Personaggi:
Stefan
Furore, protagonista.
Giovanni
Furore, padre di Stefan.
Anna
Furore, madre di Stefan
Aurora
Prudente, amica d’infanzia di Stefan.
Alice,
fidanzata di Stefan, durante il periodo degli studi universitari.
Otello
Falacoda, cadavere della fiumara, abitante di Collecelle.
Erminio
Falacoda, figlio di Otello.
Nazzareno
Pulitone e Firmino Paisano, imprenditori edili di Collecelle.
Orlando
Sinopi, maresciallo dei carabinieri di Torremerlata.
Antonio
Gancio, brigadiere della stazione dei carabinieri di Torremerlata.
Nicola
Brigante, giovane delinquente di Collecelle.
Nathan
Maven, capo redattore della sede romana del giornale l’Eco
d’Italia
Angela
Talismano, redattrice e segretaria particolare di Nathan.
Capitolo I
Stefan
Furore: dall’infanzia al primo lavoro
C’era
gran festa quella mattina nel cortile sterrato, davanti alla casa di
Giovanni Furore. Un grande tavolo di legno faceva bella
mostra di
sé, due panche anch'esse di robusto legno d'olivo giacevano
ai
suoi due lati. Una lunga tovaglia ricamata a mano e tutta merlettata ne
copriva la parte superiore, sulla quale erano posti in fila piatti di
porcellana, con disegni a fiori e foglie. La tavola era tutta
imbandita, pronta ad ospitare venti persone, che, di lì a
poco,
sarebbero allegramente arrivate per far onore al pranzo di laurea del
figlio di Giovanni, Stefan.
Il
giorno prima, Stefan si era laureato all'Università La
Sapienza
di Roma, dove aveva studiato e dove aveva, dopo il regolare corso di
quattro anni, conseguito la laurea in Giurisprudenza col massimo dei
voti e la lode.
Giovanni
Furore era un contadino dai tratti rudi e forti, la pelle bruciata
dalla lunga esposizione al sole, per coltivare i campi. Era quella
l’attività che gli permetteva di mantenere la
famiglia,
formata da solo tre persone: lui, la moglie Anna ed il figlio Stefan.
Quell'unico figlio era la ragione della sua vita, fatta di sudore e di
duro lavoro, che aveva svolto, senza mai lagnarsi o avere
rimpianti. La moglie Anna lo aveva sempre assecondato e sostenuto anche
nei giorni, in cui la terra era stata avara e non aveva permesso loro
di guadagnare neanche un centesimo. Anna aveva sempre accudito alla
casa e non aveva mai fatto mancare da mangiare al marito ed al figlio,
riuscendo sempre a cucinare, anche nei giorni bui, magari una frittata
di asparagi o verdura bollita col pane raffermo, raccolta nei campi;
inoltre, tutte le mattine prendeva le uova dal pollaio, situato in un
recinto accanto alla casa.
Giovanni
ed Anna avevano sempre voluto che il figlio studiasse ed avevano messo
sempre i soldi da parte nei periodi di abbondanza dei raccolti, sapendo
che sarebbero serviti per mantenere il figlio allo studio. Stefan, dal
canto suo, era stato un figlio modello, affettuoso e studioso, senza
mai grilli per la testa. Aveva sempre viaggiato, per recarsi a scuola;
infatti tutte le mattine si alzava di buon’ora e, dopo una
lunga
scarpinata, per raggiungere la strada provinciale, prendeva la
corriera, che lo portava alla stazione di Torremerlata, da
dove
prendeva il treno per Sapri. La famiglia Furore abitava in una casetta
in pietra, costruita da Giovanni con le sue mani, in un podere,
abbastanza distante dal paese di Torremerlata e dalla strada
provinciale, alla quale era collegata da un viottolo sterrato e pieno
di ortiche, tanto che spesso Stefan, urtandole, si arrossava tutte le
caviglie. Una volta conseguito il diploma di maturità, per
proseguire gli studi era andato a vivere a Roma, presso una famiglia
che affittava una cameretta con quattro posti letto. Per non gravare
troppo sulle spalle dei genitori, che sapeva facevano
grandissimi
sacrifici, per mantenerlo allo studio, si era trovato un lavoro
part-time come cameriere in un ristorante della capitale.
Quella
mattina, finalmente, poteva rendere un minimo di soddisfazione ai suoi
genitori, si era laureato in legge e tutti gli amici e i parenti lo
chiamavano: dottore, con grande orgoglio del padre Giovanni e della
madre Anna.
Stefan
era sempre stato bello, fin da bambino, “con gli occhi
azzurri e
coi capelli d’oro”, con un fisico asciutto e
atletico,
durante gli anni del liceo aveva fatto strage di cuori femminili. Quasi
tutte
le ragazze più carine se lo contendevano e lui non
disdegnava
affatto il loro interesse; infatti, era stato fidanzato con molte sue
compagne di scuola.
Nonostante
le origini contadine, la madre lo aveva sempre vestito con gusto,
facendo lei la sarta e usando stoffe dismesse di abiti usati dai
signori del paese, che glieli regalavano. Era molto brava a cucire e
tagliare, nonché a creare modellini personificati, tanto che
riusciva ad aiutare il marito nel menage familiare con le entrate di
quella attività, svolta tra le persone che la conoscevano.
Stefan
era tutto orgoglioso di indossare gli abiti cuciti dalla madre,
perché erano ben fatti ed eleganti, tanto che con i compagni
si
vantava di indossare capi d’alta moda.
Quando
era andato a frequentare l’Università a Roma, non
potendo
più usufruire degli abiti realizzati dalla madre, nonostante
non
avesse molti soldi in tasca, comperava sempre capi
d’abbigliamento economici, ma molto eleganti. Questo lo
rendeva
ancora più interessante tra le colleghe
dell’Università e le ragazze che frequentavano il
ristorante, dove lui lavorava.
Si
era fidanzato con una ragazza molto bella e sexy, Alice, sua compagna
di lavoro nel ristorante, entrambi servivano ai tavoli. Tra di loro
“belli e impossibili”, si era creata subito una
alchimia
particolare, che li aveva subito attratti reciprocamente.
Successivamente avevano scoperto di essere entrambi cilentani.
Durante
i quattro anni di studi romani, erano rimasti sempre insieme, anche se
Stefan, ogni tanto, faceva qualche scappatella con belle ragazze che lo
desideravano. Fin da quel momento, Stefan non riusciva a
vincere
la tentazione delle lusinghe delle belle donne.
Il
giorno della laurea, tra gli invitati al tavolo, c’erano
diverse
“amiche” del paese, che lo avevano conosciuto
più
intimamente. Ora, che era diventato “dottore”, era
desiderato da tutte.
Quella
mattina Stefan sfoggiava un abito a doppio petto di colore denim,
impeccabile, con una cravatta di seta a figure geometriche a fondo
ceruleo su una camicia, anch’essa di seta, bianco avorio, una
pochette da uomo nel taschino, della stessa tonalità della
cravatta, un paio di scarpe lucide nere, ma soprattutto una pettinatura
scarmigliata bionda e due profondi occhi azzurri, con una barbetta
rossiccia ben delineata, da sembrare un dio greco.
I
genitori, orgogliosi, desideravano che il loro unico figlio, una volta
laureato, prendesse la carriera notarile o che diventasse un importante
magistrato, ma Stefan era di tutt’altro avviso. Era sempre
stato
di animo libero e spensierato, a contatto con la natura, gli alberi, i
ruscelli, i cespugli, la macchia, che tanto aveva amato fin da bambino
e in mezzo ai quali era cresciuto; gli piacevano le
avventure e i luoghi soleggiati, voleva viaggiare, per vedere il mondo,
non voleva certo rinchiudersi in una stanza ad ammuffire, per scrivere
atti di compravendita o sgradevoli sentenze.
Stefan
sognava avventure in giro per il mondo; quale mestiere poteva fare al
caso suo se non l’inviato speciale di un grande giornale o
magari
della televisione?
Nei
giorni successivi, con grande dispiacere dei genitori, aveva inviato il
suo ‘curriculum vitae’ a numerosi giornali, tra i
quali
L’Eco d’Italia, per essere assunto come reporter e
inviato
speciale nel mondo. Però, i suoi sogni risultarono vani, nei
primi tre mesi dopo la laurea non gli arrivò nemmeno un
invito
ad un colloquio di lavoro da parte dei giornali, a cui aveva mandato il
curriculum.
Intanto,
per non stare senza far niente e continuare a farsi mantenere dai
genitori, era tornato a Roma, a fare il cameriere nel ristorante, in
cui aveva già lavorato. Ora, però,
poiché non
doveva più dedicare del tempo allo studio si era fatto
assumere
a tempo pieno; in questo modo, riusciva a guadagnare quel tanto che gli
bastava per vivere nella capitale e pagarsi l’affitto di una
stanza nella vecchia casa dove era stato da studente.
Aveva
ritrovato la sua vecchia fidanzata, Alice e i suoi due amici
più
cari, Leonardo e Tommaso, con i quali usciva quasi tutte le sere dopo
il lavoro. Spesso rincasava con Alice, per passare la notte insieme,
solo che dovevano entrare con circospezione e Alice doveva
andar
via prima che la padrona di casa si svegliasse,
perché non
voleva si portassero donne in casa sua. Ogni tanto chiedeva due giorni
di permesso al proprietario del ristorante, dove lavorava per tornare a
Torremerlata a trovare i genitori.
Un
sabato, che era rientrato in paese, aveva incontrato una sua vecchia
compagna di scuola: Aurora Prudente, divenuta, ormai, una bellissima
ragazza mora, con due occhioni neri, un nasino alla francese, ma
soprattutto un fisico da sballo, con un seno prosperoso, una vitino da
vespa su due gambe lunghe, snelle e ben tornite.
Ad
Aurora Stefan era sempre piaciuto e volentieri si sarebbe fidanzata con
lui, solo che era molto timida e non gli aveva mai fatto apertamente la
corte, come altre sue compagne. Ora, col passare del tempo, il suo
carattere si era rafforzato ed era diventata sempre più
decisa e
volitiva, anche perché aveva numerosi corteggiatori da
gestire.
Stefan, rivedendola dopo alcuni anni, ne era rimasto affascinato, non
la ricordava così bella e sexy. Non appena si salutarono
calorosamente, entrambi avvertirono un brivido sulla pelle;
cominciarono a parlare dei vecchi professori, dei compagni di scuola e
si sedettero ad un tavolo di un gazebo del bar del paese, posto davanti
all’ingresso. Ordinarono un aperitivo e
continuarono
piacevolmente a conversare fin verso l’ora di pranzo, quando
dovettero lasciarsi, per rientrare nelle loro rispettive case. Nel
salutarsi, si diedero appuntamento per il pomeriggio, per continuare la
conversazione e fare una passeggiata insieme.
Nel
pomeriggio, poiché l’abitazione dei genitori era
in
campagna a qualche chilometro di distanza dal paese, Stefan prese la
macchina, per recarsi all’appuntamento con Aurora, che,
invece,
viveva con i suoi genitori in una casetta all’interno del
paese.
Torremerlata
è un paesino arroccato sulla cima di una collina,
lì
anticamente esisteva una vecchia torre campanaria, oggi restaurata,
dove un orologio scandisce il lento ritmo della vita dei paesani, con
in cima una grande terrazza merlata, luogo di ritrovo di uno stuolo di
merli neri. Infatti, l’aggettivo
“merlata” non
si sa bene se fosse riferito allo stile della torre o ai
merli
che vi soggiornavano.
Le
case addossate le une alle altre, le stradine tortuose, strette e in
pendenza, i vicoletti ed i numerosi cortili, le scalinate, i lastricati
in pietra lavica, le facciate, i portali, le finestre, mostrano ancora
intatti i resti dell’antica civiltà contadina. Il
centro
antico, di formazione medievale, nato per agglomerazione spontanea
intorno alla torre, è ricco di slarghi e viuzze, ma la
piazza in
cima alla collina, nella quale è posta la torre, costituisce
il
fulcro polarizzante dei vari quartieri. Tale particolarità
ha
generato un tessuto viario estremamente tortuoso e ripido, costituito
molte volte da scale: il che naturalmente rende il centro storico di
Torremerlata quanto mai interessante dal punto di vista ambientale e
paesaggistico.
Aurora
attendeva l’arrivo di Stefan, nella parte bassa del paese,
dove
le strade sono più larghe e asfaltate e dove
c’è
uno spiazzo con un grande supermercato e relativo parcheggio.
Stefan,
dopo avere parcheggiato, cominciò ad avvicinarsi ad Aurora,
che
lo aspettava con impazienza poggiata alla sua 600 rosso fiammante. Si
salutarono e, ancora una volta, entrambi furono attraversati da un
brivido sulla pelle, non appena le loro mani si strinsero.
Stefan
la fece salire sulla sua macchina e si avviò lungo la
provinciale, che portava verso la casa dei suoi genitori. Ad un tratto,
si fermò sul ciglio della strada, le diede la mano
e
cominciarono a scendere lungo la scarpata. Voleva far vedere ad Aurora
i luoghi frequentati da ragazzo, i prati verdi in cui aveva scorrazzato
felice, i cespugli di ginestre e spino, di cui è ricco il
Cilento, nei quali si addentrava in cerca di fantastiche avventure e,
infine, la fiumara dove spesso scendeva per rinfrescarsi i piedi e
bagnarsi nei giorni torridi di agosto.
Mentre
camminavano per i campi, più volte i loro sguardi si
incrociarono, non senza un fremito di voglia d’amore. Ma
avrebbero dovuto trovare un posto più nascosto da eventuali
occhiate indiscrete. Così scesero verso la fiumara, dove la
natura è più rigogliosa e ricca di arbusti. Si
sedettero
in un posticino abbastanza riparato da folti cespugli, si sdraiarono,
respirando l’odore intenso delle ginestre, che
tutt’intorno li circondava.
All’improvviso,
Aurora ebbe un sussulto ed emise un grido:
“C’è
un cadavere nel fiume!”
Tutta
l’atmosfera idilliaca svanì in un attimo, Stefan
si
alzò di scatto e guardò in direzione del fiume,
effettivamente in acqua giaceva un cadavere.
Capitolo 2
Il
cadavere nella fiumara
Stefan
fu preso da uno strano senso di angoscia misto a pietà e
rimase
lì a guardare quasi impietrito, senza riuscire a muoversi o
fare
qualcosa. Da quello strano torpore lo scosse Aurora che gli
gridò:
“Stefan,
fai qualcosa, muoviti, chiama qualcuno”.
“Cosa
posso fare?”, rispose.
“Come
cosa posso fare! Telefona ai carabinieri, falli venire qui”.
Stefan
prese il cellulare e compose il numero 112, dall’altro lato
del telefono una voce rispose:
“Qui
la stazione dei carabinieri di Torremerlata, chi chiama?”.
“Sono
Stefan Furore e chiamo dalla fiumara in località
‘ginestre’, nel fiume c’è un
cadavere,
venite!”.
“Come
ha detto? Un cadavere?”.
“Si!
Un morto”.
“Stia
lì e non si muova, veniamo subito”.
Nel
frattempo, Aurora e Stefan si erano spostati in una zona più
in
vista, in una radura priva di cespugli. Dopo circa dieci minuti, si
sentì in lontananza la sirena dei carabinieri, segno che
stavano
per arrivare. Una camionetta si fermò sul ciglio della
strada e
il brigadiere Antonio Gancio si mise ad urlare:
“Dove
siete? Dov’è questo cadavere?”.
Poiché
Stefan e l’amica erano abbastanza più in basso e
da
lì la strada non si vedeva, risposero, anch’essi
gridando:
“Siamo
qui giù, venite!”.
Dopo
un poco, intravidero la sagoma di due persone, che scendevano correndo.
Erano il brigadiere Antonio Gancio ed il maresciallo Orlando Sinopi.
Non appena furono vicini, il maresciallo chiese:
“Dov’è
il cadavere? Che ci facevate voi qui?”.
Alquanto
imbarazzato, Stefan rispose:
“Il
corpo è laggiù”, e indicò
col dito la
posizione, in cui giaceva la persona morta. Poi aggiunse:
“Eravamo
venuti a fare una scampagnata e a rivedere i luoghi della nostra
infanzia”.
Il
brigadiere li guardò e sorrise, certo non credette
minimamente
all’idea della scampagnata. E insieme al maresciallo si
avviarono
verso il luogo indicato da Stefan. Videro il cadavere, ne costatarono
la morte e misero subito in moto le procedure del caso.
Poco
dopo, sul posto c’erano i vigili del fuoco, il medico legale
e
tanti curiosi, che nel frattempo avevano sentito la notizia.
Stefan
e Aurora furono i primi ad essere interrogati dal maresciallo Orlando
Sinopi; dovettero rispondere separatamente a numerose domande, a volte,
non senza imbarazzo. Dopo la frase di rito “ Ora, tenetevi a
disposizione”, si allontanarono di lì e
risalirono
verso la strada, che nel frattempo si era affollata. Non appena
giunsero sul ciglio della strada, si sentirono fare tantissime domande
dalla gente:
“Cosa
è successo? Chi è stato ucciso? Era un giovane o
un
anziano? Come avete fatto a vederlo?
Ecc…”.
Sia
Stefan che aurora non risposero a nessuna domanda, ma si affrettarono a
riprendere la loro auto e ad andar via, avevano entrambi vergogna. Una
volta in macchina Aurora, con un filo di voce, sussurrò:
“
Ora, tutti chissà cosa penseranno, soprattutto i
miei genitori. Che vergogna!”.
“Ma
non abbiamo fatto niente di male”, rispose Stefan.
“Vai
a farlo credere agli altri!”, obiettò Aurora.
Arrivati
al bivio, che portava su in paese, Aurora scese, dopo aver salutato
mestamente Stefan, dicendo:
“Avessimo
almeno fatto quello che tutti pensano”.
Diede
a Stefan un bacio sulla bocca, poi si allontanò, avviandosi
rapidamente su per l’erta strada verso il parcheggio, dove
aveva
lasciato la seicento rossa, mentre Stefan invertì la marcia
e proseguì per la fattoria dei genitori.
L’indomani
mattina, Stefan si recò nella piazza del paese e si sedette
al
tavolo del solito chiosco. Tutti parlavano del ritrovamento del
cadavere nella fiumara, avvenuto il giorno prima. Molti amici si
avvicinarono a Stefan per chiedergli notizie e, per quanto lui cercasse
in tutti i modi di salvare la reputazione di Aurora, dicendo che
stavano facendo una innocente passeggiata lungo il fiume, tutti
ammiccavano, nel sentire il nome di Aurora.
Stefan
pensava che il sentimento, che provava per Aurora, non poteva mai
essere irriguardoso, ma sempre dolce e gentile. L'amore che lui provava
non era scortese, egoista o pruriginoso, non offendeva nessuno, e
nessuno poteva burlarsi, o portare rancore per un sentimento
così nobile. Il suo amore era innocente, veniva dal cuore,
e,
anche se rivolto al corpo di una donna, non poteva dirsi peccaminoso,
perché non c’è peccato
nell’amore.
Nel
frattempo, comunque, si era saputo che il cadavere era
dell’ingegnere Otello Falacoda, di Collecelle, un
paesino
non distante da Torremerlata. Stefan a tutti gli amici che gli
domandavano come avesse ritrovato il cadavere, a sua volta, rispondeva,
chiedendo informazioni sull’identità
dell’ingegnere
Falacoda. Aveva così appurato che Otello Falacoda era un
ingegnere molto ricco, noto nel settore dell’edilizia,
padrone
della s.r.l. “Edilavoro” di Collecelle, presente in
quasi
tutte le gare di appalto, che gli Enti pubblici della zona bandivamo
per lavori di straordinaria manutenzione.
Era
stato sposato, ma era rimasto vedovo un paio di anni prima; inoltre,
aveva un figlio, Erminio, che era un tipo particolare: il classico
figlio di papà con i soldi in tasca, che non aveva voluto
studiare, ma che amava molto mettersi in mostra col suo fisico
palestrato e la sua bella faccia, dai lineamenti un po’
marcati,
dal carattere algido e privo di sentimenti, tanto che la sera della
morte della madre era stato visto ballare, con diverse ragazze, in
discoteca. Negli anni passati lo si era visto in giro per bar e locali
notturni, amava il culturismo e i tatuaggi e frequentava
spogliarelliste e ragazze da intrattenimento; da un paio
d’anni
viveva stabilmente a Roma.
Dalla
sera del ritrovamento del cadavere, Aurora non si era più
vista,
i genitori la tenevano chiusa in casa per evitare pettegolezzi,
né Stefan, da parte sua, l’aveva cercata per non
alimentare inutili maldicenze. Il lunedì successivo sarebbe
dovuto ripartire per riprendere il lavoro al ristorante, ma non ne
aveva voglia, si sentiva addosso una strana atmosfera, non sapeva
neanche lui che cosa fosse, ma non voleva ripartire, spesso gli veniva
in mente la visione del cadavere e allora avvertiva più
forte il
desiderio di conoscere i personaggi, che stavano alle spalle di quella
brutta storia; in altri termini, avvertiva forte il bisogno
d’indagare.
Infatti,
chiamò il padrone del ristorante romano, gli
comunicò che
sarebbe rimasto a casa dei genitori almeno un’altra settimana
e,
come scusa, si inventò una malattia della madre.
Capitolo
III
La prima
indagine di Stefan.
Stefan era stato preso da una strana smania, voleva assolutamente
capire tutto sul delitto nel quale era stato involontariamente
coinvolto. Cominciò, così, ad andare in giro per
il paese
in cerca di persone, che conoscevano l’ingegnere Falacoda,
per
riuscire a farsi un quadro completo della sua personalità,
della
sua famiglia e del suo lavoro.
Aveva
innanzitutto appurato che l’ingegnere era vedovo, la moglie
gli
era morta più di due anni prima, che nel frattempo
frequentava
un’altra donna, che con molta probabilità
conosceva
già prima della morte della moglie, che aveva un figlio:
Erminio, di dubbia reputazione morale, ma che al momento
viveva a
Roma. Era proprietario di una ditta di costruzioni edili, la Edilavoro
a Collecelle, un paesino non lontano da Torremerlata. Neanche lui
godeva di una buona reputazione, sembrava, infatti, che fosse in odore
di camorra. Spesso si aggiudicava gare per lavori di grosse somme di
danaro, a svantaggio delle ditte concorrenti: la ‘Nazzareno
Costruzioni s.p.a.’ di Nazzareno Pulitone e la
‘Progetto
Casa’ di Firmino Paisano. Aveva una grande e
bellissima
villa alla periferia di Collecelle, racchiusa da alte mura a
forma esagonale, l’ingresso alla villa era sbarrato da un
pesante
cancello in ferro battuto, tutto lavorato, che terminava in alto con
acute frecce appuntite. All’interno delle mura pare che ci
fossero anche una grande piscina e un ampio giardino guarnito di aiuole
fiorite e di numerosi alberi ad alto fusto.
In
base a tutte queste notizie, che era riuscito a raccogliere, Stefan
iniziò la sua indagine. Per prima cosa con la macchina si
recò a Collecelle per conoscere meglio i luoghi in cui aveva
vissuto ed operato il Falacoda; si fermò davanti al cancello
della villa e diede uno sguardo all’interno. Il viale
interno,
che dal cancello portava alla villa, non era rettilineo, ma faceva una
larga curva e le alte siepi, che lo fiancheggiavano, impedivano la
visuale della villa stessa. Perciò era impossibile, ad un
eventuale osservatore, riuscire a vedere ciò che si svolgeva
davanti alla costruzione. Così come non si intravedeva
nessuna
piscina, ma solo alberi e fiori in grande quantità. Il
cancello
era chiuso con una grossa catena di ferro, fermata con un catenaccio.
Questo particolare sembrò molto strano a Stefan,
perché
era convinto che il cancello avesse una apertura/chiusura elettronica,
che si azionasse dall’interno della villa.
Stefan
si recò anche all’interno del paese e si sedette
al bar
della piazza centrale, ma non ebbe modo di parlare con nessuno che
conosceva; solo qualche parola col cameriere del bar che gli
aveva servito il caffè. Questo gli aveva
confermato tutti
i particolari che già conosceva, aggiungendone, uno nuovo:
l’ingegnere era abbastanza litigioso e, qualche giorno prima
della sua morte, era stato visto litigare con l’antagonista
Firmino Paisano. Anche se, aveva aggiunto il cameriere, non era una
novità, perché spesso litigava anche con il
titolare
dell’altra ditta di costruzioni, il sig. Nazzareno Pulitone.
Questo
particolare, lo mise in allerta, sicuramente gli inquirenti stavano
seguendo quella pista nelle loro investigazioni e lui
intendeva
approfondire le indagini.
Stefan
avvertiva, però, una strana esigenza: voleva confrontarsi
con
qualcuno, che lo incoraggiasse o, quanto meno, gli fornisse un appoggio
psicologico in ciò che stava facendo e che avrebbe voluto
fare.
Inoltre, sentiva forte la mancanza di una presenza femminile accanto a
lui, come era sempre stato, fin da quando era bambino: prima la madre,
poi la maestra e le varie fidanzatine, quindi Alice durante gli studi
universitari. Ora in questa indagine, che aveva voluto ad ogni costo
condurre, non c’era nessuna donna accanto a lui a dargli
forza.
Fu così che improvvisamente decise di telefonare ad Aurora;
sapeva bene che il padre e la madre erano adirati con lui, per la
figura che aveva fatto fare alla figlia, portandola alla fiumara. Ma
lui si sentiva innocente, innamorato e fortemente attratto da lei, per
cui decise di affrontare l’ostilità dei genitori
telefonandole:
“Ciao,
Aurora, sono Stefan. Scusami se non mi sono fatto sentire prima, ma
speravo di incontrarti al bar in piazza”.
“Ciao,
Stefan. Mi fa molto piacere risentirti, ma da quella sera del
ritrovamento del cadavere i miei genitori mi hanno impedito di uscire e
soprattutto di rivederti, sono molto arrabbiati con te”.
“Ma
cosa abbiamo fatto di male? Una innocente passeggiata nella fiumara! Io
non avrei potuto mai approfittare della tua amicizia,
perché… sono innamorato di te”.
A
quelle parole, Aurora scoppiò in un gran pianto liberatore,
era
quello che voleva sentire: era anche lei innamorata di Stefan.
“Allora,
raggiungimi in casa e vieni a parlare coi miei genitori,
così, tutto si chiarirà”.
“Si!
Certo! Aspettami che tra poco arrivo”.
“Ma
tu non saresti dovuto partire subito per Roma, dove ti trovi?”
“No,
non sono più rientrato a Roma, sono rimasto qui,
perché
volevo rivederti e dirti ciò che provo nei tuoi confronti e
poi
volevo seguire l’evolversi delle investigazioni sul delitto
dell’ingegnere Falacoda”.
“Vieni,
ti aspetto, non tardare”.
Così,
dicendo, concluse la telefonata, mentre Stefan di corsa andò
alla macchina per recarsi a casa di Aurora.
Nel
frattempo, Aurora, tutta felice, aveva parlato coi genitori,
invitandoli ad essere molto gentili con Stefan, che stava arrivando a
casa loro per ‘chiederle la mano’. La sua
felicità
era alle stelle e coinvolse anche la mamma, che vedeva in Stefan un
buon partito per la figlia.
A
questo punto, non c’era più nessun motivo
plausibile per
negare ai due ragazzi, Stefan e Aurora, di vedersi, frequentarsi e
stare insieme; la gente non avrebbe potuto più spettegolare
su
di loro, perché erano fidanzati.
Ora,
Stefan si sentiva più sicuro, poteva indagare sul delitto
della
fiumara, portando con sé Aurora e chiederle consigli e
opinioni
personali. Per prima cosa, la mise al corrente della sua grande smania
di indagare e degli elementi acquisiti fino a quel momento.
Aurora
era felicissima di aiutarlo nelle indagini, gli poteva stare accanto e
godere della sua vista e delle sue parole: era anch’essa
davvero
innamorata.
La
prima cosa, che decisero insieme, fu di indagare sui titolari delle due
ditte edili concorrenti, il sig. Firmino Paisano e Nazzareno Pulitone.
Stefan voleva accertare che non fossero in odore di camorra.
Perciò, la mattina del giorno dopo si recarono a Collecelle
per
sentire l’opinione di qualche loro dipendente. Secondo le
testimonianze raccolte, pur non essendo degli stinchi di santi, non
avevano niente a che fare con la camorra. Qualche volta avevano
aggirato la legge, tentando di corrompere alcuni impiegati comunali, al
fine di vincere qualche importante gara d’appalto
e,
spesso, questo era il motivo dei litigi tra i titolari delle tre ditte
concorrenti. Magari erano stati capaci di gesti di sabotaggio nei
confronti degli avversari, incendiando qualche cantiere o demolendo di
notte le loro impalcature, ma senza mai arrivare al delitto. Questa,
per lo meno, era l’opinione dei loro dipendenti. Non restava
che
appurare se avessero un alibi per la notte in cui era stato ucciso
l’ingegnere Falacoda. Infatti, dall’autopsia, fatta
sul
cadavere, risultava che era stato strangolato la notte prima del
ritrovamento nella fiumara.
Per
sapere se i signori Pulitone e Paisano avessero per quella notte un
alibi, Stefan non sapeva proprio come fare e, parlando con Aurora,
involontariamente, aveva scoperto che il padre era amico del brigadiere
Antonio Gancio. Quale miglior occasione per sapere da lui se, nelle
indagini ufficiali dei carabinieri, i due imprenditori avevano fornito
un alibi per quella notte.
Stefan,
rivolto ad Aurora le chiese:
“Amore,
perché non provi a parlare col brigadiere Gancio? In fondo,
ti
conosce bene, sei la figlia di un suo amico! Potresti chiedergli se,
nelle loro indagini, i signori Paisano e Pulitone hanno un alibi, per
la notte del delitto”.
“Certo,
Stefan, però è meglio se gli parla mio padre,
sono molto
amici, giocano spesso insieme a carte. Potrebbe casualmente portare il
discorso sull’argomento e vedere cosa il brigadiere gli
risponde”.
“Bene!”, rispose Stefan, “ Prova a
parlare con tuo
padre, poi mi dirai cosa è riuscito a sapere”.
Il
giorno seguente, quando Stefan si recò a prendere Aurora
sotto
al portone, la vide arrivare tutta euforica e, dopo avergli dato un
lungo bacio, disse:
“Sai,
Stefan, papà ha parlato col brigadiere Antonio ed ha saputo
che
entrambi gli imprenditori non hanno un alibi di ferro; infatti, non
erano in casa quella notte”.
“Anche
se fossero stati in casa, ciò non escluderebbe la
possibilità che uno dei due abbia potuto assoldare un
criminale
per uccidere il Falacoda a pagamento”, ribatté
Stefan.
“Non
so cosa risponderti”, replicò Aurora.
“Dobbiamo
cercare di sapere se quella notte qualcuno è entrato nella
casa
dell’ingegnere ed ha forzato qualche porta o
finestra”.
“Su
questo punto, posso risponderti io, infatti, discorrendo col
brigadiere, mio padre ha saputo molte cose sul delitto, come ad esempio
che hanno trovato una finestra della casa scardinata e tante impronte
di piedi sulle aiuole sottostanti”.
“Brava,
Aurora, sei proprio un tesoro, il miglior aiutante investigatore che
abbia mai conosciuto”.
Così
dicendo, la strinse forte a sé e la baciò
appassionatamente. Poi si avviarono verso il bar della piazza e si
sedettero a fare colazione al solito tavolino. Qui, poco dopo,
arrivarono diversi amici e tutti insieme rimasero a parlare fino a
mezzogiorno.
Quella
mattina Stefan era stato invitato a pranzo a casa di Aurora, quando
sentirono che la campana della torre suonava 12 rintocchi, per non
arrivare in ritardo, si alzarono e si avviarono verso casa,
prima, però, passarono a comperare un vassoio di dolci, che
Stefan porse alla madre di Aurora.
Fu
accolto con molto calore ed invitato a visitare la casa, poi si
sedettero in salotto, nell’attesa che il pranzo fosse
servito.
Durante il pranzo conversarono piacevolmente, soprattutto il padre di
Aurora, insegnante di scuola media, gli fece un sacco di domande sui
suoi studi, la sua permanenza a Roma e su ciò che volesse
fare
in futuro. Tra l’altro il discorso cadde sul delitto della
fiumara e, curioso, gli chiese:
“Come
mai eravate scesi alla fiumara?”.
“Volevo
far vedere ad Aurora quanto erano belli i luoghi che frequentavo da
ragazzo, soprattutto in questo periodo che le ginestre sono fiorite.
Comunque non stavamo facendo niente di male, stavamo
passeggiando”, rispose cortesemente Stefan.
“Ti
credo, me lo ha confermato anche mia figlia. La campagna è
molto
bella in questa stagione. Come avete fatto a vedere il
cadavere?”.
“Veramente,
è stata Aurora a vederlo per prima e me lo ha indicato.
È stata una scena orribile”.
“Povero
ingegnere Falacoda, non meritava una così brutta
fine”.
“Lei
lo conosceva?”
“Si!
Qui nella zona lo conoscevamo tutti, ha costruito diverse case anche a
Torremerlata. Una volta mi invitò ad andare alla sua villa,
bellissima, con un grande giardino e una grande piscina, era viva
ancora la povera moglie, una bellissima donna”.
“Dicono
che il figlio sia un degenerato”.
“Ma
no! Sono le malelingue. È solo un ragazzo viziato, figlio
unico,
con troppi soldi in tasca… Adesso vive a Roma.
Verrà a
Collecelle per i funerali del padre. Certo che eredita una
fortuna”.
“Ma
è sempre rimasto a Roma in tutto questo periodo?”.
“Così
dicono, non si vedeva in zona da diverso tempo”.
“Sa
a che punto sono le indagini dei carabinieri e se gli imprenditori
‘concorrenti’ hanno un alibi?”
“Stanno
indagando su almeno due persone che sarebbero entrate quella notte
nella villa dalla finestra per rapirlo e chiederne il riscatto, poi,
non si sa per quale motivo lo hanno ucciso, buttando il cadavere nella
fiumara”.
“Il
brigadiere, mio amico, dice che l'ipotesi è avvalorata dalle
numerose impronte di piedi trovate nell'aiuola sotto la finestra
scassinata”.
“Ma
il cancello era chiuso?”, chiese Stefan.
“Si!
è stato trovato chiuso dall'esterno, con una grossa catena e
un grosso lucchetto”.
“Troppo
strano”, replicò Stefan, “Come avranno
fatto i
rapitori a portare l’ingegnere fuori dal cancello e caricarlo
sulla macchina, se il cancello era chiuso?”.
“E’
ciò su cui i carabinieri stanno ancora indagando, ma,
dicono,
potrebbe essere stato proprio l’ingegnere ad aprire e
chiudere il
cancello su ordine dei rapinatori.
Per
quanto riguarda gli alibi dei due imprenditori edili, il brigadiere mi
ha riferito che l'imprenditore Firmino Paisano era stato visto giocare
a carte tutta la sera al " Gran caffè", situato nella piazza
di
Collecelle, con gli amici.
Qui
aveva animatamente parlato con molte altre persone, anche con
alcuni giovani di cattiva fama. Poi verso mezzanotte, alla chiusura del
locale, era rientrato a casa.
Invece
Nazareno Pulitone non aveva alcun alibi. Ai carabinieri, che
gli
avevano chiesto dove fosse quella sera, intorno all'ora del delitto,
aveva risposto vagamente che era rimasto in ufficio con dei clienti,
dei quali però non ricordava i nomi. Cosa che aveva
insospettito
non poco il maresciallo. Infatti, da quel momento, le indagini si erano
orientate ad appurare gli effettivi spostamenti del Pulitone, all'ora
del delitto. Comunque, a sua parziale discolpa, c'erano le impronte, al
disotto della finestra scassinata della villa, che non coincidevano con
le sue.
Poiché
Nazareno Pulitone insisteva nella sua dichiarazione, senza voler fare i
nomi degli eventuali clienti, che avrebbero potuto discolparlo, gli
inquirenti erano orientati a ritenerlo colpevole, insieme ad eventuali
complici da individuare.
Il giudice
per le indagini preliminari gli aveva notificato l'avviso di
garanzia.”
Poiché
la conversazione si era fatta pesante, Aurora intervenne:
“Basta
di parlare di fattacci! Passiamo ad argomenti più frivoli e
piacevoli. Per esempio, Stefan, perché non racconti della
tua
infanzia e degli anni trascorsi felicemente a Torremerlata?”.
“Già!”,
rispose Stefan, con una nota di rimpianto. “Erano gli anni,
in
cui correvo felice per i prati e mi infilavo tra i cespugli
di
ginestre e cercavo di prendere gli uccellini col graticcio.
Erano
gli anni in cui alla scuola media ho conosciuto te, smilza, sempre
sorridente, e con la testa fra le nuvole. Ricordo una mattina che
l’insegnante di lettere ti fece una domanda di storia e tu
nemmeno la sentisti, immersa come eri nelle tue fantasie”.
Poi
la conversazione continuò piacevole fino alla fine del
pranzo ed
all’arrivo del caffè. A quel punto, Stefan si
alzò,
ringraziò ripetutamente per la festosa accoglienza e si
accomiatò da tutti loro, senza non aver dato prima un
caloroso
bacio sulla bocca ad Aurora.
Prima di
uscire, rivolto al padre di Aurora, chiese:
“Mi
scusi, professore, ma non ricordo cosa ha detto a proposito
dei
funerali del povero ingegnere, quando ci saranno?”.
“Domani!”,
rispose il papà di Aurora.
L’indomani
mattina, vestito di tutto punto, Stefan passò a prendere con
la
macchina Aurora a Torremerlata, voleva partecipare ai funerali
dell’ingegnere Otello Falacoda, soprattutto voleva conoscere
il
famoso figlio Erminio.
Stefan
fece scendere di casa Aurora ed insieme si recarono alla chiesa madre
di Collecelle. Qui era accorsa tantissima gente per partecipare ai
funerali, tanto che Stefan ed Aurora non riuscirono ad entrare in
chiesa, ma dovettero attendere l'uscita della bara sulla piazza
antistante. Dietro alla bara c'era il figlio Erminio, seguito da un
lungo corteo di persone. Erminio era proprio un bel ragazzo,
tutto palestrato, con un paio di bicipiti gonfi, in bella mostra, e con
tanti tatuaggi sulle braccia e sul collo. Il suo atteggiamento, subito
dietro la bara, non era certo mesto e addolorato, tutt'altro, era
superbo e sorridente. Stefan attese che la bara si fermasse,
affinché tutte le persone convenute potessero fare le
condoglianze al figlio. Questi nel dare la mano a tutti i presenti,
sembrava che ricevesse le congratulazioni, anziché le
condoglianze (in effetti, c'era proprio da congratularsi con lui: aveva
appena ricevuto un'eredità da favola).
Anche
Stefan e Aurora gli si avvicinarono, gli porsero la mano e gli diedero
le condoglianze; anzi Stefan lo abbracciò e lo
baciò e,
nel momento in cui le loro guance stavano per venire a contatto, gli
chiese:
" Avrei il
piacere di conoscerti meglio e parlare un po' con te".
"Ben
volentieri", rispose Erminio, " ma oggi non è il caso;
subito
dopo le esequie sono stato convocato nella caserma dei carabinieri per
parlare col maresciallo, probabilmente vorrà sapere se i
delinquenti, che hanno ucciso mio padre, hanno rubato qualcosa in casa.
Poi devo rientrare a Roma”.
“Possiamo
vederci fra un mesetto, quando ritornerò in paese. Ora
possiamo
scambiarci i numeri dei telefonini, così appena arrivo ti
telefono".
Infatti,
dopo le esequie, Erminio si recò nella caserma dei
carabinieri
per essere interrogato dal maresciallo Sinopi e dopo aver firmato il
verbale di deposizione, uscì dall’edificio,
salì
sulla macchina e partì velocemente per Roma.
Da
quel momento Stefan, da parte sua, continuò ad indagare sul
delitto; non era orientato, però, ad escludere dalle sue
personali indagini, neanche l'altro imprenditore Firmino Paisano.
Dalle
informazioni, che aveva raccolto, chiedendo notizie a tutti i
suoi amici e conoscenti, era emerso che Nazareno Pulitone,
già
da qualche tempo frequentava una signora ed era stato visto mentre la
faceva salire sulla sua macchina ed uscire da Collecelle.
Però
nessuno era stato in grado di capire chi fosse, anche
perché, la
signora cercava di coprire sempre il viso da sguardi indiscreti.
Stefan, una sera, si mise di proposito a seguire il Pulitone. Questi si
fermò con la macchina in uno spiazzo, in un vicolo piuttosto
oscuro del paese e, dopo poco, vide giungere una signora piuttosto
giovane, che rapidamente montò sulla macchina
dell'imprenditore
e velocemente si dileguarono nei sentieri della campagna circostante.
Stefan aveva portato con sé una buona macchina fotografica,
fornita di un teleobiettivo della Nikon, molto sensibile e potente, ed
era riuscito a scattare delle foto. Solo che, non sapendo se
fosse riuscito a ritrarre nitidamente qualcosa, era corso a casa per
scaricare le immagini sul computer.
Era
rimasto felicemente sorpreso, quando, in una foto aveva visto
chiaramente il viso della signora. Euforico, aveva chiamato Aurora:
"Amore,
posso venire da te?"
"Certo!",
aveva risposto Aurora, "anche se è tardi. Ma vieni ti
aspetto. Cosa devi dirmi di così importante?".
"Ti devo
far vedere una foto", aveva replicato Stefan.
"Ma non
puoi farmela vedere domani mattina?".
"No.
È troppo importante".
Così
dicendo, prese la foto, che aveva provveduto a stampare e, di corsa,
con la macchina e si recò a casa della fidanzata.
Non appena
Aurora gli aprì la porta, gli balzò al collo, gli
diede un caloroso bacio e chiese:
"Cosa
volevi farmi vedere?".
Stefan,
che teneva la foto tra le mani, che nel caloroso amplesso si
era
un pochino stropicciata, gliela mostrò, dicendole:
"Conosci
questa donna?".
Aurora
guardò attentamente la foto, poi in un moto di stupore disse:
"Ma
è la figlia del salumiere? Come mai è finita
nelle tue mani?".
“La
figlia del salumiere?”, ripeté Stefan in tono
perplesso.
Poi spiego
ad Aurora quello che aveva fatto in serata.
Alla fine
del racconto, si guardarono perplessi negli occhi e Aurora ,
all’improvviso, scoppiò a ridere.
“Lo
credo bene che il signor Pulitone, non voleva rivelare i nomi dei suoi
clienti la sera del delitto?”, disse Aurora con aria
divertita.
“Altro che clienti, era la figlia del salumiere che voleva
coprire! Non voleva creare uno scandalo. Se nel paese si fosse diffusa
la notizia, tutti non avrebbero parlato d’altro, per almeno
un
mese. Povero salumiere, all’improvviso si è
ritrovato come
un ‘cervo a primavera’! ”.
A questo
punto, intervenne Stefan:
“Ma
è fa figlia, non la moglie!”, obiettò
in tono perplesso.
“
Qui in paese, per questi fatti, non fa grande differenza tra moglie e
figlia”, replicò Aurora.
“Non
mi resta che recarmi, domattina, alla caserma dei carabinieri per
parlare col maresciallo”, tagliò corto Stefan, non
volendosi impelagare in discorsi poco piacevoli.
“Si!
Amore. Credo proprio che lo dovrai fare”.
Questa
scoperta però, ebbe un risvolto positivo:
scagionò del
tutto Il Pulitone dall’accusa dell’uccisione
dell’ingegnere Falacoda.
Comunque
il maresciallo Orlando Sinopi fu molto attento nel non diffondere
notizie sul caso, in modo da evitare scandali e chiacchiericci vari,
anche se non poté non informare del fatto il salumiere.
Stefan,
dal canto suo continuò ad indagare sull’altro
imprenditore
edile, signor Firmino Paisano, infatti era certo del suo coinvolgimento
sul sequestro e uccisione dell’ingegnere Otello Falacoda.
Però, non riuscì a trovare nessuna prova che lo
potesse
comprovare.
Capitolo IV
La svolta.
Una
mattina, mentre Stefan e Aurora erano seduti al tavolino del solito
bar, nella piazza di Torremerlata, un giovanotto, con aria tracotante,
si avvicinò ad Aurora e cominciò a farle un sacco
di
complimenti, senza curarsi della presenza del fidanzato.
Stefan,
benché infastidito, avendo intuito che si trattava di un
bullo,
che, con molta probabilità, voleva attaccare briga, fece
‘buona faccia a cattivo gioco’. Lo
lasciò
parlare: disse di chiamarsi Nicola e continuava ad infastidire la sua
ragazza, con complimenti ed allusioni oscene, poi, visto che non
accennava ad andarsene, nonostante la noncuranza (solo apparente) di
Aurora, trovò una scusa per distrarlo e con aria, quasi
compiaciuta, gli disse:
"Vedo che
hai un bellissimo orologio al polso".
Nicola,
meravigliato, gli rispose:
"Si!
È un Rolex Moon Phase 36, che tu non ti sogni proprio di
avere".
"E tu,
come mai ne hai uno?”.
"Io, non
sono un pezzente come te. Posso permettermi questo ed altro".
"Bravo!
Che lavoro fai?".
"Un lavoro
col quale potrei fare felice la tua ragazza, se volesse!".
A questo
punto intervenne Aurora, che con aria interessata chiese:
"Di che
lavoro si tratta?".
"Amore,
sono cose che non ti riguardano. Tu con me faresti la signora e basta".
"Ma se
devo stare con te, voglio sapere come faresti a farmi fare la signora".
"Come
già ti ho detto, tu dovresti stare solo sotto a me, il resto
non importa".
Stefan,
per interrompere quella conversazione che si stava facendo sempre
più spiacevole, interloquì:
"Potresti
procurarmi un orologio come il tuo? Te lo pagherei bene!".
"Ma dove
li pigli i soldi, questo costa moltissimo, scemo!".
"Tu non
preoccuparti da dove io piglio i soldi, pensa solo a procurarmelo".
"Ma tu
guarda questo scemo, fa pure il furbo con me! Se poi non mi paghi che
cosa ti devo fare?".
"Ti
ripeto, tu procurarmelo che a pagarti ci penso io".
A questa
seconda affermazione, gli si avvicinò e, a faccia dura, gli
disse:
"Se, poi,
non paghi quello che dico io, ti ammazzo".
Così
dicendo, gli puntò sulla pancia la punta di un coltello, che
aveva estratto dalla tasca, senza farsi vedere.
Stefan,
anche se impaurito, ma senza darglielo a vedere, con tono di sfida gli
rispose:
"Ti ho
già detto, procuramelo, che a pagare ci penso io".
Poiché
il bullo sapeva che non poteva procurargliene un altro, in tono
minaccioso gli disse:
"Che ne
dici, se ti do questo, per diecimila euro?".
"Affare
fatto!", ribatté Stefan, " solo che non ho una simile cifra
addosso! Quando possiamo rivederci?".
"Credi di
essere furbo, stronzo. Caccia i soldi altrimenti ti 'spanzo' ".
Nel
frattempo, si era formato un capannello intorno a loro. Un suo 'degno
compare', vedendo che la cosa stava prendendo una brutta piega e
vedendo che l'amico impugnava un coltello, si avvicinò, lo
afferrò per il braccio e lo tirò via, dicendogli:
" Dai,
Nicola, andiamo qui fa troppo caldo!".
Questo,
tirato dall’amico, si allontano e rivolto a Stefan gli
urlò:
" Non
finisce qui brutto stronzo, prima o poi ti ritrovo".
Il
padrone del locale, temendo che potesse scoppiare una rissa e che i
contendenti potessero rompere gli arredi del suo gazebo,
preoccupato, aveva telefonato ai carabinieri, che giunsero proprio
mentre Nicola ed il suo amico stavano andando via.
Vedendo
che impugnava un coltello, immediatamente lo fermarono e lo portarono
in caserma. Dal canto suo, Nicola dichiarò che non stava
facendo
niente di male, ma che stava discutendo con Stefan sul valore del
prezzo dell’orologio e che il coltello gli era servito per
sbucciare una mela che aveva da poco mangiata.
Il
maresciallo Orlando Sinopi, per avere conferma dei fatti fece convocare
subito Stefan, che poco dopo arrivo insieme con Aurora.
Alla
domanda:
“Confermate
quanto dichiarato dal signor Nicola Brigante?”
Aurora
subito rispose:
“Assolutamente
no! Quel bullo, indicando Nicola, ha prima tentato di importunarmi e
successivamente ha minacciato Stefan con un coltello”.
“Dott.
Furore confermate quanto dichiarato dalla signorina Aurora?”,
disse il maresciallo, rivolto a Stefan.
Questi
allora raccontò con esattezza come si erano svolti i fatti.
“Volete
sporgere denuncia contro il signor Nicola Brigante?”, chiese
il maresciallo Sinopi.
“Certo!”,
rispose con prontezza Aurora, mentre Stefan, a sua volta, assentiva.
“Allora
dobbiamo redigere apposito verbale e voi lo dovete
sottoscrivere”.
“Dottor
Furore, in questi giorni, sembra che capitino tutte a voi!”,
disse in tono ironico il maresciallo.
“Non
ne ho colpa!”, puntualizzò Stefan.
Terminato
l’interrogatorio, dopo aver firmato il verbale di denuncia,
Stefan ed Aurora andarono via.
Il
maresciallo ordinò ai suoi appuntati l’arresto di
Nicola e
la confisca dell’orologio, come elemento di prova, anche se
il
giovane teppista aveva dichiarato di averlo acquistato a mercato nero
da persone che neanche conosceva.
Alcuni
giorni dopo, Aurora venne a sapere dal padre, che Nicola era stato
inquisito come autore del delitto dell’ingegnere Falacoda,
infatti l’orologio, che aveva al polso, faceva parte della
refurtiva degli oggetti trafugati nella villa la sera del delitto, come
risultava dall’elenco fornito dal figlio Erminio. Inoltre era
indagato anche il signor Firmino Paisano, come mandante del delitto,
infatti dalle indagini era risultato che quella notte il Paisano e
Nicola erano stati visti confabulare tra loro nel bar del paese, poco
prima della rapina in villa e la conseguente uccisione
dell’ingegnere.
Sembrava
proprio che le indagini dei carabinieri confermassero i dubbi di
Stefan.
Erano
trascorsi, ormai, diversi giorni, dagli ultimi avvenimenti sul delitto
dell'ingegnere Falacoda, senza che le indagini avessero fatto
registrare ulteriori novità; Stefan era
soddisfatto delle
sue personali investigazioni: aveva trovato il cadavere, aveva fatto
scagionare il signor Pulitone ed in fine aveva fatto arrestare il
colpevole. Poiché di lì a qualche giorno, Stefan
aveva in
animo di rientrare a Roma, telefonò ad Aurora:
"Ciao
amore, poiché, oggi, è una bella giornata di
sole,
perché non facciamo un picnic alla fiumara, sperando di non
trovare un altro cadavere?".
"Buona
idea!", rispose, contenta, Aurora.
"Passo a
prenderti tra un quarto d'ora. Se puoi, prepara dei panini!".
"Non
preoccuparti per il mangiare, ho anche un pezzo di pizza rustica, fatto
l’altro giorno da mamma".
Puntuale
come un cronometro, dopo 15 minuti, Stefan era sotto la casa di Aurora
che la citofonava. Insieme, contenti, si presero per mano e si
avviarono lungo la discesa, che portava al parcheggio. Dopo una decina
di minuti, Stefan accostò la macchina sul ciglio della
strada,
poco lontano dal luogo dove l'aveva lasciata la volta precedente,
quando avevano trovato il cadavere dell'ingegnere.
Sempre,
tenendosi per mano, scesero allegri verso il fiume, trovarono una
radura verde, piena d'erbetta soffice, ben nascosta da alti cespugli di
ginestre e mirtillo, stessero una stuoia, che Aurora aveva portata
insieme ad una borsa termica e vi si buttarono sopra.
Aurora
aveva un vestitino di cotone leggero leggermente a campana, per cui,
quando si buttò sulla stuoia, questo
svolazzò
al vento, lasciando scoperte tutte le gambe e le cosce.
Alla
vista di cotanta 'bellezza' Stefan non seppe resistere, sentiva come un
eco nella testa e la voce di Aurora che diceva: "avessimo almeno fatto
quello che tutti pensano...", la prese tra le braccia e cominciarono a
baciarsi con passione e voluttà. Pian piano, le sue mani
cominciarono ad accarezzarle le cosce, poi, con delicatezza, le
cominciò ad abbassare la mutandina e stretti in un'estasi di
passione fecero l'amore. Erano felici, non riuscivano a staccarsi,
volevano godere delle loro reciproche bellezze. Quando alla fine,
stanchi, si rivestirono, erano raggianti e soddisfatti: avevano
finalmente realizzato un loro comune sogno. Mangiarono, con gusto le
fette di torta rustica che Aurora aveva portato e due bei panini
ripieni di prosciutto e mozzarella, bevvero un buon bicchiere di vino
ed alla fine conclusero il picnic con una fetta di crostata di mele.
Il
giorno dopo, era ormai trascorso un mese dal delitto, Stefan e Aurore
si erano
dati appuntamento verso le dieci al bar “Centrale”.
Aurora arrivo lì con
qualche minuto di ritardo, (come si sa, le donne importanti si fanno
sempre
attendere!), mentre Stefan era arrivato, puntuale come sempre, e
l’attendeva per
fare colazione insieme.Poco
dopo che Aurora si era seduta su una sedia, accanto a Stefan,
arrivò il cameriere
per chiedere l’ordine. Con grande sorpresa di Stefan,
però, non era il solito
cameriere Antonio, ma un giovane grintoso, che con tono perentorio
chiese:
"I
signori cosa prendono?".
Entrambi,
all’unisono,risposero:
"Un
caffè ed un cornetto!”.
Curioso, Stefan aggiunse:
“Lei è il nuovo cameriere? Che fine ha fatto
Antonio?”.
Il giovane, sempre con tono deciso rispose:
“Mi presento, mi chiamo Dario e sostituisco Antonio ogni
volta che manca, già da qualche anno; piacere di fare la
vostra conoscenza, anche se di vista già vi conoscevo. Vi
servo subito”.
Stefan, piacevolmente impressionato dal nuovo giovane cameriere,
continuò ad interloquire:
“Resta ancora un attimo, Dario. Sicché non sei
nuovo? Hai già servito in questo bar? Quando?”.
“Diverse altre volte, signore!”
“Anche di recente, visto che dici di conoscermi?”
“Personalmente qui al bar non mi è mai capitato di
servirvi, ma vi ho visto spesso insieme alla signorina Aurora camminare
in paese”.
“Bene, allora portaci due caffè ristretti e due
cornetti al cioccolato e non dimenticare l’acqua!”.
Ecco come a volte la sorte è strana, quando non te lo
aspetti arriva benevola, magari sotto forma di un cameriere!
Infatti non appena Dario tornò con l’ordinazione,
Stefan continuò nel suo strano interrogatorio:
“Grazie per averci portato, insieme ai caffè ed ai
cornetti, due bei bicchieri di acqua frizzante. Ma dimmi,
quand’è che hai lavorato per l’ultima
volta in questo bar?”
“Prego! Poco più di un mese fa, quando
Antonio si è ammalato per una settimana”.
“Era già avvenuto il delitto
dell’ingegnere Falacoda?” .
“No, è stato qualche settimana prima che avvenisse
il fattaccio”.
“Tu conoscevi l’ingegnere?”
“Si, veniva tutte le mattine qui a prendere il
caffè. Ricordo che in quei giorni era accompagnato sempre da
un signore molto distinto, alto e ben vestito. Si sedevano sempre ad un
tavolo all’interno del bar e parlavano cordialmente. Anche se
un giorno questo signore si è alzato molto arrabbiato e gli
ha quasi gridato: <questo da te non me lo sarei mai
aspettato. Prima o poi, però, saprò come fartela
pagare>. Dopo di allora non si è
più visto”.
Queste parole riferite da Dario, davano una nuova svolta alle indagini
sul delitto. Bisognava appurare chi era questo nuovo personaggio,
entrato in gioco per caso.
Nei giorni seguenti Stefan non si diede pace e cominciò a
girare per il paese, interrogando quante più persone poteva,
certo di riuscire a conoscere l’identità di questo
signore. Ma, cosa strana, molti lo avevano visto, ma nessuno era in
grado di dire chi fosse e dove abitasse o, per lo meno,
dove avesse soggiornato in quei giorni. Visitò
tutti gli alberghi e i B&B del paese senza
riuscire a sapere nulla, né se avesse dei parenti
o a Torremerlata o a Collecelle. Coinvolse nelle indagini anche Aurora,
senza, però, che venissero a capo di niente; molti lo
avevano visto, ma nessuno sapeva dire nulla sulla sua
identità, sembrava una vera e propria meteora o meglio:
“l’araba fenice” del proverbio popolare:
“Che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”:
Capitolo V
Erminio Falacoda
Trascorsero, così, alcuni giorni senza che Stefan riuscisse
ad avere notizie di questo fantomatico signore, amico-nemico
dell’ingegnere Falacoda.
Quando, una mattina, Erminio Falacoda fece ritorno a Collecelle e, come
promesso, telefonò a Stefan per incontrarlo.
Si diedero appuntamento al caffè
“Centrale” nella piazza del paese, dove Stefan si
recò insieme con Aurora.
Come si videro:
" Credo di averti già conosciuto quando eri ragazzo", lo
approcciò Erminio.
"Anch'io, credo di ricordarti, anche se eri un pochino diverso", gli
rispose Stefan.
"Già! Ero un po' coglione", rispose Erminio, "in
tono divertito".
"No, eri piuttosto timido".
"Appunto, ero un coglione" e scoppiò a ridere”.
Poiché Stefan aveva un pensiero fiso, che come un tarlo gli
rodeva il cervello: l’identità di quel signore,
provò a chiedere notizie ad Erminio:
“ Conosci, per caso, un signore alto, distinto che
è stato visto spesso insieme con tuo padre nei
giorni antecedenti al delitto?”.
“Chi?”, rispose Erminio.
“L’ingegnere Silvio Capretta?”.
“Non saprei”, ribatté Stefan.
“Erano amici fin da ragazzi, avevano studiato insieme
all’Università. La madre è nata a
Torremerlata; ora viva a Napoli insieme a lui, voleva tornare
a vivere qui e si è rivolo a mio padre nel
tentativo di acquistare una casetta. Ma, come a
molti, mio padre gli ha dato una fregatura.”
“Cosa intendi dire”, esclamò curioso
Stefan.
“Mi padre era fatto così, di fronte ai soldi non
c’era amicizia che tenesse. Si erano messi
d’accordo sulla vendita di un appartamento nel palazzo che
mio padre aveva appena finito di costruire nel quartiere basso di
Torremerlata, vicino al supermercato e al grande parcheggio, ma non
avevano ancora concluso la transazione, avevano solo pattuito il
prezzo. Però, il giorno dopo aveva ricevuto, per lo stesso
appartamento, un’offerta molto più
vantaggiosa da un’altra persona e non aveva saputo resistere
all’idea di guadagnare di più e, nonostante
l’amicizia con Silvio, si era completamente rimangiato la
parola data”.
“Ora capisco perché quel signore era infuriato nei
confronti di tuo padre, tanto che molte persone avevano sentito dirgli
… te la farò pagare”, disse Stefan,
rivolto a Erminio.
“Ah, ah, ah, povero Silvio, non avrebbe fatto male neanche ad
una mosca, figuriamoci! Intendeva, che gliela avrebbe fatta pagare nel
senso pecuniario del termine, infatti, credo avessero degli interessi
economici in comune”.
“A volte le parole possono assumere significati
diversi, ed io avevo frainteso; ora tutto è
chiaro”, rispose ridendo Stefan.
“Già!”, esclamò Erminio,
scoppiando, a sua volta, in una grande risata.
“Ho saputo che sei stato tu, a trovare mio padre nella fiumara”.
“Si, lo abbiamo visto io ed Aurora, mentre stavamo passeggiando”.
A quel
punto, comparve un largo sorriso sul volto di Erminio, si
capì che lui credeva tutt'altro.
“Ho
saputo che era in acqua. Povero papà. Ci teneva tanto ad
essere
vestito bene, quando fosse morto, invece era in pigiama e senza scarpe”.
A
quelle parole, Stefan trasalì, in effetti le scarpe erano
state
trovate in un cespuglio, poco più distante dal cadavere.
Ricordava
bene quando, quel pomeriggio, nella fiumara aveva visto con
Aurora il cadavere scalzo, mentre le scarpe giacevano dietro a un
cespuglio, buttate lì, poco distante dal corpo. Ricordava
ancora
meglio che, per pietà, aveva preso le scarpe e le aveva
infilate
ai piedi del cadavere, tanto che Aurora lo aveva sgridato con decisione:
“Che
fai Stefan, la scena del delitto non va alterata, sei matto!”.
“Non
ce la faccio a vedere quel corpo così ridotto,
perché
buttar via le scarpe, sembra uno scempio fatto a posta.
D’altra
parte non c’è nessuno che ci vede, che differenza
fa, se
ha o non ha le scarpe?”
“Invece,
potrebbe essere importante, stai nascondendo un particolare
che
potrebbe risultare importante ai fini delle indagini!”.
In quel
momento, le parole di Aurora, gli echeggiarono in testa come in una
cassa di risonanza. Erano state parole profetiche.
Ricordava,
anche, che quando il maresciallo Orlando Sinopi lo aveva
interrogato e gli aveva chiesto se avesse toccato nulla sulla scena del
delitto, lui, anche se mal volentieri e molto timoroso, aveva
confessato il particolare delle scarpe, prendendosi una sonora rampogna
dal maresciallo che, tra l’altro, gli aveva chiesto di
portarlo
sul luogo del rinvenimento delle scarpe.
Ora,
Stefan si chiedeva, come faceva Erminio a sapere che il cadavere del
padre era scalzo? Dal momento che, quando il cadavere era stato
rimosso, aveva le scarpe ai piedi?
Chi aveva
potuto dirgli che il cadavere del padre era stato ritrovato senza
scarpe?
Stefan
ed Aurora si guardarono ed un lampo passò nei loro occhi;
solo
che Stefan cercò di restare impassibile e
continuò a
discutere:
“Hai
saputo se addosso a tuo padre è stato rinvenuto un mazzo di
chiavi?”, chiese Stefan.
“No!
Non penso! Se è stato preso alla sprovvista, non credo che
avesse le chiavi addosso”.
“Ma
il cancello era chiuso dal di fuori. Chi può averlo
chiuso?”, obiettò Stefan.
“Certamente
i rapinatori, quando hanno prelevato mio padre, avranno preso un mazzo
di chiavi per aprire e chiudere il cancello”, rispose in tono
perentorio Erminio.
“Già,
sarà avvenuto proprio così”,
assentì Stefan.
Poi
la conversazione passò su altri argomenti, su come faceva
Erminio a mantenersi sempre in forma. Stefan seppe, così,
che a
Roma passava quasi tutta la giornata a fare pesi in palestra, che usava
delle creme e oli tonificanti e che aveva la passione per i
tatuaggi. Seppe inoltre, che era stato molto affezionato alla madre e
che ultimamente era stato in disaccordo col padre per via di una sua
nuova passione per una donna, che voleva sposare. Che non aveva nessuna
intenzione di rilevare l’attività del padre, ma
che voleva
vendere sia il cantiere che la villa di Collecelle.
Quando
seppe che anche Stefan abitava a Roma, lo invitò ad andarlo
a trovare, per portarlo in palestra con lui.
Dopo
questa lunga conversazione si salutarono, con l’intesa di
rivedersi a Roma.
Appena si
furono allontanati, Stefan rivolse uno sguardo interrogativo ad Aurora,
e le disse:
“Cosa
ne pensi di Erminio?”.
“Niente
di buono. E’ un gran bugiardo!”.
“E’
quello che penso anch’io. Nessuno poteva sapere dei piedi
nudi
del cadavere del padre, ad eccezione nostra e del maresciallo Sinopi.
Credo che sappia molto più di quanto non voglia far
credere”.
“Dovremmo
andare alla caserma dei carabinieri a riferire tutto al
maresciallo”, esclamò Aurora.
“Lo
credo anch’io”, ribadì Stefan.
Così
dicendo, avviò la macchina in direzione dalla caserma.
Giunti
qui, chiesero del maresciallo Sinopi che, dopo un poco,
arrivò e li fece accomodare nel suo ufficio.
“Ditemi
la ragione di questa visita”, cominciò il
maresciallo in tono di attesa.
“Siamo
venuti a riferirle un fatto, che a noi sembra di grande importanza per
le indagini dell’uccisione dell’ingegnere
Falacoda”,
rispose Stefan.
“Raccontatemi
tutto, sono qui apposta per raccogliere le deposizioni della gente.
Poi, voi, dott. Furore, a quanto pare, siete di casa da queste parti,
disse in tono allusivo il maresciallo.
Stefan,
allora, cominciò a raccontare dell’incontro con
Erminio,
soffermandosi in particolar modo sul particolare delle scarpe,
aggiungendo:
“Secondo
noi il figlio non poteva sapere della nudità dei piedi del
cadavere, a meno che non glielo abbia rivelato lei”:
“Vuole
scherzare, dott. Furore”, rispose indispettito il maresciallo.
“Allora,
come faceva Erminio a sapere che i piedi del cadavere del padre erano
nudi, dal momento che lo sapevamo solo noi tre?”.
“Cosa
vuole che le dica, indagheremo. Per il momento verbalizziamo
ciò che mi avete riferito”.
Così
dicendo prese a scrivere la loro deposizione sul computer. Non appena
ebbe finito, rilesse tutto ad alta voce e, rivolto a Stefan, disse:
“Ora,
per cortesia, firmi qui sotto, dott. Furore”, ed
indicò a Stefan il punto in cui avrebbe dovuto firmare.
“Anche lei, signorina Aurora”.
Il giorno
dopo, di buon mattino, due carabinieri si presentarono a casa di
Giovanni Furore, dicendo:
“Abita
qui il sig. Stefan Furore?”.
“Certo!
Glielo chiamo subito”, rispose Giovanni in tono preoccupato.
Avendo
udito i carabinieri, Stefan comparve e perplesso, in tono dubbioso
disse:
“Sono
io, Stefan Furore. In cosa posso esservi utile?”.
Uno dei
due carabinieri, senza dare ulteriori spiegazioni, aggiunse:
“Per
cortesia ci segua in caserma!”
Stefan,
ancora tutto scarmigliato e senza che avesse fatto ancora colazione, si
aggiustò la giacca e, scortato dai due agenti,
salì sulla
loro macchina di servizio.
Giunti
alla stazione dei carabinieri, fu fatto entrare in una stanza, dove,
dopo breve tempo, giunsero il maresciallo e un signore alto, di mezza
età, molto distinto, che si presentò:
“Sono
il giudice istruttore, Domenico Calabrò, sono io che sto
seguendo le indagini del delitto Falacoda. Il maresciallo Sinopi mi ha
riferito della vostra deposizione di ieri. Devo premettere che ho
già redarguito severamente il maresciallo, per avermi
taciuto il
particolare della vestizione dei piedi della vittima. A lei dico solo
che potrei incriminarla per inquinamento delle prove, ma, avendoci
fornito un particolare di fondamentale importanza, ai fini della
risoluzione delle indagini, le chiedo di ripetermi i fatti, in ogni
piccolo particolare”.
Stefan,
impaurito, ripeté tutti i fatti del ritrovamento
del
cadavere e delle scarpe, senza omettere neanche un minimo particolare.
Alla fine,
in tono esitante, disse:
“Mi
sono chiesto, come facesse Erminio a sapere dei piedi nudi del cadavere
del padre”.
“Lasci
stare, le indagini le facciamo noi. Mi meraviglio di lei, che
è
laureato in legge, avrebbe dovuto sapere che la scena di un crimine non
va mai alterata. Si ritenga fortunato che non la incrimino e ,
d’ora in poi, se trova un cadavere, non tocchi mai
niente!”.
“Certo!
La ringrazio infinitamente. Ma spero di non trovare mai più
cadaveri per il resto della mia vita”.
Su
questa affermazione finiva l’interrogatorio di Stefan nella
caserma dei carabinieri di Torremerlata; il giudice Calabrò
gli
porse la mano, lo salutò e andò via. Anche il
maresciallo
Sinopi lo salutò e gli fece strada fino all’uscita.
Stefan,
ancora trepidante e in uno stato di estrema agitazione, andò
via, solo quando fu in strada si rese conto di essere rimasto a piedi
e, non sapendo come rientrare a casa, telefonò ad Aurora,
chiedendole di andarlo a prendere e riaccompagnarlo.
Epilogo
Diversi giorni dopo, venne a sapere che i carabinieri avevano arrestato
Erminio Falacoda; infatti, dopo la svolta data dalla sua deposizione
alle indagini, gli inquirenti avevano acquisito numerose prove della
colpevolezza del giovane Erminio Falacoda.
Questi,
data la sua giovane età, aveva commesso numerose
ingenuità nella realizzazione del delitto, la più
grave
era stata di avere usato la sua auto per recarsi da Roma a
Collecelle, demolendo, così, il suo alibi.
Gli inquirenti avevano trovato numerose immagini di telecamere che
inquadravano la sua macchina, quella notte, sull’autostrada
in
direzione Collecelle ed era stato anche ripreso, alla barriera del
casello autostradale di Buonabitacolo, la mattina dopo verso le 4,30,
in direzione Roma. Inoltre, da un’attenta perquisizione,
avevano
trovato nella tasca di un suo pantalone la chiave del lucchetto,
agganciato alla catena del cancello della villa. Una volta arrestato,
dopo diversi tentativi di discolpa, aveva confessato
l’uccisione
del padre, con tutti i particolari del delitto e le false prove
realizzate per il depistaggio, insieme con l’amico Nicola
Brigante, che conosceva da tempo e che aveva contattato
telefonicamente da Roma, per essere aiutato nella realizzazione
dell’orrendo misfatto.
Stefan
era, in parte, contento, ma si sentiva un po’ in colpa per
l’arresto di quel ragazzo.
Comunque,
aveva scritto tutti i particolari della vicenda su un diario, che aveva
portato con sé, quando, dopo aver salutato la fidanzata e i
genitori, era rientrato a Roma.
Qui
aveva ripreso a rivedersi con tutti gli amici ed in particolare con
Alice, anche se tutte le mattine telefonava ad Aurora a Torremerlata,
ma, non vedendola, il suo innamoramento si stava pian piano spegnendo.
Anche Aurora, dopo l’inevitabile nostalgia iniziale per la
sua
mancanza, si era abituata alla sua assenza e aveva cominciato ad uscire
con altri ragazzi, non disdegnando la loro corte.
Stefan
da diversi giorni non era più riuscito a mettersi in
comunicazione con lei; poi, aveva saputo, da una conversazione fatta a
telefono con la mamma, che si era fidanzata con un giovane medico.
All’inizio c’era rimasto molto male, credeva che
Aurora
sarebbe stata la sua donna per la vita, ma in seguito se ne era fatta
una ragione: non era così intellettualmente disonesto da
credere
che mentre lui se la spassava a Roma con Alice, lei gli sarebbe rimasta
fedele per il resto dei giorni. Queste erano storie che potevano
capitare una volta, in tempi di guerra, non oggi che le donne si erano
emancipate e anelavano alla
parità.
Tutte
le mattine, prima di recarsi al ristorante per il lavoro, passava dalle
redazioni di vari giornali, dove consegnava un suo articolo sul delitto
della fiumara, con la speranza che potesse piacere a qualche capo
redattore e, di conseguenza, lo convocasse per un colloquio di
assunzione.
Fu
così che una bella mattina trovò nella cassetta
delle
lettere un biglietto del giornale l’Eco di Italia, che lo
convocava per il giorno dopo, in redazione per un colloquio.
L’indomani
mattina, Stefan vestito di tutto punto, con un bellissimo abito a
doppio petto color acqua marina, su una camicia di seta giallo
paglierino chiaro e una cravatta a fantasia a fiori a sfondo blu, si
presentò nella redazione del giornale l’Eco
d’Italia, in piazza Trilussa, vicino a ponte Sisto e al
lungotevere Raffaello Sanzio. Fu ricevuto da una bella signora, Angela
Talismano, di circa 45 anni, dal fisico procace, alta circa
1,75
e con un bel sorriso sulle labbra. Subito fu fatto accomodare nello
studio privato del capo redattore dott. Nathan Maven, un simpatico
signore sulla cinquantina, molto elegante, dai lineamenti regolari
quasi completamente calvo. Lo attendeva, seduto dietro alla sua
importante scrivania di capo redattore di quella sede romana. Come lo
vide, si alzò, gli andò incontro, stringendogli
calorosamente la mano, e gli disse:
“Buon
giorno. Lei è il dott. Stefan Furore che qualche giorno fa
ci ha
fatto pervenire, oltre al suo curriculum, un bell’articolo su
un
caso di omicidio in un paesino del Cilento. Io sono Nathan Maven, capo
redattore di questa sede del giornale”.
“Buongiorno
dott. Maven, mi chiamo Stefan Furore, sono laureato in legge, non da
molto tempo e sono in cerca di un posto da giornalista”.
“Molto bene, poiché abbiamo in animo di ampliare
la sede,
dobbiamo assumere due nuovi redattori, lei mi è sembrato la
persona adatta a ricoprire il ruolo di reporter dall’Italia e
dall’estero. Se la sente di girare un pochino per il mondo in
cerca di fatti importanti o curiosi, in modo da realizzare servizi
speciali da inviarci, dovunque noi la mandiamo? Ha una famiglia qui a
Roma da mantenere o è libero? Ha particolari esigenze per
non
poter viaggiare: relazioni sentimentali o altro?”.
“Niente
di tutto questo”, rispose deciso Stefan, “Sono
libero come
l’aria e sono disposto ad andare dovunque voi vogliate, anche
in
luoghi di guerra ”.
“Bene!”,
rispose Nathan. “Da questo momento è assunto;
appena
possibile le farò firmare il contratto di
assunzione”.
Così
dicendo, il capo redattore Nathan Maven chiamò la signorina
Angela e le disse:
“
Il dott. Stefan Furore è il nuovo redattore reporter, per
cortesia lo accompagni nel suo studio e gli faccia prendere visione di
tutto ciò che dovrà gestire”.
Angela
guardò Stefan con molto interesse, gli rivolse un ampio
sorriso e gli fece strada fino al suo ufficio.
Fine