarsi in via Antonio Canova,
dove
abitava Luisa, le si schiarirono le idee.
Andò
dritto verso il portone del palazzo di Luisa,
dove all’ingresso c’era la guardiola del portiere e
gli chiese:
“Conosce
bene la signora Luisa Stripponi?”
“Perché?”,
replicò il portiere in tono
interrogativo. “Chi è lei, mi scusi?”
“Ha
ragione”, rispose in tono gentile Morena. “Sono
una giornalista televisiva e sto selezionando per il mio talk show
delle
signore di mezza età che dovrebbero far parte del pubblico
di una trasmissione
televisiva”.
Così
dicendo mostrò il suo tesserino da giornalista.
Abbagliato dalla grazia e dalla bellezza di Morena, e convinto dalla
visione
del tesserino, il portiere non chiese altro.
“Oh!...
sì, sì conosco bene la signora Luisa, abita
al secondo piano di questo stabile da quando io ero un giovanotto! Cosa
vuole
sapere?”.
Morena,
confortata dall’invito, proseguì:
“Ha
mai visto la signora Luisa indossare abiti
particolarmente eleganti e cappelli con fiori a falde larghe?”
“Sì!
La signora Luisa veste sempre elegantemente; ma
non l’ho mai vista indossare cappelli vistosi, tanto meno a
falde larghe”.
“Ma
lei è sicuro? Guardi che per me è molto
importante conoscere se le persone che sto selezionando siano
eccentriche o
meno!”, incalzò Morena.
“No,
le assicuro che la signora Luisa è una persona
molto fine, anche se molto decisa. Si figuri che un giorno,
poiché avevo messo
fuori dalla guardiola un vaso con una pianta un po’
appassita, con l’intento
di farle prendere più luce, mi sgridò in modo
risoluto, secondo lei l’ingresso
perdeva decoro”.
“Per
caso, ha sentito parlare del delitto di via
Margutta?”
“Sì,
cosa vuole sapere?”
“Se
si ricorda come era vestita quel giorno la
signora Luisa? Perché la trasmissione alla quale dovrebbe
partecipare parla tra
l’altro di quel delitto”.
“Veramente
è trascorso molto tempo da quel giorno e
gli avvenimenti successivi sono stati tanti… ma ora che ci
penso il delitto è
avvenuto proprio il giorno che mia figlia minore compiva gli anni.
Ricordo con
precisione che la signora Luisa è scesa in mattinata per
fare la spesa, sempre
tutta elegante ma senza nessun cappello,
quando ha saputo che era il compleanno di mia figlia ci ha
fatto gli
auguri ed al rientro le ha portato un mazzetto di rose. È
stata molto gentile!”
“E
ricorda se è riscesa nel pomeriggio o verso
sera?”, disse Morena in modo distratto, affinché
la domanda sembrasse poco importante.
“No!
Sono sicuro, quel giorno la signora non è più
uscita”.
“Grazie.
Le sue parole mi sono state molto utili,
credo proprio che selezionerò la signora”.
Così dicendo si accomiatò e si
allontanò dal portone. Il portiere non riusciva a toglierle
gli occhi di dosso,
guardava con aria sognante il dondolio del fondo schiena di Morena e
bisbigliò
tra sé:
“Che
donna! Ne avevo viste di belle, ma
così…”
Morena
era riuscita nel suo intento: aveva saputo in
poco tempo che Luisa non poteva essere la signora della foto, aveva un
alibi:
la testimonianza del portiere che la scagionava dalla
possibilità che a
quell’ora potesse essere uscita di casa.
Dal
canto suo, Stefan, quella mattina, aveva un
compito ben più arduo: riuscire a conoscere le operazioni
bancarie di Giovanna
nei giorni prima della morte ed indagare sui movimenti di Dorotea nelle
ore
precedenti e seguenti al delitto.
La
prima cosa che fece fu quella di chiamare
Berenice sul cellulare: voleva sapere da lei se per caso conoscesse la
banca su
cui operava Giovanna.
“Ciao,
avvocato, sono Stefan Furore”, cominciò col
dire.
“Oh…
dott Furore, che piacere sentirti!”, rispose
lei. “A cosa devo l’onore? Certamente cerchi
notizie… cosa vuoi sapere?”.
Dal
sottofondo della telefonata, Stefan arguì che
non era sola, ma c’era qualcuno con lei.
“Sto
proseguendo le mie indagini, per scagionare
definitivamente Claudio. Vorrei sapere se conosci su quale banca
Giovanna
operava finanziariamente”.
“Sei
fortunato, accanto a me c’è proprio Claudio, te
lo passo”. Così
dicendo, passò il
cellulare all’amico, che esclamò:
“Ciao,
dott. Furore, dimmi come posso esserti
utile”.
Dal
tono della voce sia di Claudio sia di Berenice,
Stefan capì che li aveva disturbati in un momento poco
opportuno, probabilmente
a letto.
Comunque
ormai la frittata era fatta! Per cui
proseguì:
“Ciao,
Claudio. Sto continuando le indagini per
dimostrare la tua innocenza. Vorrei sapere se conosci la banca su cui
operava
tua sorella”.
“Come
vuoi che non lo sappia? Mia sorella era una
donna stupenda, mi elargiva spesso danaro tramite assegni, che io
stesso, a
volte, andavo a cambiare. La banca in questione è la Banca
di Credito del
Lazio”.
“Grazie,
sei stato di grande aiuto e mi scuso se per
caso ho disturbato”, ridacchiò ironicamente Stefan.
Bisognava
ora andare in banca e trovare uno
stratagemma per avere le notizie che lo interessavano.
Intanto
Morena stava tornando in redazione. In quei
giorni aveva trascurato il giornale, prestando poca attenzione alla
cronaca
della città. Aveva notato che il dott. Nathan Maven era
alquanto agitato e
mostrava insofferenza ogni volta che lei lasciava il posto di lavoro
per
seguire Stefan; infatti, Morena era una sua dipendente e le era stato
affidato
il compito di scrivere sulla cronaca del giorno, cosa che
momentaneamente non
stava facendo, avendo delegato l’amico
Riccardo.
Mentre
meditava su come giustificarsi col suo capo
redattore dott. Maven, Morena ebbe la sensazione di essere seguita; si
voltò
più volte di scatto, ma non notò niente di
strano: non c’era nessuno che la
pedinava.
Comunque
affrettò il passo ed arrivò un po’
trafelata in redazione. Appena giunta, i colleghi si accorsero che
aveva
l’affanno e le chiesero:
“Morena,
cosa ti è successo, ti stai allenando per
fare la maratona coi tacchi?”.
E
scoppiarono a ridere.
Però,
Morena rimase con quella brutta sensazione
addosso.
Ritornò
alla sua scrivania e chiese a Riccardo se
aveva raccolto tutte le notizie del giorno e se aveva scritto le
notizie di
cronaca. Ma lui aveva solo in parte adempiuto al suo compito: aveva
raccolto le
notizie più importanti degli avvenimenti del giorno, che
passò prontamente
all’amica. Morena, quindi, si mise subito al lavoro.
Capitolo VIII
Indagini
su Dorotea
Nel
frattempo, Stefan, dopo aver saputo da Claudio
in quale istituto di credito Giovanna aveva i suoi risparmi,
s’incamminò verso
la sede più vicina della Banca di Credito del Lazio, in via
dei Due Macelli,
pensando a come fare per riuscire ad avere le notizie che lo
interessavano.
Si
ricordò all’improvviso che una sua compagna di
scuola, poco avvenente, Margherita, lavorava proprio in quella sede. Si
rincuorò ed accelerò i passi; impiegò
una mezz’oretta per arrivare. Appena
giunto, si rivolse all’usciere chiedendo di Margherita;
questi sollevò la
cornetta di un interfono e, dopo un poco, dagli uffici retrostanti, si
affacciò
una donna, alta circa un metro e sessanta, con le gambe piuttosto
corte, per
niente armoniose, vestita con un tailleur grigio.
Margherita
appena vide Stefan si illuminò e gli andò
incontro:
“Ciao,
Stefan Furore. Da quanto tempo non ci
vediamo!”, esclamò.
“Ciao,
Margherita. Come stai? Ti trovo bene!” mentì
spudoratamente Stefan “Mi dispiace di non averti avvertita
prima, ma ho bisogno
del tuo aiuto”.
Margherita
si sentì inorgoglita da quelle parole;
non le sembrava vero che il più bello della classe del liceo
si potesse mai
rivolgere a lei per chiederle un favore.
“Dimmi!
Se posso ti aiuto molto volentieri”.
“Avrei
bisogno di alcune notizie riservate. Adesso
sono un reporter del giornale l’Eco d’Italia e sto
indagando sul delitto di via
Margutta, di cui avrai certamente sentito parlare”.
“Come
posso esserti di aiuto?”, chiese Margherita
perplessa.
“La
vittima era una correntista di questa sede, mi
serve conoscere i suoi ultimi movimenti bancari”,
continuò Stefan.
Margherita
restò per un attimo interdetta, non
sapeva cosa fare, poi decisa rispose:
“Come
sai, mi stai chiedendo una cosa illegale: i
dati dei correntisti sono segreti e non possono essere rivelati ad
estranei,
ma, trattandosi di una cliente deceduta, forse posso fare
un’eccezione”.
Questa
risposta rallegrò molto Stefan, sapeva bene
di averle chiesto un favore quasi impossibile.
“Vado
dentro, stampo tutte le informazioni che
desideri e te le porto. Tu, nel frattempo, resta qui”.
“Certo!
Non mi muovo di qui, dovessi attendere
un’eternità”.
Margherita
ricomparve dopo una buona mezz’ora,
recando in mano diversi fogli.
“Ecco
quello che mi hai chiesto, mi raccomando non
dire niente a nessuno”.
“Sarò
muto come un pesce. Sei stata di una
gentilezza infinita, ti sarò grato per sempre! Qualunque
cosa ti possa
servire, vienimi a trovare in redazione farò
l’impossibile per accontentarti”,
rispose ilare Stefan.
Così
dicendo l’abbracciò e le stampò due
baci sulle
guance, per cui Margherita divenne rossa come un papavero. Poi entrambi
si
salutarono e mentre lei rientrò nel suo ufficio, Stefan
uscì e si avviò verso
la sede del giornale.
Quando
arrivò in redazione, trovò che Morena era
tornata da poco ed era impegnata a scrivere la cronaca del giorno. Non
volle
disturbarla e andò nel suo ufficio, dove con impazienza ed
eccitazione si mise
a guardare le notizie contenute nei fogli, che gli aveva dato
Margherita.
Era
il resoconto dell’ultimo anno di tutti gli
spostamenti di denaro fatti da Giovanna.
Scorrendo
la lista dei movimenti notò che, circa un
mese prima dell’omicidio, Giovanna aveva fatto un bonifico in
favore di Dorotea
Occhitorvi di 30.000 euro e che, fino alla data del decesso, la somma
non era
rientrata.
Questo
particolare avvalorava quanto già riferito da
Giulia a Morena e costituiva un nuovo movente da parte di Dorotea,
senza
dimenticare la circostanza della quasi coincidenza tra la forma
dell’immagine
rilevata dalla telecamera e la sagoma del suo corpo.
Stefan,
contento di questa nuova scoperta, corse a
dirlo a Morena, che dal canto suo gli rivelò che, invece,
Luisa Stripponi aveva
un alibi per l’ora del delitto.
A
questo punto, sembrava proprio che gli indizi
confluissero tutti sulla colpevolezza di Dorotea Occhitorvi; bisognava
solo
verificare se avesse o meno un alibi anche lei.
Stefan
decise che l’indomani si sarebbe recato in
Piazza Del Popolo, nei pressi dell’abitazione della signora
Occhitorvi, per
indagare.
Ma
il giorno successivo, quando si svegliò, udì il
ticchettio della pioggia sulle persiane, era una giornata uggiosa. Si
alzò ed
andò subito alla finestra: una pioggia battente scendeva
giù dal cielo e quasi
oscurava l’intera città; aprì la
finestra, erano da poco passate le otto e il
traffico era già diventato caotico, il rumore dei clacson
delle macchine
imbottigliate lo assordava. Guardò giù e vide che
la strada era piena di
pozzanghere. La pioggia, che continuava a scendere, riempiva le buche
di acqua
che straripava a rivoli. Chiuse stizzito la finestra e, rivolto a
Morena,
disse:
“Questa
mattina andiamo entrambi in ufficio, non ho
nessuna voglia di girare per la città. Speriamo che cessi
presto di piovere”.
Durante
il pomeriggio effettivamente spiovve e con
l’arrivo della sera il cielo si era rasserenato, una
bellissima luna piena
stava sorgendo sui tetti di Roma.
Stefan,
approfittando del sereno, era sceso di casa
e, così come si era ripromesso, si stava recando, con un
taxi verso Piazza Del
Popolo, per conoscere i movimenti di Dorotea in quel fatidico
martedì.
Vi
giunse che già imbruniva. Scese dal taxi e fece
una rapida ricognizione dei luoghi. Il portone
dell’abitazione era privo di
portiere. Non c’era nessuno a cui chiedere, pensò
di rivolgersi alla stessa
signora Dorotea, fingendo di indagare a scopo giornalistico sul delitto
di via Margutta.
Citofonò
e una voce di donna forte, quasi mascolina,
gli rispose:
“Chi
è?”
“Chiedo
scusa, signora, sono Stefan Furore un
redattore del giornale l’Eco d’Italia, volevo
rivolgerle alcune domande sulla
morte della sua amica Giovanna, se possibile”.
“Perché
si rivolge a me, io non frequento più
Giovanna da mesi”, rispose con impudenza.“Chi le ha
fatto il mio nome?”
“La
sorella di Giovanna: Giulia, mi ha detto che era
una sua amica”.
“Cosa
vuole sapere da me? Come le ho già detto, non
frequento più la casa di Giovanna ormai da tempo”.
“Ho
saputo che la mattina del giorno del delitto,
insieme con la sua amica Luisa Stripponi, è stata a
trovarla”.
“Chi
le ha riferito questa frottola? Niente di più
falso, io quella mattina ho accompagnato la mia amica Clorinda, che era
venuta
di proposito da Orte a Roma per fare una visita
al policlinico. Si informi meglio!”
Così
dicendo, abbassò il citofono e chiuse la
conversazione.
Dal
canto suo, Stefan era soddisfatto per essere
riuscito ad avere ulteriori notizie.
Pensò
di tornare a casa a piedi, percorrendo via
Livornese, una lunga strada piuttosto stretta e poco illuminata, in fin
dei
conti una lunga passeggiata non gli dispiaceva.
Quella
sera faceva freddo, fuori era buio, la luna
piena, alta nel cielo, si rifletteva nell’acqua delle
pozzanghere, provocando
strani giochi di luci. Tutto quello che c’era di tranquillo
veniva interrotto
dal frinire dei freni delle macchine e dal rumore dei clacson.
Alcune
panchine erano ancora bagnate e sporche, la
luce fioca e il rumore del traffico rendeva l’atmosfera
agghiacciante. Il
freddo e l’umidità penetravano nella stoffa dei
vestiti. Il rumore dei passi
delle persone lungo la stretta strada rimbombava per l’intero
percorso. L’odore
acre del suolo bagnato, il buio incombente della notte, le pareti scure
delle
case avvolgevano sempre più Stefan che camminava lesto,
immerso in chissà
quali profondi pensieri.
L’eco
di passi alle sue spalle lo scosse, si voltò
repentinamente, ma non vide nulla di stano. Dietro di sé
c’erano alcune persone
che, come lui, a passi veloci percorrevano la strada, nessuno sembrava
seguirlo.
Eppure,
quella sensazione era netta, vicina e
minacciosa.
Affrettò
i passi. Vide passare un taxi e lo chiamò,
vi montò sopra e disse al conducente:
“Mi
porti in via Giulia, per cortesia”.
Appena
arrivato a casa, riferì subito a Morena
quella strana sensazione che aveva avuto tornando da Piazza Del Popolo.
Morena
trasalì e gli disse:
”Sai,
ieri, dopo aver parlato col portiere di Luisa,
ho avuto la tua stessa sensazione”.
Mentre
lo diceva le si accapponò la pelle.
Stefan,
seduto sul divano del salotto, era assorto
nei suoi pensieri; qualcuno voleva spaventarli per distoglierli dalle
indagini.
Erano, quindi, sulla strada giusta.
Si
chiedeva se si fosse esposto troppo e fosse stato
incauto, quando aveva rivelato la sua identità alla signora Dorotea Occhitorvi.
Questi
crucci lo assillavano.
Avrebbe
dovuto essere più prudente nel prosieguo
delle indagini. Se c’era qualcuno che li voleva fermare,
prima o poi si
sarebbe palesato; era soprattutto in pensiero per Morena,
l’aveva esposta oltre
misura, doveva proteggerla.
A
questo punto, però, non gli restava molta scelta,
avrebbe dovuto accertarsi dell’alibi di Dorotea. Doveva,
innanzitutto, sapere
chi era questa Clorinda di Orte e capire fino a che punto poteva
scagionare
l’amica. Fino a che ora erano rimaste insieme la sera del
martedì?
Erano
dubbi che doveva chiarire e prese una
decisione:
“Morena,
domani mattina vado a Orte con la macchina,
tu va in ufficio e restaci fino al mio ritorno”.
Di rimando
Morena rispose:
“Stai
molto attento, gli ultimi avvenimenti non mi
piacciono, non vorrei che ti trovassi nei guai; forse è
meglio se ti
accompagno”.
“Assolutamente
no! Ora, tu devi restare fuori da
queste indagini, ti ho già troppo coinvolta. Me la so
sbrigare da solo, non
dimenticare che in Cina ho passato momenti ben più
difficili”.
Morena
gli accarezzò la folta chioma bionda, Stefan
le prese la mano e la tirò dolcemente a sé, la
fece sedere sulle sue ginocchia,
l’accarezzò e le diede un lungo bacio sulla bocca.
Restarono stretti per alcuni
minuti, poi Stefan si alzò, la prese in braccio e la
portò in camera da letto.
Qui senza esitare si spogliarono e s’infilarono nudi sotto le
coperte.
Capitolo IX
A
Orte con Sharon
Un
nuovo giorno stava nascendo, il sole faceva
capolino tra i tetti di Roma. I suoi raggi già rimbalzavano
tra una tegola e
l’altra, prima di entrare nelle finestre delle case ed
inondare le stanze di
luce dorata; sarebbe stato l’inizio di una nuova
investigazione o la
chiusura di un ciclo?
Era
questo il pensiero di Stefan appena sveglio.
Diede
la precedenza a Morena nel prepararsi, lui se
la prese comoda; infatti, sul lavoro era molto più libero
della fidanzata, non
aveva l’assillo dell’orario: in qualità
di reporter era libero di agire e
indagare come voleva.
Non
appena Morena uscì di casa, Stefan entrò nel
bagno, fece una doccia quasi fresca per tonificarsi, poi, come al
solito,
indossò un abito a doppio petto blu a righe gialline su una
camicia color
champagne, mise una vistosa cravatta di seta ocra a pallini blu ed era
pronto
per la sua nuova avventura, quando squillò il suo cellulare.
Era
Sharon.
“Ciao,
Stefan; cosa fai?”
“Sharon!
Quale buon vento ti spinge a chiamarmi?”,
rispose Stefan incredulo.
“E’
tanto tempo che non ci sentiamo, volevo
rivederti!”, disse Sharon in tono esuberante.
“Hai
scelto la giornata sbagliata”, le rispose
Stefan divertito.
“Perché
mai?”
“Stavo
per uscire e andare con la macchina a Orte”.
”…Orte?
Cosa ci vai a fare? Devi raggiungere una
delle tue tante ragazzine?”
“Non
scherzare! Sto seguendo un’indagine, anche
piuttosto pericolosa”.
“Il
pericolo è il tuo mestiere”, obiettò
Sharon in
tono divertito. Poi continuò: “Posso venire con
te?”
“Si
vede che non hai proprio niente da fare”, rispose
Stefan, interdetto.
“Dico
davvero! Potrei aiutarti nelle indagini e
farti da guardia del corpo”.
“Come
Costner e Houston ma a parti invertite?”
“E
perché no! Non si sa mai come potrebbe
finire…”
Stefan
avvertì un mezzo sospiro di Sharon.
“Non
farti illusioni, non tradirò mai più
Morena”.
“Mai
dire mai…”
“Smettila,
davvero verresti con me ad Orte? E cosa
dirai a Nathan?”
“Per
questo non preoccuparti, ormai è abituato alla
mia assenza. Passami a prendere sotto casa. Prima di arrivare,
però, fammi uno
squillo sul cellulare”.
Stefan
incredulo, scese le scale, andò nel garage,
prese la macchina e si avviò verso casa di Sharon. Vi
arrivò dopo circa dieci
minuti. Avendo ricevuto uno squillo, Sharon era lì ad
attenderlo.
La
vide subito, avrebbe riconosciuto la sua figura
tra mille, anche se fosse stata lontana
un miglio: una testolina dai capelli castano dorati, un corpo sinuoso e
procace, su un bacino alto e piccolo. Quando si fermò ed
aprì la portiera per
farla salire, notò i suoi occhi verde smeraldo, belli,
profondi e luminosi,
sulla bocca un rossetto rosso brillante che ne risaltava i morbidi
contorni, un
impertinente nasino all'insù e due gambe da schianto, sotto
una gonna a tubo
fucsia, che ipnotizzavano chiunque le guardasse.
Quando
si accomodò sul sedile affianco a lui, la
gonna stretta le si alzò e mise in mostra due lunghe cosce
arrotondate, toniche
e lisce, che lo mandarono in visibilio, benché le conoscesse
molto bene,
essendo stata la sua amante per molto tempo.
“Smettila
di guardarmi le gambe e dammi un bacio!
Sembra proprio che ti eri dimenticato di me, eppure mi conoscevi molto
bene…”,
gli disse Sharon in tono canzonatorio.
“Non
mi ero dimenticato di te,” rispose Stefan,
dandole un bacio sulla guancia “solo che non posso fare a
meno di restare
incantato ogni volta che ti vedo”.
“Smettila
di dire bugie…, dimmi
dove andiamo e perché”.
“Andiamo
ad Orte per un’indagine molto delicata,
relativa al delitto di via Margutta”.
“E’
una missione pericolosa? …Dio come adoro le
avventure!”, esclamò lei elettrizzata.
“Frena
il tuo entusiasmo, e sappi che ieri c’era
qualcuno che mi seguiva durante le indagini e non certo con buone
intenzioni”.
Ma
Sharon non si impensierì minimamente. Ogni volta
che si muoveva sul sedile, la gonna saliva sempre più,
mettendo in mostra
tutte le cosce.
Purtroppo,
quella visione metteva a dura prova la
guida di Stefan, che non riusciva a guardare avanti, al punto di
rischiare un
incidente.
Quando
Sharon se ne avvide, provò a tirare giù la
gonna, anche se con scarso risultato. Però, bastò
quel gesto perché Stefan
tornasse in sé e riprendesse una guida più
attenta.
Durante
il viaggio Sharon volle che Stefan le
raccontasse ogni cosa della sua avventura in Cina, senza tralasciare i
‘particolari’.
Si
divertì molto ad ascoltarlo, cosicché il tempo
sembrò volare e, senza che entrambi se ne accorgessero, si
trovarono allo
svincolo di Orte.
“Dove
andiamo, adesso?”, disse Sharon, fissandolo
con aria interrogativa.
“Non
lo so”, rispose Stefan.
“Come
non lo sai? Siamo venuti fin qui senza che tu
sappia dove andare?”.
Lo
guardò esterrefatta.
“Non
è proprio così! Dobbiamo cercare la casa di una
signora, che si chiama Clorinda”.
“Vuoi
scherzare? Dovremmo trovare una ‘Clorinda’, in
una città di diecimila abitanti?”
“No!
Aspetta che telefono ad un’amica per chiederle
il cognome”.
Rispose
in tono risoluto Stefan.
Così
dicendo, prese il telefonino e compose il
numero di Giulia.
“Pronto!”,
rispose una voce di donna.
“Ciao,
Giulia, sono Stefan Furore, ancora una volta
ho bisogno del tuo aiuto”, le disse.
“Oh…,
dott. Furore, dimmi!”
“Conosci
per caso il cognome di Clorinda, amica di
Dorotea Occhitorvi?”
“Una
volta lo conoscevo, ma in questo momento non mi
viene in mente. Aspetta credo di averlo scritto sulla
rubrica”.
Così dicendo,
interruppe un attimo la conversazione e poco dopo:
“Ecco,
l’ho trovato: Clorinda Ropaci,
abita ad Orte”.
“Grazie
tantissimo, Giulia. Ancora una volta sei
stata di grande aiuto”, ringraziò Stefan.
Andò
subito su internet e scrisse: Clorinda Ropaci,
Orte.
Sullo
schermo del cellulare immediatamente comparve:
Clorinda Ropaci, via Principe Umberto, 34.
Rivolto
a Sharon, esclamò:
“Come
vedi, adesso sappiamo cosa cercare e dove
andare”.
Impostò
il navigatore e seguì attentamente la voce
che gli indicava la strada.
Sharon
era rimasta incantata, aveva ammirato la
bravura di Stefan nell’investigare.
“Non
c’è che dire, sei proprio bravo nel tuo
lavoro!”, esclamò ad alta voce.
Nel
giro di dieci minuti, giunsero in via Principe
Umberto. Parcheggiarono ed andarono al numero 34, qui citofonarono alla
signora
Ropaci ed una voce femminile rispose:
“Chi
è?”
“Sono
Stefan Furore, un giornalista del giornale
l’Eco d’Italia. Vengo da parte della signora Giulia
Eriberti, sto indagando
sulla morte di sua sorella Giovanna. Se lei lo permette, vorrei farle
alcune
domande, possiamo salire?”
“Prego,
accomodatevi. Anche se non capisco come
posso esservi utile, conosco molto poco la famiglia Eriberti, la
conosce molto
meglio la mia amica Dorotea”.
“E’
proprio di lei che le voglio parlare”.
“Prego,
salite al terzo piano”.
Stefan
e Sharon presero l’ascensore e salirono al
terzo piano. Trovarono la signora Clorinda ad attenderli davanti alla
porta.
Stefan le porse la mano e disse:
“Piacere
Stefan Furore. Questa è la mia collega
Sharon. Le vogliamo rivolgere solo alcune domande ed andiamo
via”. Clorinda
diede la mano anche a Sharon e li fece accomodare su un divanetto
dell’ingresso
soggiorno.
Stefan
venne subito al dunque:
“Sappiamo,
che il martedì del delitto, lei era a
Roma…”
Clorinda
lo interruppe subito:
“Sì,
ero a Roma, ma solo per una visita di controllo
al policlinico. Mi ha accompagnato la mia amica Dorotea; potete
chiedere a
lei”.
“Lo
sappiamo, non si preoccupi”, precisò subito
Stefan. “Noi volevamo solo accertare un’altra
circostanza: lei rimase insieme
con la sua amica Dorotea fino a che ora?”
“Dorotea
venne a prendermi al treno ed andammo
diritto al policlinico, attendemmo più di un’ora
perché fossi chiamata per la
visita. Una volta terminata, poiché si era fatto quasi
mezzogiorno, Dorotea volle
portarmi a pranzare a casa sua. Io avrei preferito offrirle il pranzo
in
qualche ristorantino lì vicino, ma lei insistette per
portarmi a casa”.
Si
affretto a specificare Clorinda.
Poi,
prese fiato e proseguì:
“La
mia amica ha una famiglia adorabile, persone
molto affabili e cordiali, io le conoscevo già da molti
anni. Siamo rimasti lì
a parlare fin quasi alle sei del pomeriggio. Poiché avevo
previsto il ritorno
per Orte intorno alle sette e mezza, Dorotea mi ha accompagnato alla
stazione,
dove ho preso il treno delle 19:15 per il ritorno”.
“Siete
rimaste sempre insieme, lei e la sua amica?”,
chiese Stefan.
“Certo,
non crederà che io o Dorotea possiamo
entrare in questo fattaccio? Non ci siamo mai lasciate per tutta la
giornata”.
“Ricorda,
per caso, come era vestita la sua amica?”,
chiese Stefan in tono molto pacato, per non allarmare Clorinda.
“Sì,
ricordo perfettamente: aveva una giacca rossa
ed una gonna lunga blu scuro a fiori bianchi”.
“Grazie
signora, è stata estremamente gentile e non
si preoccupi per l’indagine, volevo solo escludere certe
circostanze”.
“Prego!
Mi fa piacere se le mie parole possono
essere risultate utili”, così dicendo si era
alzata e li aveva accompagnati
alla porta.
Nel
frattempo, Sharon non aveva proferito parola,
ma, appena messo piede fuori dalla porta, aveva chiesto:
“Adesso
sei soddisfatto? Sei riuscito ad escludere
qualcuno dalle tue indagini?”
“Forse
sì”, rispose Stefan, meditabondo.
“Dalle
19:15 alle 19:30 è intercorso troppo poco
tempo perché Dorotea possa essere tornata a casa, essersi
cambiata e arrivata
in via Margutta. Neanche il mago Houdini sarebbe stato capace di
tanto”, pensò
Stefan.
Fissando
Sharon, disse a voce alta:
“Ora
è proprio il caso di andare a mettere qualcosa
sotto i denti”.
“Che
hai, Stefan? Sembri nervoso o almeno
dispiaciuto”.
“Speravo
di chiudere oggi le indagini, invece si
sono riaperte”.
“Ma
tu vivi di pane e indagini”, disse ridendo
Sharon.
“Ti
sbagli, adesso ho proprio voglia… di andare a
mangiare”.
“Cerchiamo
un posticino, dove possiamo
mangiare in pace e non pensiamo ad
altro”.
Così
dicendo Sharon prese Stefan per il braccio e
cominciò a strattonarlo, come per scuoterlo dai cattivi
pensieri.
Camminarono
un pochino per le vie di Orte, poi
videro una locanda situata in un angolo, alquanto appartato, e vi
entrarono.
Il
locale era un po’ buio, ma ben arredato, con un
lumicino a petrolio sopra ogni tavolo, l’idea piacque ad
entrambi e si
sedettero a un tavolo più nascosto.
Ordinarono
svariate pietanze, tutti prodotti della
“casa” e una bella bottiglia di vino rosso.
Quando
si alzarono erano entrambi alticci, pensarono
che in quelle condizioni non era il caso di prendere la macchina per
ritornare,
per cui camminarono a lungo sottobraccio per le vie del paese. Quando
si
accorsero che stava per imbrunire e la sbornia sembrava ormai passata,
cercarono la macchina per rientrare, ma, come spesso capita, quando si
cammina
distratti e senza far caso alle strade che si sono percorse, non
seppero
tornare sui loro passi. Camminarono a vuoto per una buona mezzora, poi
Sharon
stanca disse:
“Perché
non chiediamo della locanda dove abbiamo
pranzato? Da lì sapremo sicuramente ritrovare la strada, il
parcheggio era
poco lontano dalla casa della signora dove siamo stati”.
“Che
stupido! Il nome della strada io lo ricordo”,
rispose Stefan, dandosi un colpo di mano sulla testa: “Via
Giulio Cesare”.
“Stefan
sei proprio partito, non era quello il nome
della strada! Comunque se guardi il cellulare e vai sul navigatore
ritroverai
il nome della strada e le indicazioni per raggiungerla”.
“Sei
un genio, Sharon”.
“In
questo momento in confronto a te sarebbero dei
geni anche le persone più stupide”, gli rispose
ridendo Sharon.
In
effetti, appena andò sul navigatore, comparvero
le notizie precedentemente inserite, il nome della via: Principe
Umberto 34 e
la solita voce di donna cominciò a dare le indicazioni per
arrivarci.
Fu
così che dopo aver ritrovato la macchina,
partirono per il ritorno. Sharon mise un po’ di musica e si
sdraiò sul sedile,
mentre Stefan prese il biglietto al casello dell’autostrada e
cominciò a
procedere verso Roma.
Durante
tutto il percorso, Stefan non fece che
guardare le gambe di Sharon. Lei, dal canto suo, sentendosi guardata,
non fece
niente per distrarre Stefan dai suoi ‘pensieri’,
anzi era eccitata all’idea che
la guardasse e fissandolo gli chiese:
“Perché
non ci fermiamo in un motel? Potremo
riposarci e ripartire dopo, più sereni e meno
spossati”.
Stefan
che non voleva sentire altro, appena vide una
pompa di benzina con annesso motel, svoltò e si
fermò in un angolo meno
illuminato.
Cominciò
ad accarezzarle le gambe, lei gli buttò le
braccia al collo e cominciarono a baciarsi intensamente. Stavano
stretti in un
delirio d’amore e pensavano a tutto ciò che
avrebbero fatto di lì a poco nel
motel, quando all’improvviso Sharon diede un grido:
“Stefan
c’è una persona che ci guarda!”
“Sarà
un guardone”, rispose Stefan infastidito.
“No,
ti dico che ho visto per un attimo i suoi
occhi, erano cattivi, poi come un’ombra è svanito.
Se fosse stato un guardone lo
avresti visto subito dopo anche tu, invece si è
dileguato”.
A
quelle parole, un brivido passò per il corpo di
Stefan. Gli erano passati tutti i bollenti spiriti, ingranò
la marcia e, a
tutta velocità, riprese l’autostrada, volando
verso Roma.
Durante
il resto del viaggio non dissero una parola,
ognuno immerso nei propri pensieri. Guardavano entrambi se da dietro
potesse
sopraggiungere una macchina, temevano che qualcuno potesse affiancarli
e
sparare su di loro, come nei peggiori film horror.
In
effetti di macchine che li affiancarono e li
superarono ce ne furono molte, ma
proseguivano tutte per la loro strada e ogni volta
trattenevano il
respiro, mentre una fastidiosa oppressione stringeva loro la gola.
Ci
fu anche un episodio spiacevole, una macchina li
sorpassò e bruscamente sterzò, parandosi davanti,
Stefan improvvisamente
dovette frenare e sterzare violentemente a destra per non tamponarla;
si fermò
quasi vicino al guardrail. In quel momento, nella loro mente impaurita
sembrò
che qualcuno volesse mandarli fuori strada.
Giunti
finalmente a Roma, Sharon, guardando
preoccupata Stefan, disse:
“Questa
tua indagine sul delitto non mi piace per
niente. Stai molto attento, c’è qualcuno che ti
vuole indurre a smettere. Se
fossi in te lo farei”.
Stefan
non rispose. Si limitò a portare Sharon a
destinazione lasciandola davanti al portone di casa. Le diede un bacio
sulla
bocca e disse ridacchiando:
“Sarà
stata l’immagine fantasma di Morena che, non
volendo essere tradita una seconda volta, ti è balzata
davanti quando stavamo
fermi a pomiciare”.
Anche
Sharon si mise a ridere:
“Va
bene, vorrà dire che non c’è due senza
tre”.
E
in risposta Stefan:
“Ma
se il due non c’è stato?”
“La
prossima volta, allora, faremo due e anche tre”,
replicò Sharon maliziosa, correndo verso il portone.
Tornato
a casa, Morena lo attendeva con impazienza,
come lo vide entrare gli corse incontro e abbracciandolo gli chiese:
"Come
è andata?"
"Male!"
"In
che senso?"
"Credevo
di poter chiudere le indagini, invece
le parole di Clorinda hanno scagionato quasi del tutto Dorotea. Sono
state
insieme per quasi tutto il giorno, dalla mattina fino a quasi l'ora del
delitto".
Omise
di dirle che Dorotea aveva lasciato l'amica
alla stazione alle 19:15, voleva evitare discussioni inutili sulla
possibilità
che Dorotea avrebbe potuto essere in via Margutta alle 19:30. Per lui
quelle
indagini erano terminate. Poi all'improvviso disse:
"Mentre
tornavo da Orte, mi sono fermato a un
autogrill e, mentre facevo benzina, mi sono accorto che qualcuno mi
spiava,
quando mi sono girato ho visto sparire una persona nell'ombra. Ho avuto
la
netta sensazione che ancora una volta ci fosse qualcuno che mi seguiva.
Credo
che ci sia qualcuno che vuole farmi paura, vuole che cessi di indagare,
oppure
chi ha commesso il delitto mi sta addosso. In ogni caso non
è Dorotea. Mi è
venuto il sospetto che la signora della foto è forse un uomo
vestito da
donna".
A
quelle parole ancora una volta Morena avvertì una
gran paura. Rivolta a Stefan gli disse:
"Amore
forse è il caso di smettere di indagare".
"È
proprio ciò che vuole chi ha commesso il
crimine", rispose Stefan, sovrappensiero. "Le nostre indagini hanno
già prodotto un primo effetto: siamo riusciti a far
scarcerare Claudio. Ora
spera che non ci sia un secondo effetto".
"E
quale effetto ?", obiettò Morena.
"Ovvio!
Non vuole che lo scopriamo".
Stefan
aveva ovviamente omesso il particolare che in
macchina insieme con lui ci fosse Sharon e che si stessero baciando,
quando
avevano avvertito la presenza di qualcuno che li stava spiando. Se
Morena
avesse immaginato che Stefan era stato in compagnia di Sharon, lo
avrebbe
preso a randellate e questa volta non l’avrebbe perdonato.
Purtroppo,
ancora una volta le indagini dovevano
ripartire da dove erano cominciate: bisognava scoprire chi era la donna
della
foto con il cappellone in testa.
Stefan
ora avvertiva uno strano disagio, come un
sottofondo di timore ad indagare ulteriormente. Nello stesso tempo,
l’istinto
e la curiosità lo spingevano a continuare le indagini. Da
dove ripartire? Si
chiese dentro di sé.
Se
l’assassino era un uomo, sarebbe stato molto
difficile scoprirlo, non aveva nessun indizio, né un minimo
appiglio al quale
agganciarsi.
Pensò
che bisognava farlo venire allo scoperto anche
se era molto rischioso, doveva far credere che aveva tra le mani una
carta
vincente e che aveva scoperto qualcosa di nuovo. Doveva far sapere a
tutti di
questa nuova traccia, perciò la prima cosa che fece
telefonò a Berenice,
successivamente avrebbe telefonato anche a Giulia.
“Ciao,
Berenice”, esclamò soddisfatto Stefan.
“Sai,
ho scoperto nuove prove, so chi è
l’assassino”.
“Davvero?”,
rispose Berenice incredula, “ chi è?”
“Per
il momento non è il caso di parlare, devo prima
accertarmi bene”.
“Ma
puoi almeno anticiparmi qualcosa?”
“Una
cosa te la posso dire: Dorotea e Luisa non
centrano col delitto”.
“Scusami
Stefan ma non ti seguo, non riesco a
ricordare chi sono queste due donne”.
“Non
ti avevo detto che stavo indagando
sull’identità della donna nella foto?”
“Si,
certo”.
“E
non ti avevo detto che Giulia mi aveva dato una
lista di amiche di Giovanna? Io stavo investigando su due di
loro”.
“No!
Non lo sapevo”.
“Bene,
sicuramente loro non hanno niente a che fare
col delitto”.
“Ma
allora chi è quella donna?”
“Te
lo dirò al momento opportuno, ora ti devo salutare.
Ciao”.
Così
dicendo chiuse la conversazione.
Subito
dopo telefonò a Giulia, raccontandole le
stesse cose e facendole credere che ormai era quasi giunto al
riconoscimento
della donna col cappello.
Ora
bisognava aspettare che la notizia si diffondesse
e che l’assassino facesse un passo falso.
Sapeva
bene che stava rischiando grosso:
l’assassino, vistosi scoperto, avrebbe tentato di ucciderlo
per eliminare le
prove.
Capitolo X
Ipotesi
e conferme
Passò
una settimana durante la quale non accadde nulla.
Stefan
cominciò a riconsiderare tutte le possibili
eventualità. E se si fosse sbagliato, se tutte le sue paure
fossero frutto di
retropensieri di ansia e panico non reali? In fondo, non aveva mai
visto niente
e nessuno. Solo Sharon asseriva di aver visto due occhi, che la
guardavano, ma,
come aveva subito pensato, poteva essere stato un guardone.
Bisognava
sgomberare la mente da ogni pregiudizio,
considerare i fatti reali, ripensare a ciò che era
effettivamente accaduto fino a quel
momento ed alle prove evidenti.
Rivolto
a Morena, disse:
“Facciamo
una nuova analisi dei fatti avvenuti e
confermati dalle indagini: Giovanna è stata uccisa intorno
alle ore 20. Sul
luogo è stata ritrovata l’arma del delitto: un
coltello appuntito da cucina con
le impronte di Claudio sul manico. A quell’ora
nell’appartamento della vittima
c’era o c’era stato sicuramente Claudio. Dalle
immagini della seconda
telecamera si è potuto appurare che
nell’appartamento si trovava
presumibilmente anche una donna. Questi sono i fatti incontrovertibili,
ogni
altra considerazione non trova riscontro”.
“Hai
ragione!”, rispose convinta Morena.
“A
quali conclusioni portano questi fatti?”, chiese
Stefan dubbioso.
“L’autore
del delitto è Claudio, probabilmente sua
complice è una donna, giunta poco prima di lui e uscita
dopo. Io l’ho detto
fino dal primo momento!”, rispose in tono perentorio Morena.
“Potresti
avere ragione…”, confermò Stefan.
“Con
molta probabilità sua complice è stata Berenice,
che fino ad ora ci ha preso
per i fondelli ed ha tentato di depistarci, per scagionare se stessa ed
il suo
amante, Claudio. Questo è quel che appare agli occhi di
tutti. Vediamo se
esiste la possibilità di guardare le cose da un altro punto
di vista”.
“E
quale? ”, ribatté Morena.
“Il
delitto è stato compiuto solo dalla donna,
attualmente senza identità; Claudio è estraneo al
crimine e Berenice non
c’entra affatto. Però, resta da capire come le
impronte di Claudio siano finite
sul manico del coltello”.
“Per
me l’ipotesi più plausibile è la
prima”,
esclamò convinta Morena.
“Non
esiste in realtà un’ipotesi più
plausibile
dell’altra! Sono entrambe possibili”,
replicò Stefan.
“Cerchiamo
di capire come le impronte di Claudio
sono finite su quel coltello”.
“Dobbiamo
parlare di nuovo con Claudio ed indagare
sull’arma del delitto”, ribadì Stefan.
“Secondo te, potrebbe la figura di
Berenice coincidere con quella della donna sconosciuta?”
“Berenice
è
una donna sotto i 50 anni,” rispose Morena “alta
circa un metro e settanta,
dalla corporatura non certo snella, ma ben fatta. Con una parrucca
bionda un
tailleur attillato, un paio di scarpe a tacco alto e un enorme cappello
in
testa, potrebbe rassomigliare benissimo alla donna nella
foto”.
“Hai
ragione! E questo confermerebbe la prima
ipotesi”, esclamò Stefan.
“Bisogna
ora indagare sulla seconda ipotesi”.
“Ma,
Stefan ritorniamo sempre allo stesso punto di
partenza!”
“No!
Mia cara! Fino ad ora non ci siamo mai occupati
dell’arma del delitto”.
“Va
bene. Quindi, da questo momento, nessuna paura
ed indaghiamo sul coltello!”.
Come
stabilito, il giorno dopo, Stefan telefonò a
casa di Claudio:
“Ciao
Claudio, posso venire in compagnia di Morena a
casa tua? Vorremmo avere dei chiarimenti su alcuni
particolari”.
“Vi
aspetto”, rispose prontamente Claudio.
Quando
arrivarono c’erano sia Claudio che Berenice
ad attenderli.
“Prego
accomodatevi”, disse cerimoniosa Berenice,
facendo loro strada fino al salotto.
Entrarono
in una stanza sontuosamente arredata, con
numerosi arazzi alle pareti di epoca barocca, un lampadario di
cristallo a gocce
ornava il centro del soffitto.
Un
antico salotto dell’Ottocento in stile Luigi
Filippo in noce massello, ornato da intagli floreali con riccioli e
sfere a
rilievo, composto da un divano con schienale tripartito e una coppia di
poltrone, imbottite e tappezzate in velluto color ocra facevano gran mostra di
sé al centro della parete più
larga; numerosi tappeti coprivano il pavimento di marmo, venato da
striature di
vari colori.
Stefan
e Morena, alquanto a disagio, si sedettero
sul divano.
Subito
Berenice, con fare cortese, chiese:
“Cosa
vi posso offrire?”
“Niente!”,
risposero in coro Morena e Stefan.
“Allora
certamente gradirete uno scotch”.
Così
dicendo, prese una bottiglia finemente
lavorata, che stava nel mobile bar al lato e due calici di cristallo,
vi versò
dentro lo scotch e li porse a Stefan e a Morena.
Con
molta gentilezza Claudio rivolse loro la parola:
“Come
posso esservi utile?”.
Senza
troppe formalità, Stefan rispose:
“Vorremmo
sapere come è possibile che le tue impronte siano finite
sull’arma del
delitto”.
“Non
sono mai riuscito a capirlo”, replicò Claudio
in tono remissivo.
“Pensaci
bene prima di darmi una risposta”, lo
incalzò Stefan.
“Ti è
mai
capitato di prendere qualcosa da mangiare a casa di tua sorella
Giovanna?”
“Certo,
ogni volta che andavo, Giovanna mi offriva
sempre una fetta di torta. Le mie due sorelle sono entrambe delle brave
pasticciere e si offendono se gli ospiti non fanno onore alle loro
specialità”.
Appena
Claudio pronunciò queste parole, agli occhi
di Stefan balzarono le immagini di quando con Morena erano andati a
casa di
Giulia, ora ricordava con precisione il coltello col quale la padrona
di casa
aveva tagliato le fette di torta da offrire loro. Solo ora ricordava la
strana
sensazione che aveva provato nel vedere quel coltello, ma
l’ingresso di Valeria
aveva subito cancellato quell’immagine dalla sua vista e
dalla sua mente. Il
coltello era identico all’arma del delitto.
Confortato
da quel ricordo, chiese a Claudio:
“Ricordi,
per caso, il tipo di coltello con cui tua
sorella tagliava le fette di torta?”
“Ora
che mi ci fai pensare”, rispose Claudio quasi
euforico, “è proprio lo stesso tipo di coltello
dell’arma del delitto!”
“E
tu lo hai mai usato?”, chiese Stefan.
“Sempre!
Mia sorella, per farmi prendere la quantità
di torta desiderata, mi dava il coltello per tagliarne una
fetta”.
“Ecco
come sono finite le tue impronte su quel
coltello!”, esclamò Stefan trionfante.
Un
nuovo elemento delle indagini era stato chiarito.
Questo, tuttavia, poteva avvalorare entrambe le ipotesi fatte da Stefan:
1)
Claudio
aveva usato il coltello per uccidere la sorella.
2)
Una
terza persona aveva usato quel coltello con i guanti per uccidere
Giovanna.
C’era
un altro particolare che, secondo Stefan, era
sfuggito agli investigatori: la signora col cappello nella foto aveva
dei
guanti bianchi a manica lunga.
Stefan
rivolse a Claudio un’altra domanda molto
importante:
“Quando
sei arrivato da Giovanna, in casa c’era
un’altra persona?”
“No!
Su questo punto sono certo”, esclamò Claudio
deciso.
“In
Casa eravamo solo io e mia sorella Giovanna”.
“Tua
sorella ti aspettava?”, chiese ancora Stefan.
“No!
Fu molto sorpresa nel vedermi. Ricordo che mi
chiese perché fossi andato a trovarla, come sempre,
andò subito a prendere un
vassoio con la torta ed io, come al solito, ne tagliai una
fetta… Le risposi
che ero andato da lei perché avevo ricevuto una sua
telefonata, con la quale mi
invitava ad andare lì per parlare del prestito. A queste
parole, rimase molto
perplessa, negò decisamente di avermi telefonato e mi
accusò di mentire,
dicendo che mi ero inventato la storia della telefonata per trovare una
scusa
per sollecitarla a darmi il denaro. Solo che non aveva nessuna
intenzione di
parlare del prestito né, tanto meno, di volermelo concedere.
A quel punto, i
toni della conversazione si alzarono e in modo sgarbato mi disse che
fino a
quando non avessi smesso di giocare, non mi avrebbe dato più
neanche un
centesimo… Allora, adirato, voltai le spalle e andai via
sbattendo la porta”.
“Ciò
vuol dire che la persona che l’ha uccisa è una
persona che la conosceva, perché le ha aperto la porta e
l’ha fatta entrare,
dopo che tu sei uscito”, commentò Stefan ad alta
voce.
“Sei
sicuro che hai chiuso la porta appena sei
uscito? Non hai esitato per caso lasciando l’uscio aperto per
qualche minuto,
mentre voltavi le spalle?”
“No!
Sono sicuro di aver tirato violentemente la
porta appena sono uscito, tanto che ha fatto un forte rumore”.
“Ti
sei voltato a guardare se per caso la porta si
era chiusa? A volte, capita che, quando si tira violentemente una
porta, questa
rimbalza e si riapre”, notò Stefan pensieroso.
“No!
Non mi sono voltato. In quel momento ero così
adirato che potrebbe essere accaduto anche quello che hai detto. Sono
sceso di
corsa per le scale e sono andato via velocemente”, rispose
Claudio
preoccupato.
Si
affacciava una nuova ipotesi: la donna della foto
poteva avere approfittato della circostanza della mancata chiusura
della porta
per entrare. Inoltre, Claudio era troppo agitato per accorgersi se
fuori, sul
pianerottolo e magari in disparte, ci fosse un’altra persona.
In questo caso,
Giovanna, non necessariamente, avrebbe dovuto conoscerla.
Si
ritornava al dubbio amletico di sempre: chi era
stato ad uccidere Giovanna? Claudio o una terza persona? Questa persona
era
sconosciuta? Quale era il movente?
Nel
porsi queste domande, Stefan si soffermò
sull’ultima: la chiave di volta per la risoluzione
dell’enigma era il movente.
Si ritornava sempre all’antico detto latino della Medea di
Seneca: ‘cui
prodest?’.
Mentre
avvenivano questi scambi di domande tra
Stefan e Claudio, Morena aveva osservato con attenzione Berenice.
Non
avendo più niente da chiedere, Stefan si alzò,
ringraziò per la cortesia e, dopo aver stretto la mano a
entrambi, insieme a
Morena si accomiatarono.
Non
appena furono a casa, Morena, fissando
intensamente Stefan, quasi a volergli strappare il pensiero, gli disse:
"Sono
certa che, ad uccidere la povera
Giovanna, sono stati Claudio e Berenice. L'ho osservata attentamente
mentre voi
parlavate, mi è parsa troppo sicura di sé, era
spavalda, convinta che mai
nessuno avrebbe potuto dimostrare la loro colpevolezza. Poi
è troppo simile
alla donna nella foto, basta aggiungere una parrucca bionda ed un
cappello a
falde larghe. Punterei tutto ciò che ho sulla loro
colpevolezza".
"Faresti
molto male", rispose Stefan
preoccupato.
“Perderesti
tutto, proprio come ha fatto Claudio. Quando si è troppo
sicuri di vincere,
proprio allora si perde".
"Quindi,
tu sei per l'ipotesi della persona
estranea?”, rispose stizzita Morena.
"No!
Per il momento non privilegio nessuna
ipotesi. Cerco di analizzare con freddezza i fatti".
"E
cosa ti suggeriscono i fatti?", ribatté
polemicamente Morena.
"Le
ipotesi ventilate, allo stato, sono valide
entrambe. Non c'è nessuna certezza. Bisogna continuare ad
indagare".
Queste
erano le conclusioni, a cui era giunto
Stefan, e, pensando ad alta voce, disse:
“Bisogna
assolutamente capire chi poteva trarre
vantaggio dalla morte di Giovanna”.
Morena
subito rispose:
“In
assoluto, il fratello Claudio, che per
disposizioni testamentarie ereditava tutto” e, rivolta a
Stefan:
“A
quanto ammontava il capitale di Giovanna? Visto
che tu conosci tutti i suoi conti?”
“A
molte centinaia di migliaia di euro!”, le rispose
sorridendo Stefan.
“Ah…! E
dubiti del suo movente?”
“No!
Non dubito del suo movente, ma potrebbero
esserci altre persone, che avrebbero potuto trarre vantaggio dalla
morte di
Giovanna!”
“Per
esempio?”
“Qualcuno
che, come Dorotea, avrebbe potuto avere un
grosso debito con lei”.
“Claudio
è certo! Mentre tu vai alla ricerca di…
‘uno presunto’!”, esclamò
indispettita Morena.
“Le
tue certezze potrebbero essere sbagliate, amore
mio”, le rispose in tono canzonatorio Stefan. Cosa che la
mandò su tutte le
furie e andò via in un’altra stanza, per non
litigare.
Comunque,
le cose stavano proprio così, non c’era
ancora nessuna prova certa su chi fosse l’autore del delitto.
Se
fino a quel momento, le impronte di Claudio sul
coltello sembravano l’unica prova certa, dal colloquio era
emerso che chiunque
avrebbe potuto usare quel coltello con i guanti e non lasciare
ulteriori
tracce, se non quelle di Claudio.
In
base a questa motivazione, Berenice fece istanza
di revoca degli arresti domiciliari per Claudio. Il giudice istruttore,
lette
le osservazioni scritte dall’avvocato difensore, con
l’ulteriore possibilità
che la porta fosse rimasta aperta alla sua uscita e che c’era
la certezza della
presenza di un’altra persona sul luogo del delitto, aveva
revocato gli arresti;
ma restava, comunque, indagato.
Quando
Stefan aveva appreso la notizia della revoca
degli arresti per Claudio, aveva subito telefonato a Berenice per
congratularsi
con lei:
“Congratulazioni
Berenice, ho appreso che hai
ottenuto la revoca degli arresti domiciliari per Claudio, sono molto
contento”.
“Veramente
grazie a te e alle tue preziose indagini.
Il merito è tutto tuo, Stefan. Sei un eccellente
investigatore, dovresti farlo
per mestiere”, aveva risposto Berenice compiaciuta, poi aveva
continuato:
“Le
successive indagini fatte dalla magistratura hanno confermato sia la
tua
scoperta della donna col cappello presente nel palazzo
all’ora del delitto, sia
l’ipotesi che le impronte sul coltello lasciate da Claudio
potevano essere
state lasciate in circostanze diverse; infatti, gli inquirenti hanno
rinvenuto
in un cassetto della cucina altri cinque coltelli, della stessa serie
di quello
del delitto, e su alcuni c’erano tracce delle impronte di
Claudio”.
“Sai
se gli agenti di polizia stanno continuando le
indagini?”
“Sì,
cercano una persona che avesse un consistente
movente per ucciderla. So, inoltre, che la scientifica sta facendo una
minuziosa ricerca per riuscire ad individuare qualche ulteriore
dettaglio
sulla signora del video”.
“Meno
male! Così non sarò il solo a dover sciogliere
questo intricato groviglio”, rispose Stefan moralmente
sollevato.
“Ciao,
dott. Furore. E grazie di tutto”, così
dicendo Berenice chiuse la conversazione.
Capitolo XI
La
donna del mistero
Passarono
diverse settimane senza che ci fossero
nuovi risvolti sul delitto di via Margutta. Stefan era diventato
piuttosto
pigro, si limitava ad andare tutte le mattine in redazione con Morena e
si
occupava di seguire avvenimenti di cronaca, cercando qualche scoop da
pubblicare sul giornale.
In
una città come Roma certo non mancavano casi di
ordinaria criminalità da seguire e da portare agli onori
della cronaca. Ma in
testa gli era rimasto un pensiero fisso, che gli scavava il cervello
come un
tarlo: chi era la signora col cappello, che quel maledetto
martedì sera era
salita nell’appartamento di Giovanna in via Margutta?
Non
ne parlava più con Morena, perché tanto sapeva
che lei era convinta della colpevolezza di Claudio; ma ammesso anche
che fosse
stato lui, quale ruolo aveva avuto quella donna nel delitto e chi era?
Stefan
era convinto, al contrario di Morena, che non fosse Berenice,
c’era qualcosa
che glielo faceva escludere, ma non riusciva proprio a capire cosa.
Mentre
cercava invano di ricordare e di mettere a
fuoco le caratteristiche della donna, all’improvviso un
bagliore gli attraversò
la memoria, gli era comparsa l’immagine di Berenice nuda.
Ricordava
perfettamente il suo corpo fumante, mentre attraversava la camera da
bagno
davanti alla porta, l’aveva fissata bene ed in quel momento
un particolare gli
era balzato agli occhi: i suoi piedi scalzi erano piccoli in confronto
alle
gambe ben tornite ed alle cosce tondeggianti, mentre la signora col
cappello
aveva due scarpe rosse di taglia grande, che coprivano dei piedi non
certamente di piccole dimensioni.
Del
resto sarebbe stato facile stabilire la taglia
delle scarpe di Berenice.
Questo
era un particolare molto importante, che
avrebbe potuto escludere la coincidenza tra lei e la signora col
cappello.
Neanche
a farlo apposta, quando si dice ‘pensi al
diavolo e spuntano le corna’, qualche giorno dopo ricevette
una telefonata da
Berenice:
“Ciao
Stefan Furore, devo dirti una cosa importante…
ho saputo che la polizia inquirente, un paio di giorni fa, ha rivisto
in via
Margutta la misteriosa signora col cappello. È comparsa
sempre verso sera, ed è
stata ripresa dalla telecamera del portone dell’appartamento
incriminato”.
“Davvero?”,
aveva esclamato Stefan, facendo quasi un
balzo dalla sedia.
“L’hanno
presa?”
“No!
Purtroppo! Hanno visto le immagini solo il
giorno dopo, la telecamera non è collegata alla stazione di
polizia. Ma, da
quando è avvenuto il delitto, ogni mattina ritirano il
filmato del giorno
precedente”.
“Furbi!”,
gli era sfuggito a Stefan.
“Così
se c’è da intervenire non lo possono
fare!”
“Proprio
così!”, aveva risposto l’avvocato
Berenice.
“Comunque
hanno rilevato un particolare molto
interessante: la signora era vestita allo stesso modo, con le stesse
identiche
caratteristiche della volta precedente, solo che questa volta ha aperto
il
portone con la chiave. Gli inquirenti pensano che, dopo aver commesso
il
delitto e prima di andare via, abbia preso un mazzo di chiavi, che
probabilmente era vicino alla porta dell’appartamento di
Giovanna.
Evidentemente si riprometteva di tornare; solo che gli inquirenti non
ne hanno
capito il motivo, dal momento che in casa non mancava nessun oggetto
tra quelli
inventariati”.
“Molto
interessante”, aveva bisbigliato Stefan.
“Sembrerebbe
che la signora abbia voluto rimediare
ad un errore fatto: nella concitazione del delitto, al momento della
fuga,
aveva dimenticato qualcosa nell’appartamento della
vittima”.
“Bravo!
Solo che, nei vari sopralluoghi,
successivamente fatti dalla polizia scientifica, non manca niente degli
oggetti
inventariati”.
“Non
manca niente o loro non sono riusciti a capire
cosa manca?”
“Dai
verbali del materiale rinvenuto, tra i vari
oggetti trovati in casa non manca niente!”,
terminò col dire Berenice.
“Scusa,
se ti faccio una domanda personale”,
continuò Stefan.
“Che
numero di scarpe porti?”
“Perché?”,
rispose incuriosita Berenice.
“No,
abbiamo fatto una scommessa io e Morena; lei
sostiene che porti un 40 mentre io penso ad un 35”.
“Ma
perché vi interessano tanto i miei piedi?”
“Stavamo
facendo un gioco sulle identità delle
persone che conosciamo”.
“Ah…
capisco”, disse in tono divertito Berenice,
convinta che Stefan stesse mentendo.
“In
effetti, ti sei avvicinato molto di più tu, il
mio numero di scarpe è 36. Del resto tu fissi le persone
molto meglio”,
aggiunse ironica.
Stefan
capì l’allusione e diventò rosso, ma
questo
Berenice per telefono non lo poté vedere.
Subito
dopo la telefonata, Stefan entrò in cucina,
dove Morena stava sorseggiando un tè e le disse:
“Sai,
mi ha appena chiamato l’avvocato Berenice”.
“Cosa
voleva?”
“Mi
voleva informare che si è rifatta viva la donna
col cappello”.
“Certo:
è lei!”, rispose esultante Morena.
“No,
Morena! Ti sbagli non può essere Berenice”.
“Perché?”
“Perché
ho appena appurato che porta 36 di scarpe!”
“Ah…
si? Buono a sapersi! Ma a me che importa?”
“Forse
a te non importa niente; ma per me è
fondamentale! È la prova che la donna col cappello non
può essere lei”.
“Perché
mai?”, rispose incuriosita Morena.
“Perché
la donna col cappello porta un numero di
scarpe certamente più grande, dal 40 al 42”.
“Come
puoi affermare questo?”
“Le
immagini della telecamera lo confermano e, se
fossi stata più attenta ai particolari, lo avresti capito
anche tu dalla
foto”.
“Davvero?”
“Un
altro particolare inoltre c’era sfuggito”.
“Quale?”
“La
signora col cappello, quando è entrata nel portone
probabilmente potrebbe aver avuto con sé la chiave
dell’appartamento. Me lo ha
riferito l’avvocato Berenice”.
“E
come fa l’avvocato ad affermarlo? Da dove le
viene tutta questa scienza?”
“Non
essere cattiva, amore. In fondo, Berenice non
ti ha fatto niente”.
“A
me, no! Ma
a Giovanna sì!”
“Ti
ho appena detto che non c’entra niente con
l’uccisione di Giovanna!”
“Hai
ragione, solo che certi pensieri sono difficili
da mandar via… Comunque, cosa stavi dicendo?”
“Ti
stavo spiegando che l’avvocato Berenice ha
saputo dalla polizia della ricomparsa della signora del cappello, che
è
riandata nell’appartamento di Giovanna per riprendere
qualcosa che la sera del
delitto, nella concitazione, aveva dimenticato al momento di andar
via”.
“E
come ha fatto la polizia a sapere tutte queste
cose?”
“Semplicemente
guardando le immagini della
telecamera posta sopra al portone. Gli inquirenti hanno guardato le
nuove
immagini, ma il giorno dopo che la signora col cappello era stata
nuovamente
nell’appartamento”.
“Ah…!
Proprio bravi!”
“Anch’io
ho fatto dell’ironia, purtroppo la
telecamera non è in collegamento con la centrale di polizia;
il filmato è stato
ritirato solo il giorno dopo”.
“Questa
donna ci sta prendendo tutti per i
fondelli!”, esclamò Morena un po’
irritata e un po’ ilare.
“Non
credo che si stia divertendo, anzi penso
proprio che sia molto spaventata”.
“Voglio
rivedere le scene della sua entrata ed
uscita dal portone; c’è un altro particolare che
non avevamo osservato”.
“Quale?”
“Gli
inquirenti hanno riferito all’avvocato Berenice
che, sul braccio sinistro, portava una borsetta blu. Cosa che noi non
abbiamo
notato”.
“Vuoi
rivederle con me?”
“No,
grazie. L’investigatore ormai sei tu!”
“Come?
Non avevi promesso a Giulia che avresti
investigato?”, disse ironicamente Stefan.
“Sì!
Ma ormai le indagini sono passate nelle tue
mani, Giulia lo sa”, rispose ridendo Morena.
Stefan
si alzò ed andò nello studio, accese il
computer e mandò in funzione il lettore cd sul quale erano
registrate le
immagini della sera del delitto. Ancora una volta rivide le stesse
scene e
fermò l’immagine quando la donna stava davanti al
portone. Andò più volte
avanti e indietro per rivedere quel momento, ma non riuscì a
vedere nessuna
borsetta al braccio della donna; l’angolazione laterale della
telecamera
impediva la vista del braccio sinistro. Solo in un fotogramma si
intravedeva un
minuscolo triangolino uscire fuori dal tailleur. Con molta
probabilità le
immagini della polizia erano molto più chiare,
perché riprese dall’alto, mentre
la donna stava davanti alla
telecamera.
Dopo
aver rivisto il filmato, Stefan era rimasto
rincuorato perché si era reso conto che non aveva trascurato
un particolare
importante; semplicemente l’immagine della borsetta nel
filmato in suo possesso
non c’era.
Ora,
però, era curioso di vedere le caratteristiche
della borsetta, per cui, rivolto a Morena, disse:
“Amore,
devo assolutamente andare alla centrale di
polizia per vedere il loro filmato, vuoi venire?”
“No,
caro! Puoi andare tranquillamente da solo, non
hai bisogno della balia”.
Ultimamente
Morena era diventata un po’ acida, pensò
Stefan.
Capitolo
XII
Stefan
prende un abbaglio
Mentre
tornava a casa, pensava a come poter
continuare le indagini, infatti, se per il momento si erano impantanate
nell’inutile ricerca di una sconosciuta, forse potevano
ripartire, prendendo in
considerazione qualche altro elemento. Ma quale? Ebbe come
un’illuminazione:
aveva dimenticato il movente.
Le
indagini dovevano ripartire, esaminando tutti
coloro che avrebbero tratto vantaggio dalla morte di Giovanna.
Ripensandoci, lo
aveva già fatto; infatti, aveva indagato su Dorotea
Occhitorvi che, con la
morte di Giovanna, forse aveva guadagnato circa 30.000 euro, ma, avendo
un
alibi, aveva concluso che non poteva essere stata. Comunque, al primo
posto
c’era sempre Claudio, che dalla morte della sorella ereditava
un capitale
cospicuo. Ora che ci pensava tra i beneficiari del delitto, se le cose
fossero
andate come si erano messe in partenza, poteva inserire anche Valeria.
Infatti, se Claudio fosse stato condannato,
l’eredità sarebbe passata, per
indegnità del fratello, a sua madre Giulia e, di
conseguenza, a lei. Ma stava
facendo galoppare la sua fantasia oltre ogni limite. Era impossibile:
una
creatura così bella e di per sé già
ricca, non avrebbe mai pensato a tanto.
Si
tornava sempre al punto di partenza, c’era una
terza persona nell’ombra che non voleva emergere: la signora
col cappello.
Stefan
provò a farne un identikit, alta circa un
metro e ottanta, con scarpe a tacchi
alti e di taglia grande, di corporatura media, non troppo sottile, di
età
indefinibile, bionda, per lo meno così appariva dalle
immagini, molto elegante,
dal portamento eretto e dal carattere deciso.
Di
donne così a Roma ce n’erano a migliaia.
Bisognava escogitare qualche stratagemma, ci voleva un’esca
per stanarla.
Passarono
diversi giorni durante i quali Stefan si
arrovellò inutilmente per trovare una possibile soluzione.
Tutte le mattine
passava davanti al portone di via Margutta nella vana speranza che una
donna
con le caratteristiche dell’identikit si palesasse ai suoi
occhi.
Come
per magia, una mattina accadde l’imprevisto:
davanti al portone si fermò una ragazza con le
caratteristiche della donna
della foto. Stava ferma davanti al portone ed era indecisa se
citofonare; alla
sua vista, Stefan telefonò subito al capo della mobile, che
conosceva; dopo
neanche due minuti arrivò un’autovettura della
volante, di quelle che sono
chiamate in gergo pantere, per via del tradizionale distintivo sulle
fiancate.
Scesero
due agenti che si avvicinarono alla ragazza
e le chiesero di seguirli in centrale. La giovane, perplessa,
protestò
veementemente, ma non ci fu verso, dovette salire sulla volante e
andare alla
centrale di polizia. Nel frattempo, davanti al portone si era formato
un
capannello di persone vocianti, ognuno diceva la sua, anche cose per
niente
attinenti al caso in questione.
Stefan,
invece, aveva preso un taxi e si era fatto
condurre al commissariato di Campo Marzio, dove era stata condotta la
ragazza.
Nel
frattempo, il capo della mobile si era
comportato educatamente con la signorina, visibilmente spaurita ed
incredula;
l’aveva invitata ad accomodarsi nel suo ufficio, le aveva
chiesto un documento
d’identità e aveva cercato di metterla a suo agio,
domandandole se gradiva un
caffè.
Stefan,
nel frattempo, si era seduto su una sedia
del corridoio, attendendo l’evolversi
dell’interrogatorio. Era molto ansioso e
nello stesso tempo quasi impaurito, se avesse preso un abbaglio, non
sapeva
proprio come giustificarsi con il capo della mobile.
Questi
aveva verificato l’identità della giovane,
era alta circa un metro e settanta, bionda, dalla corporatura non
troppo esile,
ma nemmeno troppo grossa, indossava un paio di scarpe rosse, 40 di
misura, un
tailleur blu e una borsetta intonata con le scarpe. Poi le aveva
chiesto cosa
ci facesse sotto al portone di via Margutta.
“Non
sapevo che fosse vietato stare sotto a quel
portone”, rispose in tono indisponente la ragazza.
“Certo,
non c’è niente di male stare da qualsiasi
parte,” rispose calmo l’ispettore “ma lei
non ha risposto alla mia domanda:
cosa ci faceva sotto a quel portone?”
“Volevo
citofonare ad una mia amica che abita lì, ma
ero indecisa, non sapevo se volevo uscire con lei o andare a fare
shopping da
sola”.
“È
mai stata lì altre volte, di sera?”
“Sì
sono stata tante volte a trovare la mia amica,
ma non mi era mai successo di essere aggredita dalle forze di
polizia”.
“Chiariamo
che gli agenti di polizia non l’hanno
aggredita, ma l’hanno invitata a venire qui in centrale. Lei
sa che in quel
palazzo non molto tempo fa è stata uccisa una
signora?”
“Lo
so! Ma non per questo potete arrestare tutte le
persone che frequentano quel palazzo”, rispose ancora una
volta adirata la
ragazza.
Con
molta calma l’ispettore rispose:
“Le
ripeto, non è stata arrestata, ma semplicemente
fermata per un controllo”.
“Perché
proprio io?”
“Non
sarei tenuto a dirglielo, ma per farla stare
tranquilla le rispondo. Abbiamo ricevuto una segnalazione che una donna
molto
simile ad un’indagata si aggirava sotto al portone”.
“Quindi
io sarei simile ad una donna indagata? Vorrà
dire che, per farvi un piacere, chiederò ad una strega di
cambiarmi i
connotati, facendomi sembrare più bassa e più
grassa. Va bene!”
“Signorina,
è molto divertente. Ma i fermi di
polizia sono fatti per verificare l’identità delle
persone. Non è mai stata
fermata con la macchina per un controllo? La prego non sia
così sarcastica”.
“Ho
capito, ora posso andare? O la mia presenza è
ancora necessaria per guardarmi dalla testa ai piedi?”
“Vada,
vada. E non sia così aggressiva, è più
bella
quando sorride”. Le disse il commissario sorridendole.
Mentre
la ragazza andava via, il commissario chiamò
Stefan.
“Ma
cosa combina, dott. Furore? La fantasia le ha
annebbiato il cervello? Se dovessimo fermare tutte le donne che passano
sotto
a quel portone non basterebbe un’intera caserma per
contenerle!”
“Ha
ragione e mi scuso; ma la ragazza era molto
simile alla donna della foto”, rispose contrito Stefan.
“Ci
lasci fare il nostro mestiere, le indagini le
svolgiamo noi; anche se devo riconoscere che una mano in passato ce
l’ha data”.
Così
dicendo, gli mise una mano sulla spalla in
segno di conciliazione e lo salutò.
Stefan,
mortificato per la figuraccia, lemme lemme,
tornò in redazione.
La
notizia del fermo della donna della foto intanto
si era diffusa, per cui appena varcò la soglia della porta
della redazione,
Morena gli corse incontro tutta euforica. Ma vedendo il viso
contrariato di
Stefan, tutto l’entusiasmo svanì e la voce le si
strozzò in gola:
“Cosa
è successo, Stefan? Abbiamo saputo che hai fatto
arrestare la donna col cappello”.
“Magari”,
rispose Stefan.
“Ho
fatto solo una figuraccia”.
“Cioè?”,
l’incalzò Morena.
“E’
successo che mi sono tornate le visioni, proprio
come mi capitò quando sentivo i passi dietro di me o quando
ho visto gli occhi
di qualcuno che mi seguiva in macchina”.
“Cosa
hai visto, Stefan?”, chiese Morena
preoccupata.
“Credevo
di aver riconosciuto la donna della foto,
invece era una ragazza ferma sotto al portone di Via Margutta. Ma ti
assicuro
che dall’aspetto sembrava proprio lei”.
Mentre
cercava di giustificarsi anche con Morena,
lei ricevette una telefonata.
Era
Giulia, che, appresa la notizia del fermo della
ragazza, li invitava a casa sua per sapere tutti i risvolti.
“Ecco!”,
disse subito Stefan.
“Adesso
toccherà giustificarmi con il mondo intero”.
“Ma
dai, Stefan. Non è successo niente di
sconveniente; chiunque può prendere un abbaglio”.
“Chiunque,
ma non io”, ribatté Stefan.
“Perché
a te non sarebbe permesso?”, obiettò Morena.
“Perché
io sono un investigatore; e agli
investigatori non è consentito sbagliarsi!”
“Non
dire sciocchezze!”, esclamò Morena, tirandolo a
sé e dandogli un caloroso bacio. Sperava che, in questo
modo, gli sarebbe
tornato il buonumore.
“Più
tardi passeremo da casa di Giulia, così la
vista di Valeria sicuramente ti ‘tirerà
su’”, gli disse Morena in tono
allusivo, ma divertito.
Verso
le tredici scesero e, come facevano spesso,
andarono a pranzo alla “Taverna dei Numeri Primi”.
Stefan
bevve qualche bicchiere di vino in più, così,
quando uscirono, gli era ritornato il buonumore; abbracciato a Morena
si recò
con lei a casa di Giulia, in via Soderini. Come al solito, Giulia li
accolse
amabilmente e, come sempre, offrì loro la torta di mele
fatta da lei; ne tagliò
due fette, le mise in due piattini e glieli porse. Stefan non
poté fare a meno
di guardare il coltello: era identico a quello del delitto, come aveva
già
precedentemente notato.
Mentre
gustavano la torta, entrò Valeria con
un’arditissima minigonna che metteva in mostra tutte le sue
belle gambe dalla
caviglia in su, a Stefan nel vederla mancò l’aria,
ma fece finta di niente;
Morena abituata agli atteggiamenti del compagno sorrise. Valeria, dopo
averli
cortesemente salutati, si raggomitolò su una poltrona,
l’effetto fu ancora più
dirompente agli occhi di Stefan, praticamente si vedeva tutto, fino
alle
mutandine.
Giulia
ruppe gli indugi e chiese:
“Finalmente,
pare che sia stata arrestata la
colpevole del delitto di mia sorella Giovanna e si vocifera che il
merito è
tutto tuo, Stefan”.
Per
la seconda volta, Stefan si stava strozzando e
divenne tutto rosso:
“Valeria
corri a prendere un bicchier d’acqua, a
Stefan è andato un boccone per traverso”,
esclamò Giulia rammaricata.
“No!
Stai pure seduta Valeria, non ti scomodare, mi
è passato”, disse Stefan, deglutendo a forza il
boccone di torta, che gli era
rimasto in gola.
A
Morena veniva da ridere, ma doveva trattenersi per
non mettere Stefan in ulteriore difficoltà,
per cui le si dipinse un largo sorriso sulle labbra.
Giulia
continuò:
“Ma
chi è questa donna? Per quale motivo ha ucciso
mia sorella?”.
Stefan
non poté fare a meno di rispondere:
“No,
signora Giulia. Non è stato arrestato nessuno.
Si è trattato di un falso allarme”.
E
spiegò anche a lei ciò che era davvero accaduto
quella mattina.
“Oh…!
Come mi dispiace!”, esclamò rammaricata
Giulia.
“Avevo
creduto di poter porre fine a quest’incubo
che mi tormenta”.
“Mi
dispiace”, rispose Stefan.
“Valeria,
offri qualcosa da bere agli ospiti”, disse
Giulia rivolta alla figlia.
Valeria
si alzò, e Stefan non poté far a meno di
seguirla con lo sguardo, andò presso il buffet,
aprì un’anta e tirò fuori una
bottiglia di limoncello con due calici, nel frattempo si
aprì anche l’altra
anta del mobile, dove, su una mensola erano riposti bicchieri di
cristallo e
piattini di porcellana, mentre sul ripiano inferiore c’erano
vari oggetti di
uso quotidiano, una maglietta, dei guanti di seta, una borsetta ed
altro.
Stefan
non riusciva proprio a tenere a freno lo
sguardo: Valeria, nel prendere la bottiglia di liquore e i bicchieri,
si era
leggermente piegata e dal momento che già la minigonna
copriva poco, quel gesto
mise in mostra il resto. Meno male che Stefan aveva finito di mangiare
la
torta, perché questa volta si sarebbe strozzato per davvero.
Valeria, con molta
grazia, poggiò i calici di cristallo sul tavolino e vi
versò un po’ di
limoncello. Poi tornò a raggomitolarsi sulla poltrona.
La
conversazione continuò piacevole, senza far più
cenno al delitto; parlarono di vari argomenti, dalla cucina alla
politica, Morena
si trovava a suo agio con Giulia; anche Valeria aveva preso parte alla
conversazione, mentre Stefan, di sottocchio, le sbirciava le gambe,
facendo
finta di guardare da tutt’altra parte.
Ad
un tratto, Stefan rivolto a Valeria le chiese:
“Dove
lavori?”.
Prontamente
rispose Giulia:
“Valeria
fa la modella, molto spesso le sartorie più
famose di Roma la chiamano per sfilare con i loro capi di
abbigliamento. Non ha
un contratto personale con nessuna casa di moda, è una
freelance, in questo
modo guadagna molto di più ogni volta che la
chiamano”.
Così
dicendo, diede uno sguardo fulminante a
Valeria, che si limitò a sorridere e a far cenno di
sì con la testa.
Stefan,
che aveva il potere di riuscire a
fotografare tutte le situazioni e gli oggetti che lo colpivano, non
poté far a
meno di notare quello strano atteggiamento di Giulia, ma fece finta di
niente.
Finiti
gli argomenti di conversazione, Morena e
Stefan si alzarono, salutarono cortesemente Giulia e Valeria e si
accomiatarono
da loro.
Usciti
dalla casa di Giulia, Morena questa volta non
rimproverò Stefan, ma quasi ridendo gli disse:
“Stefan,
oggi alla vista di Valeria stavi per
strozzarti; stai attento perché qualche volta di queste puoi
lasciarci le
penne, ah, ah, ah…”
“Smettila
di prendermi sempre in giro, Morena. Ma
non hai visto come era conciata quella ragazza? Praticamente se fosse
comparsa
in mutande sarebbe stata la stessa cosa!”
“Ah,
ah, ah… povero Stefan, che occhi innocenti che
hai!”, continuò a canzonarlo Morena.
“Non riesco a capire come mai di fronte ad
un paio di gambe di donna la tua celebre imperturbabilità e
abilità a
registrare le immagini svanisce come per incanto”.
“Non
è vero che la mia capacità fotografica
svanisce, solo che la mente ripone tutti gli altri avvenimenti in un
angolino
del cervello, forse per godere appieno della bellezza”.
“E
perché non godi mai della mia bellezza?”,
aggiunse Morena rabbuiandosi.
“Anche
qui sbagli, godo eccome della tua infinita
bellezza, tanto che conosco ogni minimo particolare del tuo
corpo!”, rispose
convinto Stefan.
Così
dicendo si abbracciarono stretti e si
incamminarono verso casa. Giunti quasi a destinazione, Stefan volle
entrare al
Bum Bum Bar Brasileiro, sentiva l’esigenza di bere un
caffè. Si sedettero ad un
tavolino ed ordinarono due caffè ristretti, che gustarono
con vero piacere.
Stefan era stranamente taciturno, Morena se ne accorse e gli chiese:
“Che
c’è, Stefan? Qualche pensiero ti turba?”
“In
verità, sì! Non vorrei aver avuto le stesse
allucinazioni di questa mattina, quando ho fatto arrestare quella
ragazza. Ma
delle strane immagini mi tornano alla mente… Come vedi la
visione di Valeria
non mi ha impedito di registrare altre immagini”.
“Cosa
vuoi dire, spiegati meglio!”, lo incitò
Morena.
“Quando
Valeria è andata a prendere il liquore al
buffet…”
“Le
hai visto il panorama!”, esclamò Morena.
“Sì,
ma non solo! Nell’aprire le ante del mobile
bar, sulla destra, dall’altro lato della stoviglieria, ho
visto…” e si fermò.
“Cosa
diavolo hai visto?”, continuò ad incalzarlo
ansiosa Morena
“Ho
visto la borsetta blu della signora col cappello
e i guanti”.
“Hai
visto una borsetta blu e un paio di guanti, e
con questo? Chi nel proprio guardaroba non ha una borsetta color blu e
un paio
di guanti bianchi?”, rispose infastidita Morena.
“Forse
non hai capito, ho detto che ho visto la
borsetta blu ed i guanti della signora col cappello”.
“Hai
ragione! Hai avuto un’altra visione surreale,
fantastica”.
“No!
Sono certo di quello che dico”.
“E
cosa vorresti dire o insinuare? Che Valeria è la
donna col cappello?”
“Sì!
Potrebbe essere proprio così!”
“Stefan,
oggi decisamente non stai bene, hai le
visioni e la mente ti fa brutti scherzi. Andiamo a casa, ti fai una
bella
dormita e vedrai che domani avrai rimosso tutti questi strani
pensieri”.
Senza
aggiungere altro, andarono a casa.
Capitolo XIII
Valeria
Il
giorno dopo, Stefan si svegliò di buon mattino.
Era proprio una giornata autunnale: si accorse, guardando fuori dalla
finestra
della camera da letto, che era scesa la nebbia. Che tristezza! Tutto
appariva
così grigio, così cupo, le chiome degli alberi
lungo il viale sembravano come
imprigionate da un incantesimo, che impediva di vederne i colori. I
tetti delle
case apparivano e scomparivano qua e là, quasi avessero
timore di farsi
scorgere. Gli uccelli, che, due settimane prima, riempivano il silenzio
del
primo mattino, ora sembravano malinconicamente ammutoliti in una strana
noia.
“Ecco!”,
disse Stefan.
“È
il preludio di una nuova giornata disastrosa.
Certamente ci saranno guai in arrivo”.
In
effetti, non si sbagliava: tutta premurosa, stava
arrivando Morena per porgli una tazzina di caffè, mentre lui
era ancora a
letto; malauguratamente inciampò nel tappetino che stava
accanto al letto,
fece un volo e crollò insieme al caffè bollente
addosso a Stefan che, urlando
per il dolore della scottatura, buttò all’aria le
coperte sporche di caffè.
“La
giornata è cominciata proprio bene”, disse in
tono incollerito Morena, sapendo che ora le toccava lavare tutto.
Stefan
si alzò e andò nel bagno per farsi una doccia
tonificante, ma soprattutto per far svanire le immagini della sera
precedente.
Forse per colpa della nebbia rimase con un gran mal di testa per tutta
la
mattina, non riusciva in alcun modo a liberarsi delle immagini della
borsetta e
dei guanti che, come un tarlo, erano penetrate nel suo cervello.
Dopo
la doccia, iniziò ad interrogare Morena su
alcuni particolari, sui quali desiderava fare chiarezza:
“Cosa
faceva il sig. Alberto Dravalone, il marito di
Giulia, prima di andare in pensione?”
“Perché
lo vuoi sapere?”, domandò curiosa Morena.
“Possibile
che non riesci mai a rispondere senza
farmi prima una domanda?”, osservò Stefan alquanto
contrariato.
“E
tu perché non rispondi alla mia domanda?”, lo
rimbeccò polemica Morena.
“Ho
capito, va bene, stavo pensando di indagare
sulla sua precedente famiglia”, rispose indispettito Stefan.
“Ok!
Adesso puoi chiedermi tutto quello che vuoi, ti
dico quello che so. Prima di andare in pensione era un ingegnere,
manager di
una ditta informatica”, proseguì conciliante
Morena.
“E’
divorziato dalla precedente moglie? Perché
Valeria è rimasta con lui anziché con la
madre?”
“Semplicemente
perché la madre è morta”.
“Quindi,
quando Alberto si è sposato con Giulia era
vedovo?”
“Sì!
È stato l’incontro di due anime sole!”
“Come
noi?”, disse divertito Stefan.
“Scemo,
noi non siamo mai state delle anime sole!
Prima di mettermi con te, io sono stata fidanzata con altri cento
ragazzi!”,
rispose impettita Morena.
“Perciò
sei una donna navigata?”
“Navigato sarai tu! Io sono una persona seria, tutt’al più in passato sono stata sentimentalmente legata".
"Non
nego che io, invece,
sono stato per vari mari, prima di incontrare te”.
“Prima
e dopo. Caro il mio dongiovanni”.
“Va
bene smettiamola”, disse Stefan stufo di quella
tiritera.
“E
cosa puoi dirmi di Valeria?”, continuò a chiedere
Stefan.
“Cosa
vuoi sapere di Valeria, quanti uomini ha
avuto?”
“Anche”.
“Purtroppo,
devo darti una brutta delusione”,
rispose quasi soddisfatta Morena.
“Valeria
ha avuto un solo amore”.
“Col
mestiere che fa, un solo amore?”
“Ora
ti dirò tutta la verità, anche se Giulia mi ha
fatto giurare di non rivelarla mai a nessuno”.
“Sono
tutto orecchi!”, ribatté Stefan ansioso.
“Valeria
era legata fin da ragazzina ad un suo
compagno di scuola. Si volevano un gran bene. Sono cresciuti insieme,
ma mentre
Valeria è diventata un bel cigno, lui è rimasto
un brutto anatroccolo. A volte
la mente umana è contorta ed imperscrutabile: diventati
adulti, alcuni anni
fa, lui l’ha lasciata. E’ successo il contrario di
quello che comunemente
accade, la ‘bestia’ ha lasciato ‘la bella
fanciulla’. Vuoi sapere la
motivazione? Si sentiva le corna pur senza averle! Era convinto che una
creatura così bella non potesse mai rimanere a lungo con lui
così brutto. Per
cui ha anticipato gli eventi e, per non soffrire in futuro,
l’ha lasciata.
Valeria non poteva crederci, gli voleva molto bene, lei non lo vedeva
brutto. È
caduta in una profonda depressione, poi è avvenuta la morte
della madre e la
depressione si è aggravata ulteriormente. Il povero Alberto
l’ha portata in
cura da molti specialisti, ora è ancora in terapia da uno
psichiatra. Quando
si è sposato con Giulia, Valeria era già in cura.
E’ per questo motivo che
Giulia le vuole tanto bene, farebbe qualsiasi cosa per farla felice.
Non è vero
che fa la mannequin; essendo molto bella, Giulia ha pensato di
inventarsi
questo mestiere. In effetti, è ancora abbastanza depressa,
anche se non sembra
dai vestiti che indossa…”
Qui
Morena fece una breve pausa, ricordando la
minigonna che Valeria indossava, quando lei e Stefan erano stati a casa
sua
l’ultima volta.
Poi
riprese: “Ancora adesso, quasi tutte le mattine,
Alberto porta sua figlia Valeria a fare una lunga passeggiata sul
lungotevere.
Questa è la ragione per cui molte volte la mattina Valeria
si assenta da casa,
mentre la mamma dice che è andata a fare una sfilata di
moda. Ultimamente, si è
fissata che, non lavorando, passerà la vecchiaia in
povertà. Inutilmente,
Giulia l’ha rassicurata, dicendole che avrà in
eredità tutti i suoi averi: un
capitale cospicuo. Ma è convinta che, senza lavoro, i soldi
finiscano subito e
spesso porta come esempio lo zio Claudio che, secondo lei, è
già finito in
povertà”.
Stefan
aveva ascoltato con una nota di compassione
la storia di Valeria ed era sinceramente dispiaciuto, ma nello stesso
tempo
questo costituiva un buon movente per il delitto di Giovanna.
Voleva
a tutti i costi scacciare quel pensiero dalla
mente, ma ogni volta, come tanti spiritelli,
gli balzavano agli occhi la borsetta, identica in ogni
particolare a
quella vista in fotografia in commissariato, e i guanti bianchi con le
maniche
lunghe, proprio come quelli che portava la signora col cappello; anche
l’altezza di Valeria coincideva e, se avesse indossato un
tailleur dalla madre,
sarebbe coincisa anche la forma del corpo. Erano tutti indizi che
convergevano
verso la sua colpevolezza.
Stefan
era molto restio a volerlo ammettere a se
stesso, non era possibile che una ragazza così dolce e bella
potesse aver
commesso un crimine così odioso.
Mentre
era sovrappensiero, Morena lo scosse
dicendogli:
“Cosa
pensi?”
“Non
riesco a credere che Valeria abbia potuto
uccidere la zia per ereditare un capitale più grande di
quello che già
possiede, facendo arrestare anche
lo
zio. Già perché dobbiamo considerare che
l’autore del delitto voleva far
ricadere la colpa su Claudio, usando un coltello con le sue
impronte”.
“Non
lo credo nemmeno io”, disse Morena mestamente.
“Dobbiamo
necessariamente credere che sia stata una
terza persona”.
“Hai
ragione”, rispose Stefan senza pensare a ciò
che diceva, ma solo per avvalorare le parole di Morena. Poi, riavutosi
da
quello stato di confusione mentale, proseguì:
“Allora
cosa ci facevano la borsetta e i guanti
lunghi in casa di Valeria?”
“Ti
sono sembrati gli stessi di quella dannata donna
col cappello, ma in effetti saranno solo molto simili”.
“Guarda
Morena che è facile accertarlo, quasi
sicuramente sui guanti ci saranno delle macchie di sangue della
vittima, devono
esserci schizzate per forza quando Giovanna è stata
accoltellata al collo. Questa
è una prova schiacciante, che inchioda l’autore
del delitto. Inoltre, sono
certo che la borsetta, che era nella credenza, è la stessa
che portava al
braccio la signora col cappello la sera del delitto”,
concluse Stefan.
“Allora,
bisognerà verificare se ricorrono queste
circostanze, prima di pensar male di una persona”,
esclamò con forza Morena,
quasi a voler esorcizzare quell’idea.
“Capisci
che per far analizzare quegli oggetti,
dovrò necessariamente riferire tutto alla polizia. E
certamente non basterà
soltanto raccontare, pretenderanno che lo sottoscriva; nessun giudice
si
azzarderebbe mai ad emettere un mandato di perquisizione senza una
prova o una
denuncia”.
“Che
sciocchezza! Quale polizia! Basterà che con
appropriati giri di parole e delicatezza lo chieda a Giulia”,
rispose Morena
quasi stizzita.
“Per
carità, non farlo! La madre potrebbe inquinare
le prove per il bene della figlia!”, la scongiurò
Stefan.
Morena
trasalì, non aveva pensato a quella
eventualità.
“Allora,
amore mio, cosa dobbiamo fare?”, disse in
tono supplichevole.
“Per
il momento non dobbiamo fare niente, dobbiamo
solo tacere. Riesci a mantenere un segreto o non sei capace di tenere
un cece
in bocca?”
“Sì
che so mantenere un segreto, anche se qualche
volta, come questa sera, per amore tuo, ho dovuto rivelare un segreto,
che
avevo giurato di non confidare mai a nessuno”,
piagnucolò Morena.
“Amore
mio, cerca di capire, questo è un segreto
molto più importante, ne va della vita di una
persona”, le disse amorevolmente
Stefan, accarezzandola, mentre era seduta sul divano accanto a lui.
Capitolo XIV
Un
lampo di genio
Il
mattino seguente Morena si svegliò di buon umore,
anche il tempo era migliorato, si intravedeva qualche raggio di sole
filtrare
tra le nubi e poggiarsi sul letto. Si alzò e, come al
solito, andò a fare il
caffè, non che ci volesse chissà quale fatica per
farlo, bastava mettere una
cialda nell’apposita vaschetta e premere un bottone, dal
beccuccio della
macchinetta sarebbe uscito un caffè denso e bollente, buono
come quello del
bar.
Mentre
attendeva di riempire le solite due tazzine,
si mise a canticchiare un allegro ritornello, che aveva ascoltato in
una
trasmissione sulle canzoni del passato e che ora le ritornava con
insistenza
in mente: ‘Siamo la coppia più bella del mondo e
ci dispiace per gli altri, che
sono tristi…’
Stefan
fu contento di sentirla cantare, la voce era
piacevole ed intonata, questo, inoltre,
significava che aveva dimenticato per il momento le
vicissitudini sulle
quali avevano discusso il giorno precedente. Lui invece no, si
arrovellava tra
l’idea di ciò che avrebbe dovuto fare e
ciò che non voleva fare. Sperava che,
nel frattempo, accadesse qualcosa di nuovo.
E
qualcosa di nuovo accadde.
Anche
se era sabato, Stefan e Morena si erano recati
come ogni mattina in redazione, ognuno al suo posto. Stefan era intento
a
scrivere un reportage sulle bellezze naturali di alcuni luoghi della
costa
Laziale, quando udì casualmente un dialogo fra Morena e una
sua collega:
“Angela,
sei stata a quel matrimonio, di cui mi
avevi parlato?”, stava chiedendo Morena.
E
lei le aveva risposto:
“Certo,
è stato un rito bellissimo!”
La
parola ‘rito’ era echeggiata nella mente di Stefan e molte immagini
e scene si erano
accavallate nella sua fantasia, tra le altre aveva rivisto le due
sorelle:
Giovanna e Giulia portare sulle mani un vassoio con una bella torta.
Questa
immagine si era come cristallizzata nel suo
pensiero.
Certo,
ma come aveva fatto a non capirlo prima? Non
poteva essere stata Valeria ad uccidere la zia! Non poteva sapere che
ogni
volta che Claudio andava a trovare la sorella, questa arrivava col
vassoio
della torta ed un coltello per tagliarne una fetta. Quindi, non poteva
essere
andata dalla zia con l’intenzione di ucciderla, senza
un’arma. L’unica persona,
che conosceva quel particolare ‘rito’, era la
sorella Giulia!
Giulia
era l’unica persona, che poteva essere andata
a casa della sorella con l’intenzione di ucciderla senza
portare con sé
un’arma, perché evidentemente aveva pensato di
servirsi del coltello, con cui
il fratello aveva tagliato da poco la torta e sul cui manico erano
rimaste le
sue impronte.
Ora
il puzzle si stava componendo con tutti i suoi
pezzi al posto giusto, l’arma, la borsetta, i guanti, le
scarpe, la figura
perfettamente rispondente a quella della donna con il cappello, tutto
combaciava, anche il movente: voleva lasciare tutto il patrimonio di
famiglia
alla povera Valeria, sapeva bene che, se fosse stata dimostrata la
colpevolezza del fratello, quest’ultimo non avrebbe potuto
ereditare, per
indegnità, nulla dalla sorella.
A
Stefan venivano alla mente le strane espressioni
di cruccio, che Giulia aveva fatto quando aveva saputo che il fratello
poteva
essere scagionato. Probabilmente, aveva maledetto il giorno in cui
aveva
incontrato Morena e l’aveva supplicata di indagare per
scagionare il fratello.
Non avrebbe mai potuto immaginare che Morena potesse tirare in gioco il
fidanzato
investigatore. Conosceva bene Morena, sapeva che si sarebbe convinta
subito
della colpevolezza del fratello Claudio.
Adesso
Stefan non aveva neanche la scusa della
compassione, che aveva provato prima per Valeria; anzi si sentiva
ingannato,
perché Giulia si era servita di lui per allontanare da
sé i sospetti.
Prese improvvisamente la cornetta del telefono, chiamò in commissariato e si fece passare il capo della mobile.
Si alzò e uscì subito dall'ufficio. Senza dire niente a Morena, scese in strada e prese un taxi per recarsi al commissariato di Campo Marzio. Sapeva che, se avesse rivelato le sue intenzioni a Morena, lei avrebbe tentato in ogni modo di distoglierlo dall'agire e dal dire tutto ciò che pensava e che aveva visto.
Quando
la polizia bussò alla porta di Giulia e le
mostrò il mandato di perquisizione firmato dal magistrato
inquirente, lei
rimase interdetta, si sedette su una poltrona e senza parlare
aspettò che gli
agenti facessero il loro dovere.
In
casa furono rinvenuti: la borsetta, i guanti, le
scarpe, il cappello, il tailleur blu, la parrucca bionda, tutti
perfettamente
collimanti con le immagini della donna da tempo ricercata. Giulia
tentò di dare
una qualche giustificazione, ma gli agenti le ingiunsero di seguirli in
commissariato,
le risparmiarono solo la figuraccia delle manette.
Si
seppe, qualche giorno dopo, che sui guanti, anche
se ripuliti, la scientifica aveva ritrovato tracce del sangue della
sorella
Giovanna.
La
polizia aveva potuto accertare, inoltre, che la
situazione economica di Giulia non era così florida, come
lei voleva far
intendere, in banca era rimasto ben poco
dell’eredità del padre. Prima del
matrimonio con Alberto aveva perso al gioco gran parte della sua
fortuna,
proprio come il fratello. Ora viveva con la pensione del marito e
poteva
permettersi un apparente stato di benessere; ecco perché
invece Valeria era
così preoccupata per il proprio futuro: il patrimonio della
madre non c’era e,
alla morte del padre, non avrebbe beneficiato più nemmeno
della pensione.
Stefan,
anche se un pochino addolorato, era contento
di avere risolto uno dei misteri più intricati degli ultimi
anni: aveva
realizzato un altro scoop giornalistico e il giornale l’Eco
d’Italia in quei
giorni era andato letteralmente a ruba. Nathan ancora una volta aveva
dovuto
ammettere che Stefan era un ottimo reporter ed un grande investigatore,
vanto
del giornale.
L’unica
a restare col broncio nei confronti di
Stefan era Morena: primo, perché non le aveva detto niente
prima di recarsi in
commissariato; secondo, perché aveva fatto arrestare una sua
amica, che le
aveva chiesto aiuto.
Infatti,
la mattina, in cui si era diffusa la
notizia dell’arresto di Giulia, Morena, guardando Stefan con
aria risentita,
gli aveva chiesto:
“Perché
non mi hai detto niente dei dubbi che avevi
su Giulia, in relazione a ciò che avevi visto?”
“Amore”,
aveva replicato Stefan, “non è vero che non
ti avevo detto niente, anzi ti avevo messa al corrente di ogni
particolare.
Solo che tu, ormai, avevi deciso per la colpevolezza di Claudio e non
volevi
sentire altro”.
“Ma
sei andato in commissariato senza dirmi neanche
una parola, sei sgusciato via quasi alla chetichella”.
“E’
vero! Non ti ho detto niente prima di uscire,
per paura che mi avresti fermato; ma non potevo non rivelare i miei
dubbi alla
polizia”.
“Ora
sarai contento! Hai avuto ragione e ciò passa
sopra ogni mio sentimento”.
“Amore!”,
ripeté Stefan tirandola a sé e
accarezzandole il viso.
“Non
è vero! Io provo per te il più grande amore del
mondo, i miei sentimenti nei tuoi confronti sono sempre stati
autentici, mi
dispiace profondamente vederti col broncio”.
“Brutto
scemo, quando guardi le altre ragazze certo
non ti importa dei miei sentimenti, sei superficiale e
zotico!”, rispose
Morena fissandolo negli occhi.
Stefan
abbassò lo sguardo, sembrava un cane
bastonato, aveva un’espressione affranta e contrita. Morena
gli sollevò la
testa e, guardando quei due occhi azzurri come il mare, lo
baciò sulla bocca
con passione. In fondo, la vicenda di Giulia non è che
l’avesse afflitta poi
tanto; le interessavano solo i sentimenti, che Stefan nutriva per lei.
Nel
pomeriggio, Stefan ricevette anche la telefonata
di Claudio, che lo ringraziava per la fine dell’incubo e la
chiusura delle
indagini della polizia a suo carico. Ora poteva dormire tranquillo
‘su quattro
guanciali’, vista l’eredità della
sorella, che gli sarebbe toccata.
“Dott.
Stefan Furore, ti voglio ringraziare
infinitamente, anche da parte di Berenice…”, gli
aveva detto Claudio.
“Non
so come sdebitarmi con te”.
“Prova
a non metterti più nei guai e soprattutto
smetti di giocare d’azzardo. Spero che con Berenice accanto
saprai
amministrare meglio i tuoi averi… Tu sapevi che anche tua
sorella Giulia
perdeva al gioco come te?”, gli chiese Stefan.
“Sì,
sapevo che spesso giocava con le amiche ed
andavano al casinò insieme. Ma da quando si era sposata
conduceva una vita
tranquilla”, rispose Claudio.
“Aveva
anche lei dissipato buona parte del suo
patrimonio” gli fece notare Stefan.
“Sinceramente
non conoscevo bene la situazione
economica di mia sorella Giulia, anche se Giovanna, una volta, mi aveva
confidato che le aveva chiesto un prestito, senza, però,
precisare
l’importo. Dall’interrogatorio
degli
inquirenti è emerso, poi, che Giulia aveva scritto una
lettera a Giovanna,
chiedendole un grosso prestito. La lettera Giovanna la conservava tra
le pagine
di un libro, come faceva con tutti i documenti, che voleva tenere al
sicuro. E’
per questo motivo che Giulia è ritornata
nell’appartamento di nostra sorella,
non voleva che gli
inquirenti la
trovassero prima di lei. Se l’avessero letta, sarebbe
sicuramente finita tra
gli indagati. Inoltre, ha confessato di aver sempre avuto a sua
disposizione
un mazzo di chiavi dell’appartamento di Giovanna e, la sera
del delitto, per
depistare, aveva fatto finta di citofonare, mentre, in effetti, aveva
aperto
il portone con le chiavi, tuttavia le falde del cappello ne avevano
impedito la
visuale. Solo che io non ero a conoscenza di tutti questi fatti. Non
avrei mai
creduto che per ragioni economiche potesse giungere ad uccidere nostra
sorella.
Veramente assurdo!”, aveva esclamato Claudio desolato.
Il giorno dopo, Stefan scrisse un lungo articolo sul suo giornale, spiegando tutti i retroscena del delitto. Fu un grande scoop giornalistico: Il giornale ‘Eco d’Italia’ andò a ruba, con grande gioia di tutta la redazione e del capo redattore Nathan Maven; anche Morena fu felice per la popolarità, che stava acquistando il suo adorato, Stefan Furore”.
Fine