![]() Confronto:
tra la "mala sanità
inglese" e la sanità "di eccellenza" italiana.
Comincio
col raccontare quello che un giorno mi è accaduto mentre
stavo nel Galles del Nord, e più propriamente nella mia
casetta di campagna di un paesino chiamato Abergele.
Erano circa le 7 di sera quando all'improvviso mi sono sentito male e stavo per perdere i sensi. In un momento di coscienza mi sono sdraiato sul pavimento (che li non è per niente duro e freddo, essendo fatto di legno e moquette) e ho chiamato mia moglie. Spaventata, è corsa subito ed ha chiamato un numero di emergenza. Nel giro di pochi minuti ho visto, attraverso i vetri della porta d'ingresso, una luce gialla lampeggiante ( ...già, dovete sapere che lì le porte d'ingresso sono tutte a vetri, non come in Italia che sono tutte blindate con una lastra d'acciaio spessa 3/4 cm.). Poco dopo due infermieri ed un medico stavano verificando il mio stato di salute, misurandomi la pressione e chiedendo delucidazioni a mia moglie (io nonostante vivessi già da alcuni anni e per diversi mesi in Galles, non sapevo parlare inglese; e ancora oggi non lo so fare). Mia moglie, al contrario, oltre ad essere una professoressa d'inglese, parlava e parla l'inglese con disinvoltura e proprietà di linguaggio. Per farla breve, decisero di mettermi su una barella e portarmi di corsa all'ospedale più vicino: Bodelwyddan, che distava da casa pochi chilometri. Nel giro di qualche minuto giungemmo all'ospedale: una struttura molto grande e nuovissima. Non mi portarono al pronto soccorso, come erroneamente credevo, ma direttamente in una stanza di rianimazione: "resuscitation room", perché temevano che avessi avuto un infarto. Qui subito mi misero la strumentazione elettronica per controllare il cuore. Nel contempo arrivò un cardiologo che esaminò il mio stato generale e mi fece cento domande alle quali, puntualmente, non potei rispondere perché non conosco l'inglese. Per fortuna c'era mia moglie con me, che potè fornire tutte le spiegazioni possibili. Ma loro volevano che fossi io a fornire le spiegazioni, per questo chiesero al personale presente in ospedale di reperire un medico che parlasse l'italiano. Nel giro di qualche minuto arrivò un giovane medico indiano che parlava perfettamente l'italiano. (Dovete sapere che gli indiani amano l'italia, perché Sonia Ghandi, moglie del figlio di Indira Ghandi è italiana). Comunque, saltando inutili sproloqui, spiegai al medico indiano che ero cardiopatico e che avevo avuto una specie di collasso. I medici, dopo aver accertato che non avevo avuto alcun infarto o altro tipo di danno cardiaco, mi lasciarono in osservazione per circa 3 ore sempre sotto controllo da parte di qualche infermiere. Verso mezzanotte, ritornarono in camera e mi spiegarono che avevo avuto uno sbalzo di pressione, che comunque questa era alta ed andava regolata con qualche medicinale (è da allora, infatti, che prendo un farmaco per normalizzare la pressione). Quindi mi dissero che ero in dimissione e potevo ritornare a casa. Alla mia obiezione che era troppo tardi e che non sapevo come rientrare a casa, con tranquillità mi risposero che avrebbero provveduto a chiamare un taxi. Fu così che dopo circa 5 minuti arrivò un taxi che ci portò a casa (con una bassissima spesa per il trasporto e senza alcuna spesa ospedaliera).
![]() L'ambulanza arrivo dopo circa mezz'ora (tutti noi nel frattempo eravamo vissuti con un grande patema d'animo!) Arrivarono due barellieri ed un giovane medico che subito misurò la pressione e ci tranquillizzò , perché, secondo lui, non c'era nessun infarto in atto. Poi mi caricarono sulla barella e mi portarono subito al pronto soccorso. Non potete immaginare la folla che c'era. La barella passò tra due ali di persone di ogni ceto sociale e con differenti acciacchi: chi aveva le gambe ingessate , chi le braccia rotte, chi piangeva e chi silenziosamente e mestamente aspettava, sia seduti che in piedi. Poiché, dovevano riportare la barella in ambulanza, mi fecero scendere e mi fecero sedere su una sedia (questa fu una grande fortuna, perché la maggioranza delle persone che aspettava in quel corridoio, dove mi avevano lasciato, stava in piedi). In fondo al corridoio sul lato opposto rispetto al mio c'erano due porte: una sempre chiusa ed una seconda che si apriva a ritmo incessante con un andirivieni di gente in camice che sghignazzava o rideva senza ritegno. Tutto questo durò per circa tre ore, nel frattempo io mi ero completamente ripreso e cominciavo ad avere fame, per cui mi alzai ed andai al bar, che era situato nell'atrio (...ah, avevo dimenticato di dire che tra l'atrio ed il corridoio del pronto soccorso c'era una porta, ma era perennemente aperta, forse era incastrata). Giunto al bar ordinai un caffè ed un cornetto e col telefonino chiamai mio figlio, chiedendogli di venirmi a prendere. Fu così che terminò la mia esperienza al pronto soccorso di Salerno. |