Personaggi:

Stefan Furore, protagonista.
Giovanni Furore, padre di Stefan.
Anna Furore, madre di Stefan
Aurora Prudente, amica d’infanzia di Stefan.
Alice, fidanzata di Stefan, durante il periodo degli studi universitari.
Otello Falacoda, cadavere della fiumara, abitante di Collecelle.
Erminio Falacoda, figlio di Otello.
Nazzareno Pulitone e Firmino Paisano, imprenditori edili di Collecelle.
Orlando Sinopi, maresciallo dei carabinieri di Torremerlata.
Antonio Gancio, brigadiere della stazione dei carabinieri di Torremerlata.
Nicola Brigante, giovane delinquente di Collecelle. 
Nathan Maven, capo redattore della sede romana del giornale l’Eco d’Italia
Angela Talismano, redattrice e segretaria particolare di Nathan.


Capitolo I
Stefan Furore: dall’infanzia al primo lavoro


C’era gran festa quella mattina nel cortile sterrato, davanti alla casa di Giovanni Furore.  Un grande tavolo di legno faceva bella mostra di sé, due panche anch'esse di robusto legno d'olivo giacevano ai suoi due lati. Una lunga tovaglia ricamata a mano e tutta merlettata ne copriva la parte superiore, sulla quale erano posti in fila piatti di porcellana, con disegni a fiori e foglie. La tavola era tutta imbandita, pronta ad ospitare venti persone, che, di lì a poco, sarebbero allegramente arrivate per far onore al pranzo di laurea del figlio di Giovanni, Stefan.
Il giorno prima, Stefan si era laureato all'Università La Sapienza di Roma, dove aveva studiato e dove aveva, dopo il regolare corso di quattro anni, conseguito la laurea in Giurisprudenza col massimo dei voti e la lode.
Giovanni Furore era un contadino dai tratti rudi e forti, la pelle bruciata dalla lunga esposizione al sole, per coltivare i campi. Era quella l’attività che gli permetteva di mantenere la famiglia, formata da solo tre persone: lui, la moglie Anna ed il figlio Stefan. Quell'unico figlio era la ragione della sua vita, fatta di sudore e di duro lavoro, che  aveva svolto, senza mai lagnarsi o avere rimpianti. La moglie Anna lo aveva sempre assecondato e sostenuto anche nei giorni, in cui la terra era stata avara e non aveva permesso loro di guadagnare neanche un centesimo. Anna aveva sempre accudito alla casa e non aveva mai fatto mancare da mangiare al marito ed al figlio, riuscendo sempre a cucinare, anche nei giorni bui, magari una frittata di asparagi o verdura bollita col pane raffermo, raccolta nei campi; inoltre, tutte le mattine prendeva le uova dal pollaio, situato in un recinto accanto alla casa.
Giovanni ed Anna avevano sempre voluto che il figlio studiasse ed avevano messo sempre i soldi da parte nei periodi di abbondanza dei raccolti, sapendo che sarebbero serviti per mantenere il figlio allo studio. Stefan, dal canto suo, era stato un figlio modello, affettuoso e studioso, senza mai grilli per la testa. Aveva sempre viaggiato, per recarsi a scuola; infatti tutte le mattine si alzava di buon’ora e, dopo una lunga scarpinata, per raggiungere la strada provinciale, prendeva la corriera, che lo portava alla stazione di  Torremerlata, da dove prendeva il treno per Sapri. La famiglia Furore abitava in una casetta in pietra, costruita da Giovanni con le sue mani, in un podere, abbastanza distante dal paese di Torremerlata e dalla strada provinciale, alla quale era collegata da un viottolo sterrato e pieno di ortiche, tanto che spesso Stefan, urtandole, si arrossava tutte le caviglie. Una volta conseguito il diploma di maturità, per proseguire gli studi era andato a vivere a Roma, presso una famiglia che affittava una cameretta con quattro posti letto. Per non gravare troppo sulle spalle dei genitori, che  sapeva facevano grandissimi sacrifici, per mantenerlo allo studio, si era trovato un lavoro part-time come cameriere in un ristorante della capitale.
Quella mattina, finalmente, poteva rendere un minimo di soddisfazione ai suoi genitori, si era laureato in legge e tutti gli amici e i parenti lo chiamavano: dottore, con grande orgoglio del padre Giovanni e della madre Anna.
Stefan era sempre stato bello, fin da bambino, “con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro”, con un fisico asciutto e atletico, durante gli anni del liceo aveva fatto strage di cuori femminili. Quasi tutte le ragazze più carine se lo contendevano e lui non disdegnava affatto il loro interesse; infatti, era stato fidanzato con molte sue compagne di scuola.
Nonostante le origini contadine, la madre lo aveva sempre vestito con gusto, facendo lei la sarta e usando stoffe dismesse di abiti usati dai signori del paese, che glieli regalavano. Era molto brava a cucire e tagliare, nonché a creare modellini personificati, tanto che riusciva ad aiutare il marito nel menage familiare con le entrate di quella attività, svolta tra le persone che la conoscevano.
Stefan era tutto orgoglioso di indossare gli abiti cuciti dalla madre, perché erano ben fatti ed eleganti, tanto che con i compagni si vantava di indossare capi d’alta moda.
Quando era andato a frequentare l’Università a Roma, non potendo più usufruire degli abiti realizzati dalla madre, nonostante non avesse molti soldi in tasca, comperava sempre capi d’abbigliamento economici, ma molto eleganti. Questo lo rendeva ancora più interessante tra le colleghe dell’Università e le ragazze che frequentavano il ristorante, dove lui lavorava.  
Si era fidanzato con una ragazza molto bella e sexy, Alice, sua compagna di lavoro nel ristorante, entrambi servivano ai tavoli. Tra di loro “belli e impossibili”, si era creata subito una alchimia particolare, che li aveva subito attratti reciprocamente. Successivamente avevano scoperto di essere entrambi cilentani.
Durante i quattro anni di studi romani, erano rimasti sempre insieme, anche se Stefan, ogni tanto, faceva qualche scappatella con belle ragazze che lo desideravano. Fin da quel momento, Stefan  non riusciva a vincere la tentazione delle lusinghe delle belle donne.  
Il giorno della laurea, tra gli invitati al tavolo, c’erano diverse “amiche” del paese, che lo avevano conosciuto più intimamente. Ora, che era diventato “dottore”, era desiderato da tutte.
Quella mattina Stefan sfoggiava un abito a doppio petto di colore denim, impeccabile, con una cravatta di seta a figure geometriche a fondo ceruleo su una camicia, anch’essa di seta, bianco avorio, una pochette da uomo nel taschino, della stessa tonalità della cravatta, un paio di scarpe lucide nere, ma soprattutto una pettinatura scarmigliata bionda e due profondi occhi azzurri, con una barbetta rossiccia ben delineata, da sembrare un dio greco.
I genitori, orgogliosi, desideravano che il loro unico figlio, una volta laureato, prendesse la carriera notarile o che diventasse un importante magistrato, ma Stefan era di tutt’altro avviso. Era sempre stato di animo libero e spensierato, a contatto con la natura, gli alberi, i ruscelli, i cespugli, la macchia, che tanto aveva amato fin da bambino e in  mezzo ai quali era cresciuto;  gli piacevano le avventure e i luoghi soleggiati, voleva viaggiare, per vedere il mondo, non voleva certo rinchiudersi in una stanza ad ammuffire, per scrivere atti di compravendita o sgradevoli sentenze.
Stefan sognava avventure in giro per il mondo; quale mestiere poteva fare al caso suo se non l’inviato speciale di un grande giornale o magari della televisione?
Nei giorni successivi, con grande dispiacere dei genitori, aveva inviato il suo ‘curriculum vitae’ a numerosi giornali, tra i quali L’Eco d’Italia, per essere assunto come reporter e inviato speciale nel mondo. Però, i suoi sogni risultarono vani, nei primi tre mesi dopo la laurea non gli arrivò nemmeno un invito ad un colloquio di lavoro da parte dei giornali, a cui aveva mandato il curriculum.
Intanto, per non stare senza far niente e continuare a farsi mantenere dai genitori, era tornato a Roma, a fare il cameriere nel ristorante, in cui aveva già lavorato. Ora, però, poiché non doveva più dedicare del tempo allo studio si era fatto assumere a tempo pieno; in questo modo, riusciva a guadagnare quel tanto che gli bastava per vivere nella capitale e pagarsi l’affitto di una stanza nella vecchia casa dove era stato da studente.
Aveva ritrovato la sua vecchia fidanzata, Alice e i suoi due amici più cari, Leonardo e Tommaso, con i quali usciva quasi tutte le sere dopo il lavoro. Spesso rincasava con Alice, per passare la notte insieme, solo che dovevano entrare con  circospezione e Alice doveva andar via prima che la padrona di casa si svegliasse, perché  non voleva si portassero donne in casa sua. Ogni tanto chiedeva due giorni di permesso al proprietario del ristorante, dove lavorava per tornare a Torremerlata a trovare i genitori.
Un sabato, che era rientrato in paese, aveva incontrato una sua vecchia compagna di scuola: Aurora Prudente, divenuta, ormai, una bellissima ragazza mora, con due occhioni neri, un nasino alla francese, ma soprattutto un fisico da sballo, con un seno prosperoso, una vitino da vespa su due gambe lunghe, snelle e ben tornite.
Ad Aurora Stefan era sempre piaciuto e volentieri si sarebbe fidanzata con lui, solo che era molto timida e non gli aveva mai fatto apertamente la corte, come altre sue compagne. Ora, col passare del tempo, il suo carattere si era rafforzato ed era diventata sempre più decisa e volitiva, anche perché aveva numerosi corteggiatori da gestire. Stefan, rivedendola dopo alcuni anni, ne era rimasto affascinato, non la ricordava così bella e sexy. Non appena si salutarono calorosamente, entrambi avvertirono un brivido sulla pelle; cominciarono a parlare dei vecchi professori, dei compagni di scuola e si sedettero ad un tavolo di un gazebo del bar del paese, posto davanti all’ingresso. Ordinarono un aperitivo  e continuarono piacevolmente a conversare fin verso l’ora di pranzo, quando dovettero lasciarsi, per rientrare nelle loro rispettive case. Nel salutarsi, si diedero appuntamento per il pomeriggio, per continuare la conversazione e fare una passeggiata insieme.
Nel pomeriggio, poiché l’abitazione dei genitori era in campagna a qualche chilometro di distanza dal paese, Stefan prese la macchina, per recarsi all’appuntamento con Aurora, che, invece, viveva con i suoi genitori in una casetta all’interno del paese.
Torremerlata è un paesino arroccato sulla cima di una collina, lì anticamente esisteva una vecchia torre campanaria, oggi restaurata, dove un orologio scandisce il lento ritmo della vita dei paesani, con in cima una grande terrazza merlata, luogo di ritrovo di uno stuolo di merli neri.  Infatti, l’aggettivo “merlata” non si sa bene se fosse riferito allo stile  della torre o ai merli che vi soggiornavano.
Le case addossate le une alle altre, le stradine tortuose, strette e in pendenza, i vicoletti ed i numerosi cortili, le scalinate, i lastricati in pietra lavica, le facciate, i portali, le finestre, mostrano ancora intatti i resti dell’antica civiltà contadina. Il centro antico, di formazione medievale, nato per agglomerazione spontanea intorno alla torre, è ricco di slarghi e viuzze, ma la piazza in cima alla collina, nella quale è posta la torre, costituisce il fulcro polarizzante dei vari quartieri. Tale particolarità ha generato un tessuto viario estremamente tortuoso e ripido, costituito molte volte da scale: il che naturalmente rende il centro storico di Torremerlata quanto mai interessante dal punto di vista ambientale e paesaggistico.
Aurora attendeva l’arrivo di Stefan, nella parte bassa del paese, dove le strade sono più larghe e asfaltate e dove c’è uno spiazzo con un  grande supermercato e relativo parcheggio.
Stefan, dopo avere parcheggiato, cominciò ad avvicinarsi ad Aurora, che lo aspettava con impazienza poggiata alla sua 600 rosso fiammante. Si salutarono e, ancora una volta, entrambi furono attraversati da un brivido sulla pelle, non appena le loro mani si strinsero.
Stefan la fece salire sulla sua macchina e si avviò lungo la provinciale, che portava verso la casa dei suoi genitori. Ad un tratto, si fermò sul ciglio della strada, le diede la mano  e cominciarono a scendere lungo la scarpata. Voleva far vedere ad Aurora i luoghi frequentati da ragazzo, i prati verdi in cui aveva scorrazzato felice, i cespugli di ginestre e spino, di cui è ricco il Cilento, nei quali si addentrava in cerca di fantastiche avventure e, infine, la fiumara dove spesso scendeva per rinfrescarsi i piedi e bagnarsi nei giorni torridi di agosto.
Mentre camminavano per i campi, più volte i loro sguardi si incrociarono, non senza un fremito di voglia d’amore. Ma avrebbero dovuto trovare un posto più nascosto da eventuali occhiate indiscrete. Così scesero verso la fiumara, dove la natura è più rigogliosa e ricca di arbusti. Si sedettero in un posticino abbastanza riparato da folti cespugli, si sdraiarono, respirando l’odore intenso  delle ginestre, che tutt’intorno li circondava.
All’improvviso, Aurora ebbe un sussulto ed emise un grido:
“C’è un cadavere nel fiume!”
Tutta l’atmosfera idilliaca svanì in un attimo, Stefan si alzò di scatto e guardò in direzione del fiume, effettivamente in acqua giaceva un cadavere.

Capitolo 2
Il cadavere nella fiumara


Stefan fu preso da uno strano senso di angoscia misto a pietà e rimase lì a guardare quasi impietrito, senza riuscire a muoversi o fare qualcosa. Da quello strano torpore lo scosse Aurora che gli gridò:
“Stefan, fai qualcosa, muoviti, chiama qualcuno”.
“Cosa posso fare?”, rispose.
“Come cosa posso fare! Telefona ai carabinieri, falli venire qui”.
Stefan prese il cellulare e compose il numero 112, dall’altro lato del telefono una voce rispose:
“Qui la stazione dei carabinieri di Torremerlata, chi chiama?”.
“Sono Stefan Furore e chiamo dalla fiumara in località ‘ginestre’, nel fiume c’è un cadavere, venite!”.
“Come ha detto? Un cadavere?”.
“Si! Un morto”.
“Stia lì e non si muova, veniamo subito”.
Nel frattempo, Aurora e Stefan si erano spostati in una zona più in vista, in una radura priva di cespugli. Dopo circa dieci minuti, si sentì in lontananza la sirena dei carabinieri, segno che stavano per arrivare. Una camionetta si fermò sul ciglio della strada e il brigadiere Antonio Gancio si mise ad urlare:
“Dove siete? Dov’è questo cadavere?”.
Poiché Stefan e l’amica erano abbastanza più in basso e da lì la strada non si vedeva, risposero, anch’essi gridando:
“Siamo qui giù, venite!”.
Dopo un poco, intravidero la sagoma di due persone, che scendevano correndo. Erano il brigadiere Antonio Gancio ed il maresciallo Orlando Sinopi. Non appena furono vicini, il maresciallo chiese:
“Dov’è il cadavere? Che ci facevate voi qui?”.
Alquanto imbarazzato, Stefan rispose:
“Il corpo è laggiù”, e indicò col dito la posizione, in cui giaceva la persona morta. Poi aggiunse:
“Eravamo venuti a fare una scampagnata e a rivedere i luoghi della nostra infanzia”.
Il brigadiere li guardò e sorrise, certo non credette minimamente all’idea della scampagnata. E insieme al maresciallo si avviarono verso il luogo indicato da Stefan. Videro il cadavere, ne costatarono la morte e misero subito in moto le procedure del caso.
Poco dopo, sul posto c’erano i vigili del fuoco, il medico legale e tanti curiosi, che nel frattempo avevano sentito la notizia.
Stefan e Aurora furono i primi ad essere interrogati dal maresciallo Orlando Sinopi; dovettero rispondere separatamente a numerose domande, a volte, non senza imbarazzo. Dopo la frase di rito “ Ora, tenetevi a disposizione”, si allontanarono di lì  e risalirono verso la strada, che nel frattempo si era affollata. Non appena giunsero sul ciglio della strada, si sentirono fare tantissime domande dalla gente:
“Cosa è successo? Chi è stato ucciso? Era un giovane o un anziano? Come avete fatto a vederlo?  Ecc…”.
Sia Stefan che aurora non risposero a nessuna domanda, ma si affrettarono a riprendere la loro auto e ad andar via, avevano entrambi vergogna. Una volta in macchina Aurora, con un filo di voce, sussurrò:
“ Ora, tutti chissà cosa penseranno, soprattutto i  miei genitori. Che vergogna!”.
“Ma non abbiamo fatto niente di male”, rispose Stefan.
“Vai a farlo credere agli altri!”, obiettò Aurora.
Arrivati al bivio, che portava su in paese, Aurora scese, dopo aver salutato mestamente Stefan, dicendo:
“Avessimo almeno fatto quello che tutti pensano”.  
Diede a Stefan un bacio sulla bocca, poi si allontanò, avviandosi rapidamente su per l’erta strada verso il parcheggio, dove aveva lasciato la seicento rossa, mentre Stefan invertì la marcia e  proseguì per la fattoria dei genitori.
L’indomani mattina, Stefan si recò nella piazza del paese e si sedette al tavolo del solito chiosco. Tutti parlavano del ritrovamento del cadavere nella fiumara, avvenuto il giorno prima. Molti amici si avvicinarono a Stefan per chiedergli notizie e, per quanto lui cercasse in tutti i modi di salvare la reputazione di Aurora, dicendo che stavano facendo una innocente passeggiata lungo il fiume, tutti ammiccavano, nel sentire il nome di Aurora.
Stefan pensava che il sentimento, che provava per Aurora, non poteva mai essere irriguardoso, ma sempre dolce e gentile. L'amore che lui provava non era scortese, egoista o pruriginoso, non offendeva nessuno, e nessuno poteva burlarsi,  o portare rancore per un sentimento così nobile. Il suo amore era innocente, veniva dal cuore, e, anche se rivolto al corpo di una donna, non poteva dirsi peccaminoso, perché non c’è peccato nell’amore.
Nel frattempo, comunque, si era saputo che il cadavere era dell’ingegnere  Otello Falacoda, di Collecelle, un paesino non distante da Torremerlata. Stefan a tutti gli amici che gli domandavano come avesse ritrovato il cadavere, a sua volta, rispondeva, chiedendo informazioni sull’identità dell’ingegnere Falacoda. Aveva così appurato che Otello Falacoda era un ingegnere molto ricco, noto nel settore dell’edilizia, padrone della s.r.l. “Edilavoro” di Collecelle, presente in quasi tutte le gare di appalto, che gli Enti pubblici della zona bandivamo per lavori di straordinaria manutenzione.
Era stato sposato, ma era rimasto vedovo un paio di anni prima; inoltre, aveva un figlio, Erminio, che era un tipo particolare: il classico figlio di papà con i soldi in tasca, che non aveva voluto studiare, ma che amava molto mettersi in mostra col suo fisico palestrato e la sua bella faccia, dai lineamenti un po’ marcati, dal carattere algido e privo di sentimenti, tanto che la sera della morte della madre era stato visto ballare, con diverse ragazze, in discoteca. Negli anni passati lo si era visto in giro per bar e locali notturni, amava il culturismo e i tatuaggi e frequentava spogliarelliste e ragazze da intrattenimento; da un paio d’anni viveva stabilmente a Roma.
Dalla sera del ritrovamento del cadavere, Aurora non si era più vista, i genitori la tenevano chiusa in casa per evitare pettegolezzi, né Stefan, da parte sua, l’aveva cercata per non alimentare inutili maldicenze. Il lunedì successivo sarebbe dovuto ripartire per riprendere il lavoro al ristorante, ma non ne aveva voglia, si sentiva addosso una strana atmosfera, non sapeva neanche lui che cosa fosse, ma non voleva ripartire, spesso gli veniva in mente la visione del cadavere e allora avvertiva più forte il desiderio di conoscere i personaggi, che stavano alle spalle di quella brutta storia; in altri termini, avvertiva forte il bisogno d’indagare.
Infatti, chiamò il padrone del ristorante romano, gli comunicò che sarebbe rimasto a casa dei genitori almeno un’altra settimana e, come scusa, si inventò una malattia della madre.

Capitolo III
La prima indagine di Stefan.


   Stefan era stato preso da una strana smania, voleva assolutamente capire tutto sul delitto nel quale era stato involontariamente coinvolto. Cominciò, così, ad andare in giro per il paese in cerca di persone, che conoscevano l’ingegnere Falacoda, per riuscire a farsi un quadro completo della sua personalità, della sua famiglia e del suo lavoro.
Aveva innanzitutto appurato che l’ingegnere era vedovo, la moglie gli era morta più di due anni prima, che nel frattempo frequentava un’altra donna, che con molta probabilità conosceva già prima della morte della moglie, che aveva un figlio: Erminio,  di dubbia reputazione morale, ma che al momento viveva a Roma. Era proprietario di una ditta di costruzioni edili, la Edilavoro a Collecelle, un paesino non lontano da Torremerlata. Neanche lui godeva di una buona reputazione, sembrava, infatti, che fosse in odore di camorra. Spesso si aggiudicava gare per lavori di grosse somme di danaro, a svantaggio delle ditte concorrenti: la ‘Nazzareno Costruzioni s.p.a.’ di Nazzareno Pulitone e la ‘Progetto Casa’ di Firmino  Paisano. Aveva una grande e bellissima villa alla periferia di Collecelle, racchiusa da alte mura  a forma esagonale, l’ingresso alla villa era sbarrato da un pesante cancello in ferro battuto, tutto lavorato, che terminava in alto con acute frecce appuntite. All’interno delle mura pare che ci fossero anche una grande piscina e un ampio giardino guarnito di aiuole fiorite e di numerosi alberi ad alto fusto.
In base a tutte queste notizie, che era riuscito a raccogliere, Stefan iniziò la sua indagine. Per prima cosa con la macchina si recò a Collecelle per conoscere meglio i luoghi in cui aveva vissuto ed operato il Falacoda; si fermò davanti al cancello della villa e diede uno sguardo all’interno. Il viale interno, che dal cancello portava alla villa, non era rettilineo, ma faceva una larga curva e le alte siepi, che lo fiancheggiavano, impedivano la visuale della villa stessa. Perciò era impossibile, ad un eventuale osservatore, riuscire a vedere ciò che si svolgeva davanti alla costruzione. Così come non si intravedeva nessuna piscina, ma solo alberi e fiori in grande quantità. Il cancello era chiuso con una grossa catena di ferro, fermata con un catenaccio. Questo particolare sembrò molto strano a Stefan, perché era convinto che il cancello avesse una apertura/chiusura elettronica, che si azionasse dall’interno della villa.  
Stefan si recò anche all’interno del paese e si sedette al bar della piazza centrale, ma non ebbe modo di parlare con nessuno che conosceva; solo qualche parola col cameriere del bar che gli aveva  servito il caffè. Questo gli aveva confermato tutti i particolari che già conosceva, aggiungendone, uno nuovo: l’ingegnere era abbastanza litigioso e, qualche giorno prima della sua morte, era stato visto litigare con l’antagonista Firmino Paisano. Anche se, aveva aggiunto il cameriere, non era una novità, perché spesso litigava anche con il titolare dell’altra ditta di costruzioni, il sig. Nazzareno Pulitone.
Questo particolare, lo mise in allerta, sicuramente gli inquirenti stavano seguendo quella pista nelle loro investigazioni e  lui intendeva approfondire le indagini.
Stefan avvertiva, però, una strana esigenza: voleva confrontarsi con qualcuno, che lo incoraggiasse o, quanto meno, gli fornisse un appoggio psicologico in ciò che stava facendo e che avrebbe voluto fare. Inoltre, sentiva forte la mancanza di una presenza femminile accanto a lui, come era sempre stato, fin da quando era bambino: prima la madre, poi la maestra e le varie fidanzatine, quindi Alice durante gli studi universitari. Ora in questa indagine, che aveva voluto ad ogni costo condurre, non c’era nessuna donna accanto a lui a dargli forza. Fu così che improvvisamente decise di telefonare ad Aurora; sapeva bene che il padre e la madre erano adirati con lui, per la figura che aveva fatto fare alla figlia, portandola alla fiumara. Ma lui si sentiva innocente, innamorato e fortemente attratto da lei, per cui decise di affrontare l’ostilità dei genitori telefonandole:
“Ciao, Aurora, sono Stefan. Scusami se non mi sono fatto sentire prima, ma speravo di incontrarti al bar in piazza”.
“Ciao, Stefan. Mi fa molto piacere risentirti, ma da quella sera del ritrovamento del cadavere i miei genitori mi hanno impedito di uscire e soprattutto di rivederti, sono molto arrabbiati con te”.
“Ma cosa abbiamo fatto di male? Una innocente passeggiata nella fiumara! Io non avrei potuto mai approfittare della tua amicizia, perché… sono innamorato di te”.
A quelle parole, Aurora scoppiò in un gran pianto liberatore, era quello che voleva sentire: era anche lei innamorata di Stefan.
“Allora, raggiungimi in casa e vieni a parlare coi miei genitori, così, tutto si chiarirà”.
“Si! Certo! Aspettami che tra poco arrivo”.
“Ma tu non saresti dovuto partire subito per Roma, dove ti trovi?”
“No, non sono più rientrato a Roma, sono rimasto qui, perché volevo rivederti e dirti ciò che provo nei tuoi confronti e poi volevo seguire l’evolversi delle investigazioni sul delitto dell’ingegnere Falacoda”.
“Vieni, ti aspetto, non tardare”.
Così, dicendo, concluse la telefonata, mentre Stefan di corsa andò alla macchina per recarsi a casa di Aurora.
Nel frattempo, Aurora, tutta felice, aveva parlato coi genitori, invitandoli ad essere molto gentili con Stefan, che stava arrivando a casa loro per ‘chiederle la mano’. La sua felicità era alle stelle e coinvolse anche la mamma, che vedeva in Stefan un buon partito per la figlia.
A questo punto, non c’era più nessun motivo plausibile per negare ai due ragazzi, Stefan e Aurora, di vedersi, frequentarsi e stare insieme; la gente non avrebbe potuto più spettegolare su di loro, perché erano fidanzati.
Ora, Stefan si sentiva più sicuro, poteva indagare sul delitto della fiumara, portando con sé Aurora e chiederle consigli e opinioni personali. Per prima cosa, la mise al corrente della sua grande smania di indagare e degli elementi acquisiti fino a quel momento.
Aurora era felicissima di aiutarlo nelle indagini, gli poteva stare accanto e godere della sua vista e delle sue parole: era anch’essa davvero innamorata.
La prima cosa, che decisero insieme, fu di indagare sui titolari delle due ditte edili concorrenti, il sig. Firmino Paisano e Nazzareno Pulitone. Stefan voleva accertare che non fossero in odore di camorra. Perciò, la mattina del giorno dopo si recarono a Collecelle per sentire l’opinione di qualche loro dipendente. Secondo le testimonianze raccolte, pur non essendo degli stinchi di santi, non avevano niente a che fare con la camorra. Qualche volta avevano aggirato la legge, tentando di corrompere alcuni impiegati comunali, al fine  di vincere qualche importante gara d’appalto e, spesso, questo era il motivo dei litigi tra i titolari delle tre ditte concorrenti. Magari erano stati capaci di gesti di sabotaggio nei confronti degli avversari, incendiando qualche cantiere o demolendo di notte le loro impalcature, ma senza mai arrivare al delitto. Questa, per lo meno, era l’opinione dei loro dipendenti. Non restava che appurare se avessero un alibi per la notte in cui era stato ucciso l’ingegnere Falacoda. Infatti, dall’autopsia, fatta sul cadavere, risultava che era stato strangolato la notte prima del ritrovamento nella fiumara.
Per sapere se i signori Pulitone e Paisano avessero per quella notte un alibi, Stefan non sapeva proprio come fare e, parlando con Aurora, involontariamente, aveva scoperto che il padre era amico del brigadiere Antonio Gancio. Quale miglior occasione per sapere da lui se, nelle indagini ufficiali dei carabinieri, i due imprenditori avevano fornito un alibi per quella notte.
Stefan, rivolto ad Aurora le chiese:
“Amore, perché non provi a parlare col brigadiere Gancio? In fondo, ti conosce bene, sei la figlia di un suo amico! Potresti chiedergli se, nelle loro indagini, i signori Paisano e Pulitone hanno un alibi, per la notte del delitto”.
“Certo, Stefan, però è meglio se gli parla mio padre, sono molto amici, giocano spesso insieme a carte. Potrebbe casualmente portare il discorso sull’argomento e vedere cosa il brigadiere gli risponde”.
       “Bene!”, rispose Stefan, “ Prova a parlare con tuo padre, poi mi dirai cosa è riuscito a sapere”.
Il giorno seguente, quando Stefan si recò a prendere Aurora sotto al portone, la vide arrivare tutta euforica e, dopo avergli dato un lungo bacio, disse:
“Sai, Stefan, papà ha parlato col brigadiere Antonio ed ha saputo che entrambi gli imprenditori non hanno un alibi di ferro; infatti, non erano in casa quella notte”.
“Anche se fossero stati in casa, ciò non escluderebbe la possibilità che uno dei due abbia potuto assoldare un criminale per uccidere il Falacoda a pagamento”, ribatté Stefan.
“Non so cosa risponderti”, replicò Aurora.
“Dobbiamo cercare di sapere se quella notte qualcuno è entrato nella casa dell’ingegnere ed ha forzato qualche porta o finestra”.
“Su questo punto, posso risponderti io, infatti, discorrendo col brigadiere, mio padre ha saputo molte cose sul delitto, come ad esempio che hanno trovato una finestra della casa scardinata e tante impronte di piedi sulle aiuole sottostanti”.
“Brava, Aurora, sei proprio un tesoro, il miglior aiutante investigatore che abbia mai conosciuto”.
Così dicendo, la strinse forte a sé e la baciò appassionatamente. Poi si avviarono verso il bar della piazza e si sedettero a fare colazione al solito tavolino. Qui, poco dopo, arrivarono diversi amici e tutti insieme rimasero a parlare fino a mezzogiorno.
Quella mattina Stefan era stato invitato a pranzo a casa di Aurora, quando sentirono che la campana della torre suonava 12 rintocchi, per non arrivare in ritardo, si alzarono e  si avviarono verso casa, prima, però, passarono a comperare un vassoio di dolci, che Stefan porse alla madre di Aurora.
Fu accolto con molto calore ed invitato a visitare la casa, poi si sedettero in salotto, nell’attesa che il pranzo fosse servito. Durante il pranzo conversarono piacevolmente, soprattutto il padre di Aurora, insegnante di scuola media, gli fece un sacco di domande sui suoi studi, la sua permanenza a Roma e su ciò che volesse fare in futuro. Tra l’altro il discorso cadde sul delitto della fiumara e, curioso, gli chiese:
“Come mai eravate scesi alla fiumara?”.
“Volevo far vedere ad Aurora quanto erano belli i luoghi che frequentavo da ragazzo, soprattutto in questo periodo che le ginestre sono fiorite. Comunque non stavamo facendo niente di male, stavamo passeggiando”, rispose cortesemente Stefan.
“Ti credo, me lo ha confermato anche mia figlia. La campagna è molto bella in questa stagione. Come avete fatto a vedere il cadavere?”.
“Veramente, è stata Aurora a vederlo per prima e me lo ha indicato. È stata una scena orribile”.
“Povero ingegnere Falacoda, non meritava una così brutta fine”.
“Lei lo conosceva?”
“Si! Qui nella zona lo conoscevamo tutti, ha costruito diverse case anche a Torremerlata. Una volta mi invitò ad andare alla sua villa, bellissima, con un grande giardino e una grande piscina, era viva ancora la povera moglie, una bellissima donna”.
“Dicono che il figlio sia un degenerato”.
“Ma no! Sono le malelingue. È solo un ragazzo viziato, figlio unico, con troppi soldi in tasca… Adesso vive a Roma. Verrà a Collecelle per i funerali del padre. Certo che eredita una fortuna”.
“Ma è sempre rimasto a Roma in tutto questo periodo?”.
“Così dicono, non si vedeva in zona da diverso tempo”.
“Sa a che punto sono le indagini dei carabinieri e se gli imprenditori ‘concorrenti’ hanno un alibi?”
“Stanno indagando su almeno due persone che sarebbero entrate quella notte nella villa dalla finestra per rapirlo e chiederne il riscatto, poi, non si sa per quale motivo lo hanno ucciso, buttando il cadavere nella fiumara”.
 “Il brigadiere, mio amico, dice che l'ipotesi è avvalorata dalle numerose impronte di piedi trovate nell'aiuola sotto la finestra scassinata”.
“Ma il cancello era chiuso?”, chiese Stefan.
“Si! è stato trovato chiuso dall'esterno, con una grossa catena e un grosso lucchetto”.
“Troppo strano”, replicò Stefan, “Come avranno fatto i rapitori a portare l’ingegnere fuori dal cancello e caricarlo sulla macchina, se il cancello era chiuso?”.
“E’ ciò su cui i carabinieri stanno ancora indagando, ma, dicono, potrebbe essere stato proprio l’ingegnere ad aprire e chiudere il cancello su ordine dei rapinatori.
 Per quanto riguarda gli alibi dei due imprenditori edili, il brigadiere mi ha riferito che l'imprenditore Firmino Paisano era stato visto giocare a carte tutta la sera al " Gran caffè", situato nella piazza di Collecelle, con gli amici.
Qui aveva animatamente parlato con molte altre persone, anche con alcuni giovani di cattiva fama. Poi verso mezzanotte, alla chiusura del locale, era rientrato a casa.
Invece Nazareno Pulitone non aveva alcun alibi. Ai carabinieri, che gli avevano chiesto dove fosse quella sera, intorno all'ora del delitto, aveva risposto vagamente che era rimasto in ufficio con dei clienti, dei quali però non ricordava i nomi. Cosa che aveva insospettito non poco il maresciallo. Infatti, da quel momento, le indagini si erano orientate ad appurare gli effettivi spostamenti del Pulitone, all'ora del delitto. Comunque, a sua parziale discolpa, c'erano le impronte, al disotto della finestra scassinata della villa, che non coincidevano con le sue.
Poiché Nazareno Pulitone insisteva nella sua dichiarazione, senza voler fare i nomi degli eventuali clienti, che avrebbero potuto discolparlo, gli inquirenti erano orientati a ritenerlo colpevole, insieme ad eventuali complici da individuare.
Il giudice per le indagini preliminari gli aveva notificato l'avviso di garanzia.”
Poiché la conversazione si era fatta pesante, Aurora intervenne:
“Basta di parlare di fattacci! Passiamo ad argomenti più frivoli e piacevoli. Per esempio, Stefan, perché non racconti della tua infanzia e degli anni trascorsi felicemente a Torremerlata?”.
“Già!”, rispose Stefan, con una nota di rimpianto. “Erano gli anni, in cui correvo felice per i prati  e mi infilavo tra i cespugli di ginestre e cercavo di prendere  gli uccellini col graticcio. Erano gli anni in cui alla scuola media ho conosciuto te, smilza, sempre sorridente, e con la testa fra le nuvole. Ricordo una mattina che l’insegnante di lettere ti fece una domanda di storia e tu nemmeno la sentisti, immersa come eri nelle tue fantasie”.
Poi la conversazione continuò piacevole fino alla fine del pranzo ed all’arrivo del caffè. A quel punto, Stefan si alzò, ringraziò ripetutamente per la festosa accoglienza e si accomiatò da tutti loro, senza non aver dato prima un caloroso bacio sulla bocca ad Aurora.
Prima di uscire, rivolto al padre di Aurora, chiese:
“Mi scusi, professore, ma non ricordo cosa  ha detto a proposito dei funerali del povero ingegnere, quando ci saranno?”.
“Domani!”, rispose il papà di Aurora.
L’indomani mattina, vestito di tutto punto, Stefan passò a prendere con la macchina Aurora a Torremerlata, voleva partecipare ai funerali dell’ingegnere Otello Falacoda, soprattutto voleva conoscere il famoso figlio Erminio.  
Stefan fece scendere di casa Aurora ed insieme si recarono alla chiesa madre di Collecelle. Qui era accorsa tantissima gente per partecipare ai funerali, tanto che Stefan ed Aurora non riuscirono ad entrare in chiesa, ma dovettero attendere l'uscita della bara sulla piazza antistante. Dietro alla bara c'era il figlio Erminio, seguito da un lungo corteo di persone. Erminio  era proprio un bel ragazzo, tutto palestrato, con un paio di bicipiti gonfi, in bella mostra, e con tanti tatuaggi sulle braccia e sul collo. Il suo atteggiamento, subito dietro la bara, non era certo mesto e addolorato, tutt'altro, era superbo e sorridente. Stefan attese che la bara si fermasse, affinché tutte le persone convenute potessero fare le condoglianze al figlio. Questi nel dare la mano a tutti i presenti, sembrava che ricevesse le congratulazioni, anziché le condoglianze (in effetti, c'era proprio da congratularsi con lui: aveva appena ricevuto un'eredità da favola).
Anche Stefan e Aurora gli si avvicinarono, gli porsero la mano e gli diedero le condoglianze; anzi Stefan lo abbracciò e lo baciò e, nel momento in cui le loro guance stavano per venire a contatto, gli chiese:
" Avrei il piacere di conoscerti meglio e parlare un po' con te".
"Ben volentieri", rispose Erminio, " ma oggi non è il caso; subito dopo le esequie sono stato convocato nella caserma dei carabinieri per parlare col maresciallo, probabilmente vorrà sapere se i delinquenti, che hanno ucciso mio padre, hanno rubato qualcosa in casa. Poi devo rientrare a Roma”.
“Possiamo vederci fra un mesetto, quando ritornerò in paese. Ora possiamo scambiarci i numeri dei telefonini, così appena arrivo ti telefono".
Infatti, dopo le esequie, Erminio si recò nella caserma dei carabinieri per essere interrogato dal maresciallo Sinopi e dopo aver firmato il verbale di deposizione, uscì dall’edificio, salì sulla macchina e partì velocemente per Roma.
Da quel momento Stefan, da parte sua, continuò ad indagare sul delitto; non era orientato, però, ad escludere dalle sue personali indagini, neanche l'altro imprenditore Firmino Paisano.
Dalle informazioni, che aveva raccolto, chiedendo  notizie a tutti i suoi amici e conoscenti, era emerso che Nazareno Pulitone, già da qualche tempo frequentava una signora ed era stato visto mentre la faceva salire sulla sua macchina ed uscire da Collecelle. Però nessuno era stato in grado di capire chi fosse, anche perché, la signora cercava di coprire sempre il viso da sguardi indiscreti. Stefan, una sera, si mise di proposito a seguire il Pulitone. Questi si fermò con la macchina in uno spiazzo, in un vicolo piuttosto oscuro del paese e, dopo poco, vide giungere una signora piuttosto giovane, che rapidamente montò sulla macchina dell'imprenditore e velocemente si dileguarono nei sentieri della campagna circostante. Stefan aveva portato con sé una buona macchina fotografica, fornita di un teleobiettivo della Nikon, molto sensibile e potente, ed era riuscito a scattare delle foto. Solo che, non  sapendo se fosse riuscito a ritrarre nitidamente qualcosa, era corso a casa per scaricare le immagini sul computer.
Era rimasto felicemente sorpreso, quando, in una foto aveva visto chiaramente il viso della signora. Euforico, aveva chiamato Aurora:
"Amore, posso venire da te?"
"Certo!", aveva risposto Aurora, "anche se è tardi. Ma vieni ti aspetto. Cosa devi dirmi di così importante?".
"Ti devo far vedere una foto", aveva replicato Stefan.
"Ma non puoi farmela vedere domani mattina?".
"No. È troppo importante".
Così dicendo, prese la foto, che aveva provveduto a stampare e, di corsa, con la macchina e si recò a casa della fidanzata.
Non appena Aurora gli aprì la porta, gli balzò al collo, gli diede un caloroso bacio e chiese:
"Cosa volevi farmi vedere?".
Stefan, che teneva la foto tra le mani, che  nel caloroso amplesso si era un pochino stropicciata, gliela mostrò, dicendole:
"Conosci questa donna?".
Aurora guardò attentamente la foto, poi in un moto di stupore disse:
"Ma è la figlia del salumiere? Come mai è finita nelle tue mani?".
“La figlia del salumiere?”, ripeté Stefan in tono perplesso.
Poi spiego ad Aurora quello che aveva fatto in serata.
Alla fine del racconto, si guardarono perplessi negli occhi e Aurora , all’improvviso, scoppiò a ridere.
“Lo credo bene che il signor Pulitone, non voleva rivelare i nomi dei suoi clienti la sera del delitto?”, disse Aurora con aria divertita. “Altro che clienti, era la figlia del salumiere che voleva coprire! Non voleva creare uno scandalo. Se nel paese si fosse diffusa la notizia, tutti non avrebbero parlato d’altro, per almeno un mese. Povero salumiere, all’improvviso si è ritrovato come un ‘cervo a primavera’! ”.
A questo punto, intervenne Stefan:
“Ma è fa figlia, non la moglie!”, obiettò in tono perplesso.  
“ Qui in paese, per questi fatti, non fa grande differenza tra moglie e figlia”, replicò Aurora.
“Non mi resta che recarmi, domattina, alla caserma dei carabinieri per parlare col maresciallo”, tagliò corto Stefan, non volendosi impelagare in discorsi poco piacevoli.
“Si! Amore. Credo proprio che lo dovrai fare”.  
Questa scoperta però, ebbe un risvolto positivo: scagionò del tutto Il Pulitone dall’accusa dell’uccisione dell’ingegnere Falacoda.
Comunque il maresciallo Orlando Sinopi fu molto attento nel non diffondere notizie sul caso, in modo da evitare scandali e chiacchiericci vari, anche se non poté non informare del fatto il salumiere.
Stefan, dal canto suo continuò ad indagare sull’altro imprenditore edile, signor Firmino Paisano, infatti era certo del suo coinvolgimento sul sequestro e uccisione dell’ingegnere Otello Falacoda. Però, non riuscì a trovare nessuna prova che lo potesse comprovare.

Capitolo IV
La svolta.


Una mattina, mentre Stefan e Aurora erano seduti al tavolino del solito bar, nella piazza di Torremerlata, un giovanotto, con aria tracotante, si avvicinò ad Aurora e cominciò a farle un sacco di complimenti, senza curarsi della presenza del fidanzato.
Stefan, benché infastidito, avendo intuito che si trattava di un bullo, che, con molta probabilità, voleva attaccare briga, fece ‘buona faccia a cattivo gioco’.  Lo lasciò parlare: disse di chiamarsi Nicola e continuava ad infastidire la sua ragazza, con complimenti ed allusioni oscene, poi, visto che non accennava ad andarsene, nonostante la noncuranza (solo apparente) di Aurora, trovò una scusa per distrarlo e con aria, quasi compiaciuta, gli disse:
"Vedo che hai un bellissimo orologio al polso".
Nicola, meravigliato, gli rispose:
"Si! È un Rolex Moon Phase 36, che tu non ti sogni proprio di avere".
"E tu, come mai ne hai uno?”.
"Io, non sono un pezzente come te. Posso permettermi questo ed altro".
"Bravo! Che lavoro fai?".
"Un lavoro col quale potrei fare felice la tua ragazza, se volesse!".
A questo punto intervenne Aurora, che con aria interessata chiese:
"Di che lavoro si tratta?".
"Amore, sono cose che non ti riguardano. Tu con me faresti la signora e basta".
"Ma se devo stare con te, voglio sapere come faresti a farmi fare la signora".
"Come già ti ho detto, tu dovresti stare solo sotto a me, il resto non importa".
Stefan, per interrompere quella conversazione che si stava facendo sempre più spiacevole, interloquì:
"Potresti procurarmi un orologio come il tuo? Te lo pagherei bene!".
"Ma dove li pigli i soldi, questo costa moltissimo, scemo!".
"Tu non preoccuparti da dove io piglio i soldi, pensa solo a procurarmelo".
"Ma tu guarda questo scemo, fa pure il furbo con me! Se poi non mi paghi che cosa ti devo fare?".
"Ti ripeto, tu procurarmelo che a pagarti ci penso io".
A questa seconda affermazione, gli si avvicinò e, a faccia dura, gli disse:
"Se, poi, non paghi quello che dico io, ti ammazzo".
Così dicendo, gli puntò sulla pancia la punta di un coltello, che aveva estratto dalla tasca, senza farsi vedere.
Stefan, anche se impaurito, ma senza darglielo a vedere, con tono di sfida gli rispose:
"Ti ho già detto, procuramelo, che a pagare ci penso io".
Poiché il bullo sapeva che non poteva procurargliene un altro, in tono minaccioso gli disse:
"Che ne dici, se ti do questo, per diecimila euro?".
"Affare fatto!", ribatté Stefan, " solo che non ho una simile cifra addosso! Quando possiamo rivederci?".
"Credi di essere furbo, stronzo. Caccia i soldi altrimenti ti 'spanzo' ".
Nel frattempo, si era formato un capannello intorno a loro. Un suo 'degno compare', vedendo che la cosa stava prendendo una brutta piega e vedendo che l'amico impugnava un coltello, si avvicinò, lo afferrò per il braccio e lo tirò via, dicendogli:
" Dai, Nicola, andiamo qui fa troppo caldo!".
Questo, tirato dall’amico, si allontano e rivolto a Stefan gli urlò:
" Non finisce qui brutto stronzo, prima o poi ti ritrovo".
Il padrone del locale, temendo che potesse scoppiare una rissa e che i contendenti  potessero rompere gli arredi del suo gazebo, preoccupato, aveva telefonato ai carabinieri, che giunsero proprio mentre Nicola ed il suo amico stavano andando via.
Vedendo che impugnava un coltello, immediatamente lo fermarono e lo portarono in caserma. Dal canto suo, Nicola dichiarò che non stava facendo niente di male, ma che stava discutendo con Stefan sul valore del prezzo dell’orologio e che il coltello gli era servito per sbucciare una mela che aveva da poco mangiata.
Il maresciallo Orlando Sinopi, per avere conferma dei fatti fece convocare subito Stefan, che poco dopo arrivo insieme con Aurora.
Alla domanda:
“Confermate quanto dichiarato dal signor Nicola Brigante?”
Aurora subito rispose:
“Assolutamente no! Quel bullo, indicando Nicola, ha prima tentato di importunarmi e successivamente ha minacciato Stefan con un coltello”.
“Dott. Furore confermate quanto dichiarato dalla signorina Aurora?”, disse il maresciallo, rivolto a Stefan.
Questi allora raccontò con esattezza come si erano svolti i fatti.
“Volete sporgere denuncia contro il signor Nicola Brigante?”, chiese il maresciallo Sinopi.
“Certo!”, rispose con prontezza Aurora, mentre Stefan, a sua volta, assentiva.
“Allora dobbiamo redigere apposito verbale e voi lo dovete sottoscrivere”.
“Dottor Furore, in questi giorni, sembra che capitino tutte a voi!”, disse in tono ironico il maresciallo.
“Non ne ho colpa!”, puntualizzò Stefan.
Terminato l’interrogatorio, dopo aver firmato il verbale di denuncia, Stefan ed Aurora andarono via.
Il maresciallo ordinò ai suoi appuntati l’arresto di Nicola e la confisca dell’orologio, come elemento di prova, anche se il giovane teppista aveva dichiarato di averlo acquistato a mercato nero da persone che neanche conosceva.

Alcuni giorni dopo, Aurora venne a sapere dal padre, che Nicola era stato inquisito come autore del delitto dell’ingegnere Falacoda, infatti l’orologio, che aveva al polso, faceva parte della refurtiva degli oggetti trafugati nella villa la sera del delitto, come risultava dall’elenco fornito dal figlio Erminio. Inoltre era indagato anche il signor Firmino Paisano, come mandante del delitto, infatti dalle indagini era risultato che quella notte il Paisano e Nicola erano stati visti confabulare tra loro nel bar del paese, poco prima della rapina in villa e la conseguente uccisione dell’ingegnere.
Sembrava proprio che le indagini dei carabinieri confermassero i dubbi di Stefan. 

Erano trascorsi, ormai, diversi giorni, dagli ultimi avvenimenti sul delitto dell'ingegnere Falacoda, senza che le indagini avessero fatto registrare ulteriori novità;  Stefan era soddisfatto delle sue personali investigazioni: aveva trovato il cadavere, aveva fatto scagionare il signor Pulitone ed in fine aveva fatto arrestare il colpevole. Poiché di lì a qualche giorno, Stefan aveva in animo di rientrare a Roma, telefonò ad Aurora:
"Ciao amore, poiché, oggi, è una bella giornata di sole, perché non facciamo un picnic alla fiumara, sperando di non trovare un altro cadavere?".
"Buona idea!", rispose, contenta, Aurora.
"Passo a prenderti tra un quarto d'ora. Se puoi, prepara dei panini!".
"Non preoccuparti per il mangiare, ho anche un pezzo di pizza rustica, fatto l’altro giorno da mamma".
Puntuale come un cronometro, dopo 15 minuti, Stefan era sotto la casa di Aurora che la citofonava. Insieme, contenti, si presero per mano e si avviarono lungo la discesa, che portava al parcheggio. Dopo una decina di minuti, Stefan accostò la macchina sul ciglio della strada, poco lontano dal luogo dove l'aveva lasciata la volta precedente, quando avevano trovato il cadavere dell'ingegnere.
Sempre, tenendosi per mano, scesero allegri verso il fiume, trovarono una radura verde, piena d'erbetta soffice, ben nascosta da alti cespugli di ginestre e mirtillo, stessero una stuoia, che Aurora aveva portata insieme ad una borsa termica e vi si buttarono sopra.
Aurora aveva un vestitino di cotone leggero leggermente a campana, per cui, quando si buttò sulla stuoia,   questo svolazzò al vento, lasciando scoperte tutte le gambe e le cosce.
Alla vista di cotanta 'bellezza' Stefan non seppe resistere, sentiva come un eco nella testa e la voce di Aurora che diceva: "avessimo almeno fatto quello che tutti pensano...", la prese tra le braccia e cominciarono a baciarsi con passione e voluttà. Pian piano, le sue mani cominciarono ad accarezzarle le cosce, poi, con delicatezza, le cominciò ad abbassare la mutandina e stretti in un'estasi di passione fecero l'amore. Erano felici, non riuscivano a staccarsi, volevano godere delle loro reciproche bellezze. Quando alla fine, stanchi, si rivestirono, erano raggianti e soddisfatti: avevano finalmente realizzato un loro comune sogno. Mangiarono, con gusto le fette di torta rustica che Aurora aveva portato e due bei panini ripieni di prosciutto e mozzarella, bevvero un buon bicchiere di vino ed alla fine conclusero il picnic con una fetta di crostata di mele.

Il giorno dopo, era ormai trascorso un mese dal delitto, Stefan e Aurore si erano dati appuntamento verso le dieci al bar “Centrale”. Aurora arrivo lì con qualche minuto di ritardo, (come si sa, le donne importanti si fanno sempre attendere!), mentre Stefan era arrivato, puntuale come sempre, e l’attendeva per fare colazione insieme.Poco dopo che Aurora si era seduta su una sedia, accanto a Stefan, arrivò il cameriere per chiedere l’ordine. Con grande sorpresa di Stefan, però, non era il solito cameriere Antonio, ma un giovane grintoso, che con tono perentorio chiese:

"I signori cosa prendono?".

Entrambi, all’unisono,risposero:

"Un caffè ed un cornetto!”.

Curioso, Stefan aggiunse:

“Lei è il nuovo cameriere? Che fine ha fatto Antonio?”.

Il giovane, sempre con tono deciso rispose:

“Mi presento, mi chiamo Dario e sostituisco Antonio ogni volta che manca, già da qualche anno; piacere di fare la vostra conoscenza, anche se di vista già vi conoscevo. Vi servo subito”.

Stefan, piacevolmente impressionato dal nuovo giovane cameriere, continuò ad interloquire:

“Resta ancora un attimo, Dario. Sicché non sei nuovo? Hai già servito in questo bar? Quando?”.

“Diverse altre volte, signore!”

“Anche di recente, visto che dici di conoscermi?”

“Personalmente qui al bar non mi è mai capitato di servirvi, ma vi ho visto spesso insieme alla signorina Aurora camminare in paese”.

“Bene, allora portaci due caffè ristretti e due cornetti al cioccolato e non dimenticare l’acqua!”.

Ecco come a volte la sorte è strana, quando non te lo aspetti arriva benevola, magari sotto forma di un cameriere!

Infatti non appena Dario tornò con l’ordinazione, Stefan continuò nel suo strano interrogatorio:

“Grazie per averci portato, insieme ai caffè ed ai cornetti, due bei bicchieri di acqua frizzante. Ma dimmi, quand’è che hai lavorato per l’ultima volta in questo bar?”

  “Prego! Poco più di un mese fa, quando Antonio si è ammalato per una settimana”.

“Era già avvenuto il delitto dell’ingegnere Falacoda?” .

“No, è stato qualche settimana prima che avvenisse il fattaccio”.

“Tu conoscevi l’ingegnere?”

“Si, veniva tutte le mattine qui a prendere il caffè. Ricordo che in quei giorni era accompagnato sempre da un signore molto distinto, alto e ben vestito. Si sedevano sempre ad un tavolo all’interno del bar e parlavano cordialmente. Anche se un giorno questo signore si è alzato molto arrabbiato e gli ha quasi gridato: <questo da te non me lo sarei mai aspettato. Prima o poi, però, saprò come fartela pagare>.  Dopo di allora non si è più visto”.

Queste parole riferite da Dario, davano una nuova svolta alle indagini sul delitto. Bisognava appurare chi era questo nuovo personaggio, entrato in gioco per caso.

Nei giorni seguenti Stefan non si diede pace e cominciò a girare per il paese, interrogando quante più persone poteva, certo di riuscire a conoscere l’identità di questo signore. Ma, cosa strana, molti lo avevano visto, ma nessuno era in grado di dire chi fosse  e dove abitasse o, per lo meno, dove  avesse soggiornato in quei giorni. Visitò tutti gli alberghi e i B&B  del paese senza riuscire  a sapere nulla, né se avesse dei parenti o a Torremerlata o a Collecelle. Coinvolse nelle indagini anche Aurora, senza, però, che venissero a capo di niente; molti lo avevano visto, ma nessuno sapeva dire nulla sulla sua identità, sembrava una vera e propria meteora o meglio: “l’araba fenice” del proverbio popolare: “Che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”:

 

Capitolo V

Erminio Falacoda


 

Trascorsero, così, alcuni giorni senza che Stefan riuscisse ad avere notizie di questo fantomatico signore, amico-nemico dell’ingegnere Falacoda.

Quando, una mattina, Erminio Falacoda fece ritorno a Collecelle e, come promesso, telefonò  a Stefan per incontrarlo.

Si diedero appuntamento al caffè “Centrale” nella piazza del paese, dove Stefan si recò insieme con Aurora.

Come si videro:

" Credo di averti già conosciuto quando eri ragazzo", lo approcciò Erminio.

"Anch'io, credo di ricordarti, anche se eri un pochino diverso", gli rispose Stefan.

"Già! Ero un po'  coglione", rispose Erminio, "in tono divertito".

"No, eri piuttosto timido".

"Appunto, ero un coglione" e scoppiò a ridere”.

Poiché Stefan aveva un pensiero fiso, che come un tarlo gli rodeva il cervello: l’identità di quel signore, provò a chiedere notizie ad Erminio:

“ Conosci, per caso, un signore alto, distinto che è stato visto spesso insieme con tuo padre  nei giorni antecedenti al delitto?”.

“Chi?”, rispose Erminio. “L’ingegnere Silvio Capretta?”.

“Non saprei”, ribatté Stefan.

“Erano amici fin da ragazzi, avevano studiato insieme all’Università. La madre è nata a Torremerlata; ora viva a  Napoli insieme a lui, voleva tornare a vivere qui  e si è rivolo a mio padre nel tentativo di acquistare una casetta. Ma,  come  a molti, mio padre gli ha dato una fregatura.”

“Cosa intendi dire”, esclamò curioso Stefan.

“Mi padre era fatto così, di fronte ai soldi non c’era amicizia che tenesse. Si erano messi d’accordo sulla vendita di un appartamento nel palazzo che mio padre aveva appena finito di costruire nel quartiere basso di Torremerlata, vicino al supermercato e al grande parcheggio, ma non avevano ancora concluso la transazione, avevano solo pattuito il prezzo. Però, il giorno dopo aveva ricevuto, per lo stesso appartamento, un’offerta  molto più vantaggiosa da un’altra persona e non aveva saputo resistere all’idea di guadagnare di più e, nonostante l’amicizia con Silvio, si era completamente rimangiato la parola data”.

“Ora capisco perché quel signore era infuriato nei confronti di tuo padre, tanto che molte persone avevano sentito dirgli … te la farò pagare”, disse Stefan, rivolto a Erminio.

“Ah, ah, ah, povero Silvio, non avrebbe fatto male neanche ad una mosca, figuriamoci! Intendeva, che gliela avrebbe fatta pagare nel senso pecuniario del termine, infatti, credo avessero degli interessi economici in comune”.

“A volte le parole possono  assumere significati diversi, ed io avevo frainteso; ora tutto è chiaro”, rispose ridendo Stefan.

“Già!”, esclamò Erminio, scoppiando, a sua volta, in una grande risata.

Ho saputo che sei stato tu, a trovare mio padre nella fiumara”.

 Si, lo abbiamo visto io ed Aurora, mentre stavamo passeggiando”.

A quel punto, comparve un largo sorriso sul volto di Erminio, si capì che lui credeva tutt'altro.
Ho saputo che era in acqua. Povero papà. Ci teneva tanto ad essere vestito bene, quando fosse morto, invece era in pigiama e senza scarpe”.
A quelle parole, Stefan trasalì, in effetti le scarpe erano state trovate in un cespuglio, poco più distante dal cadavere.
Ricordava bene quando, quel pomeriggio, nella fiumara aveva  visto con Aurora il cadavere scalzo, mentre le scarpe giacevano dietro a un cespuglio, buttate lì, poco distante dal corpo. Ricordava ancora meglio che, per pietà, aveva preso le scarpe e le aveva infilate ai piedi del cadavere, tanto che Aurora lo aveva sgridato con decisione:
“Che fai Stefan, la scena del delitto non va alterata, sei matto!”.
“Non ce la faccio a vedere quel corpo così ridotto, perché buttar via le scarpe, sembra uno scempio fatto a posta. D’altra parte non c’è nessuno che ci vede, che differenza fa, se ha o non ha le scarpe?”
“Invece, potrebbe  essere importante, stai nascondendo un particolare che potrebbe risultare importante ai fini delle indagini!”.
In quel momento, le parole di Aurora, gli echeggiarono in testa come in una cassa di risonanza. Erano state parole profetiche.
Ricordava, anche, che quando il maresciallo Orlando Sinopi  lo aveva interrogato e gli aveva chiesto se avesse toccato nulla sulla scena del delitto, lui, anche se mal volentieri e molto timoroso, aveva confessato il particolare delle scarpe, prendendosi una sonora rampogna dal maresciallo che, tra l’altro, gli aveva chiesto di portarlo sul luogo del  rinvenimento delle scarpe.
Ora, Stefan si chiedeva, come faceva Erminio a sapere che il cadavere del padre era scalzo? Dal momento che, quando il cadavere era stato rimosso, aveva le scarpe ai piedi?
Chi aveva potuto dirgli che il cadavere del padre era stato ritrovato senza scarpe?
Stefan ed Aurora si guardarono ed un lampo passò nei loro occhi; solo che Stefan cercò di restare impassibile e continuò a discutere:
“Hai saputo se addosso a tuo padre è stato rinvenuto un mazzo di chiavi?”, chiese Stefan.
“No! Non penso! Se è stato preso alla sprovvista, non credo che avesse le chiavi addosso”.
“Ma il cancello era chiuso dal di fuori. Chi può averlo chiuso?”, obiettò Stefan.
“Certamente i rapinatori, quando hanno prelevato mio padre, avranno preso un mazzo di chiavi per aprire e chiudere il cancello”, rispose in tono perentorio Erminio.
“Già, sarà avvenuto proprio così”, assentì Stefan.
Poi la conversazione passò su altri argomenti, su come faceva Erminio a mantenersi sempre in forma. Stefan seppe, così, che a Roma passava quasi tutta la giornata a fare pesi in palestra, che usava delle creme e oli  tonificanti e che aveva la passione per i tatuaggi. Seppe inoltre, che era stato molto affezionato alla madre e che ultimamente era stato in disaccordo col padre per via di una sua nuova passione per una donna, che voleva sposare. Che non aveva nessuna intenzione di rilevare l’attività del padre, ma che voleva vendere sia il cantiere che la villa di Collecelle.
Quando seppe che anche Stefan abitava a Roma, lo invitò ad andarlo a trovare, per portarlo in palestra con lui.
Dopo questa lunga conversazione si salutarono, con l’intesa di rivedersi a Roma.
Appena si furono allontanati, Stefan rivolse uno sguardo interrogativo ad Aurora, e le disse:
“Cosa ne pensi di Erminio?”.
“Niente di buono. E’ un gran bugiardo!”.
“E’ quello che penso anch’io. Nessuno poteva sapere dei piedi nudi del cadavere del padre, ad eccezione nostra e del maresciallo Sinopi. Credo che sappia molto più di quanto non voglia far credere”.
“Dovremmo andare alla caserma dei carabinieri a riferire tutto al maresciallo”, esclamò Aurora.
“Lo credo anch’io”, ribadì Stefan.
Così dicendo, avviò la macchina in direzione dalla caserma.
Giunti qui, chiesero del maresciallo Sinopi che, dopo un poco, arrivò e li fece accomodare nel suo ufficio.
“Ditemi la ragione di questa visita”, cominciò il maresciallo in tono di attesa.
“Siamo venuti a riferirle un fatto, che a noi sembra di grande importanza per le indagini dell’uccisione dell’ingegnere Falacoda”, rispose Stefan.
“Raccontatemi tutto, sono qui apposta per raccogliere le deposizioni della gente. Poi, voi, dott. Furore, a quanto pare, siete di casa da queste parti, disse in tono allusivo il maresciallo.
Stefan, allora, cominciò a raccontare dell’incontro con Erminio, soffermandosi in particolar modo sul particolare delle scarpe, aggiungendo:
“Secondo noi il figlio non poteva sapere della nudità dei piedi del cadavere, a meno che non glielo abbia rivelato lei”:
“Vuole scherzare, dott. Furore”, rispose indispettito il maresciallo.
“Allora, come faceva Erminio a sapere che i piedi del cadavere del padre erano nudi, dal momento che lo sapevamo solo noi tre?”.
“Cosa vuole che le dica, indagheremo. Per il momento verbalizziamo ciò che mi avete riferito”.
Così dicendo prese a scrivere la loro deposizione sul computer. Non appena ebbe finito, rilesse tutto ad alta voce e, rivolto a Stefan, disse:
“Ora, per cortesia, firmi  qui sotto, dott. Furore”, ed indicò a Stefan il punto in cui avrebbe dovuto firmare. “Anche lei, signorina Aurora”.
Il giorno dopo, di buon mattino, due carabinieri si presentarono a casa di Giovanni Furore, dicendo:
“Abita qui il sig. Stefan Furore?”.
“Certo! Glielo chiamo subito”, rispose Giovanni in tono preoccupato.
Avendo udito i carabinieri, Stefan comparve e perplesso, in tono dubbioso disse:
“Sono io, Stefan Furore. In cosa posso esservi utile?”.
Uno dei due carabinieri, senza dare ulteriori spiegazioni, aggiunse:
“Per cortesia ci segua in caserma!”
Stefan, ancora tutto scarmigliato e senza che avesse fatto ancora colazione, si aggiustò la giacca e, scortato dai due agenti, salì sulla loro macchina di servizio.
Giunti alla stazione dei carabinieri, fu fatto entrare in una stanza, dove, dopo breve tempo, giunsero il maresciallo e un signore alto, di mezza età, molto distinto, che si presentò:
“Sono il giudice istruttore, Domenico Calabrò, sono io che sto seguendo le indagini del delitto Falacoda. Il maresciallo Sinopi mi ha riferito della vostra deposizione di ieri. Devo premettere che ho già redarguito severamente il maresciallo, per avermi taciuto il particolare della vestizione dei piedi della vittima. A lei dico solo che potrei incriminarla per inquinamento delle prove, ma, avendoci fornito un particolare di fondamentale importanza, ai fini della risoluzione delle indagini, le chiedo di ripetermi i fatti, in ogni piccolo particolare”.
Stefan, impaurito, ripeté  tutti i fatti del ritrovamento del cadavere e delle scarpe, senza omettere neanche un minimo particolare.
Alla fine, in tono esitante, disse:
“Mi sono chiesto, come facesse Erminio a sapere dei piedi nudi del cadavere del padre”.
“Lasci stare, le indagini le facciamo noi. Mi meraviglio di lei, che è laureato in legge, avrebbe dovuto sapere che la scena di un crimine non va mai alterata. Si ritenga fortunato che non la incrimino e , d’ora in poi, se trova un cadavere, non tocchi mai niente!”.
“Certo! La ringrazio infinitamente. Ma spero di non trovare mai più cadaveri per il resto della mia vita”.
Su questa affermazione finiva l’interrogatorio di Stefan nella caserma dei carabinieri di Torremerlata; il giudice Calabrò gli porse la mano, lo salutò e andò via. Anche il maresciallo Sinopi lo salutò e gli fece strada fino all’uscita.
Stefan, ancora trepidante e in uno stato di estrema agitazione, andò via, solo quando fu in strada si rese conto di essere rimasto a piedi e, non sapendo come rientrare a casa, telefonò ad Aurora, chiedendole di andarlo a prendere e riaccompagnarlo.

Epilogo

  Diversi giorni dopo, venne a sapere che i carabinieri avevano arrestato Erminio Falacoda; infatti, dopo la svolta data dalla sua deposizione alle indagini, gli inquirenti avevano acquisito numerose prove della colpevolezza del giovane Erminio Falacoda.
Questi, data la sua giovane età, aveva commesso numerose ingenuità nella realizzazione del delitto, la più grave era stata di avere usato la sua auto per recarsi da Roma  a Collecelle, demolendo, così, il suo alibi.
   Gli inquirenti avevano trovato numerose immagini di telecamere che inquadravano la sua macchina, quella notte, sull’autostrada in direzione Collecelle ed era stato anche ripreso, alla barriera del casello autostradale di Buonabitacolo, la mattina dopo verso le 4,30, in direzione Roma. Inoltre, da un’attenta perquisizione, avevano trovato nella tasca di un suo pantalone la chiave del lucchetto, agganciato alla catena del cancello della villa. Una volta arrestato, dopo diversi tentativi di discolpa, aveva confessato l’uccisione del padre, con tutti i particolari del delitto e le false prove realizzate per il depistaggio, insieme con l’amico Nicola Brigante, che conosceva da tempo e che  aveva contattato telefonicamente da Roma, per essere aiutato nella realizzazione dell’orrendo misfatto.  
Stefan era, in parte, contento, ma si sentiva un po’ in colpa per l’arresto di quel ragazzo.
Comunque, aveva scritto tutti i particolari della vicenda su un diario, che aveva portato con sé, quando, dopo aver salutato la fidanzata e i genitori, era rientrato a Roma.
Qui aveva ripreso a rivedersi con tutti gli amici ed in particolare con Alice, anche se tutte le mattine telefonava ad Aurora a Torremerlata, ma, non vedendola, il suo innamoramento si stava pian piano spegnendo. Anche Aurora, dopo l’inevitabile nostalgia iniziale per la sua mancanza, si era abituata alla sua assenza e aveva cominciato ad uscire con altri ragazzi, non disdegnando la loro corte.
Stefan da diversi giorni non era più riuscito a mettersi in comunicazione con lei; poi, aveva saputo, da una conversazione fatta a telefono con la mamma, che si era fidanzata con un giovane medico. All’inizio c’era rimasto molto male, credeva che Aurora sarebbe stata la sua donna per la vita, ma in seguito se ne era fatta una ragione: non era così intellettualmente disonesto da credere che mentre lui se la spassava a Roma con Alice, lei gli sarebbe rimasta fedele per il resto dei giorni. Queste erano storie che potevano capitare una volta, in tempi di guerra, non oggi che le donne si erano emancipate e anelavano alla parità.      
Tutte le mattine, prima di recarsi al ristorante per il lavoro, passava dalle redazioni di vari giornali, dove consegnava un suo articolo sul delitto della fiumara, con la speranza che potesse piacere a qualche capo redattore e, di conseguenza, lo convocasse per un colloquio di assunzione.
Fu così che una bella mattina trovò nella cassetta delle lettere un biglietto del giornale l’Eco di Italia, che lo convocava per il giorno dopo, in redazione per un colloquio.
L’indomani mattina, Stefan vestito di tutto punto, con un bellissimo abito a doppio petto color acqua marina, su una camicia di seta giallo paglierino chiaro e una cravatta a fantasia a fiori a sfondo blu, si presentò nella redazione del giornale l’Eco d’Italia, in piazza Trilussa, vicino a ponte Sisto e al lungotevere Raffaello Sanzio. Fu ricevuto da una bella signora, Angela Talismano, di circa 45 anni, dal fisico procace, alta circa 1,75  e con un bel sorriso sulle labbra. Subito fu fatto accomodare nello studio privato del capo redattore dott. Nathan Maven, un simpatico signore sulla cinquantina, molto elegante, dai lineamenti regolari quasi completamente calvo. Lo attendeva, seduto dietro alla sua importante scrivania di capo redattore di quella sede romana. Come lo vide, si alzò, gli andò incontro, stringendogli calorosamente la mano, e gli disse:
“Buon giorno. Lei è il dott. Stefan Furore che qualche giorno fa ci ha fatto pervenire, oltre al suo curriculum, un bell’articolo su un caso di omicidio in un paesino del Cilento. Io sono Nathan Maven, capo redattore di questa sede del giornale”.
“Buongiorno dott. Maven, mi chiamo Stefan Furore, sono laureato in legge, non da molto tempo e sono in cerca di un posto da giornalista”.  
   “Molto bene, poiché abbiamo in animo di ampliare la sede, dobbiamo assumere due nuovi redattori, lei mi è sembrato la persona adatta a ricoprire il ruolo di reporter dall’Italia e dall’estero. Se la sente di girare un pochino per il mondo in cerca di fatti importanti o curiosi, in modo da realizzare servizi speciali da inviarci, dovunque noi la mandiamo? Ha una famiglia qui a Roma da mantenere o è libero? Ha particolari esigenze per non poter viaggiare: relazioni sentimentali o altro?”.
“Niente di tutto questo”, rispose deciso Stefan, “Sono libero come l’aria e sono disposto ad andare dovunque voi vogliate, anche in luoghi di guerra ”.  
“Bene!”, rispose Nathan. “Da questo momento è assunto; appena possibile le farò firmare il contratto di assunzione”.
Così dicendo, il capo redattore Nathan Maven chiamò la signorina Angela e le disse:
“ Il dott. Stefan Furore è il nuovo redattore reporter, per cortesia lo accompagni nel suo studio e gli faccia prendere visione di tutto ciò che dovrà gestire”.  
Angela guardò Stefan con molto interesse, gli rivolse un ampio sorriso e gli fece strada fino al suo ufficio.

Fine